roberto ranieri

Roberto Ranieri, due inediti

René Magritte, L'Invention collective, 1934 - Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

René Magritte, L’Invention collective, 1934

 

Apre la pista l’indaco, fa velo
al fonema più tondo per l’accento
di primavera o falsa nello stelo
che spancia al tuo colpo di vento;

l’imbuto del dì è fantaspiga
nel prato del pronome relativo
tutto in salita, fino alla boschiva
ipotesi di un complemento;

non lupo né favola ma il dosso
dove fiorisci azzurra tra le more.
Prende coraggio, vuota il sacco il fosso
esperanto di salici e di gore.

(ottobre 2013, inedito)

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La logica del desiderio (Giulio Perrone Editore, 2011) – recensione di Roberto Ranieri (post di natàlia castaldi)

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Giuseppe Aloe

La logica del desiderio

(Giulio Perrone Editore, 2011)

 

 

Per dire se un romanzo funziona, non mancano metafore acquatiche: la scrittura scorre, fluisce, s’incaglia. Il lettore si immerge, i personaggi affiorano. Così, restando a pelo d’acqua, il primo verbo che istintivamente soccorre nel cogliere le virtù de La logica del desiderio (Giulio Perrone Editore, 2011), l’ultima fatica letteraria del cosentino Giuseppe Aloe, potrebbe essere “gocciola”. Perché se lo scorrere può render bene la mobile empatia dell’immaginazione a contatto di eventi e personaggi, il “gocciolare” di Aloe abbisogna di un talento e una tecnica non meno raffinati; che ogni stilla depositata per accumulo sul pozzo centrale di raccolta, il ritratto psicologico del giovane protagonista alle prese con gli incerti e i sommovimenti del proprio eros, segue la bussola di imbuti convergenti dalla taratura assai delicata. Occorre innanzitutto buona mira, evitando rivoli inutili su ridondanze o dettagli inessenziali, ma soprattutto un giusto dosaggio; in questo, ogni “stilla” di costruzione psicologica del personaggio, in Aloe, ha un respiro riconoscibile, incalza il lettore al ritmo sincopato di proposizioni brevi, talvolta semplici costruzioni nominative, in un’opera di continuo avvicinamento, più che al premeditato disegno di un paesaggio fisico o antropologico, alle sfumature di una messa a fuoco soggettiva continuamente  in progress: ma l’empatia con l’io narrante, per funzionare e reggere bene duecento pagine di flash e istantanee sui moventi e i retropensieri di un’ossessione amorosa, ha bisogno di molto mestiere, e l’autore lo sa bene. Così l’affresco interiore di una libido mobile e irrequieta, fra risalite e improvvisi inabissamenti, si tiene opportunamente alla larga da un facile effettismo, rilancia l’eco di una discesa agli inferi del sé come un misterioso inventario di accadimenti interiori e esterni, il cui filo rosso sembra tendere al lettore un ponte condiviso di inconoscibilità, quasi un contrappasso solidale al logos che informa un’azzoppata rappresentazione del mondo; e i personaggi che ruotano attorno all’ego onnivoro dell’autore prendono corpo in una continua tensione bipolare fra intangibilità del fantasma e plasticità di un rito quotidiano di esistenza – sopravvivenza. Qui forse, nell’equilibrio calibrato fra Es e Res, il gocciolio frastico di Aloe scava un solco durevole nella disposizione percettiva di chi legge, sta al gioco senza sforzo, e difficilmente si stacca dalla pagina; dove poi quell’equilibrio si cristallizza in una forma allegorica compiuta, come nella descrizione del sogno del padre fatto di cera (vero snodo centrale del libro), il risultato può regalare emozioni letterarie autentiche, e l’empatia a pelle mettere radici di consonanza più sottili. La logica del desiderio sfugge per definizione, o per cronica indefinizione dei moventi che ci legano all’altro; resta la logica della scrittura, che ne rappresenta le oscillazioni, regala loro cause e effetti in ordine sparso. Talvolta perfino il fantasma di un senso possibile.

Roberto Ranieri

Letteratura Necessaria – Terapie a rischio – Roberto Ranieri

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Roberto Ranieri 

Terapie a rischio

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari

Sezione Monografie

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Il banalista

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«Allora: cosa ha detto oggi di nuovo il tuo banalista?»

«Che un cappuccino per due euro è un furto. E che fa un po’ più freddo di ieri.»

«Bene. E ti ha ridotto i farmaci?»

«Sì papà, il Normalex l’ha portato a mezza compressa.»

«Bene figlia mia, mi pare tu stia facendo grossi progressi. È un po’ costoso, ma il migliore sulla piazza. Vieni qui.» La baciò sulla guancia con amorevolezza. Lei gli sorrideva commossa. «Che dici, papà, ora potrò fare le cose che mi piacciono?»

«Credo molto presto, mia cara, stai migliorando a vista d’occhio.»

«Ma potrò fare tutte le cose che fa la mia amica Carlina?»

«La tua amica Carlina non è un buon esempio, te l’ho già detto. Fai sempre quello che ti dirà il tuo banalista, devi avere fiducia.»

«Grazie, papà. Sì, è tanto bravo.»

«Lo so, è il migliore.» Si lisciò i radi capelli bianchi, sbirciando la cartellina a fiori posata sul tavolo.

«Che esercizi ti ha dato per oggi?»

«Oh, una cosa nuova. Devo ripetere “io sono” per 40 volte, davanti allo specchio, prima di colazione, pranzo e cena. Poi anche nella forma invertita, “sono io”, prima di addormentarmi»

«Ah, bene,» proseguì. «A che ora vai a scuola oggi, cara?»

«Ho il turno pomeridiano, papà. Devo sbrigarmi a finire di correggere i compiti di greco delle seconde classi, e trascrivere i voti di storia.»

«Fai cara, fai.» Poi andò nell’altra stanza, si chiuse a chiave e sollevò il telefono. «Buongiorno, mi passa il banalista per cortesia?»

«Sì Cavaliere, attenda in linea.»

I violini sintetici di un rondò cigolarono nella cornetta. «Sì pronto? Ah è lei Cavaliere…»

«Come le è venuto in mente di cambiare la terapia?»

«Guardi, la paziente…»

«Paziente un corno!» Il pugno sul tavolo riesplose nel timpano dell’interlocutore, all’altro capo del cavo. «Lei sa bene quant’è delicato, il caso di mia figlia. Da “tu sei” a “io sono” in ventiquattrore? Ma è impazzito?»

«Ma Cavaliere, lei sa che ora tocca ai pronomi facenti funzione di soggetto…»

«E perché proprio “io”? Ce ne sono sei, non si può fare prima con qualcun altro?»

«Mi perdoni Cavaliere, ma il protocollo della banalisi classica è chiaro, su questo punto. Abbiamo cominciato col soggetto semplice, “L’acqua bagna”, tre volte al giorno per sei mesi, con la testa a intermittenza sotto la doccia gelata. Ricorda? Poi abbiamo introdotto il primo pronome facente funzione di oggetto, “L’acqua li bagna” con i capelli su un catino tiepido, ed è passato un anno. Poi…»

«La conosco benissimo, la sequenza» tagliò corto il Cavaliere. «E dovrebbe ricordarsi bene cosa avvenne al passaggio successivo…»

«Vuole dire, Cavaliere, quando passò a ripetere 40 volte in serie di 3 il primo pronome facente soggetto, “tu sei”? Lì ci fu un certo periodo di adattamento…»

«E lo chiama “adattamento”?» Si accese nervosamente una sigaretta. «Dovetti appiccicare da subito sulla specchiera le foto dell’album d’infanzia, quelle con lei in braccio in tutte le posizioni, se no non mangiava più!»

«Sì Cavaliere, ma io le dissi che era meglio…»

«Ora basta!» tuonò il Cavaliere. «Lei adesso mi cambia l’esercizio, senza fare storie. Lei si ricorda chi l’ha raccomandata per il suo concorso di dirigente sanitario all’Unità Centrale di Banalisi, non è così?»

«Sì… fu lei, Cavaliere…»

«Appunto. E allora faccia come le dico. Io a mia figlia voglio troppo bene, perché lei possa permettersi di sbagliare terapia.»

«Va bene, Cavaliere. Si può passare a “egli è” in 3 serie da 40, mattina pomeriggio e sera, e per l’io si vedrà l’anno prossimo…»

«Ecco, bravo. A proposito», soggiunse il Cavaliere soddisfatto, «ultimamente mia figlia nomina spesso un’ex allieva della sua classe di greco, quella rimasta incinta, la Carlina… Lei sa già cosa deve rispondere vero?»

«Che è un cattivo esempio, perché ripetere “io sono” in due davanti allo specchio può rompere il vetro, e ci si taglia dappertutto.»

«Bravo. Mi raccomando, noi vogliamo entrambi il bene di mia figlia, dobbiamo solo comportarci di conseguenza.»

«Sarà fatto, Cavaliere. Si è fatto tardi. Ah, che giornata fresca, oggi. Non ci sono più le stagioni di una volta.»

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Congiunture infrabosco

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Ho problemi con i prefissi. Predire e condire nella mia testa si confondono: così non so mai con precisione come sarà il sugo degli spaghetti, né gli ingredienti buoni per prevedere il futuro. A capirci qualcosa, anche i luminari  e gli addetti ai lavori le sparano grosse, e poi non si mettono mai d’accordo. Così, devo fare attenzione a ciò che dico, prevenendo le mescolanze che renderebbero difficile il mio discorso all’orecchio altrui, e viceversa. Dico la verità: ho sempre pensato, dentro di me, che i prefissi fossero un di più, rispetto alle radici vere del lessico; per pre– o con– dire, uno sempre dovrebbe aprire la bocca, se no pretace o condorme o fa qualcos’altro; solo che se confà, anziché brigare con qualcuno si blocca e deve adattarsi a girargli in tondo, cessando ogni azione sua propria: ma, dico, si può parlare così?

Macché, dimenticavo, tutti si parlano addosso a meraviglia, il malato sono io: ne sono conscio, o forse subconscio, inconscio non credo ma dillo un po’ ai freudiani, e occhio al prescìo che se bluffa prefissa con troppe piste libere e poca autocoscienza. Troppo poca: e si sa quanto siano importanti i mezzi di locomozione, nell’auto-prefissarsi, oggi.

Dove non si prefissa e si tira un po’ il fiato è nelle zone franche; qui il mondo, anziché entrare a scossoni nelle sequenze del lessico e dei verbi che ne parlano, indugia sulla soglia, e con buone ragioni. Qui i prefissi si moltiplicano e si annullano a vicenda: parlo delle nubi e dei funghi. L’Hypoloma sublateritium non può escludere che, in qualche piega della propria tunica molecolare, un micolinguista non scovi una variante superlateritium; che qualche altro si proverà a mettere in dubbio sulla base di nuove osservazioni dal sottobosco o rivelazioni di laboratorio. Intanto, il funghetto sta lì, allunga il suo micelio oltre il tappeto d’aghi di pino e i prefissi spesi a catalogarlo; sul giallo vivo del suo epitelio si posano bruchi e moscerini sparsi, che l’osservatore scientifico dei boschi non tarderà a rivestire dei fonemi appropriati; salvo poi arrendersi allo statuto incerto di spore e lamellule sottostanti. E se leva lo sguardo oltre i ricami spericolati delle aghifoglie, su in alto, potrà facilmente imbattersi in qualche petalo di vapore sospeso nell’azzurro; che una generosa nomenclatura di forme tenderà invano a incasellare in una stringa apposita. Chiudi gli occhi e il cumulus è già stratocumulus, se è un po’ sviluppato sfrangia e  sconfina nel cirrus, ne assume le piene sembianze: e più insegui la parola giusta, più quello cambia e ti ricaccia in gola la sua celeste refrattarietà ad ogni sillaba spesa per afferrarlo. Che intanto si moltiplica in meteoriche spericolatezze, fronti prefronti affronti all’indicibile silenzio che alita su cieli e isobare rovelli modelli e nuovi sistemi complessi…

Io le so bene, queste cose, perché questo mio disagio coi prefissi ha una sua diagnosi coperta, che rifugge alla terminologia certa delle cose di medicina, ma si insinua nelle pieghe ancora vive di un ricordo preciso; fu una Clavaria pallida, che affiorava nel suo velluto lillà dal muschio, mentre un Cumulus congestus spingeva un proprio ricciolo bianchissimo sopra quel tratto di bosco, piegando il sole a uno strano riverbero di madreperla. La clavaria cruda è una delizia per il palato, anche se ogni micologo mette in guardia dalle sue varianti tossiche; il colore un po’ più marcato dei tubuli ma non è detto, la forma delle spore al microscopio ma non è certo, qualcosa insomma dovrebbe sempre mettere in guardia, ma non è mai sicuro. Si dovrebbe pre-cuocerle, mai con-cuocerle con il misto trifolato, per prudenza, ma è certo che crude sono una meraviglia; e infatti era deliziosa, mentre più in alto il cumulus ghiacciava nella sua sommità a forma di incudine, sospingendo uno smeriglio di cirrostrati sopra un tetto di larici. Una tossina, chessò io una clavarina, come l’amanitina la boletina e quant’altri nomi s’inventano per i veleni dei funghi, e in un attimo nella mia testa i prefissi presero strane turbolenze, mentre il cumulus in alto svaporava fra bande biancastre di cirrocumuli, che non si poteva più dire l’uno o l’altro, fino a dissolversi in un azzurro appena più carico.

Non ci sono purtroppo antidoti o lavande possibili della morfologia, per la mia lingua che straparla, stradice varianti e invarianti, all’improvviso, imponendo componendo segni opposti e frapposti più e meno su ogni comparto, su ogni reparto, così io nel prefisso mobile mi apparto, consuono dissuono, sostrato astrato di un piroettare fonetico senza bussola certa; e un altro codice intanto, oh se me ne accorgo!, impone sul tutto, per sfortuna iperfortuna o coincidenza, una sua muta numerazione di fabbrica, fungocumuli lisciati all’ultimo giro di elettrone, che mi fa infravivere e sopravvivere di temporali perfetti, delizie di lamellule da incasellare in questo spazio vuoto, un poco vero forse, per condividerli e, sulla pagina, appena un poco, scompaginarli…

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Il velopendulo

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Il professor Federici era famoso per i suoi aforismi. Filosofo di una scuola tutta sua, lo invitavano spesso a incontri e convegni; nell’ultimo, esordì con una delle sue massime così cariche di significato: «Il centro del mondo è inequivocabilmente faringeo, ogni cosa pensa se stessa nel tintinnio iugulare di vocali e consonanti.» Dopo l’ultima sillaba deglutì, allentando i muscoli del collo sulla contrazione dell’esofago; provò poi a riespandere il diaframma per riprendere il delicato ragionamento, quando l’attacco della frase successiva, sul tema della res cogitans, gli rimase impigliata in gola; gli occhi gli strabuzzarono all’indietro, e dopo qualche attimo di esitazione, nello sconcerto dei presenti, cadde dalla sedia con un tonfo. «Un dottore!» gridò qualcuno dal palco. «Presto, un bicchier d’acqua!» fece un altro, però l’acqua non faceva effetto, gli gorgogliava in gola per poi uscire schiumando bava ai lati della bocca.

La situazione stava precipitando. Uno studente di medicina gli tastò il polso: «Per me è un infarto», disse. «Non respira. Magari è un ictus», gli fece eco un altro. Uno studente del corso di Fonologia, che aveva seguito tranquillo la scena, arrischiò una sua idea: «E se fosse il velopendulo?» Estrasse dal taschino il suo registratore portatile, pigiò lo stop e poi il rew per cinque secondi, quindi al clic d’arresto riavviò il play dall’inizio. Al cigolio del nastro seguì un lungo ronzio di fondo, interrotto solo dal sonoro starnuto del prelato in seconda fila.

Il prof. Federici ebbe un sussulto, poi aprì lentamente gli occhi. «Cosa è successo?» «Un mancamento, professore, vedrà che ora si riprende » fece il primo studente. «Sì sì, una vertigine passeggera», gli fece il secondo. «A esser precisi, è una cosa da Nulla», aggiunse il fonologo in erba, mentre riavvolgeva il nastro. «La prossima volta professore, quando esprime un concetto o un aforisma sull’essere, le consiglierei almeno di fare uscire qualcosa.»

Sbocciata nelle viscere (A. Taravella, Ed. Smasher 2011) – recensione a cura di Roberto Ranieri

La poesia talvolta può diventare autobiologia. Non nel senso del corpo-metafora nel filtro doloroso/gioioso del ricordo, o dell’ingombro del proprio involucro fisico da introiettare o espellere, carezzandolo o dilaniandolo a colpi di metrica; piuttosto, automatismo che dal corpo trae direttamente l’umor, la sostanza preverbale vitrea o sanguinolenta degli scarti fonici o semantici sulla pagina. Se poi il corpo deborda dal proprio perimetro, fondendosi in una specie di “ipercorpo” che abolisce confini e rimodula continuamente vasi comunicanti, ben oltre l’espansione al “tu” quale universo di senso amorosamente condizionabile, l’autobiologia può diventare dichiarazione esplicita di poetica, farsi portavoce di ogni scarto o slancio afferrabile dietro l’ombra dell’esserci, come una rabdomanzia ventriloqua di sensi e “significato” . La nuova fatica poetica “Sbocciata nelle viscere” di Antonella Taravella (Smasher edizioni, 2011), veronese di nascita e sarda di adozione, offre in questo senso un ampio campionario di alchimie biolinguistiche, come premesse indispensabili alla riscrittura del mondo, nell’arco riacceso tra il meraviglioso fibrillare di sensi e cellule, e il periglioso ordine cristallino del codice; ove non si dà rappresentazione del vissuto, se non come scossa produttiva di senso nel guscio vivo rigenerato sulla pagina; qui ogni particolare anatomico si sottrae al disegno di una mappa convenzionale di sommovimenti, piuttosto anela a rifarsi funzione in un nuovo organismo. Così “vertigini e vertebre / raccontate alla pancia” (p. 24) affiancano “taciti graffi addensati negli occhi” (p. 26), in una tessitura sottratta a cadenze o scadenze temporali, unicamente subordinata all’urgenza dei propri nodi interni da sciogliere o ricomporre. Se l’io in sé appare “ insondabile / come un marenero di parole / alla ricerca d’ossigeno” (p. 62), la poesia di Taravella sembra ritentarne un ripristino pneumatico, dove il “tu” e l’ “amore” rifuggono contingenze d’assemblaggio, infiltrano moventi indispensabili fra i lembi di una ricucitura più ampia. “…Accarezzata dalla libertà / di vorrei senza parentesi / con cui sentirmi in gabbia” (p. 63), l’autrice sembra attrezzare la propria dotazione di psichiche risorse, perché quell’“ipercorpo”, o cosmogonia terrena di schegge pronominali a specchio, tenga come luogo di rifrazione veritativa a prescindere: “Occorre approntare la parola per gl’inverni a venire / stringendosi addosso assoluzioni e i colpi bassi delle ghiacciate / di brina” (p. 40). Luogo ove i dispacci meteo del futuro ritarano i barometri del senso su espansioni metafisiche incerte, raggiungendo qua e là vette poetiche di grande intensità: “ … E poi in un orgasmo di nuvole / siedo con le labbra poggiate al vetro / e tu al di là / sfuggente su strade di acciottolati domani” (p. 18).

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(N.d.R.): la presente recensione è stata già pubblicata nella pagina culturale del quotidiano “Terra Nord Est”, il 2 agosto 2011, con titolo “La poesia che accende i sensi”.

Roberto Ranieri – poesie

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Roberto Ranieri – poesie – una lettura interessante

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Avrei mille domande

da farti, mille querule

voci da contrapporre al tuo concerto

di mare sempre a tono, sempre aperto,

avrei mille ragioni

per camminare svelto sulle acque

da riva a riva, e tingere il miracolo

di un’eccezione della prospettiva;

l’acqua che si fa terra, e nel decidere

se recitare naufrago o viandante

la parte convenuta, sopravvivere.

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Ho speso per intero la tua rendita

d’eterna posizione sulla retina

nel blu per farmi bello col Nostromo

onnipotente ed imitare il suono

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della partenza, il soffio millenario

che regola l’inizio della rotta

rinviando solo un poco l’inventario

delle spese per chiudere la bocca

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ad infiniti con zero periodico

Circi sempre fameliche di cuori

recitativi d’albe a prezzo modico

per trappole di neuroricettori

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ed è servito a poco; sono in viaggio

dall’alba dei tuoi tempi, mi è rimasto

un kit per monodosi di coraggio

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e qualche buono pasto.

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