Roberto Carifi

I poeti della domenica #268: Roberto Carifi, Sarà un anno, o due…

occidente

 

Sarà un anno, o due, che hanno portato la notizia.
Uno afferrò il tuo braccio, un altro la mia mano,
insieme afferrammo il legno della morte,
insieme facemmo un fuoco nel giardino
illuminammo tutto, tutto fino al buio.
Sarà un anno, o due, che una voce ci disse è stato,
che un’altra ci disse è primavera,
che una mano ci mostrò la sera
dove respirano le ombre.
Non so da quanto una lacrima entrò nelle parole
e imparammo a scrivere a singhiozzi.

 

da Occidente, Crocetti, 1990

 

I poeti della domenica #267: Roberto Carifi, Parlano ancora della periferia…

occidente

 

Parlano ancora della periferia
dell’abbandono e dei polacchi,
i miserabili polacchi che giocano da soli.
Sono dei fuoriusciti, profughi come le cose,
tutto il marciume che abbiamo intorno ai letti,
tutte le malattie. Di fuori ricchi e dentro il gelo,
un gelo da polacchi, da gente in fuga.
Le chiamano Case delle bambine Ebree
e noi cristiani creduti in patria,
noi destinati alla prova vera,
a un cenno disfatto sulla bocca.

 

da Occidentei, Crocetti, 1990

 

I poeti della domenica #183: Roberto Carifi, Drieu

Drieu

Ho guardato la polvere,
nient’altro che la polvere, il diario
e l’arma vicino al cuore.
Quando racconta c’è una lampada al neon,
una lampada che colpisce.
Dice voltatevi dalla parte giusta,
verso codesto esilio,
lo so che saremo interrogati,
che questa luce è finta.

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Roberto Carifi, Nel ferro dei balocchi. Poesie 1983-2000, Crocetti, Milano, 2008

Roberto Carifi: la domanda e l’attesa (di Mauro Germani)

Roberto CarifiL’opera poetica di Roberto Carifi è contrassegnata da una parola esiliata, che è do­manda e – soprattutto nella produzione più recente – attesa.
In essa l’interrogazione ontologica viene posta in tutta la sua radicalità per accogliere e custodire il segreto abissale della scrittura, l’ascolto dell’intimità dell’indicibile, dove la dimora è sempre provvisoria e aperta all’appello del linguaggio e alla sua erranza.
Da questa spoliazione e da questo abbandono nasce una memoria lacerata e profonda. È la metafora dell’infanzia, che è rinvenibile in tutta la produzione di Carifi; una me­tafora segnata come da una ferita irrimediabile, uno strappo oscuro e luminoso. C’è in questo riferimento costante all’infanzia tutta l’ineluttabilità di un’origine frantumata nell’orrore e nell’estasi, tutto lo spaesamento ma anche l’amore da cui la poesia stessa – il “gettarsi davanti alla polvere dei resti”–[1] non può prescindere. Infanzia e poesia abitano “le tracce di un ignoto disastro”,[2] dove l’io è consegnato contempora-ne­amente al congedo e all’incontro di alterità enigmatiche e familiari ad un tempo (gli angeli, i morti, le bambole, i soldatini di stagno). Ed è proprio in questo “tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale”,[3] che ogni volta risuona “un grido infantile” e si avverte “una sorte vicinissima al vuoto”.[4] Qui  si consuma, per Carifi, il destino del poeta, ai bordi di un abisso, di quella doppia vertigine dello sguardo spaurito dell’orfano e dell’addio, dell’obbedienza all’Altro che chiama.
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Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano