Roberto Roversi

Iuri Lombardi, Il sarto di San Valentino (rec. di C. Tosetti)

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Una delle possibili chiavi interpretative dell’ultima fatica di Iuri Lombardi (Il sarto di San Valentino, Edizioni Ensemble, 2018), chiave necessaria per superare l’approccio volto alla semplice lettura, che – già di per sé – potrebbe contentare il lettore data l’indubbia qualità poetica della silloge in esame, è custodita dal breve saggio il quale, come consuetudine dell’autore, chiude il libro.
Nella prosa d’analisi, infatti, Lombardi suddivide la storia in tre ere: paleo-industriale, industriale e post-industriale, laddove il termine industriale nulla ha a che vedere con lo stantuffare degli opifici, ma con l’industria dei poeti; la genesi di un nuovo stile contrassegnato dall’io, stile nato dalle ceneri del latino e contrapposto all’età paleo-industriale o classica. Il palesarsi dell’io moderno fece sì che la poesia assurse a unico genere magistris possibile, de-mistificando il reale e ricercando il tangibile.
Ed è sempre l’io il discrimine, la soglia che ci conduce verso l’era post-industriale: la caduta dell’io, rimpiazzato dal plurale noi (o voi), trascina con sé il concetto di storia in quanto non più de-mistificata. È il romanzo, la narrativa, a sedere sul trono.
Tuttavia, la poesia, per il tramite della peculiarità di incarnare fotografie di momenti, può tutt’ora operare la demistificazione della storia e del tempo.
Considerati questi aspetti (e la perfetta collocazione del romanzo nel mondo della comunicazione di massa), l’autore descrivere la poesia dei nostri giorni, nei limitatissimi confini della sua diffusione, vivente «[…] in un’area tutta sua, in una isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare», e conclude che «[…]  quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa.»
La raccolta ci accoglie proprio con una serie di istantanee, nella sezione d’apertura (Il corpo dell’apostata). La sequenza di immagini, presumibilmente legate all’infanzia, in contrasto (o in celato accordo) col titolo della sezione, vede proprio nelle festività religiose alcuni dei vocaboli che disegnano l’ambiente, la scenografia di ciò che fu, trascinata a galleggiare dal ricordo.
Santa Lucia, l’Avvento, Ognissanti, il Natale, il solstizio, il fuoco, le vampe, il fiume, la guazza, la gazza, l’unto, i balconi.
Questi sono fra i vocaboli che hanno suscitato in me la curiosità di conoscere l’ambiente da cui proviene Lombardi; ebbene, è fiorentino.
Ho trovato, allora, fondata la mia sensazione; non semplicemente per via dell’iconico Arno (che tuttavia, forse chiarisce dei versi, come a pag. 10: La città parve dilatarsi sul greto,/ il fiume all’orizzonte d’un tratto sfumò) ma per l’atmosfera tutta che imbibisce le poesie.
Vi è un aspetto familiare dei versi, cioè intimo, che incoccia il limite spaziale delle ringhiere e narra, irradiando un “calore di radici” (intese come “origini”) dell’Avvento, nell’attesa dubbiosa del bimbo, di festoni e dell’albero agghindato per le feste. (altro…)

Il senso del verso #3. Intervista a Franco Buffoni

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista prosegue la nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

jucci

(altro…)

da “Vivaio” (inedito), di Sergio Rotino

di Sergio Rotino

Alberto Burri Sacco L. A. 1953

Alberto Burri, “Sacco L. A”, 1953.

*

cosa sono quelle

viole forse

oppure no
ancora non è la loro stagione ancora no forse

allora cosa potrebbe

rose estive potrebbero o tentativo di prime rose
profumo nauseante della perdita lenitive rose

tentativo

(altro…)

5 inediti di Sergio Rotino

da Floreale


strada incerta
fra due cani
centro della sera

fiore tu
pronto a richiamare altro
fiore

al bocciolo
dalla rosa
che muore

così è per
ogni petalo
dopo il primo
petalo

la necessità di cadere

caduto
perché si deve

nessuno più da
ascoltare dici lo
specchio m
muto ugualmente si deve
colmare spazio
quanto rosa ma

sei tu
solo a
crescere lei no
lei scompare


*


dentro la
terra la crepata
unità
delle cose

emendate

stanno le rose dai
loro profumi dei loro
colori private

dal pungente
dolore
mondate stanno
dalle spine
si sono fatte
privare

scorciate nel
gambo altro
grembo siano
dentro

il terreno bruciato volto
dalla calura s
sommerso nel
canto ma

senza pianto alcuno
siano volontà

immensa che accanto cancella
dal ricordo
delle rose mondato
ogni senso



da Pro Patria


cronaca romanzata


attraversa l’urbe la città la cittadina il paese infine ma sempre una terra interamente piena di verbi prima conosciuti non più adesso ché non ricorda nulla nomi di strade luoghi frequentati niente ricorda figurati le declinazioni che poi è roba inerte già da parecchio mentre sul rettifilo assolato sulla rotonda immensa sta pronto a sgrugnarsi il mandato lui destinato che poi non fosse stato per la telefonata la voce allarmata polacca comunque slava che poi da questo presente ora proprio non ricorda come si chiama comunque giovane persona non sarebbe nata l’accensione del pensiero niente azione tramutata nella porta d’ingresso scardinata nella scoperta con salvataggio in estremo limite della parola poi nulla c’è stato il posticipare clinico il da farsi l’attesa raccolta intera quanto oltremodo tesa dalla cugina poi un principio di azione seconda al nucleo principale più blanda diremmo nonostante di macerie si cominciasse a parlare ecco cosa gli tocca che poi sorpresa prima dell’apertura di sipario preso un treno arrivato veloce sul precipizio da lì in poi il dramma necessario al proscenio lui dice andavamo a cominciare noi da soli e solo noi


*


per questo come per altro ancora posponi dunque la carneficina e offrici in cambio l’utilità
quotidiana della medicina chimica quella che tutto calma idee come pensieri
lenitiva quanto digestiva quella leggera da prendere alla mattina
bicchiere d’acqua pronto in mano quella pesante perciò ineludibile da prendere secca
sul principio orrido di ogni sera poi durante le notti insonni obbligatoriamente
terapia del dopo del fantascientifico futuro ancora una per dimenticare e finalmente farsi niente
ennesima tacca sul blister del contingente
così da avvicinarsi al traguardo proteggersi non andare in vacca

segna perciò quest’altra tacca

porta la salvezza alla bocca


*


dice poi dice ancora se non di più che li ha visti i camici ruotare per la stanza che ha visto la carne da cui si è generato tornare a metterlo testa-piedi metterlo fuori in un boato di movimenti inconsulti di pianti improperi lamenti e che ci sono ancora ma silenti come una dichiarazione di poetica seduti poggiati al legno della parete verde anche tu dice anche tu li vedi mentre affacciato alla finestra stai a riprendere fiato così anche lei come tutti qui li vedete dice che sono proprio lì che si vedono e che lì stanno ancora che lì se ne restano zitti sullo scranno della storia dice che la dignità non riuscirebbe a colmare tutto il suo futuro né il tuo o tanto meno il loro ma se lo costruisci anteriore forse li farebbe parlare nuovamente raccontare di una morte che ripete il suo gesto carico di quotidiana eloquenza più vicino farebbe quel refolo d’aria insidiosa pronto a strisciare dalla porta per ogni dove fino a tramutarsi in una fine casuale
orribile come tante


*


prendi il sonno dei morti o prendi i morti solamente
fa che qualcuno di loro nei sogni sopravviva e di questo possa farsi forza
dopo prendi me e il mio sonno come esempio possibile prendi quel mio dormire fondo
tutto intento a stare rannicchiato nella forma punitiva della fossa così da non
poter mai dire al mattino successivo nell’ora del risveglio io ricordo
prendimi a esempio non pensare quanto confonda le parti
prendi solo quanto capisci o credi io abbia capito in quel tempo buio mal rifinito
il resto lascialo dentro al letto lascia si consumi
è finito ma se vuoi guardalo guarda la parte di noi più morta
la fascia attorno agli occhi il secco da congiuntiva
a te non serve a te basta quanto di lui avanza

è finito

lascia


Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

***

Qui il programma completo del Festival

***

Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.

[solo una poesia] 41, Bering – per Roberto Roversi – di Vincenzo Bagnoli (post di Natàlia Castaldi)

41, Bering

The Bering Land Bridge

The Bering Land Bridge

per Roberto Roversi

.

È facile stancarsi dopo anni
ed anni sempre qualcosa di nuovo
ma sempre taiga o ghiaccio e grigia tundra,
qualcosa da trovare un po’ più avanti:
nuovi nomi per tutte le cose.
Si passa il mare, ma è ancora gelo
il riso si fa duro, ha come un’ombra
in fondo, sembra qualcosa di nero
dentro alla festa, di freddo e di triste:
un’alba nuvolosa, una corsa
veloce all’indietro, un saluto
di forma e innervosito poco prima
dell’ora di apertura dei negozi.
Ma il sole del 21 ha un morso rosso
sul bordo delle colline dei Čukči:
ricorda un giorno dietro all’orizzonte
e non dimenticare per favore
dov’era Leningrado (e Stalingrado)
da dove eri partito, i padri morti.

__________

Vincenzo Bagnoli
nel mese di marzo dell’anno 2000

___________

Ndr: le parole sottolineate sono cliccabili e rimandano ad altri link.

Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – 14 settembre 2012)

Autobiografia

Nato con la pioggia d’argento.
Nero d’inchiostro.
Aveva vent’anni nel mese d’agosto.
A settembre chiese le penne
volava insieme ai piccioni neri che si sparano contro i tralicci.

Diventa ape.
Scuote il cuore delle rose
cadute da un carro di saltimbanchi che parlano italiano.

Conosciuto Scardanelli
dimorò alcuni mesi sulle rive del Neckar
dove ragazze di legno
affiorano al tramonto vicino alla riva.

Vecchio all’improvviso.
Ma ancora aspettava
non sapeva cosa.
Non dimenticò ciò che era stato.

Aveva trentatre anni – l’età giusta di Cristo.
Aveva vent’anni – l’età giusta di Cristo.
Eppure…
Dimenticò il passato – fu la sola speranza.

Di fronte ai convitati di pietra non tutti gli
specchi erano stati consumati anzi gli specchi
riflettevano episodi appena accaduti che molti
cittadini hanno rimosso. Lacerandosi…

erano ricordi di giovani fucilati
ricordi di giovani travolti da vecchie fatiche da vecchie
autoblindo
dentro al vento delle foreste d’asfalto o singolarmente
perseguitati
adesso che questa città è spampanata e sembra una
quercia in novembre e nessuna voce
nessuna voce
nessuna voce
si alza s’alza più s’alza ancora
a dire che oggi
è ancora ieri.

Nessuna voce nessuna voce nessuna voce.
Volano merli impolverati da una strada del cinquecento a
piazza Maggiore e

di notte un vecchio che ha un nome segreto
col bastone d’abete sotto il portico
dice “bolognesi
siete forse morti dato che siete così ricchi e
d’altra parte vedo che siete così poco felici nonostante il
forziere
per questo mentre il cielo affonda dico bisogna
legare per l’occasione la fune di un nome
americano a un nome
russo a un nome italiano e dico che dietro la musica rock
ci sta il lamento di un lupo che non si è addormentato.
È venuto il tempo degli uomini vili?
Chi muore sparato
o chi vive consumato
è subito dimenticato?”

UNA CONCLUSIONE PERSONALE:
ascoltare il silenzio non è ancora possibile.

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Per chi non avesse mai letto una sola poesia di Roberto Roversi; per chi volesse rileggerlo non avendo suoi libri a casa (non è poi così facile trovarne); per quanti fossero semplicemente curiosi, in rete è possibile leggere in formato pdf un articolo di Daniele Piccini pubblicato nel numero 198 di “Poesia” (ottobre 2005; clicca qui per leggere). [f.m.]