Rocco Scotellaro

Sulla poesia di Amelia Rosselli (di M. Allo)

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

LIBERTÀ, RICERCA E MUSICALITÀ NELLA POESIA DI AMELIA ROSSELLI 

di Maria Allo

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.

(da Impromptu, 1981)

Un linguaggio frantumato e oscuro caratterizza l’appartata esperienza poetica di Amelia Rosselli che si distingue però per un’intonazione appassionata, rara nel secondo Novecento. Non può seguire studi regolari, costretta a trasferirsi con la famiglia dalla Francia all’Inghilterra, ma acquisisce una piena padronanza di tre lingue (italiano, francese e inglese); forse anche per questa sua formazione internazionale la Rosselli risulta estranea alla tradizione italiana e continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una lingua poetica universale, come universale è la musica. In tal modo punta al cuore della sua personale ricerca e ne scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche. Traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre Carlo Rosselli, esule antifascista, fondatore di Giustizia e Libertà e teorico del Socialismo Liberale, e del fratello di lui, Nello, assassinati da sicari fascisti. Amelia, nata nel 1930, ha appena sette anni ed è ovvio che questa vicenda la segni in maniera indelebile, come la segna il devastante rapporto con la madre Marion Cave. Viaggia tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9). Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l’attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. È Pasolini a presentare nel 1963, sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo, edito dalla Garzanti; è sempre Pasolini a definire la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da «una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali». Il tema dei lapsus, Pasolini aveva comunque precisato, «è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il corpo di queste poesie», quindi ne ridimensiona la rilevanza e individua nello stile di Amelia Rosselli una dimensione tragica e dissacrante, che unisce registro alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma, una scrittura pericolosamente libera. Disse bene, anni dopo, il critico Pier Vincenzo Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli, definendola: «un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale». Il disagio esistenziale della Rosselli si riflette nella sua opera e sarà lei stessa a raccontare in forma di prosa poetica i suoi vent’anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l’incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l’amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l’inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico/innamorato morto. Quando Amelia Rosselli morì, l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come sottolinea il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita». In realtà in quel periodo Amelia aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio, lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi, con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa Sylvia Plath, autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione. Sul suicidio di Silvia Plath, posto in relazione al rapporto con la madre, Amelia dice: noi possiamo anche accusare la madre, non è certo la madre che deve essere ritenuta responsabile, ma la società, una società terapeuticamente ignorante, meccanicistica e, quello che è peggio, una società incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico. (altro…)

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

I poeti della domenica #58: Rocco Scotellaro, La città mi uccide

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LA CITTÀ MI UCCIDE

I

Datemi pure da mangiare il pane della questua
nero indurito, ho tanta voglia di lavorare.
Si sono mangiati i miei calcagni
queste strade d’asfalto dure a pestare.
Era nel vento una pioggia di piccoli prezzi
sulle immobili merci delle vetrine.
Sfolgorava sui cartelloni gente
che usciva quella volta dall’incognito
e io che minuzzavo alacremente
la cronaca viola dei miei passi perduti.
Oh stanco appendermi lo sguardo
alle luci al neon infinite,
donare il mio corpo a chi lo vuole
può mettersi a stare manichino.
Sentite furie: alberghi e panifici
e padroni che muovete questa ruota
orrenda che ci stride sulle carni,
ditte, navigatori, capitani sentite:
eccovela la testa del mercenario
accalappiata nel vostro frustone,
desidero anch’io il mio posto in città,
lì dove i giornali declamano
le guerriglie della civiltà.
Mi avete inutile respinto
ad alloggiare nelle ville
accanto agl’immondi vespasiani
e la notte mi bastonano i ladri
le prostitute mi sputano addosso.
Gerusalemme, Gerusalemme.
I porci hanno invaso gli ulivi
sotto la luna lontana
la moda ha trovato il suo posto
nei templi sontuosi.
Bari, Napoli, Roma, Milano
i fiori, gli uccelli, la donna
qui si comprano
e noi si cammina con la mano al cuore
perché a forza potrebbero rubarlo. (altro…)

In Apulien, 14 – Francesco Cagnetta

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quattordicesima tappa è dedicata a Francesco Cagnetta, nativo di Terlizzi.

Francesco_Cagnetta

Ho ascoltato per la prima volta nell’estate del 2015, tra i sassi di Matera, i versi di Francesco Cagnetta, chiari, ruvidi, diretti. La lettura, successiva all’ascolto, dei suoi inediti ha rafforzato l’impressione iniziale di un dettato sicuro che attinge a due fonti primarie: i viaggi quotidiani nelle letture amate – Vittorio Bodini innanzitutto – e l’altrettanto quotidiano duetto con un tempo storico vissuto per lo più come antagonista. Di qui l’alternanza, nei testi, di autoritratti che alla narrazione di allenamenti a un’opposizione, che si riconosce come strenua e vana, affiancano la constatazione, ridotta all’essenziale, di un’identità “disossata”,  e di precetti non privi di ironia, tutti – autoritratti e precetti – lanciati da avamposti scomodi, spogli, spolpati (il paesaggio delle Murge emerge qui, oltre che nelle immagini, anche attraverso scelte linguistiche legate a varietà di quell’area geografica), dinanzi a nemici che si sono resi invisibili. (Anna Maria Curci)

Alla mia stagione
facevano tremare i palazzi
scuotere gli arbusti di sussurri
e parole abbiette,
crocifiggere gli abissi
con la tempra della forca
e i confini della propria vigna.

Forse, che le tonache
non siano ancora dismesse.
Che il crepitio
sia del tutto indifferente
che la tenacia dei muscoli
sia rimasta sopita.

Che sia tutta colpa della foschia
frapposta tra lo sguardo ed i nervi.

*

Ho comprato attrezzi ferrosi
per allenare i muscoli
tutti i santi giorni.
Riscaldato il cuore
accelerato il battito
scandito
alle intermittenze della notte.
Ho la compostezza delle vene
espanse di bolle d’aria
che si fanno strada nel sottopelle
e nervi duri
da poter contrarre gli oceani.
Mi strozzo di fibre proteiche
ed alimenti ipercalorici
per ingrassare il temperamento
e la tenacia delle lame sottili
affilate per l’occasione.
Ho issato le bandiere di avvistamento
affinato i radar
e la percezione dell’olfatto.
Ho indossato l’armatura di frittura
l’elmetto di cartoccio
per la chiamata alle armi.

Ma qui il nemico non si vede! (altro…)

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

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Pasquale Vitagliano e Luciano Nota – “Erato a Matera”, 13 agosto 2015

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Scrivendo di questione nazionale e di questione meridionale, Antonio Gramsci riteneva che in Italia è mancata una cultura nazionale e popolare, perché gli intellettuali italiani sono stati o cosmopoliti, “globalizzati” diremmo oggi, o provinciali, portati a credere che il proprio cortile urbano sia il centro del mondo.
La poesia meridionale non è stata né cosmopolita, dunque lontana dalle correnti d’avanguardia e neo-avanguardia nel Novecento, e neppure provinciale, ovvero unicamente legata ad “un” territorio (come la poesia vernacolare, regionale).
Se una parola, invece, può definire la linea poetica meridionale è “diaspora” (“migrazione di un popolo”), tanto fisica, quanto intellettuale. Fisica perché molti autori hanno operato lontano dal proprio luogo di origine, intellettuale in quanto quasi tutti hanno dovuto fare i conti con il proprio territorio vissuto come limite (la leopardiana “siepe”) e dunque si sono continuamente confrontati con l’ “altrove”.
La “diaspora” ha, col tempo, dimenticato il dolore dell’abbandono e dell’amputazione, reso fertile la linea poetica meridionale, anzi vorrei dire, perché non amo le classificazione, della poesia dei meridionali. Non è un caso che il significato letterale della parola greca è “disseminare”. Il che anticipa la convinzione espressa da Dante Maffia che la poesia autentica è quella che “insemina” l’anima del lettore, portandolo a guardare il mondo con una visione rinnovata.
Prendiamo in considerazione due autori come Bartolo Cattafi e Vittorio Bodini. In entrambi la poetica risente di questo confronto permanente tra il territorio al quale si appartiene (di cui si sperimenta l’abbandono) e un “altrove” fisico e intellettuale (orizzonte toccato o solo agognato).

Da Partenza da Grenwich

 

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.

Da Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me » (…)

Questa centralità del limite inquadra questa breve riflessione dentro la storica “Questione Meridionale”. (altro…)

Reloaded (riproposte estive) #8: “Bodiniana” anno cento

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

 

 

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

.

.

Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi.

(altro…)

Vittorio Bodini (1914-1970): alcune poesie

Bodini-Automobile-1936

Vittorio Bodini nel 1927

Poetarum Silva si è già occupato di Vittorio Bodini poeta, con un articolo di Anna Maria Curci (qui) per la rubrica ‘in Apulien’ e un altro di Fabio Michieli (qui), quest’ultimo uscito in occasione del centenario della nascita il 6 gennaio 2014. Oggi posterò alcuni testi per proseguire nella lettura di un autore da riscoprire, ponendo brevemente alcune questioni che meriterebbero un approfondimento altrove.
Nato a Bari, vissuto tra Lecce e Roma, Bodini è una di quelle voci del secondo Novecento che ha radicato profondamente i propri temi poetici in quel Sud-patria che è la Puglia (meglio dire, nello specifico, il Salento) e da cui, come ricorda già Michieli, ha preso le distanze per tutto l’arco della sua vita. Curioso come si possa fuggire una terra entrata così prepotentemente nelle pieghe della poesia; possibile, quanto probabile spiegazione, starebbe negli stessi versi bodiniani «Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa» ricordati da Alessandro Leogrande su minimaemoralia. Un Meridione prima madre o ‘madre-prima’, cui sottrarsi tagliando il cordone ombelicale, eppure anche un Meridione-padre che tutto insegna e in cui sempre ritornare per ritrovare il senso, la strada di casa.
Salento come casa dunque, Sud come casa. Potremmo affiancare, come ricorda Michieli, le poesie degli anni Cinquanta di Bodini, ad altri autori coevi tra cui Rocco Scotellaro; mi viene da aggiungere, in questa sede, anche il nome di Goliarda Sapienza, le cui poesie pubblicate a sessant’anni dalla scrittura nel 2013 ma scritte negli anni Cinquanta (sempre Michieli ne ha pubblicato una selezione qui mentre una nota critica si trova qui) non hanno ancora ottenuto la giusta attenzione critica. Sapienza, con i suoi colori (il bianco abbacinante e il giallo), gli odori, i simboli della sua Sicilia (il sangue, il mare, per citarne un paio) si avvicina così tanto all’immaginario bodiniano da esserne quasi sorella; ricordiamo che La luna dei Borboni di Bodini risale proprio al 1952 e la seconda raccolta, Dopo la luna, al 1956. Tra i testi che oggi propongo si vedano i luoghi diversi, vissuti e interiorizzati: oltre alla Puglia, Roma e Palermo.
Ma torniamo all’accenno, molto interessante, di Leogrande, il quale mette in campo l’attività di traduttore e ispanista che Bodini perseguì affiancata a quella di giornalista: sue le prime traduzioni del Don Chisciotte, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo. Nell’articolo si ricorda l’epistolario ’54-’60 con l’amico Leonardo Sciascia e l’idea bodiniana di affrontare assieme la direzione di una collana letteraria per l’editore Sciascia che comprendesse pubblicazioni di autori di area mediterranea (catalani, spagnoli, portoghesi ma anche arabi), nell’intento di fare emergere la peculiare anima arabo-ispanica di quella letteratura, molto amata. Precoce e intuitivo, Bodini ricercava nel proprio lavoro la madre-Europa, madre-seconda che aveva formato la sua coscienza. Com’è entrata l’Europa nella sua poesia, dunque? Può trattarsi anche in questo caso di un’illuminazione ma mi verrebbe da dire, attraverso la vicinanza tematica, tramite un richiamo coloristico ad esempio del colore verde, peculiare della poesia di Lorca (che sicuramente Bodini conosceva); il verde è associato dall’autore spagnolo molto spesso alla ‘morte’ o a presagi mortiferi, ed è entrato anche nel titolo e nei temi della raccolta di Salvatore Quasimodo Il falso e vero verde (Milano, Schwarz, 1953) pubblicata negli stessi anni. Ma se, per quanto riguarda Quasimodo, potremmo parlare di poeta-epigono, quando leggiamo la poesia di Vittorio Bodini ci troviamo dinnanzi all’autenticità di una voce che ricerca se stessa al di là degli autori di riferimento (sempre che essi ci siano). La sua poesia sfonda il muro della connotazione regionale precorrendo i tempi, come già in Goliarda Sapienza; il Sud diventa perciò pre-testo di una dimensione vitale molto propria. Afferma infatti Michieli: «in questo apprendistato è come se il poeta avesse bruciato rapidamente un’intera tradizione, anche recente, a lui contemporanea intendo, con l’intento di trovare la propria voce», ‘voce-sola e unica’.

© Alessandra Trevisan

da La Luna dei Borboni e altre poesie (1945-1961)

FOGLIE DI TABACCO (1945-1947)

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.
Sostantivi e le capre senza musica,
con un segno di croce sulla schiena,
o un cerchio,
quivi accampati aspettano un’altra vita.
Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe
anche un pensiero, un verbo,
con il bigio sgomento d’una talpa
correre tra due pietre.

La pianura mirare a perdita d’occhi,
senza case, senz’alberi, senza una lettera:
livello di un’assenza a cui sole si sporgono
capre o spettri di capre morte da secoli,
che brucano le amare giade dell’insonnia,
l’acciaio senza luce d’antiche spade,
quando popoli amari si scontravano
e di sangue tingevano i cieli della preistoria.

Così, se qualche giorno dal sottosuolo
un riso magro scatenato nel vento
di scirocco si stira,
ciò che all’imperturbato cielo e ai corvi
scopre la vanga
sono le dentature di cavalli
uccisi che si rammentano
che dolce festa faceva
quand’era vivo il sangue sulla pianura.

*

ALTRI VERSI (1945-1947)

Lydia Gutiérrez
Caffè Greco, 1945

Teste di serpenti dondolano lentamente
nei caffè dove a Lydia Gutiérrez
non sarebbe bastato il mantello della sua chioma
se con ogni capello avesse potuto salvare la vita d’un uomo.
Gli stucchi delle sale sempre in penombra
(dove l’ora è tappata in una bottiglia verdognola)
sono lo sconsolato limite dei suoi fasti,
il ponte miserabile ai giovani della nostra epoca,
quelli che da ragazzi giuravano non senza rossore
che la musica non era che un suo attributo.
Oh, ditemi dove abita, a quale stanza ammobiliata
io busserò schernendomi del mio batticuore,
nei giorni di pioggia in cui il giallo delle case di Roma
sembra un loro modo curioso di piangere.

*

LA LUNA DEI BORBONI (1950-1951)

Piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli:«Aea!» si perde
nelle vie
come pei corridoi
d’un castello assediato.
Inverno assediatore
vecchiaia dell’anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

*

DOPO LA LUNA (1952-1955)

Con la parola nu

Con la parola nu
come un bastone
trovato fra le tombe
– nudità, nulla, nuvola –
attraverso il paese semispento
nel sonno del meriggio.

Un aquilone nu
violetto vola
da una mano invisibile
all’aprile;
un’altra mano fruga
un orto non più grande di una tasca.
Smuove fascine e serpi
un coraggio d’aprile.

Minimo e non eterno,
non ha paura
di nulla e di sorridere
il piccolo nu,
spenzolandosi a volte
dalla stanghe dei carri,
o immaginando sulla secca pianura
dolci fiumi del Nord
dai nomi sdruccioli o tronchi
che verdi rive cortesemente carezzano.
Può essere in ronzio
del nero moscone,
di quelli che son detti di buon augurio,
oppure il nome d’Italia
come un rimorso,
il cauto arrampicarsi del saraceno
sulle rugose coste
o quello della luna sugli ulivi.
Numero e nucleo un equilibrio nu
sonoro e mesto in infiniti fili
attornia come l’aria
questo presente gracile ed immenso.
E quando non bastasse,
questa è la verde vasca
del solfato di rame
e lì sta il cielo
liquido e azzurro!
(chi ha creato il mondo
e le sue nere virtù
nulla ha fatto di meglio
dei colori nei campi.)

*

VIA DE ANGELIS (1956-1960)

San Giovanni degli Eremiti

Vedi come frantuma questa tromba
negra la frase, rovistando i più
oscuri ripostigli dell’amore
e del tempo? O come l’erba
effimera tremando
somiglia al suo concerto?
E tu che pensi,
funerea carne al vento viola,
persa
tra le cupole rosse mussulmane
e il pallore dei ruvidi limoni?
cosa ottiene il tuo sguardo che non sia
silenzio che si fa colore,
colore che si fa scusa mortale?

*

SERIE STAZZEMESE (1961)

La verde noia uccide

I muschi, il capelvenere,
le testoline rosse delle more,
la polla che in silenzio
muove la bocca tremula
come vana figura
che s’allontana in sogno
ogni privata vicenda
hanno disperso. Chiedersi
«a che punto sono con me stesso?»,
non ha senso.
La verde noia uccide
gli idolatrici cuori.
Scivola il sandalo
dal piede,
ghermisce la giacca
un rovo.
Eccomi divenuto
bosco. Sarò
solo un filo fra i tanti
di questo verde arazzo dietro il quale
una pastora invisibile
implora un’invisibile capra.

*

I testi sono tratti dalla raccolta Vittorio Bodini, Tutte le poesie, a cura di Oreste Macrì (Lecce, Besa, 2010). L’edizione delle poesie di Vittorio Bodini a cura e con introduzione di Macrì apparve nel 1972 nella collana Lo Specchio di Mondadori. Ampliata e arricchita nel 1983 per gli Oscar, ora è disponibile soltanto nell’edizione Besa citata.

‘Bodiniana’ anno cento (1914-2014)

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

.

Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi. (altro…)

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 2

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Carlo Levi, Lucania '61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Carlo Levi, Lucania ’61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Rileggendo Rocco Scotellaro – 2

Rocco Scotellaro. Poeta della storia contadina

di Felice Di Nubila*

Rocco ScotellaroConsacrato poeta della storia contadina da Levi e da Montale, Rocco Scotellaro va collocato prima nella storia del suo tempo per capire poi il valore e i contenuti della sua poesia-testimonianza.
Nacque a Tricarico (Matera), un paese lucano di ottomila abitanti, nel 1923.
Studiò in convitto a Sicignano vicino a Eboli (dove s’era fermato il Cristo di Carlo Levi).
Per gli studi si dovette spostare a Potenza, poi a Trento, ospite di una sorella.
Alla morte del padre – un modesto artigiano-calzolaio-contadino – nel 1942 tornò a Napoli, poi a Bari con notevoli difficoltà economiche, ragion per cui era uno studente-viaggiatore.
Fondò nel 1943 a Tricarico la Sezione del Partito Socialista, con sede presso la sua casa, impegnandosi nelle attività politiche e sindacali.
Il 1° maggio del 1944 organizzò con i suoi amici contadini la prima Festa del Lavoro. Conobbe Rocco Mazzarone, un medico, attivo intellettuale che lo presentò a Carlo Levi, tornato in Basilicata, dove aveva concluso ad Aliano il periodo di “confinato” antifascista nel 1936, e che aveva scritto il suo Cristo si è fermato a Eboli negli anni Quaranta.
In questi spostamenti il giovane Scotellaro conobbe in Puglia Tommaso Fiore, a Potenza Tommaso Pedio, lucano docente di Storia all’Università di Bari. Aveva fin dall’adolescenza consuetudini di rapporto con Mario Trufelli, poeta, scrittore, giornalista RAI, nato anche lui a Tricarico qualche anno dopo Scotellaro.
Tutti espressione della cultura emergente negli anni cinquanta sulla scia di Carlo Levi, Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro.
Nel 1946 Scotellaro (o meglio Rocco come veniva generalmente chiamato) fu eletto sindaco di Tricarico: a 23 anni, il più giovane sindaco d’Italia.
Aveva intanto avviato rapporti con l’Editrice Einaudi di Torino, con Adriano Olivetti, che gli diede una borsa di studio, con Friedrich Friedman e con George Peck, sociologi venuti in Basilicata per indagini sociologiche a Chiaromonte e a Tricarico (indagini da cui emersero teorie caratterizzate dalla “scoperta” del Familismo amorale). Rocco incontrava spesso a Roma Carlo Levi: conobbe altri intellettuali come Cesare Pavese, Elio Vittorini, che favorirono l’evoluzione culturale del giovane Rocco, il cui travaglio emerge dalle composizioni poetiche e che si presenta più compiutamente nella documentazione dello scambio epistolare intercorso tra Rocco e il professor Pedio, lucano, importante personaggio della storiografia del Mezzogiorno.
I primi orientamenti di Rocco negli anni Quaranta erano nati come oppositore al Regime Fascista con le prime simpatie verso un Comunismo, di cui volle approfondire i vari aspetti. Aveva venti anni alla caduta del Fascismo nel 1943. Aveva letto gli scritti di Gramsci, in particolare Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, importante testo gramsciano.
Negli approfondimenti, guidati da Pedio, erano ambedue pervenuti ad un giudizio negativo sulla Rivoluzione Comunista Russa. Ambedue convenivano che il Comunismo in Italia avrebbe avuto tre nemici: l’Inghilterra, il Fascismo e il Governo sovietico.
Avvicinatisi prima al movimento liberal-democratico di Giustizia e Libertà (che diventerà Partito d’Azione) sia Pedio che Scotellaro avevano aderito al Partito Socialista.
Scotellaro, primo sindaco socialista a 23 anni, era unico in una Regione amministrata in quasi tutti i Comuni da una Democrazia Cristiana che aveva riportato nelle elezioni del 18 aprile 1948 la maggioranza assoluta in Italia.
Il giovane sindaco di Tricarico contestava al suo maestro Pedio, direttore del giornale di sinistra “Il Gazzettino”, una linea troppo morbida verso il Governo. Lui intanto continuava sulla linea dura, a battersi contro gli opportunisti, contro il malcostume, contro il contrabbando e il mercato nero in un contesto sociale difficilissimo del Dopoguerra.
Le sue denunzie, che spesso colpivano nel segno, avevano creato nel contesto sociale inevitabili difficoltà con ostilità personali, che concorreranno ad alimentare con le delazioni, con le calunnie e con le polemiche, le presunte ingiuste imputazioni che portarono in carcere il giovane Sindaco.
Fu arrestato l’8 febbraio del 1950 con l’imputazione di peculato, concussione, associazione a delinquere, truffe e falsità in autorizzazione amministrativa, malversazione aggravata.
I fatti portati al processo erano questi: in una Commissione costituita a Tricarico, anche con la partecipazione di un rappresentante dei proprietari e con le informazioni fornite dall’ufficio di collocamento, erano stati inseriti, negli elenchi anagrafici, i nomi di alcuni braccianti che, secondo le giornate di lavoro eseguite, non ne avevano diritto.
La legge prevedeva per errori di questo tipo una multa per il firmatario degli elenchi, che, in questo caso, era il Sindaco.
Scotellaro fu incolpato perché l’errore fu qualificato come truffa ai danni dello Stato, con aggravante per associazione a delinquere, dopo che l’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) aveva distribuito coperte e altri indumenti anche a persone che, riportate erroneamente nell’elenco, non ne avevano diritto. Era il 1950 in una povera Basilicata, in cui una imputazione con un formalismo giuridicamente corretto creava una mostruosità, su cui specularono gli avversari al punto di portare in carcere un sindaco costantemente schierato a difesa dei poveri.
Alla conclusione del processo Scotellaro fu assolto dalla Corte d’Assise per non aver commesso il fatto.
Uscì dal carcere di Matera il 25 marzo 1950. Non accettò il reintegro nella carica di Sindaco. Lasciò Tricarico per trasferirsi, con l’aiuto della borsa di studio di Adriano Olivetti, a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria dell’Università di Napoli. Sotto la direzione del professor Rossi Doria si dedicò ad una ricerca sull’analfabetismo in Basilicata.
Ebbe contatti con l’editore Laterza di Bari. Tentò nuovi accordi con l’Einaudi di Torino. Aveva in programma altra pubblicazione sulla cultura dei contadini lucani oltre al completamento di vari altri testi lasciati incompiuti: morì la sera del 15 dicembre 1953, aveva trent’anni.
“Gli si era otturata una vena del cuore” disse la sorella.
“Furono le cattiverie e le invidie degli avversari politici che lo mandarono in carcere e gli spezzarono il cuore” scrisse la madre in un suo lungo memoriale.

Rocco ScotellaroScotellaro lasciò opere incomplete che a cura dei suoi amici, come Carlo Levi, saranno pubblicate negli anni ’60 e ’70. Nonostante le polemiche e lo strascico giudiziario per una denunzia di Scotellaro alla SPES (Sezione Propaganda della Democrazia Cristiana) per un manifesto diffuso sulla incriminazione del 1950, amici e avversari dovettero riconoscere che Scotellaro era una persona perbene e che le sue battaglie erano giuste e generose. Al funerale a Tricarico Carlo Levi, con una camicia nera e una cravatta bianca, in piedi su una sedia, in segno di protesta verso le Istituzioni, civili e religiose, commemorò Rocco dinanzi a migliaia di tricaricesi e altri cittadini venuti a Tricarico. Dettò l’epigrafe per la tomba: «ROCCO SCOTELLARO SINDACO SOCIALISTA – POETA DELLA STORIA CONTADINA» per le particolari caratteristiche della poesia di Scotellaro che è testimonianza perciò è storia prima che poesia.
I giudizi della critica seguita alla pubblicazione negli anni ’60 e ’70 di tutte le opere di Scotellaro furono diversi: secondo alcuni la testimonianza confligge con le caratteristiche della poesia. Quando al cantore subentra il politico che fa proprie le ragioni della protesta, l’urlo diventa azione: Scotellaro prima che poeta fu protagonista di azioni, di proposte, di idee utili alla soluzione di problemi tra socialismo e liberismo, con idee e manifestazioni anche di sofferenza religiosa – disse qualcuno – per chi coltiva una terra che appartiene ad altri in attesa di una “lungamente promessa (dal ‘700 al ‘900)” riforma agraria che tardava a venire. La critica a Scotellaro fu pervasa da questi contrasti specie quando la componente lirica non riusciva a separarsi dalle componenti sociali.
Qualcuno ha scritto che la denunzia di Scotellaro mancava di forza persuasiva. Qualche altro sostenne che le opere incomplete di Scotellaro (a causa della prematura morte) erano state completate da altri con l’intervento di Carlo Levi che di Scotellaro fece il Messia dei contadini, nonostante le riserve dei cugini comunisti; qualcun altro trovava che alla spinta rivoluzionaria dell’inizio era seguita una velata rinunzia; certamente tutti i temi storici della terra, della casa e della diffusa povertà erano stati accolti nella poesia di Scotellaro che canta nell’insieme un SOGNO INDEFINITO e che a conclusione delle polemiche anche Montale confermò Poeta. Un Poeta che fu anche protagonista di azioni, di idee, di rivendicazioni e di proposte cariche di una ideologia vicina ad una sofferenza religiosa “il sogno di una terra da coltivare per sopravvivere in un mondo in cui la terra e la casa rappresentavano l’asse portante di una sottostoria della Civiltà Contadina: una COSA IMPORTANTE”.
Il sogno di una cosa restò sogno fino al momento in cui l’occupazione delle terre incolte del Demanio, le assegnazioni avviate dopo i movimenti di Monte Scoglioso e la Riforma agraria realizzarono una nuova rivoluzione, questa volta pacifica anche se arrivata in ritardo in una realtà che si evolve ma non cammina mai alla velocità dei sogni (alla terra era stata sostituita l’emigrazione). La storia viene raccontata oggi 2012-13 nel libro di Salvatore Lardino che nel titolo presenta “Il sogno di una cosa”. È la storia della occupazione delle terre nel materano tra fine ’49 e inizio ’50. Sulla copertina c’è l’immagine di un quadro di Carlo Levi: Rocco Scotellaro, un giovane con i capelli rossi che spiega qualcosa ai contadini. Una presenza attiva per pochi anni al cui impegno tanti dedicarono qualcosa:
– Carlo Levi dedicò oltre l’amicizia il quadro di cui abbiamo parlato e altre immagini al ragazzo dai capelli rossi;
– la madre Francesca Armento scrisse un memoriale, in cui parla di vita, di morte e di memorie del figlio, pubblicato negli anni successivi dagli amici di Rocco;
– il Vescovo, Mons. Delle Nocche, pur nel clima di guerra fredda dell’epoca, fece donazione al Comune del Sindaco socialista di un’ala del Palazzo Vescovile per creare  un Ospedale a Tricarico che, nel 1947, senza enfasi e senza bandiere il Vescovo e il Sindaco inaugurarono insieme;
– nei momenti difficili Mons. Delle Nocche era stato vicino a Rocco, facendo prevalere, al di là della dialettica e dei conflitti del momento, nella vita e nella morte, la sua “paternità” (era in atto una scomunica);
– nel 1954 fu conferito alla memoria (caso unico) di Scotellaro il Premio Viareggio per il libro delle poesie “È fatto giorno”;
– Mario Trufelli, oltre a pregevoli memorie nei suoi vari interventi di scrittore, giornalista RAI e poeta gli dedicò una poesia, che leggiamo per concludere questo ricordo.

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SIAMO PIÙ SOLI

 

A Rocco Scotellaro

 

Hanno smesso di cantare i carcerati
attenti scrutano la sera dalle gabbie.
Ora tu sai tutto il dolore è nostro
dei braccianti spersi nelle strade
che s’addormono con mani ingentilite.
Ora la terra ci riporta un grido
come l’ombra dei morti intorno a noi.

Cominciano le veglie nelle case
e noi ridiamo, Rocco, della nostra sorte
come una volta e sempre
con le tazze di vino e i contadini.

Siamo più soli adesso, ognuno alla sua posta
e il cielo ci rincorre nei sentieri
batte la terra che ti tiene il cuore.

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Alcune date.

Quasi un percorso biografico per Rocco Scotellaro

1923  Il 19 aprile nasce da famiglia artigiana. Frequenterà le elementari a Tricarico e più tardi il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni.

1937  Iscritto al ginnasio “Orazio Flacco” di Potenza.

1940  Frequenta il II Liceo a Trento ospite della sorella Serafina, presso il Liceo “G. Prati” con Giovanni Gozzer e Bruno Betta.

1942  14 maggio, muore il padre. Intanto si è stabilito a Tivoli per seguire i corsi universitari di Giurisprudenza a Roma. La morte del padre lo convince a cambiare sede universitaria, per cui sarà prima a Napoli poi a Bari dove frequenta i Fiore e più tardi il “Sottano”.

1943  Il 4 dicembre chiede di iscriversi alla sezione “G. Matteotti” del Partito Socialista di Tricarico.

1944  Riesce a celebrare con Alinovi il 1° maggio a Tricarico.

1946  È eletto primo sindaco socialista di Tricarico. Inizia la spola con Roma dove frequenta Levi.

1947  In agosto si inaugura l’Ospedale civile di Tricarico per la cui realizzazione ha condotto una lunga e appassionata campagna di sensibilizzazione.

1949  Legge Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura di Gramsci e propone a Muscetta un’eventuale edizione di sue poesie. È quindi a Torino per lavorare presso l’Einaudi e conosce Pavese e Vittorini. Il rapporto di lavoro non si concretizza. Verso fine anno (novembre-dicembre) occupa coi contadini materani i feudi di Policoro. Ottiene una borsa di studio da Olivetti. Incontra George Peck e Friedrich Friedmann venuti in Basilicata per condurre indagini sociologiche.

1950  L’8 febbraio, accusato di peculato, è tradotto in carcere a Matera. Ne esce il 25 marzo. Lascia Tricarico per un periodo di studi presso l’Osservatorio di Economia Agraria di Portici sotto la direzione di Rossi-Doria. Ai primi dell’estate è a Portici, durante l’estate visita la Calabria.

1951  Inizia l’inchiesta sull’analfabetismo in Basilicata ed è in trattative per la pubblicazione delle poesie con Einaudi.

1953  Vito Laterza gli propone un libro sulla cultura dei contadini lucani. Muore la sera del 15 dicembre a Portici.

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* Relazione tenuta in occasione del recital di Augusto Benemeglio È fatto giorno. Omaggio a Rocco Scotellaro nel 60° Anniversario della morte, Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, 15 dicembre 2013.

Felice Di Nubila, nato in Basilicata a Francavilla sul Sinni, ingegnere dirigente d’azienda, ha lavorato nel Mezzogiorno fino al 1957.  Non ha mai interrotto i rapporti con la sua terra d’origine, ove ha ricoperto, dopo il 2000, incarichi nell’amministrazione pubblica e in aziende private.  Ha sostenuto progetti di sviluppo e iniziative culturali in associazioni di volontariato solidaristico operanti per la Cooperazione Internazionale nei Paesi in via di sviluppo.  Ha pubblicato un volume di liriche, Boschi lupi luci, Venosa 1989, la ricerca Francavilla sul Sinni. Le origini feudali, la civiltà contadina, il lavoro, lo sviluppo, Roma 2008; nella pubblicazione La Basilicata nel Crocevia della Storia, in corso di stampa, riassume notizie e riflessioni sui grandi eventi che hanno coinvolto direttamente o indirettamente la più piccola regione del Mezzogiorno d’Italia; recupera documentazioni, testimonianze, ricordi del vissuto e immagini originali di tracce ancora visibili del Millennio passato.

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro - Foto di Spartaco Coletta

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro – Foto di Spartaco Coletta

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 1

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Rileggendo Rocco Scotellaro – 1

Con una nota di Fabio Michieli 

Sempre nuova è l’alba *

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra….

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

.

Il cielo a bocca aperta

A quest’ora è chiuso il vento
nel versante lungo del Basento.
E le montagne vaniscono.
E il cielo è fisso a bocca aperta.
Si vede una fanciulla nella gabbia
sopra la Murge di Pietrapertosa
Chi sente il macigno che si sgretola
d’un tratto sulle spalle?
un rumore di serpente
il treno nella valle?
Ognuno è fedele alla sua posta.
Hanno scovato le due cagne
la lepre sul pianoro. Fugge
come lo spirito riconosciuto.

.

Padre mio

Padre mio che sei nel fuoco,
che brulica al focolare, come eri
una sera di Dicembre a predire
le avventure dei figli
dai capricci che facevamo:
Tu pure non farai bene dicevi
vedendomi in bocca una mossa
che forse era stata anche tua
che l’avevi da quand’eri ragazzo.

.

La pace dei poveri

Il vento muove le calze ai balconi
in questo silenzio cattivo
campa la gatta e la donna con l’ago
e luccicano le tele dei ragni.
Senti che i campanelli
cercano i fuochi a S. Giuseppe
la festa del rione, di domani.
Il nostro marmocchio ignudo
con la pancia gonfia
che vomita vermi
chissà se cercando la legna
domani del Santo
avrà la buona sorte
e le mani pulite di sangue.

.

Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

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Di terra e di legna secca. Omaggio a Rocco Scotellaro
di Fabio Michieli

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Poeta postumo, Rocco Scotellaro. Postumo per un destino che l’ha strappato alla vita appena trentenne; vita intensa, però, quanto la sua poesia. Morto per un infarto il 15 dicembre 1953, pochi mesi dopo, nel 1954, arriveranno quei riconoscimenti (i premi Viareggio e San Pellegrino) che forse nem­meno in vita si sarebbe aspettato. Postuma arriva sempre nel 1954 la prefazione a È fatto giorno di Carlo Levi, conosciuto nel 1946 e subito considerato il proprio mentore da un giovane Rocco Sco­tellaro che, ritornato nella propria terra dopo la morte del padre (1942), si immerge nel sociale con la stessa passione di cui sono fatti i suoi versi.
È quasi, a guardarlo sotto la luce di certo biografismo che sfocia nell’agiografia (‘colpevole’ Carlo Levi), un personaggio in­ventato Rocco Scotellaro; e non a caso Luchino Visconti plasmerà su di lui il suo ‘Rocco’, perché in lui convergono molti aspetti neorealistici. Ma fortunatamente a tenere il lettore saldamente coi piedi a terra arrivano ogni volta le sue poesie: le introvabili poesie che parlano costantemente della sua terra, dei suoi abitanti, visti da dentro, senza retorica, con doloroso realismo. Quel sud poeticamente ritratto negli stessi anni da Alfonso Gatto, viene scovato e scavato da Scotellaro che pare riscoprirlo dopo il periodo trascorso lontano da casa, tra la fine degli anni Trenta e i primis­simi anni Quaranta del secolo scorso. La partecipazione politica attiva innesca nella poetica di Sco­tellaro una nuova carica che deflagra al punto tale che Carlo Levi vedrà una sorta di nuova “Marsi­gliese” («Marsigliese del movimento contadino») nei versi di Sempre nuova è l’alba. Il sentimento di appartenenza si sposa con la volontà di riscatto raggiunto attraverso la rivendicazione del pro­prio ruolo nella vita sociale avanzata dai “vinti” (per usare una categoria manzoniana, del tutto estranea a Scotellaro).
Si potrà, a ragione, dire che i versi di Scotellaro sono carichi di un’enfasi a volte roboante; una con­tinua perorazione. Sono i versi di un uomo morto trentenne che non ha mai avuto modo di met­tere mano al molto – relativamente al vissuto – scritto, per riorganizzarlo e quindi pubblicarlo. Ma questi stessi versi, insieme agli altri, parlano anche di una fragilità dell’uomo che non si è voluta trattare, vedere, considerare criticamente dopo la sua morte. È un dato, questo, che non deve mai essere taciuto per non perdere di vista il punto di origine della sua poetica, e gli sviluppi interni. Al primo entusiasmo, quasi rivoluzionario, subentra inevitabil­mente la delusione successiva all’elezioni del 1948 (e qui ritornano sempre alla mente i versi sere­niani che ritraggono un più che adirato Saba). Se tutto si origina dalla conoscenza diretta del mondo rurale lucano, è proprio attraverso la poesia che viene ricercato il punto di riscatto sia sociale sia culturale: l’elemento popolare, nel quale Maurizio Cucchi rintraccia pure eco del Pascoli, si innerva perciò inevitabilmente nel comune denominatore neorealista di quegli anni. Lo spaccato storico è questo, e non altro. Estrarre perciò Scotellaro dal suo momento storico e dal suo ambiente naturale è impossibile: la lingua e le immagini di cui sono fatte le sue poesie ritraggono la semplicità della sua terra e della sua gente, quel mondo – dicevo prima – dei “vinti” elevati a protagonisti nel momento in cui la storia sta per cancellarli definitivamente. Ma tutto ciò verrà risparmiato a Scotellaro: lui non vedrà gli esiti disastrosi del miraggio economico degli anni sessanta sul sostrato rurale del suo sud. Soprattutto Scotellaro non vedrà mai l’opera di smantellamento dell’epos rurale messa in atto dalla nota lungimiranza di Mario Alicata (lo stesso che non riconobbe la poesia di Goliarda Sapienza), malgrado le lucide e illuminanti parole di tutt’altro segno pronunciate da Montale sulla poesia del poeta-contadino (formula capestro introdotta da Levi).
Rileggere ora Scotellaro non è compiere una di quelle operazioni tipiche del buonismo imperante anche in poesia oggi: è semmai riprendere contatto con una limpida voce che dal passato non poi così lontano continua a parlarci. Certo, bisognerebbe poterlo leggere in una nuova edizione completa e accuratamente condotta, perché non ci si può affidare alle rare antologie che si premurano ogni tanto di conservarcene la memoria, o sperare nella ristampa di un’edizione data oramai per esaurita.

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* Qui una traduzione in tedesco del testo

Ancestrale di Goliarda Sapienza. Appunti di lettura, con una nota impropriamente filologica

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.[1]

Goliarda SapienzaScrivere di Goliarda Sapienza poeta è avventuroso quanto scrivere di lei narratrice: è a tal punto una figura eternamente nuova nel panorama letterario italiano, che spiazza ogni volta la si affronti.
Certo, per l’autrice di L’arte della gioia di pagine importanti sulla produzione in prosa ne sono state scritte negli ultimi anni; ma è per le poesie raccolte in Ancestrale che si naviga praticamente a vista, assistiti soltanto dai contributi critici di Anna Toscano.[2]
Di Ancestrale si sa che è un libro compiuto (ma fino a che punto?) e non una raccolta di poesie ri­trovate: così come lo possiamo fi­nalmente leggere fu probabilmente pensato e organizzato da Goliarda a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento. Si sa pure che, messa la parola ‘fine’ ad Ancestrale, poche altre poesie furono composte, e che in vista di un’eventuale pubblicazione Go­liarda avrebbe comunque voluto rivedere la rac­colta, forse, ipotizzo, per ridurre ridondanze e ripeti­zioni tematiche. Inoltre, da quanto è noto di una lettera di Cesare Garboli a Goliarda, mi è possibile immaginare la fisionomia di quella che potrei definire l’Ur-Ancestrale: una raccolta che presumi­bilmente si apriva con A mia madre e si chiudeva con “È compiuto. È concluso. È terminato”, e all’interno conosceva poesie poi espunte, come una che inizi(av)a “Non so come ma andando” che sarebbe piaciuta in modo particolare a Niccolò Gallo.[3]
Fatto sta che a un certo punto su Ancestrale fu Goliarda Sapienza stessa a far discendere il silenzio; forse per una forma di pudore, tipico di chi è consapevole di non avere ascolto in una ‘società lette­raria’ che at­tende altro dalla poesia; forse per stanchezza mista a orgoglio.
A raccontarci ora alcuni retroscena della raccolta è Angelo Pellegrino; nella prefazione,[4] Pellegrino ricorda il passaggio di mani di queste poesie: dal già ricordato Cesare Garboli a Niccolò Gallo, da Anna Banti a Roberto Longhi (che pure apprezzò i versi). Insomma tutti nomi che sul finire degli anni Cin­quanta avevano il potere di dare il placet alla raccolta. Eppure, anche se Ancestrale incon­trò il gra­dimento (vocabolo intriso di ipocrita pudore) della Banti e di Garboli (in questo caso, si è visto, un gradimento limitato a pochi testi), insieme a quello molto più importante, a ben vedere, di Attilio Bertolucci, non otten­ne quella spinta necessaria per uscire dalle mura private, anzi dalla cas­sapanca nella quale venne riposto. È innegabile comunque che agì più di tutto la netta stroncatura di Mario Alicata (cieco tra i ciechi?).[5]
Ma già questa di Pellegrino è un’interpretazione a seriori, un giudizio che condanna la cri­tica e contemporanea­mente assolve in un certo senso la poesia prima ancora del poeta. Garboli in fin dei conti disse qualcosa di condivisi­bile allora come ora, cinquant’anni dopo (e Goliarda lo sa­peva).[6]
ancestraleEppure Ancestrale è l’inizio di tutto perché Goliarda Sapienza nacque, sconosciuta ai più, come po­eta; a partire dal 1952, in un breve periodo di pausa da impegni di lavoro con Citto Maselli, si fa strada in lei la poesia: «scrivere diventa il suo privilegiato rifugio […], dapprima, solo per giocare con le parole o per liberarsi dai propri pensieri angosciosi, ma col passare degli anni, la scrittura di­venta per lei l’unico modo per non restare “mutilata nel corpo e nella mente”.»[7] Goliarda si scopre poeta di un’intonazione così intimamente lirica che non poteva trovare ascolto né tra gli amici, che nelle poesie vedevano una via per curare la malinconia (come nel caso di Franca Angelini), né tra i critici che Goliarda incontrava nei salotti romani degli anni Cinquanta, così fintamente engagé (si pensi ai versi di Sereni che fotografarono tutto ciò e che fecero risentire Fortini) da costituire la prova provata di una società letteraria ormai imborghesita.
Ogni parola presente in queste poesie è una scelta precisa: esprime un’esigenza di chiarezza inte­riore prima ancora di una manifestazione all’esterno del proprio mondo. Aggettivi, colori, forme verbali, tutto concorre alla creazione di un’espressione che forse ha il suo pendant non tanto nei romanzi, quanto piuttosto nei taccuini: è qui infatti che affiorano simili costrutti che associano più colori, per esempio, nella descrizione di un volto, un paesaggio, un luogo. E come accade nei tac­cuini, anche qui nelle poesie di Ancestrale il mondo di Goliarda si apre attraverso la descrizione di volti, corpi e luoghi. In Ancestrale non c’è Modesta: c’è Goliarda. E questo spiega perché simboli­camente per lei la nascita della poesia a un certo punto è fatta coincidere con l’evento tragico della morte della madre, Maria Giudice.
Sarebbe (e forse è) perciò un errore esegetico leggere Ancestrale sulla scia di L’arte della gioia, quando in realtà sarebbe corretto d’ora in poi guardare al romanzo tenendo in mano le poesie: il ro­manzo di una vita apre squarci sulla lingua e i sentimenti di Sapienza, ma non comprende tutto l’u­niverso poetico di Goliarda. E così varrà anche per Ancestrale il ‘sottotitolo’ suggerito per il ciclo Le certezze del dubbio, ossia Autobiografia delle contraddizioni che a ben vedere non è poi tanto lon­tano da uno dei possibili titoli che Sapienza aveva ipotizzato per la sua raccolta di poesie: quel I luoghi ancestrali della memoria dove, proprio in virtù delle non poche contraddizioni riscontrabili nelle ricostruzioni a seriori del proprio passato, si può ravvisare il leitmo­tiv delle poesie. Sic­ché vale anche qui ciò che afferma Stefania Mazzone: «La memoria è giustizia nella narrazione della vita, il linguaggio vive al femminile, e il segreto vive nel tragico, ma se sve­lato […] diventa dramma eroico, sopravvivenza, saggezza.»[8] E che questa valutazione invero appli­cata alla prosa valga an­che per la poesia lo conferma un altro passo della lettera di Garboli a Goliarda Sapienza nel quale, deli­neando i tratti portanti di Ancestrale, il critico osserva che «una mu­sica inconfondibile», che anima le due poesie fondamentali per lui, ossia A mia madre e “È com­piuto. È concluso. È ter­mi­nato”,[9] emerge da «una musica più ge­nerica», che agita le altre poesie in­tese come variazioni; ma quella nota ‘inconfondibile’ è pure «troppo originale, troppo potente, troppo in centro della terra e nel cuore delle cose, troppo […] da tragedia greca.»[10]
Del resto, mi chiedo, la poesia di Goliarda Sapienza non nasce da un evento tragico che per forza di cose le si stampa eterno nella memoria? Non comincia tutto quella notte del 5 febbraio 1953 quando muore sua madre, Maria Giudice? Capovolto così il “benedetto” tricolon petrarchesco, il ‘canzo­niere’ di Goliarda si apre in mortem per rimanere sempre e soltanto in mortem, perché morto è già da qualche anno anche il padre, Giuseppe Sapienza. Ed è nel segno di questo ricongiungimento nell’ora più estrema che Goliarda scrive per scavare fino alle radici, per trovare quella primordialità del suo essere donna, per ritrovare l’elemento ancestrale dal quale sgorgano le parole che l’hanno convinta della propria vocazione alla scrittura.
Ed è una ricerca che guarda solo a sé stessa: la storia immortalata è quindi riesumata attraverso ri­cordi d’infanzia o dell’adolescenza; il presente è il quotidiano crudo e reale; il futuro, se c’è, è la proiezione dell’attesa di una società che non sia dogmatica e allo stesso tempo figlia di un’utopia come lo è stata lei. Goliarda in poesia vuole liberare le forze della vita e perciò tentare una strada per la felicità (quella stessa felicità che per essere raggiunta in L’arte della gioia porterà l’autrice a mettere in scena tutta una serie di omicidi simbolici, rituali, necessari) attraverso l’uccisione dei propri demoni. Scrittura carnale, è stata definita, ed è vero perché i versi di Ancestrale trasudano passione e sentimenti, amore e sesso senza compromessi, senza pudori.[11]
Una poesia spoglia, essenziale, a tratti aspra, riarsa; una poesia che ha scelto una sua lingua che non ama gli aggettivi (spesso sono i participi passati ad avere una funzione attributiva) e che preferisce a essi i colori per descrivere stati d’animo, per esempio; una lingua tutta contesta di elementi che ap­par­tengono al vissuto quotidiano, capaci di scandire il tempo in ogni suo momento sia nell’ambito della giornata, sia nelle più dilatate stagioni, elementi assimilabili a un certo immaginario crepu­scolare che non pare seguire alcuna moda (se non l’esordio coevo dell’appena scomparso, nel 1953, Rocco Scotellaro), quanto semmai anticipare movenze più tarde come quelle di Patrizia Cavalli. Una lin­gua che predilige un verbo all’infinito a una possibile partitura di coniugazioni; sicché il ri­corso più o meno costante ai verbi all’infinito, anche nella forma riflessiva, si nota sin dalle prime battute: Se­parare congiungere… (p. 19); Non sottrarsi ma accoglierla… (p. 26); Ancora un’ora o due… (p. 30; qui compare un solo verbo per l’appunto all’infinito, “pulsare”, preceduto da un parti­cipio con va­lore attributivo, “dischiuse” [in ri­ferimento alle “mani”]); Non posso chiudere gli occhi. Abbaci­nata… (p. 31); Voglio ricordare. Ma ho pa­ura… (p. 54); Non andare rimani… (p. 77); Non scher­zare… (p. 78); e così di seguito per tutta la raccolta, dove spesso un singolo infinito, o in cop­pia con un altro, accentra in sé tutta l’azione drammatica del testo («A te che hai gli occhi/ azzurri/ e i gesti lenti/ e ti guardi le mani e non mi vedi/ non restarmi vicina/ non cercare/ dalla sabbia calore/ con quel gesto/ che i miei sensi ral­lenta/ e il mio sangue/ trascina/ in tramortite no­stal­gie»; p. 43). Accanto all’uso dell’infinito as­soluto (o presunto tale) risalta pure la rilevante occorrenza di co­strutti negativi, quasi sempre introdotti da “non”: Non sottrarsi ma accoglierla… (p. 26); Non posso chiudere gli occhi… (p. 31); Non questo era previsto… (p. 34); Non potrai più uscire… (p. 35); Non sapevo che il buio… (p. 45); Non ho potuto e in piedi… (p. 47); Non ricordo l’inizio del discorso… (p. 76); Non andare rimani… (p. 77); Non scherzare di notte fuori dall’uscio… (p. 78); Non ab­biamo parole in sentieri… (p. 136); Non c’è niente che possa rallen­tare… (p. 137); per citare alcuni esempi capaci di disegnare la parabola dell’impossibilità pur sem­pre tentata, senza mai traccia di rassegnazione. E non passa inosservata, forse perché riconduce direttamente all’amato Leopardi, e seppure minoritaria nel numero di occorrenze, quasi tutta concentrata nella prima della raccolta, la presenza dell’avverbio “an­cora”, spesso in aper­tura: An­cora un’ora o due… (p. 30); Ancora la me­moria m’ha destata… (p. 42); Ancora una volta… (p. 44); «e il fermarsi è cor­rere/ ancora/ di più» in Non sapevo che il buio… (p. 45); Abbiamo un termine… («Abbiamo un termine/ per restare/ davanti a questa/ finestra/ senza guardare/ Ancora un’ora due/ poi il bisturi del giorno/ sezionatore», p. 85).
Anche l’anafora, o la più semplice ripetizione di termini all’interno di una stessa poesia, marcano in un certo senso lo stile di Goliarda Sapienza poeta, con una palese tendenza d’avvicinamento a un registro volutamente sliricato: tutta A mia madre (pp. 20-22) si regge sull’insistenza della ripeti­zione (Quando/Quando; Nessuno/Nessuno; Potessi/Potessi/potessi; per citare qualche esempio); come pure la poesia È predisposto… (p. 24), nella quale il costrutto si ri­pete per ben tre volte nell’arco dei dodici versi che compongono il testo; o ancora la ripetizione di «S’è chiuso il cerchio» in È compiuto. È concluso. È terminato… (p. 57); tutta A Nica morta nel bombardamento di Cata­nia… (pp. 65-67); la quasi penniana Come potrò resistere alla notte… (p. 80); in Serrare i pugni… (p. 88); tutta A T.M. (pp. 104-6); in L’orma più grande… (p. 131); in Piangendo ci incontrammo fra le barche… (p. 142); in Sapere che tu esisti… (p. 146); fino alla con­clusiva Vorrei all’ombra del tuo… (p. 160), preceduta, però, strategicamente dalla poesia A mio pa­dre (pp. 157-59), vero e pro­prio polo antitetico alla poesia A mia madre, capace di connotare anche nello stile lo scarto verso il quale gravitano le ultime poesie di Ancestrale, quelle che decretano il superamento della morte come elemento di staticità: «Vorrei al ritmo/ del verso/ abbandonarmi ma/ il tempo stringe/ e devo correre/ ancora» recita Goliarda, congedandosi.
Mentre fenomeni come l’elissi dell’articolo, la sintassi nominale che instaura un certo rapporto tra nominalismo e analogismo, l’uso di astrattismi e la resa transitiva di verbi intransitivi, denotano, se non una ascendenza diretta, quanto meno una familiarità con la grammatica ermetica nei suoi aspetti più espressionisti legati, non tanto ai maggiori esponenti (da intendere sub speciem Ungaretti), bensì alle declinazioni “minori” e perciò più vitali proposte da Gatto e De Libero, passando inevitabilmente attraverso la codificazione quasimodiana (dal quale però non discendono assolutamente quegli elementi che potrebbero costituire la “sicilianità” di Ancestrale); fenomeni, questi, caratteristici delle opere pubblicate tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento e perciò facilmente assimilabili dalla giovane e avida lettrice Goliarda Sapienza.
Tutti questi aspetti, per ognuno dei quali bisognerebbe spendere più di un fugace accenno, parteci­pano alla costruzione della caratteristica peculiare di questa poesia “ancestrale”.

Sul versante che chiamo impropriamente filologico le domande che Ancestrale pone sono molte e destinate per ora a rimanere senza risposta. È evidente, a una più attenta lettura, che le poesie rac­colte ora in Ancestrale avrebbero subito una sorta di potatura se fossero state pubblicate a ridosso della loro sistemazione d’autore: le ripetizioni ravvicinate, non solo di sintagmi ma pure di identiche im­magini con leggere variazioni, suggeriscono questa mia considerazione, che attende tanto una con­ferma quanto una sonora smentita.
Alcuni esempi: la mancata uniformità nell’uso della punteggiatura[12] e delle maiuscole a inizio verso avallerebbero la scelta di un’edizione fedele alle carte. Spesso la maiuscola è pre­sente all’ini­zio di un verso, dopo un verso privo di punto fermo (come nel caso della già citata A mia madre); mentre in una diversa sequenza di versi, pur nella stessa poesia, può essere rispettato l’uso corretto («Non an­dare rimani/ l’aria si gela intorno/ alle mia mani/ S’incrinano gli specchi/ Nei tuoi occhi/ l’azzurro ha vuoti/ d’acciaio. Alle tue spalle/ un’altra attesa spalanca i corridoi./ E non ho forza/ di percorrerli ancora/ non ho forza/ di strisciare carponi/ lungo i muri.»; p. 77).
Altre poesie prive di punteggiatura e con maiuscola incipitaria a ogni verso suggeriscono, di contro, una datazione antica assimilabile a quel retrogusto crepuscolare, già indicato sopra in altro contesto, in grado però di strizzare l’occhio alle esperienze del primo Bertolucci e di Caproni.
Un ultimo esempio, forse il più eclatante: le due poesie “Oggetti d’ombra le tue occhiaie…” e Mes­saggio sembrerebbero introdurre il lettore nel laboratorio di Goliarda,[13] senza però in­formare quale delle due stesure sia la prima. Di fatti, se accettassimo come suo naturale modus operandi il proce­dere a levare e non ad aggiungere dettagli ai versi, per non appesantirli e quindi sforare nella prosa, come ci viene suggerito da Anna Toscano,[14] queste due poesie quasi identiche rappresenterebbero un’eccezione ingiustificata, poiché Messaggio si differenzia per la sola quartina iniziale, dopodiché, dalla terzina successiva, il testo prosegue in modo pressoché uguale al componimento della pagina prece­dente (a v. 7 di Messaggio il participio “agitate” viene dislocato a fine verso rispetto alla pre­cedente stesura, forse per ottenere una sorta di chiasmo con “brinate” del v. 6).[15]
Ma le cose, a mio avviso, vanno ben oltre lo stato del dattiloscritto e denunciano invece un problema legato alla cura­tela della raccolta. Passi la volontà di contestualizzare la poesia di Goliarda Sapienza nella storia della poesia italiana; passi la decisione di riportare alla luce la sua voce primigenia; passi ogni altra cosa, ciò non toglie che una “Nota al testo” si rende immediatamente necessaria non appena si inciampa nella doppia ste­sura di una poesia. Mancando però del tutto informazioni sulla natura del dattiloscritto, sulla datazione dei singoli testi, informazioni che dopo cinquanta e più anni si rendono auto­matica­mente necessa­rie, ogni ipotesi per ora rimarrà tale fino a quando qualcuno non metterà le mani su quelle carte per parlarci della nascita, della crescita e, perché no, dell’abbandono di Ance­strale.
Si potrebbe replicare: filologia spiccia o ancor meglio futili dettagli; conoscere, però, lo stato reale dei testi può aiutare a comprendere la storia di questo nuovo capitolo di poesia ritrovata.

© Fabio Michieli

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[alcune poesie tratte da Ancestrale possono essere lettere qui]


[1] Goliarda Sapienza, Ancestrale (prefazione e cura di Angelo Pellegrino; postfazione di Anna Toscano), Milano, La Vita Felice, 2013, p. 19; d’ora in poi Ancestrale.
[2] Anna Toscano, La poesia ancestrale di Goliarda Sapienza, in «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza, a cura di Gio­vanna Providenti, Roma, Aracne editrice, 2012, pp. 191-203; ead., ‘Ancestrale’, finalmente, in Ancestrale, cit., pp. 181-93.
[3] Giovanna Providenti, biografa di Goliarda, riportando parte della lettera trascrive anche questo passo: «Due poesie della raccolta lo hanno colpito in modo particolare: “quella a tua madre (comincia quando tornerò) e l’ultima, quella che comincia È compiuto» (cfr. Giovanna Providenti, La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza, Catania, Villaggio Maori Edizioni, 2012, p. 139). La lettera di Garboli è riproposta nel capitolo Scrittrice (1958-1961) e quindi riconduci­bile a quel periodo, anche se la Providenti non indica la data. Il passo è comunque testimone, se non ne forzo il senso, dei limiti precisi della raccolta che in quegli anni forse ancora non si intitolava Ancestrale, titolo che arriva dopo la can­cellazione di altri, tra i quali Informazione biologica e I luoghi ancestrali della memoria (ivi, p. 138). Per quanto ri­guarda la poesia “Non so come ma andando”, a ricordarne il titolo è la stessa Goliarda in una lettera a Citto Maselli ri­portata sempre nella biografia: «Cittino caro, sono da Franca. Come stai? Ho telefonato a Cesare, il quale mi ha detto che Gallo ha portato a Firenze le poesie e le ha date alla Banti che le avrebbe lette. […] A Gallo è piaciuta molto anche Non so come ma andando – ti ricordi? / Una cosa importante, non per la pubblicazione ma per me, è che la sera che Gallo è stato con la Banti mentre loro parlavano le ha lette Longhi (il marito della Banti) il quale era entusiasta. Pensa un po’!! Mi sembra così strano in fondo ero convinta prima della prova Gallo-Longhi, che a noi piacessero perché le ho scritte io ma adesso sono un po’ rassicurata» (ivi, p. 139).
[4] Angelo Pellegrino, ‘Ancestrale’ ritrovato, in Ancestrale, cit., pp. 5-16.
[5] A distanza di anni, nell’ottobre del 1980, dopo l’esperienza del carcere, Goliarda consegnerà questa nota al proprio taccuino: «Fra le altre accuse nascoste e palesi viene fuori chiaro e preciso da parte di Citto e del suo clan che sono in colpa non solo con la società borghese, ma cosa più grave con la classe dei lavoratori: colpa senza appello, esatta­mente come quando cominciai a scrivere poesie d’amore e le diedi ad Alicata, venendo bollata come borghese indivi­dualista che invece di scrivere per la causa del proletariato scrive del privato, d’amore» (cfr. Goliarda Sapienza, Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989, Torino, Einaudi, p. 117).
[6] Sempre nella già ricordata lettera, Garboli si esprimeva in questi termini: «non sono cose [le poesie], così mi pare, che vogliono essere lette e giudicate belle o brutte, o, per lo meno, vogliono questo soltanto un momento dopo: prima di tutto, vogliono essere capite.” Un giudizio questo che non mi pare così tranchant come invece risulta dalla prefazione di Ancestrale dove Pellegrino cita un’altra lettera di Garboli ma non questa. Ricostruzione parziale? Volontà di riscrivere una storia prima ancora che una storia sia stata scritta? Non saprei; ma è evidente che le pagine di Gio­vanna Providenti messe al confronto con quelle di Angelo Pellegrino in alcuni punti stridono, e stridono là dove incon­trano i nomi dei critici influenti proprio negli anni in cui prendeva forma e vita Ancestrale (si veda qui sopra la nota n. 3).
[7] Giovanna Providenti, La porta aperta, cit., p. 107.
[8] Stefania Mazzone, Goliarda Sapienza: del femminile eversivo della scrittura, in Giovanna Providenti, La porta è aperta, cit., pp. 177-82, in part. p. 178.
[9] Ora in Ancestrale, cit., pp. 20 e 57.
[10] Giovanna Providenti, La porta è aperta, cit., p. 139.
[11] «Con la gioia/ dell’occhio voglio/ amarti straniero/ nemico/ uomo amante/ nemico/ Tu non sei padre/ di donne come vuoi/ sembrare/ e se lo sguardo/ addolcisci la/ bugia del tuo/ sesso s’affila/ in una lama/ Io non temo il/ col­tello/ contenere posso/ il suo assalto senza/ sforzo e rubarti/ lo sperma donna/ e ladra la/ natura m’ha/ fatta per godere/ e rubare/ e sottrarti la/ vita che tu temi/ di dare uomo avaro/ che sperperi/ nei dubbi dell’essere/ o del non essere/ il tuo pene» (Ancestrale, cit., pp. 155-56).
[12] Anche se una nota a p. 17 informa che tale «uso della punteggiatura rispetta il manoscritto originale», adottando perciò un criterio prettamente conservativo.
[13] Ancestrale, cit., pp. 108-10.
[14] Anna Toscano, ‘Ancestrale’, finalmente, cit., pp. 181-93.
[15] «Oggetti d’ombra le tue occhiaie/ brinate dalla sera in agguato/ le tue mani agitate dal lutto della notte// Dalla cima del tuo grido/ ora dovrai discendere in quest’albore/ di vetri vagare// Chi segui? Chi ti chiama? Non ascoltare/ il grido del tramonto sfracellato/ nell’ombra del cortile/ il cerchio del tuo gesto/ nella sabbia devi tracciare// Nell’ombra del tuo petto accartocciato/ il verme scava fra i tendini le vene/ si nutre del tuo sangue/ della saliva si abbevera// Innestato allo scheletro quel pianto/ scordato/ ramifica fra i tendini, le vene/ raggelando il tuo gesto il tuo calore» (p. 108); Messaggio, «All’alba sono entrati/ in due dalle imposte socchiuse/ hanno posato sul tavolo una pietra/ una scatola chiusa un pezzo di pane// Oggetti d’ombra le tue occhiaie/ brinate …» (Ance­strale, cit., pp. 109-10).