Roberto Maggiani

Anteprima: Roberto Maggiani, Angoli interni

Il volume sarà nelle librerie il prossimo 26 luglio 2018

Roberto Maggiani, Angoli interni. Prefazione di Roberto Deidier, Passigli Editori 2018

La raccolta più recente di Roberto Maggiani, Angoli interni, parte dalla constatazione, sedimentata nel tempo e gravida di conseguenze, che a essere messa nell’angolo è la diceria circa il mandato del poeta a farsi guida.
Messa nell’angolo, la poesia non rinuncia cionondimeno a ricercare, a esplorare campi di forze e luoghi di congiungimento e intersezione di punti, a tracciare linee, a raccogliere indizi, a misurare, a rilevare, come avviene nella poesia che dà il titolo alla raccolta, che i conti non tornano. Moti e azioni in tal senso vengono dispiegate proprio risalendo dagli Angoli interni.
Che cosa occorrerà intendere, allora, per «angoli interni»? Con buona approssimazione, a me pare che il nome indichi sia l’insieme dei dati sensibili ed empirici a disposizione, sia lo spazio che l’umano – pensiero carne ossa pulsioni – dilata e condensa in dialettica perenne, non di rado ironica (Invenzione) con il divino, o meglio, con i poli di causalità e casualità, cosmo e caos.
Cardine e motore sarà dunque l’apparente dualità di scienza e poesia, sintetizzata, come rivela il titolo della terza delle dodici sezioni che compongono il libro, dalla platonica (Simposio) immagine della mela, delle sue metà divise e dell’anelito a ricongiungerle, a ricongiungersi:

«Vado da Scienza e Poesia.
con una mela tra le mani divisa a metà –
è la mia offerta alla loro unione.»

L’umano – Homo, come recita il titolo della seconda sezione – è cacciatore e raccoglitore, la distanza con l’uomo del paleolitico sembra soltanto siderale. Il poeta misura – una manciata di minuti di una giornata di ventiquattro ore la presenza umana sul pianeta – e considera, accomuna, affianca negli affetti, come esprime limpidamente il testo, dedicato al nipote Pietro (al quale è intitolata, inoltre un’intera sezione, la settima) «e a suo nonno Nando», I tre cacciatori-raccoglitori.
Sintesi esemplare delle considerazioni circa distanze e affinità, dell’arco teso tra i segni sulle pitture rupestri e l’angolo nel quale sono stati scaraventati ragione e poesia, la scienza come la fede,  sono i versi conclusivi di Contatto a Canada Do Infierno: «A ben pensare – fuori di qui – / il delirio della modernità/ ha i tuoi geni.»
Fuori dall’illusione di essere vate, il poeta resta dentro la coscienza nell’oggi, consapevole di ieri e pensoso sul domani: «Rimango sulla roccia della storia/ esposto al vento delle possibilità/ mentre altrove si è ostaggi/ a un passo dalla morte»: le sezioni ottava e nona, Disinnesco e Fanatismo (da quest’ultima è tratta la poesia Oggi – non domani) declinano le possibilità di coscienza ed esistenza. Disinnescare bombe atomiche, anziché armarle: in questo si racchiude il senso del vivere dell’io, che proprio così si presenta.
La carrucola, titolo della decima sezione, è una sonora («cigola la carrucola») metafora dell’avvicendarsi di cicli e fasi.
Il titolo dell’undicesima, La disfatta, non lascia adito a dubbi circa l’affanno del mondo, il delirio della modernità; la disfatta, tuttavia, si evince proprio dal dato sensibile e la ricostruzione del ragionamento viene così, dalle ‘sensate esperienze’, restituita: «Dove s’addensa l’ombra/ si scolora la materia/ s’evince una disfatta.»
È proprio nella sezione conclusiva, La minestra, e nella poesia omonima, che la consapevolezza del ‘mestiere’ del poeta, a dispetto della dismissione delle illusioni o forse proprio grazie a una salutare indagine chiarificatrice, si esprime nella vivace similitudine dello chef: «Come uno chef/ raccoglie affétta e rimescola/ nature animali e vegetali/ nello spazio di una cucina/ così un poeta raccoglie/ tutto il Cosmo in un solo verso.»

© Anna Maria Curci

 

Invenzione

Oggi voglio usare l’intelligenza
per inventare qualcosa di mai visto
che lasci a bocca aperta e del quale si dica:
«Che ovvio, perché non ci ho pensato prima?»
Una favolosa idea nuova
che neppure io so da dove l’ho presa
da quale parte dell’intricata
rete di neuroni e sinapsi –
se tra i ricordi e le intuizioni. (altro…)

Roberto Maggiani, La bellezza non si somma

Maggiani_Bellezza

Roberto Maggiani, La bellezza non si somma (italic 2014)

La bellezza non si somma manifesta, dandole voce e luce che a pieno diritto aspirano a una dimensione universale, la tensione verso il dire poetico di colui che ha scelto una professione scientifica − Roberto Maggiani è fisico e ben conosce la differenza tra i due linguaggi, i punti di scissione, i confini netti, così come le congiunzioni che, nella loro singolarità, si incamminano più verso il prodigio che verso la regola. La rinnovata insoddisfazione nei confronti del linguaggio scientifico, la bellezza ‘attraverso’ e ‘oltre’ («Quando ormai più né numeri e figure/ chiave saranno di tutte le creature», scriveva Novalis, poeta caro a Maggiani e come Maggiani attivo in una professione scientifica) si fanno feconde dispensatrici di forme diverse, dall’idillio all’aforisma all’istantanea che cattura epifanie del tempo, tra mode ed eterni ritorni.
No, non si somma la bellezza, ma solo chi sa scorgere la rete, chi ha la ventura oppure sceglie l’azzardo di tesserne le maglie, dà senso alla parola. Attribuzione di senso e ricerca della verità sono intimamente collegate nella rete disegnata dalla bellezza; Roberto Maggiani è perfettamente consapevole che andare incontro al suo mistero, nei regni della natura, “nell’acqua screziata d’azzurro e verde” di uno stagno al mattino, così come nell’intuizione di un “altro mondo”, non è impresa priva di pericoli. Scovare e scavare, immergersi e immaginare, allontanarsi dal sentiero comune e svelare esigono un tributo salato: “La verità nascosta si paga, / eccome se si paga”.  (Anna Maria Curci)

.

*

Il calore percuote i tamburi della terra.
Onde srotolate come tappeti
invitano nella tenda azzurra del cielo.
Una folla invisibile
batte i piedi danzando –
vibra il cosmo.

(dalla sezione I, p. 12)

*

Una persona

Nel gioco improvvisato è veloce.
La sua bellezza è inscritta
nel giallo-verde degli occhi
e nella geometria del viso.
In costume è la creatura perfetta
l’evidente bellezza.
Potrebbe essere assimilato a un dio
forgiato dai quattro elementi
raccolti sull’isola.

(dalla sezione II, p. 19)

*

La paura

È un qualunque mattino di serenità:
il sole alto sull’orizzonte marino
la nuvola bianchissima nell’azzurro subtropicale
la palma ondeggiante lungomare
il frastuono dell’onda sulle pietre.

Minuti sospesi
sul baratro dell’inesistenza –
ma noi di questo non ci preoccupiamo.
Nell’Universo del vuoto metastabile
(potrebbe disintegrarsi da un momento all’altro)
qualcuno si spaventa per una sirena
un incendio improvviso nel bosco
un forte vento.

La paura
è solo un momento in cui vediamo
riflessa nel mondo
la precarietà
della rete che ci sostiene.

(dalla sezione III, p. 26) (altro…)