Roberto Saporito

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni ottanta (Bonus track)

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Nello scorso settembre abbiamo pubblicato a puntate il romanzo breve di Roberto Saporito: Mi ricordo gli anni ottanta. Qui le quattro puntate #1 #2 #3 #4 . Pubblichiamo oggi “Bonus track”. Gli anni ottanta non sono mai finiti, a quanto pare, buona lettura.

 

***

Mi ricordo il mio primo walkman… Mi ricordo che tutte le mattine nel tragitto, breve, tra casa e scuola, per buona parte dell’anno scolastico 1981, mi ha accompagnato la cassetta dei Joy Division “Closer”… Un’autentica ossessione…

 

Mi ricordo i (miei) migliori dischi del 1980:

 

Killing Joke “Killing Joke”

Pink Military “Do Animals Believe in God”

Dead Kennedys “Fresh Fruit for Rotting Vegetables”

The Feelies “Crazy Rhythms”

John Foxx “Metamatic”

The Cramps “Songs The Lord Taught Us”

Ultravox “Vienna”

Joy Division “Closer”

Gaznevada “Sick Soundtrack”

Krisma “Cathode Mamma”

Talking Heads “Remain In Light”

Tuxedomoon “Half-Mute”

The Cure “Seventeen Seconds”

Gary Numan “Telekon”

Gun Club “Fire Of Love”

Japan “Gentlemen Take Polaroids”

Bauhaus “In The Flat Field”

X “Los Angeles”

The Sound “Jeopardy”

Young Marble Giants “Colossal Youth”

Elvis Costello “Get Happy!!

(altro…)

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #4 (ultima puntata)

 

 

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta # 4 (ultima puntata)

(Leggi anche le prime tre puntate  #1  #2  #3)

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Mi ricordo i (miei) migliori film del 1981:

  • “Cristiana F. (Noi i ragazzi del zoo di Berlino)” di Ulrich Edel
  • “Storie di ordinaria follia” di Marco Ferreri
  • “Blues Brothers” di John Landis
  • “Gente comune” di Robert Redford
  • “Shining” di Stanley Kubrick
  • “Ricomincio da tre” Massimo Troisi
  • “Nick’s Movie” di Wim Wenders

(altro…)

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #3

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #3

(leggi anche le prime due puntate Qui #1  e Qui #2)

*

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto vivere a New York…

Mi ricordo quando mi sarebbe piaciuto vivere a Parigi…

Mi ricordo che poi mi sarebbe piaciuto vivere a Barcellona…

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto anche vivere a Venezia…

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto vivere “ovunque”, tranne dove vivevo…e dove continuo a vivere…

Mi ricordo che ricordavo a memoria i nomi dei componenti di buona parte dei gruppi musicali che mi piacevano, come altri, probabilmente, si ricordano i nomi dei giocatori delle squadre di calcio…

Mi ricordo il disco “Alles ist gut” dei tedeschi D.A.F (acronimo dell’indicibile Deutsch-Amerikanische Freundschaft)…mi ricordo che erano in due e facevano una musica elettronica veramente “potente”, come se i Soft Cell avessero deciso di “suonare” come i Suicide…

 Mi ricordo due canzoni sublimi “Uncertain Smile” e “This is the day” di Matt Johnson (ma sotto la “ragione sociale” di The The)…le ricordo insieme, non riesco a dividerle, come se una non potesse esistere senza l’altra, o qualcosa del genere…

Mi ricordo quando un settimanale locale ma “potente” della mia “piccola città” mi ha pubblicato il mio primo racconto…

Mi ricordo il gruppo di Firenze Pankow che canta in un crescendo di tastiere “assassine” e veloci drum machine “God’s Deneuve”…mi ricordo di averli visti in un concerto veramente emozionante…

Mi ricordo la faccia buffa e stralunata di Carlos Perón, il cantante del gruppo di musica elettronica svizzero Yello…mi ricordo i loro video assolutamente “fuori di testa”…

Mi ricordo un gruppo new wave che arrivava dal Belgio…mi ricordo che si chiamavano Names…mi ricordo il loro disco “Swimming” come uno dei più belli di quegli anni…

Mi ricordo un concerto dei Monuments (gruppo di musica elettronica di Torino, un bell’incrocio tra Soft Cell e DAF) presso la facoltà di ingegneria (solo la musica new wave poteva farmi “entrare” nella facoltà di ingegneria) di Torino, presentati, in una sorta di “lezione-concerto” da Alberto Campo…

Mi ricordo il disco “Steve Mc Queen” degli eleganti Prefab Sprout…mi ricordo la loro splendida canzone “Appetite” come si ricorda , che so, un tramonto sul mare in un giorno di fine estate…o qualcosa del genere…

Mi ricordo “Caffè Bleu” degli Style Council…mi ricordo la splendida canzone “The Paris Match”…mi ricordo che per “associazione di idee” ogni volta che ascoltavo quel disco pensavo a Parigi…

Mi ricordo una notte in cui, con la scuola di giornalismo, sono andato a visitare la sede del quotidiano di Torino “La Stampa”…mi ricordo che dopo la visita, insieme ad un mio compagno di corso, abbiamo “visitato” tutte le birrerie della città, fino all’alba…mi ricordo che all’alba siamo entrati nel retro di una panetteria, in piena attività, e ci siamo fatti vendere dei croissant caldi e profumati appena sfornati…mi ricordo Torino di notte, deserta e bellissima…

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #2

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Roberto Saporito – Mi ricorda gli anni Ottanta #2  

(leggi anche la prima puntata)

Mi ricordo un altro video divertente: quello della canzone “One Step Beyond” dei Madness…

Mi ricordo che volevo diventare uno scrittore (e poi, con calma, con moltissima calma, ci sono riuscito)…

Mi ricordo il pop elettronico degli Orchestral Manoeuvres in the Dark…mi ricordo la loro bellissima “Enola Gay”…

Mi ricordo il video dove quattro giovanissimi e scanzonati Depeche Mode cantano l’irresistibile “Just can’t get enough”…

Mi ricordo un libro molto bello: “Scimmie” di Susan Minot…mi ricordo che il minimalismo letterario americano mi è sembrato una corrente letteraria finalmente “mia”…

Mi ricordo il video “patinato” ma suggestivo di “Save a prayer” dei Duran Duran:   una canzone altrettanto “patinata” ma suggestiva…

Mi ricordo un carnevale di Venezia dedicato a Corto Maltese…mi ricordo di essere andato a Venezia vestito da Corto Maltese (con tanto di basette vere fatte crescere per l’occasione) in treno (da Torino)…mi ricordo di essere stato vestito da Corto Maltese per due giorni interi (e relative notti)…due giorni interi di viaggi in treno e “peregrinazioni” per le strade di Venezia…mi ricordo che ero in compagnia di altri due miei amici, ma non mi ricordo assolutamente com’erano vestiti loro…

Mi ricordo un’altra canzone da “brividi”: “Bamboo Houses” di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto…un’altra canzone che “staziona” nella parte alta delle mie canzoni più belle di tutti i tempi…

Mi ricordo, ancora, i Joy Division con una canzone che già allora ti prendeva alla gola e al contempo ti arpionava il cuore: “Love will tear us apart”…

Mi ricordo “Someone, Somewhere in Summertime” dei Simple Minds…mi ricordo che era il 1982…mi ricordo che “finalmente” potevo ballare…

Mi ricordo un concerto “rumorosissimo” dei Sonic Youth al Big Club di Torino…mi ricordo che alla fine del concerto ero sicuro di essere diventato sordo…mi ricordo che per una settimana questa convinzione rimase…

Mi ricordo di aver comprato al mercatino delle pulci di Parigi il disco “Drums and wires” degli XTC…mi ricordo sempre con piacere i dischi comprati in giro per il mondo…

Mi ricordo le Brigate Rosse…

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #1

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Da oggi, per quattro domeniche pubblicheremo un romanzo inedito di Roberto Saporito: Mi ricordo gli anni Ottanta. Oggi la prima puntata introdotta dall’autore. Buona lettura, buon viaggio, buon divertimento e buona nostalgia. (gianni montieri)

*

 

 

Questo “piccolo” libro è liberamente ispirato al libro di Matteo B. Bianchi “Mi ricordo” (Fernandel, 2004), che a sua volta si è ispirato a un libro di Georges Perec “Je me souviens” del 1978, e che a sua volta si ispira al libro di Joe Brainard “I remember” del 1970.

L’idea era semplice: una lista di memorie di poche righe, che iniziavano tutte con le parole “I remember…” (Mi ricordo…).

 Io mi ricordo gli anni Ottanta…

 Io mi ricordo i “miei” anni Ottanta…

***

Mi ricordo gli anni Ottanta #1

 

*

“Le sole cose che appartengono davvero al

passato sono quelle dimenticate.”

(Susan Minot)

 

 

“Il passato remoto rappresenta l’unica innocenza

e pertanto è necessario conservarlo.” (Don DeLillo)

 

 

“La grande fregatura del non avere un futuro,

è credere che il passato sia sempre meglio del

presente. Peccato dover ammettere che certe

volte è vero.”

(Pino Cacucci)

 

 

 

 

 

Mi ricordo che nel 1980 veniva pubblicato il libro “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli…mi ricordo un libro bellissimo…mi ricordo quel libro come l’inizio di un’epoca…

Mi ricordo che era il 1982 e vedevo per la prima volta Palazzo Nuovo (la sede delle facoltà umanistiche di Torino) e che mi sembrava spaventosamente vecchio

Mi ricordo il video della canzone “Fade To Grey” dei Visage

Mi ricordo la New Wave (che ho sempre associato al bellissimo termine francese Nouvelle Vague)…mi ricordo di aver pensato che avevo trovato la mia musica…

Mi ricordo i New Romantic…

Mi ricordo il Dark…

Mi ricordo il Post-Punk…

Mi ricordo il Techno-Pop…

Mi ricordo che tutto aveva un’ etichetta…tutto…

Mi ricordo che il 18 maggio 1980 il cantante dei Joy Division Ian Curtis moriva suicida: aveva ventitre anni…e io diciotto…

Mi ricordo il libro “Le mille luci di New York” di Jay McInerney…

Mi ricordo  “Meno di zero” di Brett Easton Ellis…mi ricordo di aver trovato in quel libro un “metodo di scrittura” che potevo fare in qualche modo mio…

Mi ricordo “Ballo di famiglia” di David Leavitt…

Mi ricordo Fernanda Pivano simpatica “scopritrice” di talenti letterari americani…

Mi ricordo Raymond Carver…mi ricordo di aver pensato la stessa cosa che ho pensato dopo aver letto “Meno di zero”…

Mi ricordo la discoteca Big Club di Torino e le serate New Wave del giovedì “Night for Hero” con Mixo come DJ…

Mi ricordo la discoteca  Tuxedo (sempre a Torino) e le serate New Wave del martedì con Alberto Campo e Renato Striglia…mi ricordo che ballare la musica che mi piaceva era veramente una bella esperienza…

Mi ricordo il concerto memorabile dei Neon (gruppo New Wave di Firenze) a Torino, al Tuxedo…mi ricordo in particolare la canzone “My blues is you”…

Mi ricordo i Japan, i Cure, gli Smiths, Adam & the Ants, i Bauhaus, i Cabaret Voltaire, i Devo, John Foxx, gli Human League, i Joy Division, i Magazine, Siouxsie and the Banshees, i Soft Cell, gli Stranglers, gli Ultravox, gli Associates, i Cars, i Cocteau Twins, i D.A.F., i Gaznevada, i New Order, i The The, gli Orchestral Manoeuvres in the Dark, Gary Numan, i Kraftwerk, i Wire, i Depeche Mode, i Pankow, gli Yello, i Monuments, i Deaf Ear, gli Heaven 17, gli Yazoo, i Pet Shop Boys, i Pink Industry, Echo & the Bunnymen, i Killing Joke, i Wall of Voodoo, i Polyrock, i Dead Can Dance, i Sisters of Mercy, i Names, i Danse Society, gli Scritti Politti, i Souther Death Cult, i Glove, i Wolfgang Press, i B-52’s, i Feelies, i Blancmange, …mi ricordo che la musica era veramente importante…

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Roberto Saporito, Già perché

biennale architettura 2010 - foto gm

Sembra, ogni anno, che la violenza si riveli sempre meno come la capacità,  e sempre più come la pura e semplice opportunità, di fare del male.

(David Foster Wallace, Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso)

 

     Usciamo dal giornale alle due del mattino. Tutti i giorni usciamo alle due, tutti, tranne il sabato e la domenica, che non lavoriamo.
Come tutti i giorni a quest’ora abbiamo una copia del giornale, appena stampato, sotto il braccio. E come tutte le notti, io e il mio collega Andrea, ci fermiamo di fianco alla mia auto e lo sfogliamo con poco entusiasmo. Una volta ci sembrava una cosa sensazionale leggere il giornale prima che la città si svegliasse per andare a comprarlo. Ma ormai!
Questo giornale marchiato di blu, sulla prima pagina in alto a destra, con la scritta “Copia di servizio”, ci imbratta ogni volta le mani. Questo, forse, è l’unico lato negativo del giornale appena stampato.
In prima pagina c’è il resoconto dell’attacco, da parte di un caccia iracheno, alla fregata lanciamissili “Stark”, una delle sette unità della Task Force americana che pattugliano il Golfo Persico.
“Ce la facciamo una birra?” mi chiede Andrea ripiegando il suo giornale.
“Come no!” rispondo io, e dopo essermi guardato la punta delle scarpe, continuo “tanto non ho nessuna voglia di tornare a casa.”
Guidare a quest’ora è sempre un’esperienza rilassante. Si incrociano pochissime macchine, e i pochi semafori funzionanti è come se non esistessero. Una volta però, sempre verso quest’ora, un’auto della polizia ci ha fermati perché siamo passati con l’ennesimo semaforo rosso. Ed è stata una cosa veramente divertente. Andrea aveva fatto il militare, a Salerno, con uno dei due poliziotti, e così invece di multarci, siamo finiti tutti e quattro a bere birra. Finiamo sempre a bere birra in un modo o nell’altro. Sembra quasi che a quest’ora del mattino (o della notte?) non si possa fare niente di meglio che bere birra. Già!
Comunque oggi c’è una ragione in più. Questo vuol dire che la quantità di birra sarà sicuramente maggiore del solito. Non che beviamo poco di solito. Questo non si può proprio dire. E’ solo che questa notte (o mattina?) c’è una ragione in più, o quanto meno io ho una ragione in più. Anche se, forse, quello che è successo prima di uscire di casa per andare a lavorare, è stata unicamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il vaso sono io, ed ero (o sono ancora?) pieno da far schifo.
Non poteva andare avanti ancora per molto tempo questa storia. No, non poteva proprio.
Passo con l’ennesimo semaforo rosso, Andrea sta leggendo la pagina sportiva del giornale, e per poco non prendo un taxi che sfreccia a velocità folle. Inchiodo, e Andrea va a sbattere contro il parabrezza. Inchioda anche il taxi, ma riparte subito sgommando sull’asfalto liscio e scuro.
“Tutto bene?” domando ad Andrea.
“Penso di sì!” dice lui massaggiandosi la fronte. Poi riprende il giornale a dice:
“Tu e la tua mania di passare col rosso.”
Riparto. Lo osservo un attimo. Non mi sembra ferito, ne niente.
I lampioni ci camminano vicini lentamente.
Accendo la radio e gli “X” stanno cantando “Under the big black sun” (Sotto il grande sole nero):
“Cosa ho fatto durante le mie vacanze/ negli ultimi dieci anni./ Ho fatto fotografie della tua città/ profumo scozzese nel mio alito./ Voglio dire che ho bevuto scotch/ mentre giravo per la tua città…”.
Parcheggio la macchina di fronte alla birreria, che non chiude mai. Ma a quest’ora non c’è mai molta gente.
“Salve!” dice Paolo, il padrone del locale.
“Ciao” rispondo indirizzandomi ad un tavolino di legno vuoto.
“Per poco mi ammazzavi” dice Andrea guardandosi in uno specchio, non molto pulito, con la pubblicità della Martin’s Pale Ale, alla ricerca di qualche ferita.
Al terzo giro di birre Andrea dice:
“Tu sei laureato in lettere e filosofia…”
“Gia!” sbadiglio io.
“E vorresti fare il giornalista…” continua lui.
“Già!” ribadisco annuendo vigorosamente.
“E invece di scrivere articoli tuoi, correggi quelli degli altri…” continua lui.
“Già!” sospiro io.
“Perché?” domanda spalancando gli occhi Andrea.
“Già! Perché?” affermo solennemente.
Alle tre e venti ce ne andiamo.
Appena saliti in macchina dico (ed era tutto il giorno che volevo dirlo a qualcuno):
“Sai cosa ho fatto prima di venire a lavorare?”
“No!” dice Andrea distratto.
“Ho ucciso mia moglie e mio figlio, e il gatto” affermo guardando la città che dorme intorno a me.
“Scherzi?” domanda Andrea con un’espressione indecisa negli occhi.
“No!” dico voltandomi per guardarlo, per rendere ancora più sicura la mia affermazione.
“Ma perché?” quasi urla lui leggendo nei mie occhi una verità.
“Già, perché…”

© Roberto Saporito

Quattro e-book in quattromila battute

tanatosi

naspini

domenichini

saporito

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Quattro E-book in quattromila battute

Tanatosi di Antonio Paolacci: Alcuni animali quando sono minacciati come arma di difesa usano la tanatosi. Si paralizzano fingendosi morti. Il protagonista di questo bellissimo racconto è un uomo in fuga da un mondo collassato, fatto di città distrutte da una crisi del sistema senza precedenti. E senza scampo. L’uomo in preda al panico reagisce in maniera diversa dagli animali, non prevedibile. Il nostro protagonista andrà in cerca di suo padre, sparito da trent’anni. Questi vive in un luogo sperduto tra le montagne. Un posto aspro, raggiunto per scelta. L’anziano è ormai più abituato agli animali che agli uomini. Comincia un gioco di silenzi, di muti rimproveri, di accenni d’affetto. La tensione di mille domande senza risposta. Quando si incontrano due solitudini così profonde, quando la distanza è talmente marcata, è probabile che nulla possa ricomporsi. In poche pagine Antonio Paolacci fotografa in maniera perfetta i disagi di questi tempi, sia individuali che collettivi. Un solo scatto, una sola origine o colpa.

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Storia ragionata delle lenti a contatto di Stefano Domenichini: Un uomo perde la lente a contatto nel lavandino e decide di andare subito dall’ottico. Qui comincia un viaggio a tre tra il protagonista, l’ottico, vagamente filosofo, e l’oculista, mediamente nostalgico. Il racconto di Domenichini è un saggio sull’uso dell’ironia applicato alla realtà. La vera forza di questa storia sono le digressioni, dalla realtà alla fantasia, andata e ritorno. Ma per ragionare sulla realtà, partendo da una lente a contatto passando per Leonardo, relazioni finite, code dal medico, muovendosi tra la vita e il suo traffico, tra occhiali da vista e visione, devi avere un talento fuori dal comune, talento che Stefano Domenichini possiede. Ci si diverte moltissimo nel leggere questa storia ma si riflette anche su alcune piccole questioni e manie quotidiane, che poi sono il sale delle nostre giornate. Sull’amore, la vecchiaia e la solitudine. <<Perché ognuno si porta dentro la propria solitudine e, senza rendersene conto, non fa altro che parlare di quella per tutta la vita.>>

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Un’educazione parigina di Roberto Saporito: Il racconto di Roberto Saporito ha due Io narranti, protagonisti che si rincorrono lungo tutto l’arco della storia. Il fatto che l’autore scelga di chiamarli non con un nome ma Primo io e Secondo io rappresenta una dichiarazione scritta di sdoppiamento. Il fascino di Parigi, i suoi suoni, i suoi luoghi, sono il quadro dentro il quale la maggior parte della trama si svolge. Saporito è scrittore colto, e, con il suo consueto stile raffinato, traccia la rotta di due solitudini. Due personaggi che contemporaneamente sono in fuga da qualcosa e in cerca di qualcosa. Un macchina di lusso e una bicicletta sono gli strumenti che li condurranno alla ricerca di un rimedio che appartiene al passato. Passato che un Io sembra aver rimosso per indolenza e che l’altro Io non ha mai scordato. La psicologia di queste solitudini, è esaminata in movimento tra la Costa azzurra e Parigi, tra il Cuneese e Bruxelles. In un bar, in un cimitero, in una libreria, in un bacio: dove saranno le risposte? O le nuove domande?

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Pagalamòssa di Sacha Naspini: Due adolescenti che passano le domeniche pomeriggio a sfidarsi e a rincorrersi, in un cantiere di un albergo in costruzione. Si misurano col gioco del Pagalamòssa. La severità delle regole è sacra come i codici d’onore. Ed è rigida, come solo i ragazzini sanno essere. La storia che racconta Naspini non è un racconto di formazione ma quello di un’amicizia profonda. Quando si è adolescenti il tuo migliore amico lo è sul serio, vuoi esserne all’altezza, vuoi restargli amico per sempre. Una domenica uguale a tante altre cambierà gli equilibri. La curiosità e la noia li porteranno a scoprire qualcosa, a rischiare. Uno oserà per senso di sfida, per ingenuità o per pazzia, l’altro per stargli dietro. Le biciclette abbandonate fuori dal cantiere li aspetteranno per un po’ mentre l’autore ci legherà alle pagine attraverso una scrittura bellissima. Può darsi che leggendo ci si volti indietro pensando ai nostri Pagalamòssa, ai nostri Pallaavvelenata, alla nostra bici lasciata chissà dove secoli fa.

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(c) Gianni Montieri

Roberto Saporito – Shikoku (racconto inedito)

“Se la vita ci sembra un inferno

 è soltanto perché siamo convinti che debba durare per sempre.

La vita è breve. La morte è per sempre…

E agitarsi non serve a niente.” [Chuck Palahniuk]

Shikoku sorpassa tutta la coda, lunga, di macchine ferme al semaforo e facendo rombare paurosamente il motore della sua Harley-Davidson attraversa col semaforo rosso l’incrocio. Una BMW bianca sfreccia a un centimetro dal suo parafango posteriore suonando il clacson all’impazzata. Shikoku passato l’incrocio si ritrova su questa diritta e lunga strada dove ogni duecento metri c’è un incrocio con semaforo e dove il sincronismo del semaforo è tale che se ne prendi uno rosso, saranno di conseguenza tutti rossi: è matematico.

Al secondo incrocio Shikoku arriva in quarta, sui cento chilometri orari. Un enorme TIR inchioda ad un metro dalla sua Harley e un fuoristrada giapponese finisce la sua corsa, accartocciandosi come se fosse di cartone, nella parte posteriore del TIR. Shikoku zigzaga tra due auto dai conducenti increduli, allibiti, e che non hanno il tempo di avere nessun tipo di reazione.

Al terzo incrocio la scena si ripete e una signora dai capelli rossi alla guida di un Maggiolone blu elettrico colpisce in pieno il semaforo, che si piega.

Al quarto incrocio l’Harley-Davidson di Shikoku è costretta a piegarsi talmente tanto nel tentativo di scansare una Porsche nera che la pedana sinistra si consuma in scintille al contatto con l’asfalto, ma con un energico colpo di anfibio sinistro Shikoku riesce miracolosamente a non cadere. Shikoku ha un sorriso nervoso, al limite del rictus, che per un attimo gli sconvolge le sue equilibrate, perfette, fattezze orientali.

Gli incroci si susseguono e Shikoku li attraversa con sempre maggiore sicurezza, come se fosse sicuro che qualcosa o qualcuno fosse lì a proteggerlo, come se fosse sicuro di non dover morire mai, o come se fosse già morto e lui non fosse altro che il suo, folle, fantasma.

Shikoku arriva al fondo della strada, dove finiscono gli incroci e i semafori sempre rossi e inizia la strada, dal traffico più lento, che fiancheggia il mare, calmo e azzurro con minuscole increspature bianche, ferma l’Harley dove la sabbia chiara della spiaggia si mischia con l’asfalto, si tira indietro i capelli lunghi e finissimi con entrambe le mani e urla con tutto il fiato che ha dentro di sé, urla rivolto al mare e a tutto quello che non riesce a vedere, urla perché non saprebbe cos’altro fare, urla perché è una delle poche cose che lo fanno sentire ancora, violentemente, vivo.

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*L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato tre raccolte di racconti (l’ultima, “Generazione di perplessi”, Edizioni della Sera, con la quarta di copertina di Marco Vichi), e cinque romanzi (l’ultimo, “Il rumore della terra che gira”, Perdisa Pop, nella collana “Corsari”, diretta da Luigi Bernardi).

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

È membro del comitato scientifico del Festival Letterario “Letture Corsare” che si tiene ad Alba (CN).

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

 

Contact:

Roberto Saporito

r.saporito@alice.it

 

Sito: http://romanzo.blog.tiscali.it

Roberto Saporito – A modo suo (racconto inedito)

“Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno.

E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.”

[Don DeLillo]

***

Il ricordo di un dolore. Proprio qui, sulla tempia sinistra. Solo un ricordo.

Lui è morto, è così. Sì, è morto: e con lui sono morta anch’io? Oggi sono morta, ma nessuno si è preso il disturbo di avvertirmi?

Forse ero già morta da tempo, ma neppure io sono riuscita ad accorgermene. O forse, più semplicemente, me ne sono accorta ma ho fatto finta di niente. Come al solito.

Comunque lui è morto, questa è una certezza, l’unica, e io non riesco a versare neanche una lacrima. Niente. E dire che lo amavo. O quanto meno a me sembrava di amarlo. Certamente lui mi amava. A me piace pensarlo comunque.

Ma perché è morto proprio a Natale? Nessuno dovrebbe morire a Natale, dovrebbe essere…che so, vietato, o qualcosa del genere.

“Lei conosceva Simone?” mi chiede un ragazzo con i capelli tagliati a spazzola e un vestito blu a doppio petto e una cravatta nera e un cappotto blu come la giacca.

Mi fissa negli occhi, poi sposta lo sguardo sulle mie gambe, poi sul mio seno, che è sempre la prima cosa che di solito tutti vedono, e piano lo rialza fino ai miei occhi.

“Certo, abbiamo diviso lo stesso letto, e quasi mai per dormire, per più di un anno!” avrei voglia di rispondergli, ma invece dico soltanto:

“No, devo aver sbagliato funerale” rispondo con un capolavoro di risposta, e pensando anche “E comunque buon Natale!”.

Mi guarda ancora le gambe, che gli devono proprio essere piaciute, e scuote la testa impercettibilmente al mio capolavoro di risposta, e per fortuna che non riesce a leggermi i pensieri.

Una signora anziana, vestita di nero molto elegante, Armani o comunque d’autore, piange in silenzio, ma la maggior parte della gente parla dei cavoli loro: tasse, governo, calcio, guerra, soldi, vacanze sulla neve, donne, uomini, chi scopa con chi.

Il corteo funebre si muove lento, ma con una sua solennità, come un elefante stanco. Il ragazzo di prima mi guarda ancora con un grosso interrogativo spalmato sul volto. Io mi fermo e mi distacco dal gruppo, come se avessi davvero sbagliato funerale.

Osservo il corteo funebre che si allontana, lento, ma si allontana, e non riesco a scorgere nessuno che conosco. Simone conosceva proprio tanta gente: ma io non facevo parte di questa gente. Già, ma di cosa facevo parte io? Che ruolo avevo io nella sua vita? Qual’era il mio posto nella classifica dell’esistenza di Simone?

Il ricordo del dolore si è trasformato in dolore. La tempia mi pulsa in maniera fastidiosa.

L’ultima volta che avevo visto Simone (vivo), mi aveva assicurato che non avrebbe mai più rivisto quel francese. Si chiamava Jean Jacques, il francese. Simone l’aveva conosciuto ad un seminario di letteratura americana alla Sorbonne, a Parigi. Per l’esattezza cinque mesi fa. Sì, erano i primi di luglio. E questo J.J. (così lo chiamava Simone) era il suo primo ragazzo? Non lo saprò mai. Ma poi lo voglio davvero sapere? Cambierebbe le cose sapere? Mi farebbe trascorrere un Natale più sereno, un capodanno più spensierato sapere?

Che Simone mi lasciasse per colpa di un uomo, era abbastanza deprimente. Ma forse lui non voleva lasciarmi. Forse era solo confuso, penso (ma penso bene o sbaglio?). Lui amava me, era lui a dirlo, ma allo stesso tempo amava J.J., il francese. E ci riusciva, perché, sicuramente (sicuramente?), ci amava in modo differente (ma differente come?). Non dico che amasse di più me o di più lui, ci amava diversamente (diversamente?), tutto qui. Ma come tutto qui? Non può essere così semplice. O sì. Non lo so. Non so più niente e forse non ho mai saputo niente.

Simone era docente di letteratura americana all’università di Torino. Io l’avevo conosciuto il giorno della discussione della mia tesi di laurea: “Il minimalismo letterario come alternativa allo sperimentalismo dei post-moderni”. Gli era piaciuta molto la mia tesi di laurea, e anche io gli ero piaciuta molto.

 

“Sei stata al funerale?” mi chiede Marina, mia sorella, qui per le vacanze di Natale.

“Già!” rispondo con un sospiro che non so neanche io cosa vuole dire, probabilmente niente.

“E allora?” chiede.

“E allora cosa!” dico non capendo, o facendo finta di non capire, la domanda.

“Com’era?” chiede.

“Cosa!”

“Il funerale!, come cosa…” dice lei con una punta di esasperazione nella voce, una punta appuntita però.

“Come vuoi che sia stato: era un funerale, tutto qui…un fottuto funerale…un fottuto funerale al quale io non ero neanche invitata…un fottuto funerale di Natale…” affermo di colpo brusca.

“Scusa!” dice lei guardandosi ostinatamente le mani, per escludermi dal suo campo visivo.

“Scusami tu” dico fissando la televisione spenta, e aggiungo “sono solo un po’ nervosa, e stanca, e stressata, e…”

“Penso di capirti” dice cercando di capire che cosa sto fissando con tanta attenzione.

Marina si alza e si dirige verso la cucina. La osservo. Sospiro. Indossa un paio di jeans completamente sbiaditi e devastati dall’uso e una enorme T-shirt bianca con su scritto, in rosso, “I Love You” e non indossa ne scarpe ne calze: in casa mia fa sempre troppo caldo, non è normale questo caldo col freddo che fa fuori.

Penso che mi piacerebbe anche a me avere ancora diciassette anni, come mia sorella: manco ne avessi cinquanta, però è così che mi sento, di colpo vecchia.

Dopo un po’ ritorna con due tazze di tè fumanti.

“Grazie”  dico con un sorriso lieve quando mi porge la tazza.

Si sistema sul mio divano blu e sorridendo dice:

“E’ stato bello stare una settimana con te.”

“Sì, anche a me ha fatto piacere averti qui per Natale” e aggiungo “Torni a casa domani?”

“Sì, mamma mi viene a prendere all’aeroporto.”

Restiamo in silenzio. Io sorseggio il mio tè. Marina si alza e accende il televisore.

“Lo amavi?” mi domanda abbassando il volume del televisore fino ad azzerarlo.

“Cosa?” domando per prendere tempo, come sempre, non rispondo mai immediatamente alle domande, ma mi prendo il mio tempo alla ricerca di risposte, magari di quelle giuste.

“Ti ho chiesto se amavi Simone” dice lei guardandomi, quasi studiandomi.

La osservo per un attimo, e mi piacerebbe molto vedere il mio sguardo in questo istante. Poi sposto il mio interesse visivo al televisore, che però non riesco a mettere a fuoco.

“Penso di sì” dico pensando per la prima volta oggi al volto chiaro e bello di Simone, al volto bello e chiaro e vivo di Simone.

“E lui? Ti amava?” mi chiede ancora lei accennando e subito nascondendo un lieve sorriso, intimidita dal suo stesso gesto.

“Penso di sì” e ripensando a Jean Jacques aggiungo “a modo suo, naturalmente, a modo suo.”

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* L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato tre raccolte di racconti (l’ultima, “Generazione di perplessi”, Edizioni della Sera, con la quarta di copertina di Marco Vichi), e cinque romanzi (l’ultimo, “Il rumore della terra che gira”, Perdisa Pop, nella collana “Corsari”, diretta da Luigi Bernardi).

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

È membro del comitato scientifico del Festival Letterario “Letture Corsare” che si tiene ad Alba (CN).

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Contact:

r.saporito@alice.it
Sito:
http://romanzo.blog.tiscali.it

 

Roberto Saporito – Generazione di perplessi

 

Roberto Saporito – Generazione di perplessi – Edizioni della sera – 2011

Chi sono i protagonisti dei racconti che compongono questa nuova raccolta, brillante conferma delle qualità di scrittore di Roberto Saporito?  Probabilmente un po’ tutti noi. Noi che stiamo scappando da qualcosa, noi che non abbiamo più nulla da perdere, noi che abbiamo troppo, noi che ascoltiamo buona musica quando quella musica non ci basta più. Noi che ci siamo drogati e noi che non l’abbiamo fatto ma ugualmente perduti.  I personaggi principali, di queste short stories, hanno tutti più o meno quarant’anni, sono artisti divenuti famosi quasi contro la propria volontà. Tossici per noia o solitudine. Ricchi diventati poveri o sfigati diventati ricchi, in tutti i casi scontenti.  Scrittori falliti, delusi, addirittura pentiti. Molto riuscita la critica al mondo dell’editoria, mossa da Saporito con grande ironia, che viene fuori in diversi racconti. L’autore è travolgente e divertente. I racconti brevi, rapidi, sono flash impietosi puntati su di noi, e in quei minuti che vanno dalla prima parola all’ultima, non possiamo fare altro che domandarci di noi, riconoscerci, pensare: questa cosa qualche volta ho voluta farla anch’io. Tre temi fondamentali saltano fuori da queste storie: la fuga,  l’abbandono, il riscatto attraverso un gesto eclatante, che a volte è rappresentato da una semplice rinuncia. Nella pur brevità delle storie gli attori in scena sono ben definiti, li si vede chiaramente, le chiusure dei racconti, spesso epigrammatiche, tolgono il fiato. Giusto il tempo di riprenderlo e si ha voglia di buttarsi in quello successivo. Sono racconti, ma il libro si gusta come un romanzo. Saporito va ringraziato anche per aver inserito (spesso) nelle storie una sorta di colonna sonora con brani strepitosi, che veramente riescono a scandire il ritmo dei racconti così come hanno scandito, nel tempo, le giornate di molti di noi. Scrive in maniera minimalista Saporito? Non esattamente. Le storie sono brevi, il superfluo in questi racconti non c’è, ma più che ridurre tutto all’osso, sembra che l’autore sia partito dall’osso e il po’ di carne intorno siano i dettagli ricamati a arte. Alla fine del libro avremo fatto il tifo per ognuno dei protagonisti, alla fine del libro resterà in bocca un buon sapore e, naturalmente, saremo perplessi.

@ gianni montieri

NOTA BIOGRAFICA:

 

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha pubblicato due raccolte di racconti: Harley-Davidson e Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri (Stampa Alternativa, 1996 e 1998) e i romanzi:  Anche i lupi mannari fanno surf ( Robin, 2002), Eccessi di realtà/Sushi Bar (Gruppo Ed. Marche, 2003), Millenovecentosettantasette/Fantasmi armati (Besa, 2006), Carenze di futuro (Zona, 2009) e nel 2010 Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop) e Anche i lupi mannari fanno surf (Remix) (Senzapatria)

Roberto Saporito – Il rumore della terra che gira

Roberto Saporito – Il rumore della terra che gira – ed. Perdisa Pop – 2010

Oggi è il primo giorno di vero silenzio, il primo giorno senza i muratori, e le loro voci troppo alte e sempre presenti, dopo i primi giorni di lavoro meno ruomorosi. Oggi l’unico vero rumore è quello dei tasti premuti sulla tastiera del mio piccolo computer. E quando alzo le mani dalla tastiera del computer, silenzio e l’ovattato suono delle colline che mi circondano sempre più verdi e gravide d’estate, e il rumore della terra che gira.

Senza avere la pretesa di salvare il mondo, ci sono libri che in qualche maniera ti salvano. Prima di cominciare a parlare del romanzo devo due grazie a Roberto Saporito. Il primo è per avermi salvato dalla monotonia di un viaggio in treno, con il carico da undici della pioggia fuori dal finestrino. Il secondo per aver appagato un mio bisogno di leggerezza. Non perché “il rumore della terra che gira” sia un libro leggero ma perché lieve è l’approccio mentale alla scrittura dell’autore. Saporito secondo me si diverte proprio quando scrive e il risultato è restituito agli occhi del lettore.

La trama. Siamo ad Alba, un nonno muore e lascia in eredità, oltre a un bel mucchio di denaro, tre case ai due nipoti e alla figlia di uno di questi. I tre non si vedono da vent’anni. Compito affidato dal testamento alla nipote, famosa scrittrice, è di ritrovare il fratello (che fa il pittore a new york) e la figlia di quest’ultimo, per riportarli ad Alba, ed esaudire il desiderio del nonno di vederli ognuno in una delle case e forse di riunire (salvare) la famiglia. Comincia il viaggio di ricerca e un viaggio nel tempo fra i flashback che Saporito ci regala. Non sono semplici i protagonisti di questo libro ma assolutamente contemporanei. Gente con cui si potrebbe tranquillamente avere a che fare.

Mi è piaciuta la storia, come sono tratteggiati i personaggi, come raccontano. E’ interessante, ogni volta, vedere la scena con gli occhi di uno di questi. Roberto Saporito ha un bel modo, che è quello che preferisco, scrive un po’ come un americano ma si sente che è la penna di un italiano. E’ una scrittura in movimento la sua, attuale ma allo stesso tempo precisa, ricca e mai banale. Il libro scivola veloce e piacevole verso un finale, in un certo senso inevitabile ma non prevedibile. Lo consiglio.

@ gianni montieri

Nota biografica: Roberto Saporito è nato ad Alba, in provincia di Cuneo nel 1962. Ha pubblicato: Harley Davidson, racconti (stampa alternativa, 1996); H.D. Harley Davidson deserti e moderni vampiri (stampa alternativa, 1998); Anche i lupi mannari fanno surf (robin, 2002); Eccessi di realtà. Sushi bar (gruppo editoriale Marche 2003); Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati (besa, 2006); Carenze di futuro (zona 2009).

Il rumore della terra che gira – il nuovo romanzo di Roberto Saporito

Il rumore della terra che gira - di Roberto Saporito

 

Tornata nella natia Alba per rispettare le volontà del nonno defunto, un’indaffarata scrittrice si lancia nell’improbo tentativo di riunire i dispersi membri della sua famiglia: un fratello pittore fuggito a New York in seguito a un tragico incidente, e una nipote stabilitasi a Londra per completare la formazione universitaria. Disabituata alla vita di campagna, e sola nella località (quasi) deserta, la donna si trova a fare i conti con un inatteso rumore di fondo: un “leggero scricchiolio”, come polvere negli ingranaggi che garantiscono la rotazione del globo terrestre. “Il rumore della terra che gira”. Costruito attraverso un’alternanza di punti di vista che non genera effetti corali (lo “scricchiolio”sembra legato alla difettosa rotazione della “sociosfera” piuttosto che al moto di rivoluzione terrestre, e l’ovvio senso di separazione e incomunicabilità che caratterizza i rapporti tra i tre personaggi è sottolineato dalla pleonastica dicitura “altro io”, che accompagna ogni cambio di narratore), “Il rumore della terra che gira” registra l’allontanamento di Roberto Saporito dal genere: se “Carenze di futuro” rendeva omaggio a Manchette e al noir esistenzialista francese, il nuovo romanzo sembra segnato dalla frequentazione del postmodernismo americano, e di DeLillo.

Come l’autore di “White Noise” tratteggiava il rapporto benjaminiano tra shopping, fantasmagoria e umana aspirazione all’immortalità, Saporito racconta lo scacco dei meccanismi sociali e familiari, dipinge la (presunta) precarietà politica nel suo farsi esistenziale (il momento culturale è quello immediatamente successivo all’11 settembre), sfiorando il risorgere della proprietà e dell’oggetto (si veda l’esuberante aggettivazione possessiva delle prime pagine). E il romanzo, deliberatamente (e sorprendentemente) destrutturato, e arricchito da un paio di notemetaforico-sociologiche di stupefacente lucidità, funziona alla perfezione.

 Recensione a cura di Fabrizio Fulio- Bragoni, già apparsa su MilanoNera Mag

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Dalla quarta di copertina:

Alla morte del nonno, una donna eredita una notevole somma di denaro e tre case. Ha il dovere di trovare suo fratello e la figlia di lui, perché ognuno abbia la sua parte di eredità. Non ha però loro notizie da più di vent’anni. Tra le colline delle Langhe piemontesi, Alba, New York, Londra, Parigi, Torino e la Costa Azzurra, si snodano così le tre vicende parallele di una scrittrice omosessuale, un artista eroinomane e una ragazza confusa. Tre storie attraversate da continui flashback, tre frammenti diversi di un’unica, sfuggente, famiglia.

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Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha pubblicato: Harley-Davidson Racconti (Stampa Alternativa, 1996); H-D. Harley-Davidson, deserti e moderni vampiri (Stampa Alternativa, 1998); Anche i lupi mannari fanno surf (Robin, 2002); Eccessi di realtà. Sushi Bar (Gruppo Editoriale Marche, 2003); Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati (Besa, 2006) e Carenze di futuro (Zona, 2009). Suoi racconti sono stati pubblicati su numerose antologie e riviste letterarie.

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