Roberto Saviano

Tutta colpa di Don Chisciotte, o Chi ha incastrato Amélie Poulain? (di Edoardo Camassa)

Inutile girarci intorno: questo articolo, che da un po’ di tempo a questa parte ho visto circolare su molte bacheche di Facebook, è un ottimo esempio di come non si deve parlare di un film, di un testo letterario, di un’opera d’arte e più in generale di un prodotto di finzione.
Cominciamo dal titolo: Perché Amélie è stata la rovina di una generazione di ragazze. A me sembra già di per sé ridicolo. Lo diventa però ancora di più se lo trattiamo alla stregua di una funzione proposizionale a due entrate, se cioè consideriamo «Amélie» e la «generazione di ragazze» come fossero due variabili e vi sostituiamo altri termini. Quello che propongo è chiaramente un esercizio ludico, ma può comunque aiutarci a cogliere meglio l’assurdità di certe affermazioni. «Perché Madame Bovary è stata la rovina di tanti matrimoni», o «Perché don Pietro è stato la rovina di una schiera di Napoletani» (dove in entrambi i casi viene rispettato il rapporto espresso dal titolo originale dell’articolo: finzione artistica → realtà). «Perché Grand Theft Auto è stato la rovina di svariati ragazzi» (spostandoci sul terreno dei videogiochi, e impostando il nesso più generale finzione → realtà). Si potrebbe addirittura tentare un «Perché Amadigi di Gaula è stato la rovina di Don Chisciotte» (se mettiamo tutto sul piano della finzione specificatamente letteraria e stabiliamo la relazione letteratura di primo grado → letteratura di secondo grado).
Il titolo, che è a ben vedere una tesi, nell’articolo viene a suo modo dimostrato. Peccato che si abbia a che fare con una dimostrazione del tutto inconsistente. Per mostrarlo, parto da un esempio testuale:

Tuffare la mano in sacchi di legumi che non le appartengono sembra la sua [= di Amélie] principale occupazione. Memori e motivate da questo insegnamento sulle gioie del tatto, le mie compagne di scuola accarezzavano moquette luride come fossero gattini e poi andavano al bar a infilare le dita nelle ciotole dei salatini, irritando me e i germofobici di tutto il mondo.

Lieto che l’autrice, certa Sofia Torre, sia all’oscuro di quel che accade nelle cucine, dato che le mani possono toccare cose ben peggiori delle moquettes e non essere poi lavate (con buona pace dell’HACCP). Ma comprendiamola: è germofobica, e vale sempre il detto per cui se l’occhio non vede il cuore – e qui direi anche il sistema immunitario – non duole. Ma questa è una considerazione marginale. Come pure è marginale osservare che la sua doveva essere una scuola di emerite cretine.
Passi come quello sopra riportato inducono a pensare che l’articolo sia stato scritto nell’intento di delectando monere (intendendo il motto nella sua forma peggiore e più degradata). Ormai va di moda: scherzare e spararle grosse mentre si lasciano passare surrettiziamente, e oserei dire slealmente, idee insostenibili; perché tanto poi si può sempre dire che era tutto un gioco. Va di moda innanzitutto negli articoli che compaiono su riviste elettroniche, su e-zines del genere di «Vice» e appunto «The Vision». L’aspetto più irritante di questi articoli è che i loro autori tengono a far vedere di non prendere nulla sul serio, neanche loro stessi. Siamo più che mai dalle parti del postmodernismo di maniera, dove tutto è travolto dall’ironia e dall’autoironia. Ironia e autoironia, occorre aggiungere subito, che sono solo di facciata e servono unicamente allo scopo di prevenire obiezioni. Si tratta dunque di una strategia complessiva per sottrarsi alle responsabilità del discorso apofantico, assertivo: il continuo slittamento dal tono serio (o semi-serio) al tono faceto vuole impedire al lettore di confermare o smentire quanto legge. Per non cadere in questa trappola si può fare solo così: prendere questi articoli seriamente e valutarne l’efficacia logica e argomentativa. Proviamoci.
A me pare un pochino discutibile e difficilmente dimostrabile, statistiche alla mano, che le misure igieniche abbiano subìto un drastico cambiamento in peggio dopo la comparsa del film di Jeunet. Come mi sembra perlomeno dubbio (sì, è un eufemismo anche questo), per fare un altro esempio, che da quando è uscito Psycho le imbalsamazioni delle madri abbiano subìto un’impennata.
Con questo non voglio dire che non ci sia nessuna relazione tra finzione e realtà, attenzione. Prima mi rifacevo all’esempio di don Pietro, e il caso della camorra può far luce su parecchie cose. In effetti, in molti hanno notato che i camorristi spesso si atteggiano come personaggi finzionali, alla don Pietro per intenderci. In Gomorra Saviano lo spiega molto bene. Siamo nella seconda parte, al quarto capitolo: Hollywood. Il nome del capitolo è programmatico. La voce narrante si serve del «si» impersonale per esprimere proprio un’idea del genere, che i camorristi reali in una certa misura imitano quelli del grande schermo:

Si racconta a Casal di Principe che il boss aveva chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella del gangster cubano di Miami, Tony Montana, in Scarface. Il film l’aveva visto e rivisto. L’aveva colpito sin nel profondo, al punto tale da identificarsi nel personaggio interpretato da Al Pacino. E effettivamente il suo volto scavato poteva sovrapporsi, con qualche fantasia, al viso dell’attore (cito dall’edizione Mondadori 2006, p. 267). (altro…)

proSabato: Roberto Saviano, La lezione

 

Questo libro lo dedico a tutti i carabinieri
della mia scorta.
Alle 38.000 ore trascorse insieme.
E a quelle ancora da trascorrere.
Ovunque.

La lezione

“Erano tutti intorno a un tavolo, proprio a New York, non lontano da qui.”
“Dove?” chiesi d’istinto.
Mi guardò come a dire che non credeva fossi tanto idiota da fare simili domande. Le parole che stavo per sentire erano uno scambio di favori. La polizia, qualche anno prima, aveva arrestato un ragazzo in Europa. Un messicano con passaporto statunitense. Spedito a New York, l’avevano lasciato a bagnomaria, immerso nelle acque dei traffici della città evitandogli la galera. Ogni tanto spifferava qualcosa, in cambio non lo arrestavano. Non proprio un confidente, piuttosto qualcosa di molto vicino che non lo facesse sentire un infame ma nemmeno un silenzioso e omertoso affiliato di granito. I poliziotti gli chiedevano cose generiche, non circostanziate al punto da poterlo esporre con il suo gruppo. Serviva che riportasse un vento, un umore, voci di riunioni o di guerre. Non prove, non indizi: voci. Gli indizi sarebbero andati a cercarseli in un secondo momento. Ma ora questo non bastava più, il ragazzo aveva registrato sul suo iPhone un discorso durante una riunione a cui aveva partecipato. E i poliziotti erano inquieti. Alcuni di loro, con cui avevo un rapporto da anni, volevano che ne scrivessi. Che ne scrivessi da qualche parte, facendo rumore, per testare le reazioni, per capire se la storia che stavo per ascoltare fosse davvero andata come diceva il ragazzo o non fosse invece una messa in scena, un teatrino costruito da qualcuno per adescare chicani e italiani. Dovevo scriverne per creare movimento negli ambienti dove quelle parole erano state dette, dove erano state ascoltate.
Il poliziotto mi aspettò a Battery Park su un piccolo molo, senza cappellini impermeabili o occhiali da sole. Nessun ridicolo camuffamento: arrivò vestito con una T-shirt coloratissima, ciabatte e il sorriso di chi non vede l’ora di raccontare un segreto. Parlava un italiano pieno di inflessioni dialettali, ma comprensibile. Non cercò nessuna forma di complicità, aveva ricevuto ordini di raccontarmi quel fatto e lo fece senza troppe mediazioni. Me lo ricordo perfettamente. Quel racconto m’è rimasto dentro. Col tempo mi sono convinto che le cose che ricordiamo non le conserviamo solo in testa, non stanno tutte nella stessa zona del cervello: mi sono convinto che anche altri organi hanno una memoria. Il fegato, i testicoli, le unghie, il costato. Quando ascolti parole finali, rimangono impigliate lì. E quando queste parti ricordano, spediscono quello che hanno registrato al cervello. Più spesso mi accorgo di ricordare con lo stomaco, che immagazzina il bello e l’orrendo. Lo so che sono lì, certi ricordi, lo so perché lo stomaco si muove. E a volte a muoversi è anche la pancia. È il diaframma che crea onde: una lamina sottile, una membrana piantata lì, con le radici al centro del nostro corpo. È da lì che parte tutto. Il diaframma fa ansimare, rabbrividire, ma anche pisciare, defecare, vomitare. È da lì che parte la spinta durante il parto. E sono anche certo che ci sono posti che raccolgono il peggio: conservano lo scarto. Io quel posto lì dentro di me non so dove sia, ma è pieno. E ora è saturo, talmente colmo che non ci sta più niente. Il mio luogo dei ricordi, o meglio degli scarti, è satollo. Sembrerebbe una buona notizia: non c’è più spazio per il dolore. Ma non lo è. Se gli scarti non hanno più un posto dove andare, iniziano a infilarsi anche dove non devono. Si ficcano nei posti che raccolgono memorie diverse. Il racconto di quel poliziotto ha colmato definitivamente la parte di me che ricorda le cose peggiori. Quelle cose che riaffiorano quando pensi che tutto sta andando meglio, quando ti si apre una mattina luminosa, quando torni a casa, quando pensi che in fondo ne valeva la pena. In questi momenti, come un rigurgito, come un’esalazione, da qualche parte risalgono ricordi scuri, come i rifiuti in una discarica, sepolti da terra, coperti di plastica, trovano comunque la loro strada per venire a galla e avvelenare tutto. Ecco, proprio in questa zona del corpo conservo la memoria di quelle parole. Ed è inutile cercarne la latitudine esatta, perché se anche trovassi quel posto, non servirebbe a nulla prenderlo a pugni, accoltellarlo, strizzarlo per farne uscire parole come pus da una vescica. È tutto lì. Tutto deve restare lì. Punto e basta.
Il poliziotto mi raccontava che il ragazzo, il suo informatore, aveva ascoltato l’unica lezione che vale la pena di ascoltare e l’aveva registrata di nascosto. Non per tradire, ma per riascoltarsela lui. Una lezione su come si sta al mondo. E gliel’aveva fatta sentire tutta: una cuffia nel suo orecchio, l’altra in quella del ragazzo, che con il cuore a mille aveva fatto partire l’audio del discorso.
“Ora tu ne scrivi, vediamo se qualcuno si incazza… Così significa che questa storia è vera e abbiamo conferma. Se ne scrivi e nessuno fa niente, allora o è una gran balla di qualche attore di serie B e il nostro chicano ci ha presi in giro oppure… nessuno crede alle cazzate che scrivi e in quel caso ci hanno fregato.”
E iniziò a ridere. Io annuivo. Non promettevo, cercavo di capire. A farla, quella presunta lezione, sarebbe stato un vecchio boss italiano, davanti a un consesso di chicani, italiani, italoamericani, albanesi ed ex combattenti dei Kaibiles, i legionari guatemaltechi. Almeno questo diceva il ragazzo. Non informazioni, cifre e dettagli. Non qualcosa da imparare controvoglia. Entri in una stanza in un modo e ne esci in un altro. Hai gli stessi vestiti, hai lo stesso taglio di capelli, hai i peli della barba della stessa lunghezza. Non hai segni d’addestramento, tagli sulle arcate sopracciliari o naso rotto, non hai la testa lavata da sermoni. Entri, ed esci a prima vista uguale a come sei stato spinto dentro. Ma uguale solo fuori. Dentro è tutto diverso. Non ti hanno svelato la verità ultima, ma semplicemente messo al posto giusto un po’ di cose. Cose che prima di quel momento non avevi capito come utilizzare, che non avevi avuto il coraggio di aprire, sistemare, osservare.
Il poliziotto mi leggeva da un’agenda la trascrizione che si era fatto del discorso. Si erano riuniti in una stanza, non troppo lontano da dove siamo ora. Seduti a caso, senza nessun ordine, non a ferro di cavallo come nelle funzioni rituali di affiliazione. Seduti come si sta seduti nei circoli ricreativi dei paesi di provincia del Sud Italia o nei ristoranti di Arthur Avenue, a vedere una partita di calcio in tv. Ma in quella stanza non c’era nessuna partita di calcio e nessuna riunione tra amici, era tutta gente affiliata con gradi diversi alle organizzazioni criminali. Ad alzarsi fu il vecchio italiano. Sapevano che era uomo d’onore e che era venuto negli Stati Uniti dopo aver vissuto molto tempo in Canada. Iniziò a parlare senza presentarsi, non c’era motivo. Parlava una lingua spuria, italiano misto a inglese e spagnolo, a volte usava il dialetto. Avrei voluto sapere il suo nome e così provavo a chiederlo al poliziotto fingendo una curiosità momentanea e casuale. Il poliziotto non provava nemmeno a rispondermi. C’erano solo le parole del boss.
“U munnu de chiri ca cridanu de putì campà cu ra giustizia, con le leggi uguali pe tutti, cu na bona fatiga, la dignità, le strade pulite, le fimmine uguali agli uomini, è solo un mondo di finocchi che credono di poter prendere in giro se stessi. E anche chi gli gira attorno. Le cazzate sul mondo migliore lasciamole agli idioti. Gli idioti ricchi che si comprano questo lusso. Il lusso di credere al mondo felice, al mondo giusto. Ricchi col senso di colpa o con qualcosa da nascondere. Who rules just does it, and that’s it. Chi comanda lo fa e basta. Oppure può dire che invece comanda per il bene, per la giustizia, per la libertà. Ma queste sono cose da fimmine, lasciamole ai ricchi, agli idioti. Chi comanda, comanda. Punto e basta.”
Cercavo di chiedere com’era vestito, quanti anni avesse. Domande da sbirro, da cronista, da curioso, da ossessivo, che con quei dettagli crede di poter risalire alla tipologia di capo che pronuncia quel genere di discorsi. Il mio interlocutore mi ignorava e continuava. Io lo ascoltavo e setacciavo le parole come fossero sabbia per trovare la pepita, il nome. Ascoltavo quelle parole, ma cercando altro. Cercando indizi.
“Voleva spiegargli le regole, capisci?” mi disse il poliziotto. “Voleva che gli entrassero proprio dentro. Io sono sicuro che questo non ha mentito. Garantisco io che non è un cazzaro, il messicano. Giuro sull’anima mia per la sua, anche se nessuno mi crede.”
Ricacciò lo sguardo nell’agenda e continuò a leggere.
“Le regole dell’organizzazione sono le regole della vita. Le leggi dello Stato sono le regole di una parte che vuole fottere l’altra. E nui nun cci facimu futte e nessunu. Ci sta chi fa soldi senza rischi, e questi signori avranno sempre paura di chi invece i soldi li fa rischiando tutto. If you risk all, you have all, capito? Se pensi invece che ti devi salvare o che puoi farcela senza carcere, senza scappare, senza nasconderti, allora è meglio chiarire subito: non sei un uomo. E se non siete uomini, uscite subito da questa stanza e non ci sperate nemmeno, ca cchiu diventati uamini, mai e poi mai sarete uomini d’onore.”
Il poliziotto mi guardava. I suoi occhi erano due fessure, strizzati come per mettere a fuoco quello che ricordava benissimo. Aveva letto e ascoltato quella testimonianza decine di volte.
“Crees en el amor? El amor se acaba. Crees en tu corazón? El corazón se detiene. No? No amor y no corazón? Entonces crees en el coño? Ma pure la fica dopo un po’ si secca. Credi in tua moglie? Appena finisci i soldi ti dirà che la trascuri. Credi nei figli? Appena non gli dai danaro diranno che non li ami. Credi in tua madre? Se non le fai da balia dirà che sei un figlio ingrato. Escucha lo que digo: tienes que vivir. Si deve vivere per se stessi. È per se stessi che bisogna saper essere rispettati e poi rispettare. La famiglia. Rispettare chi vi serve e disprezzare chi non serve. Il rispetto lo conquista chi può darvi qualcosa, lo perde chi è inutile. Non siete rispettati forse da chi vuole qualcosa da voi? Da chi ha paura di voi? E quando non potete dare niente? Quando non avete più niente? Quando non servite più? Siete considerati como basura. Quando non potete dare nulla, non siete nulla.”
“Io,” mi diceva il poliziotto, “lì ho capito che il boss, l’italiano, era uno che contava, uno che conosceva la vita. Che la conosceva veramente. Quel discorso il messicano non può averlo registrato da solo. Il chicano è andato a scuola fino a sedici anni e a Barcellona l’hanno pescato in una bisca. E il calabrese di questo tizio come faceva a inventarselo un attore o un millantatore? Che se non era per la nonna di mia moglie non avrei capito nemmeno io queste parole.”
Discorsi di filosofia morale mafiosa ne avevo sentiti a decine nelle dichiarazioni dei pentiti, nelle intercettazioni. Ma questo aveva una caratteristica insolita, si presentava come un addestramento dell’anima. Era una critica della ragion pratica mafiosa. (altro…)

Sud – in caso di arte

Nuovo Cinema

Da quando sono tornato in Sicilia mi imbatto spesso in una specie di equivoco critico per il quale certe rappresentazioni del Meridione sono viste dai meridionali come un giudizio sprezzante nei confronti loro e della loro terra. Un mio amico, peraltro molto intelligente e di ottimi gusti artistici, si è recentemente scagliato pubblicamente e un po’ per gioco contro Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, definendolo “una cagata pazzesca” che svalorizza la Sicilia raccontandola in un modo anacronistico e attraverso il punto di vista di uno “snobbettino” che una volta partito sembra vergognarsi delle proprie origini “avendo evidentemente conservato il cervello di un paesanello coi sensi di inferiorità”. Ora, il mio amico non ha in generale tutti i torti, nel senso che in Tornatore c’è spesso un indugiare compiaciuto nel vintage, ma non mi pare il caso di Nuovo Cinema Paradiso, che è piuttosto il ritratto sincero e commosso di un mondo che non può che essere perduto e ricreato, visto che fa tutt’uno con l’infanzia del protagonista. Che peraltro da adulto non ha niente di snobbettino e non pare vergognarsi affatto delle sue radici, pur essendosene drasticamente allontanato. Mi colpiscono invece questi trattamenti ideologici dell’arte, questa specie di rancore, molto intellettual-siciliano, verso ogni rappresentazione trasfigurata dei nostri luoghi. Lì forse c’è davvero un complesso irriducibile di inferiorità (che è l’altra faccia di un altrettanto irriducibile complesso di superiorità) di noi isolani e in generale di noi meridionali. Se dico ideologico è perché tutte le ideologie sono nette e unilaterali, e finiscono insomma per vedere un aspetto solo delle cose, quello più utile al loro discorso e quasi sempre l’aspetto più superficiale, che nell’arte finisce per coincidere con quei referenti di realtà sui quali la finzione si è innestata. Ma se è inevitabile che ogni opera d’arte parta da presupposti reali, inevitabilmente poi da quei presupposti si allontana e si emancipa. Quando cioè Tornatore parla della Sicilia non parla SOLO della Sicilia, come Garcia Marquéz quando parla del Sudamerica non parla SOLO del Sudamerica e Montale quando parla della Liguria non parla SOLO della Liguria. La Sicilia gioca invece in questo caso il ruolo di una periferia che sta anche per le altre periferie del mondo, sconvolte nel bene e nel male da quegli effetti di immaginario che un centro emittente ha prodotto con i suoi film, rendendo inadeguata la vita che si faceva prima, cambiandola nei sogni e nelle aspirazioni (sulla condizione della perifericità scossa e travolta da cambiamenti arrivati da lontano, consiglio L’idillio ansioso. “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e la letteratura delle periferie di Stefano Brugnolo). Ma per sentirsi periferici non occorre essere per forza abitanti delle periferie in un senso strettamente geografico, basta percepirsi improvvisamente defilati e in ritardo rispetto a un qualche importante mutamento generale in corso, come la rivoluzione della bellezza e dei costumi che investe gli abitanti di Giancaldo. Credo sia per questo che Nuovo Cinema Paradiso è piaciuto e piace ancora ovunque, a meno di non pensare che fuori della Sicilia la gente provi piacere a sentir parlare male o in modo sminuente della Sicilia e dei siciliani.

L’interpretazione parziale e regionalistica è d’altronde uno dei pregiudizi interpretativi che Francesco Orlando ha cercato di smentire nel saggio L’intimità e la storia: lettura del “Gattopardo”, a proposito del capolavoro del suo maestro diretto Tomasi di Lampedusa. La domanda che si poneva Orlando era delle più semplici ed empiriche: com’è possibile che un romanzo definito “siciliano” e a volte addirittura “borbonico” ha ottenuto un successo portentoso in ogni parte del mondo, lontanissimo dalla Sicilia e dalla vicenda risorgimentale italiana? Badiamo che domande simili possono essere poste per ogni grande opera letteraria, solo apparentemente vincolata a un contesto e in realtà capace di parlare all’umanità di ogni tempo e ogni luogo. Nel caso del Gattopardo abbiamo a che fare con il declino di una classe, quella aristocratica, raccontato però, ci dice Orlando, da un punto di vista interno all’aristocrazia stessa, cosa che mai era avvenuta nel romanzo europeo fino a quel momento. Il pathos della consunzione di un intero mondo giudicato dalla Storia obsoleto e tramontato non è certo però un esclusivo sentimento della nobiltà ottocentesca siciliana al tempo dell’unificazione, rispetto alla quale la nascita del romanzo è peraltro distante molti decenni (da qui l’accusa di tradizionalismo e ritardo culturale espressa da Vittorini, che lo rifiutò per Einaudi, cadendo in uno dei più grossi malintesi della storia editoriale italiana). Nemmeno l’appartenenza dello stesso Tomasi a una nobiltà ormai ampiamente decaduta basta a congedare la sua opera come il testamento di una classe sociale. Se Il Gattopardo ha ormai il valore di un classico, ed è tradotto e letto in ogni altro continente, questo avviene perché in effetti attraverso la condizione di una certa aristocrazia siciliana ha raffigurato una condizione periferica essenziale, il sentimento del sentirsi tagliati fuori dalla Storia, isolati e pronti a essere sostituiti dal nuovo che avanza. Per dirla con Matte Blanco (il cui pensiero avevo provato a spiegare qui), per effetto di quella logica simmetrica che prevale nelle nostra emotività e che generalizzando tratta l’individuo come se fosse la categoria, la Sicilia di Tomasi sta per tutte le Sicilie del mondo, per tutte le province del mondo, per tutte le periferie fisiche e mentali del mondo. Ogni esperienza estetica è di fatto esperienza di una infinita estensione del senso, e per questo nessun referente reale, come dicevo all’inizio, può bastare a spiegare un’opera d’arte. Rispetto a Nuovo Cinema Paradiso c’è naturalmente una ben diversa enfasi portata sui cambiamenti epocali, un giudizio sul Tempo filtrato attraverso la lucida coscienza del Principe di Salina. Che non è affatto, sostiene Orlando nel saggio (e anche a un certo punto in una lunga e appassionante intervista, per chi vuole qui), l’eroe di un inveterato immobilismo siciliano, il preteso avversario di ogni progressismo. Consapevole della necessità del cambiamento, dietro la sua assenza di illusioni si nasconde invece un’invincibile capacità di illudersi ancora; per effetto di quella logica della negazione freudiana che nega per affermare, dichiara che tutto è inutile proprio perché ne sente l’utilità; dice insomma “non ci spero per dire segretamente ci spero”.

Quest’ultima constatazione dovrebbe anche farci riflettere su quanto siano ambigue le ideologie trasferite nell’arte: un campione dell’aristocrazia come don Fabrizio può diventare al tempo stesso il segreto portatore delle istanze opposte agli interessi della sua classe. Se dunque il Sud raccontato non è mai esattamente il Sud reale, a questo sfalsamento se ne aggiunge un altro, quello tra testi letterari e discorsi ideologici. Pur potendo cioè partire da visioni del mondo forti, da sistemi valoriali ferrei, qualunque opera d’arte, come nel caso del Gattopardo, saprà comunque dirne al tempo stesso il rovescio e le contraddizioni. Per questo risulta improprio il trattamento colpevolizzante che un particolare filone di studi, che prende le mosse da Edward Said, riserva a un certo tipo di letteratura, accusata di essere strumento di potere (rinvio a S. Brugnolo, “Obiezioni a Said”, Between, I.2 (2011), http://www.between-journal.it/). Said si scaglia in particolare contro il discorso che l’Occidente farebbe da sempre sull’Oriente per tenerlo soggiogato e sotto controllo, chiuso dentro un’immagine esotica e immobile. Per questa ragione si parla da qualche anno e sempre più insistentemente anche di una “orientalizzazione” del Meridione italiano, rappresentato in una mescolanza di pittoresco e drammatica arretratezza. Ho letto da poco Cristo si è fermato a Eboli, e insieme alla descrizione di una Lucania disperata per malaria e povertà sentivo però anche una fascinazione che andava ben oltre il semplice pittoresco. Levi ci presenta cioè il paese di Gagliano come un luogo in cui possono ancora adempiersi parti di noi faticosamente rinnegate, il desiderio della stasi contro la necessità del divenire, il pensiero magico e superstizioso contro quello razionale. Gli orientalisti diranno che il trucco è proprio quello, dare il contentino dell’esotismo inchiodando al tempo stesso il Sud a un destino storico senza riscatto. Ma la lucanità come la sicilianità come la sardità come la napoletanità sono classi logiche da assumere in modo ampio, o nel confronto ingenuo con i loro referenti reali non potranno che sembrarci maschere eccessive e false; o al peggio, come per Said, riformulazioni ideologiche del mondo. Prendiamo il caso limite della letteratura d’inchiesta, alla Saviano, a volte sorprendentemente contestato dall’opinione pubblica: parlando con napoletani, mi è sembrato che il problema non fosse l’evidenziazione del fenomeno camorrista, quanto la narrazione e il colore aggiunti a questa, e quindi, per così dire, gli aspetti letterari, che creavano una certa immagine totalizzante della Campania. Che poi è appunto quello che fanno tutti i processi estetici, dove prevale la logica simmetrica. Pur partendo insomma da aspetti reali (c’è qualcosa di vero in un Sud più arretrato e superstizioso del Nord), l’arte poi li potenzia, li oltrepassa, li rende universali. Quando però questa espansione del senso viene ignorata, si finisce per attribuire alla letteratura poteri e responsabilità che non ha rispetto alla realtà concreta: se l’Oriente è così, è anche perché certi scrittori lo hanno a loro volta colonizzato con le loro opere; se il Sud è così, è anche perché la letteratura e il cinema lo hanno rappresentato in un certo modo; e così via. Mi viene in mente il romanzo di uno scrittore belga simbolista, Bruges-la-Morte di Georges Rodenbach, che dava della città un’immagine provinciale, sonnolenta e luttuosa proprio negli anni in cui questa cercava di riprendersi nei commerci grazie alla realizzazione di un nuovo porto. Rodenbach fu insomma accusato di avere “orientalizzato” Bruges mentre i suoi abitanti cercavano di “occidentalizzarsi” definitivamente. Non pare che la ripresa economica della città sia avvenuta di meno a causa del romanzo, né che il romanzo abbia funzionato e funzioni di meno per non essere stato un reportage esatto.

@Andrea Accardi

 

da “La neve” di Francesco Filia

La neve

[Parlare di “raccolta” per il libro di Francesco Filia,  La neve, sarebbe un  errore. Siamo davanti a un poema strutturato in frammenti, trenta di preciso, che danno uno spaccato della quotidianità di Napoli, vista dall’interno: piazze insanguinate, voglie di fuga, e sbalordimento per le luci che si vedono in fondo alle piccole strade cittadine. Trenta frammenti, con dei richiami strutturali all’Inferno dantesco, ma con lievi modifiche perché la letteratura contemporanea, quella dell’ultimo decennio, non può che tentare un avvicinamento alle “chiusure” dei grandi modelli, poi astenendosi, per scelta antimanierista, dalla piena mimesis. Ci era riuscito H. M. Enzensberger, nel suo poema sulla “decadenza” della civiltà occidentale, La fine del Titanic, precisamente ripartito in trentatré cantiche. Ma erano anni di “fondazione” di “nuovi classici”. Ora la “chiusura” è solo tentata. La dialettica, analizzata da Luciano Anceschi, tra “poesia come arte anacoreta” di cui parlava Benn e la  leopardiana poesia come “accrescimento di vitalità” si ritrova in questo poemetto, sia nel linguaggio crudo che non nega nulla alle aperture liriche, sia nel verso lungo che ricorda l’endecasillabo falecio di Lavorare Stanca di Cesare Pavese. Il libro è imperniato su una negazione, su un “non-essere” e sulla distanza, già, perché la neve a Napoli non c’è se non colta nella distanza del Vesuvio. Negazione dell’esserci innevata dall’apertura alla fuga, la fuga nel paesaggio che sfuma di cui parlava il grande geografo dell’Ottocento, Alexander von Humboldt. Qui la neve è sogno purificatore ed è tensione, repressa, a ricercare – o sognare – uno spiraglio di freschezza nel degrado afoso e claustrofobico della città d’origine. Napoli, colta nel Novecento nelle sue sfumature “fiabesche” ed al contempo “reali” dalla romana Anna Maria Ortese, in questi anni torna al centro di scritture di successo e di scritture di respiro filosofico. La neve è tra questi ultimi. Per concludere: ho capito molto più su Napoli in Futuro semplice di Gianni Montieri – e nei suoi inediti da (Sud) in caso di morte – e in La neve di Francesco Filia che in tutti gli studi, i bestseller, i film e i reportage su questa città. Come avrebbe detto Sanguineti a proposito di Pavese e Pagliarani, Montieri e Filia “sognano la realtà”. Ed è proprio grazie a questo sognare la realtà e il linguaggio che la poesia riesce ad arrivare dove il reportage “realista” non può.

L. M.]

di Francesco Filia

(I frammento, Napoli 2007)

…noi siamo già quel che voi
sarete domani.

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.
E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo tra
risate e un copo di clason. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. È tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.

(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli


La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso…un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle alcrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno.
Ogni gesto conduce a questo gelo di piazze senza nome
a un orrore di statue erette da millenni
alle nostre sagome impresse sul selciato a queste braccia
che ti chiedono di non abbandonare una terra di colline
e radici, marce, di non aspettare che sia troppo tardi
per dire: “Sì!”
Di ascoltare il rumore sordo di questi vicoli, il sottofondo
d’imprecazioni e vite ostinate, di fissare il niente e il suo contrario
negli occhi del ragazzo che ti punta la pistola al petto e
solo allora potremo dire di esser pronti a rinascere, quando
non ci guarderemo più alle spalle o quando finalmente
non avremo paura di dire: “addio!”

(XX frammento, Napoli 2007)


A volte si ritorna per capire se qualcuno o qualcosa
riconoscerà i nostri lineamenti ispessiti, la fosforescenza
che attraversò la nostra adolescenza, l’ardore
che avvampa le notti e le albe che ci ha reso
vivi, per specchiarsi nei vetri infranti del passato
nelle voci imprigionate tra marciapiedi e mura
per risolvere l’enigma che ancora ci divera per
capire che siamo, sempre, quel che non abbiamo
voluto, tra macerie che seguono i nostri passi
e una città che ci ha voltato le spalle.

(Ultimo frammento, Napoli 2010)


Quando sarò, veramente, disperato non parlerò più in
prima persona per dire…Aspetto il mio turno, che so
Non verrà mai!
Quante, quali parole mi serviranno per dire di nuovo
Nascita, morte, ancora…per sempre?
Quando la polvere si dirada restano
macerie e detriti, mura sberciate e la certezza che non è
rimasto nessuno per raccontarlo, ma solo silenzio e radici
rinate sotto l’ultima neve che cade…nera…Accecante.