Roberto Bolaño

Juan Rodolfo Wilcock scrittore tra i mondi (di Daniel Raffini)

.

Juan Rodolfo Wilcock è oggi in Italia un autore poco conosciuto; eppure in Italia ha vissuto per oltre vent’anni, pubblicando moltissimi libri di assoluto interesse e originalità nel panorama letterario nazionale. Oggi Wilcock è un autore rimosso, espulso dal canone letterario, conosciuto solo da qualche lettore appassionato: questo è paradossale, se pensiamo che i suoi libri sembrano scritti in primo luogo per il piacere della lettura. In questo senso è degna di plauso l’operazione di Adelphi, casa editrice storica di Wilcock, che sta provvedendo alla ripubblicazione delle opere dell’autore. Il carattere ludico della sua opera deriva dalla sua personalità, ma anche dalle sue origini, quel Sudamerica dove tutti scrivono e leggono, dove la scrittura e la lettura hanno ricoperto e ricoprono un ruolo centrale non solo all’interno del panorama culturale, ma anche come fenomeno sociale tout-court.
Wilcock non è infatti italiano, salvo diventarci da un certo momento della sua vita. Egli nasce a Buenos Aires nel 1919 da una famiglia decisamente internazionale – madre argentina, padre inglese, nonni italiani, scozzesi, franco-svizzeri – e come altri argentini mostra fin nel nome il cosmopolitismo della sua famiglia. Questa situazione familiare ebbe come risultato che Juan Rodolfo apprese fin da piccolo molte lingue: oltre allo spagnolo, dominava l’inglese, l’italiano, il tedesco e il francese. I suoi studi sono di carattere tecnico, ma presto decide di dedicarsi alla letteratura. Per le prime prove, in spagnolo, sceglie la poesia: nel 1940 pubblica Primer libro de poemas y canciones, che ottiene un buon successo e dà avvio alla sua carriera letteraria. Negli anni successivi conosce figure di spicco della cultura argentina dell’epoca, come Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo. La lezione di questi scrittori si farà sentire nei testi del periodo italiano attraverso l’elemento del fantastico, a cui Wilcock aggiunge una buona dose di satira tutta personale. In Argentina collabora con molte riviste – prima tra tutte la ben nota «Sur» – e pubblica altre raccolte di poesie: Los hermosos días (1942), Ensayos de poesía lírica (1943), Persecución de las musas menores (1944), Paseo sentimental (1945), Sexto (1951). Nel 1951 con Silvina Ocampo intraprende un viaggio in Europa e visita anche l’Italia. Pochi anni dopo, nel 1955, decide di lasciare definitivamente l’Argentina e si stabilisce prima a Londra e poi a Roma, dove resterà fino alla morte avvenuta il 16 marzo 1978, inframezzando lunghi periodi di fuga in campagna a Velletri e Lubriano.
Il primo punto su cui soffermarsi è l’esilio di Wilcock, quello spartiacque fondamentale che è l’attraversamento dell’Oceano. Il suo fu un esilio volontario, dettato in parte dalla situazione politica del paese durante il regime peronista, verso il quale lo scrittore si era dimostrato insofferente. Nel 1955 dichiara all’amico Hector Bianciotti: «Se non te ne vai subito da questo paese, sei perduto per sempre». I due partiranno pochi mesi dopo: Bianciotti si stabilirà in Francia, mentre Wilcock approderà a Roma. La scelta di partire non è motivata da una disaffezione per l’Argentina in generale, ma dalle condizioni politiche del paese e dalla situazione che si prospettava agli intellettuali. Tuttavia le ragioni dell’esilio di Wilcock non vanno ricercate solo sulla sponda argentina: se lì c’era qualcosa che lo respingeva, allo stesso modo qui qualcosa lo attirava visceralmente. Il viaggio del 1951 è probabilmente il momento della maturazione nello scrittore della fascinazione dell’Europa come terra delle origini a cui far ritorno. Dal punto di vista personale Wilcock vede nel vecchio continente la patria degli antenati; dal punto di vista generale l’Europa è il luogo in cui la cultura nasce e si espande in tutto il mondo, anche in Argentina: «Quanto alla tradizione letteraria argentina, è ovvio che non può essere altro che la tradizione letteraria europea», dirà Wilcock in un’intervista di Mario Lunetta. Questo legame emerge leggendo le poesie di Wilcock − come ha fatto giustamente notare A. Gialloreto nel saggio L’intelligenza del caos. Gli esodi italiani di Juan Rodolfo Wilcock (in ID, I Cantieri dello sperimentalismo. Wilcock, Manganelli, Gramigna, e altro Novecento, Jaca Book, 2013). L’Europa è la terra delle origini verso la quale lo scrittore si sente attratto: «Una specie di amore mi attirava:/ venni, bevvi l’amore e persi i sensi» (R. Wilcock, Poesie, Adelphi, 1980, pp. 150-151). Per quanto riguarda l’Italia il legame interessa anche la lingua, sentita come retaggio materno nelle sue varie accezioni: «Madre ho un brivido quando penso/ che mi hai dato come a tutti i tuoi figli/ una parola almeno in dono, una/ soltanto delle migliaia di basalto/ che furono di Dante Alighieri» (Ivi, p. 164). È così che l’esilio di Wilcock diventa anche esilio linguistico e lo scrittore decide di scrivere in italiano, lingua a cui rimarrà fedele per il resto della sua vita, tornando allo spagnolo solo per autotradursi. (altro…)

“I detective selvaggi”: un romanzo sulla poesia (di C. Trombetta)

bolano-detective-selvaggiI Detective Selvaggi: un romanzo sulla poesia

di Chiara Trombetta

 

Che si ami o che si detesti Roberto Bolaño, I detective selvaggi resta un romanzo incredibile. Quasi 700 pagine che tirano il lettore per la collottola da un capo all’altro del mondo sulle tracce di Ulises Lima e Arturo Belano. Due poeti, un messicano e un cileno. Nient’altro che spacciatori di marijuana, ladri di libri, perdigiorno senza speranza, forse. Due ingenui fuori di testa allucinati dalla droga. Due ombre inafferrabili, oggi in Messico, domani nel Sonora e poi in Europa, a Parigi, Berlino, Londra. Un libro su due poeti fantasmi che a loro volta inseguono poeti e poesie perse nel nulla. La povera Laura Damián, morta giovanissima, Cesárea Tinajero, di cui tanto si parla ma di cui nessuno riesce a ricordare un singolo verso. Assenze che riempiono la bocca di fiumi di parole in piena. C’è di tutto in questo romanzo: letteratura, politica, sesso, amicizia, ossessioni, magnaccia inferociti e ospedali psichiatrici. Ma scompaiono sempre dietro l’angolo, quei due, Ulises e Arturo, all’inseguimento della Poesia.
E alla fine la trovano, l’unica poesia di Cesárea mai pubblicata. Finalmente scovano la Poesia. È una notte di Gennaio del ’76, nel DF di Città del Messico, in Calle República de Venezuela, vicino al Palacio de la Inquisición. Tra una bottiglia di mescal e una di tequila, Amadeo Salvatierra, vecchio scrittore ubriacone e un po’ sentimentale, mostra loro l’unica copia sopravvissuta della rivista Caborca, sulle cui pagine figura Sión, la sola testimonianza del passaggio di Cesárea sulla Terra:

trombetta

La Poesia si svela in una sola occhiata, in tutta la sua semplicità. «Qual è il mistero?» chiede loro Amadeo, che da quarant’anni spreme le meningi su quell’enigmatica pagina. I ragazzi lo guardano. «Non c’è nessun mistero, Amadeo». È proprio questo il punto. È uno scherzo, la poesia è uno scherzo che nasconde qualcosa di molto serio. Nessun mistero, è facilissima da capire. E non è, forse, simile alla vita? Tutti i santi giorni a lambiccarci il cervello nella pretesa di capire la vita, i giorni, le ore che passano. I fatti, gli eventi intono a noi sembrano spesso intrisi di un’aura misteriosa, segni incomprensibili di un codice sconosciuto e imposto dall’alto, da accettare e decifrare con la minuzia di un chirurgo in sala operatoria. E se ciò che rende tale un uomo fosse semplicemente il suo essere dotato di vita, di qualsiasi forma, misura e consistenza essa sia? Allo stesso modo di una poesia che, dicono Lima e Belano, non deve per forza significare qualcosa, eccetto il fatto che essa è una poesia, a prescindere dalle parole, dai tratti che la compongono. Del resto, è ciò che anche Julio Cortázar, che per Bolaño è «il migliore», afferma nel ’63 in Rayuela: «Non esistono messaggi, esistono messaggeri, e questo è il messaggio, così come l’amore è colui che ama».

Una linea retta, una linea ondulata e una spezzata. Mare calmo, mare mosso, tempesta. Tranquillità, inquietudine, dolore. Naturale. Trasparente. La poesia è poesia. La vita è vita. Non c’è inganno in attesa nel buio.

 

© Chiara Trombetta

I poeti della domenica #194: Roberto Bolaño, Ho sognato

14

Ho sognato che stavo sognando, avevamo perso la rivo-
luzione ancora prima di farla e decidevo di tornare a casa.
Quando volevo mettermi a letto ci trovavo De Quincey
che dormiva. Si svegli, don Tomás, gli dicevo, è quasi l’alba.
deve andarsene. (Come se De Quincey fosse un vampiro.)
Ma nessuno mi ascoltava e uscivo di nuono nelle strade
buie di Città del Messico.

*

14

Soné que estaba soñando, habiamos perdido la revolu-
ción antes de hacerla y decidia volver a casa. Al intentar
meterme en la cama encontraba a De Quincey durmiendo.
Despierte, don Tomás, le decía, ya va amanecer, tiene que
irse. (Como si De Quincey fuera un vampiro.) Pero nadie
menescuchaba y volvía a salir a las calles oscuras de México
DF.

*

da Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur 2017

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*
Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

(altro…)

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

(altro…)

Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno

cileno

Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno, Adelphi, 2016, € 15,00, ebook € 7,99; trad. di Ilide Carmignani

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel gioco invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico.

Il numero cinquanta di Una frase lunga un libro non poteva che essere Notturno cileno di Roberto Bolaño, per due motivi; il primo è che un numero così alto per una rubrica di recensioni richiede un festeggiamento, richiede un libro e uno scrittore superiori alla media. Il secondo è paradossale e splendido. Come sapete, la rubrica, molto semplicemente, parte da una frase che rappresenti il cuore di un libro o che consenta di individuare un punto di partenza di un romanzo. Roberto Bolaño, maestro di molte cose e anche di paradossi, di enigmi, di ribaltamenti di prospettiva, con Notturno cileno (uscito per la prima volta in Spagna, nel 2000) scrive un romanzo che ha un ritmo così serrato (non ci sono nemmeno i capitoli) che impedisce le pause e che pare reggersi su un’unica lunghissima frase. Eccolo, il mio amato Bolaño arriva e mi risolve e spiega l’idea della rubrica. Il brano che ho scelto è – inevitabilmente – l’incipit, fatevelo bastare, non potevo ricopiarvi il libro, ma quando arriveremo in fondo pochi di voi non si precipiteranno fuori a comprarlo; come il protagonista di Ninna nanna di Palahniuk (Mondadori, 2005, trad. di M. Colombo) si precipitava fuori di casa per comprare le patatine al formaggio dopo averne visto la pubblicità.

cileno2

Bolaño sceglie un uomo per protagonista, un uomo che è molte cose, a cominciare dal nome, ne ha due. Quello vero, quello dell’uomo di chiesa, Sebastián Urrutia Lacroix, e quello da poeta e critico letterario, nome d’arte, quindi, Ibacache. Padre Ibacache, gioca Bolaño. Un uomo di potere, almeno in apparenza, un uomo che ha potuto decidere e incidere vestito con l’abito talare, e un uomo che ha potuto attraverso la critica letteraria cambiare o non cambiare le sorti di questo o quel poeta, benedire o maledire una prosa o uno scrittore. Gioca Bolaño, lo ha sempre fatto, in tutti i suoi romanzi, mappe che conducono dentro altre mappe, isole trovate e perdute, personaggi che si rincorrono da un racconto a un romanzo; il gioco qui è tutto in una notte, dove contano il delirio di chi sta arrivando alla fine dei suoi giorni e la memoria che ordina e disordina i pensieri come avviene soltanto nei sogni.

(altro…)

Una frase lunga un libro #16 – Roberto Bolaño: Puttane assassine

puttane

Una frase lunga un libro #16 – Roberto Bolaño: Puttane assassine. Adelphi, 2015 – Traduzione di Ilide Carmignani. €18,00 – ebook €9,99

I suoi occhi erano, come dire, potenti. Fu quello l’aggettivo che mi venne in mente allora, un aggettivo che evidentemente non nasceva dall’impressione reale che i suoi occhi lasciavano nell’aria, sulla fronte di chi riceveva il suo sguardo, una specie di dolore fra le sopracciglia, ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Se il suo corpo tendeva, come ho detto, a una rotondità che gli anni avrebbero finito per concedergli pienamente, i suoi occhi avevano qualcosa di affilato, di affilato in movimento.

Parafrasiamo questo brano. Ad esempio: Le sue parole sono, come dire, potenti. Riuscite a seguirmi? Bene, allora continuiamo. Ê questo  l’aggettivo che mi viene in mente sempre, un aggettivo che evidentemente non nasce dall’impressione reale che le sue parole lasciano nell’aria. E poi, lasciandone fuori un pezzetto: una specie di stupore fra le sopracciglia (fra gli occhi, nella mente, nell’anima, in un posto molto nascosto, il “laggiù” di ogni lettore), ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Vado avanti ancora un po’, facciamo in modo che Roberto Bolaño la recensione se la scriva da solo. Lascio fuori un altro pezzetto e concludo: le sue parole hanno qualcosa di affilato, di affilato in movimento.” Ecco. Come vedete, oltre ad aver parafrasato questo splendido passaggio tratto da uno dei racconti di Puttane assassine, ho anche cambiato i tempi verbali. Perché le parole di Bolaño, potenti o affilate, non possono essere esaminate con tempi verbali al passato, perché vive, costantemente. Vive e nuove. Affilate in movimento. Le parole di Bolaño mutano sotto i nostri occhi, si modificano, variano d’intesità a ogni lettura. Il tempo verbale più corretto, per parlare dello scrittore cileno, è il futuro. È da lì che viene, è da lì che ha scritto il suoi libri.

(altro…)

Federica Arnoldi: Roberto Bolaño

bolano-starter11-cover

Federica Arnoldi, Roberto Bolaño, Saggistica, Starter, Doppiozero, 2015; ebook €3,00

Eccomi qua, di nuovo Bolaño. Di nuovo un viaggio, di nuovo il tentativo di capire perché io non riesca a smettere di leggerlo. Di nuovo io, io lettore, che rimango incantato perché in un frase (o paragrafo, o pagina), già letta più volte, io, io lettore, riesco a trovare qualcosa di nuovo. Qualche spiegazione in più, o se preferiamo conforto, o se vogliamo, se va bene, emozione nuova, mi arrivano da questo saggio di Federica Arnoldi, da poco uscito in ebook, per Doppiozero. Per provare a parlarne, parto da una frase di Alberto Manguel, che trovo in un libro che amo molto: Al tavolo del cappellaio matto (Archinto, 2008). Lo scrittore argentino inserisce una mappatura del lettore ideale, interessante e divertente, fa un gioco dal quale si impara e col quale ci si può riconoscere. Tra le definizioni che Manguel usa, ne scelgo una: Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro. E qui mi fermo un attimo.

(altro…)

Poetarum Silva: voci per Roberto Bolaño

 

Poetarum Silva, Voci per Roberto Bolaño

Oggi, 28 aprile 2015, Roberto Bolaño avrebbe compiuto 62 anni. Per questa giornata proponiamo, in forma di ‘voci’, alcuni testi di autori della redazione di “Poetarum Silva” dedicati alle opere, ai personaggi e alla figura di Bolaño.

 

Auxilio-Alcira e i colori del ’68

Ocra: può un tailleur avere il colore dell’ocra gialla? Nel tuo guardaroba, sì. Il tailleur ocra aveva la gonna dritta e improbabili bottoni del diametro di quattro centimetri. Lo avevi quella domenica in cui, a mo’ di celebrazione del quartiere nel quale eravamo venuti ad abitare, papà ci fotografò di fronte al laghetto dell’EUR. Il nostro Sessantotto ha il colore del tuo tailleur.

Anna Maria Curci, La mia scala cromatica

Quali colori ha “l’anno incolume”, il ’68 di Amuleto di Roberto Bolaño*? “Tutti i colori del giallo”, tutti i colori del noir, come suggerisce l’incipit solenne:

Ésta será una historia de terror. Será una historia policíaca, un relato de serie negra y de terror. Pero no lo parecerá. No lo parecerá porque soy yo la que lo cuenta. Soy yo la que habla y por eso no lo parecerá. Pero en el fondo es la historia de un crimen atroz.

Questa sarà una storia del terrore. Sarà una storia poliziesca, un noir, un racconto dell’orrore. Ma non sembrerà. Non sembrerà perché sono io quella che la racconta. Sono io a parlare e quindi non sembrerà. Ma in fondo è la storia di un crimine atroce.*

Non mancheranno – continuo a usare, sulla scorta dell’incipit, il futuro che è insieme programma, promessa, impegno-vincolo – l’azzurro sbiadito di una gonna plissettata, l’argento di uno strano rospo, il verde di boschi reali e boschi sognati, l’arcobaleno impolverato delle tele di Carlos Coffeen Serpas, il rosso di una ecatombe che si perde nel mito (e sarà il mito di Erigone, narrato con stralunata lucidità dal pittore quarantenne), eppure è inesorabilmente destinata a ripetersi, il bianco, annerito dal sangue, di un fazzoletto sporco, il bianco accecante, infine, delle piastrelle di un bagno, sciolte dalla luce della luna.
Quel bagno della Facoltà di Lettere e Filosofia di Città del Messico, dal 18 al 30 settembre 1968, è il luogo di un parto straordinario, tappa iniziale, intermedia, mai conclusiva, di un viaggio nella memoria insopprimibile e trampolino di un volo nel canto universale, nella poesia-amuleto. Chi ne è al centro, chi lo narra è Auxilio Lacouture, personaggio già apparso ne I detective selvaggi , che così si presenta:

Me llamo Auxilio Lacouture y soy uruguaya, de Montevideo, aunque cuando los caldos se me suben a la cabeza, los caldos de la extrañeza, digo que soy charrúa, que viene a ser lo mismo aunque no es lo mismo, y que confunde a los mexicanos y por ende a los latinoamericanos.

Mi chiamo Auxilio Lacouture e sono uruguaiana, di Montevideo, ma quando mi prende male, quando mi dà alla testa la nostalgia, dico che sono charrúa, che poi è lo stesso anche se non è lo stesso, e confonde i messicani e quindi anche i latinoamericani.*

La vicenda vissuta e narrata da Auxilio Lacouture è ispirata alla vita dalla “bellezza tragica” di Alcira Soust Scaffo, “maestra uruguaya”, “madre di tutti i poeti”. Ribadisco oggi l’invito formulato cinque anni fa. Il mio è un invito a marciare in direzione opposta al silenzio, battezzando, magari, come fa Auxilio-Alcira, la “gamba destra con il nome di volontà”, la “gamba sinistra con il nome di necessità”.

Anna Maria Curci

*Roberto Bolaño, Amuleto. Traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2010 (originale 1999)

Alcira_Soust

 

Roberto Bolaño a Piazza Garibaldi

 

I treni che vanno e vengono sono uguali
qui o a Santiago, a Parigi come in Spagna
le stazioni, no le persone ancora meno
i binari sono già letteratura, credo

che avrei rubato libri come in Cile
se fossi nato qua, avrei rubato comunque
mi sarei arrangiato, avrei perso
avrei dimenticato ma non tutto

questa è una frontiera in diagonale
ogni vicolo, ogni incrocio è una linea
e tutto marca una differenza, un’assenza
avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.

(Gianni Montieri, da Turisti americani, in: V. Amarelli, F. Filia, V. Frungillo, G. Montieri, Immo,  La disarmata, CFR 2014)

 

Qui  un brano da Anversa di Roberto Bolaño proposto da Gianni Montieri per la rubrica, da lui ideata e curata, “La domenica e…”

I libri che abbiamo preferito nel 2014 (non è una classifica)

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2014. Quella che segue conterrà libri letti nel 2014 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2015 (gm)

parigi - foto gm

parigi – foto gm

***

Giovanna Amato

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, C. E. Gadda, ed. Garzanti 2000 – Fosse anche solo la pagina sugli alluci. La pagina sugli alluci, diamine. Fa miracolo a sé.

Ovunque, proteggici, E. Ruotolo, Nottetempo 2014 – “La narrazione, al giorno d’oggi, quanto mordente ha perso, non ci sono più quei libri che ti fanno saltare sulla sedia a ogni pagina, non trovi cara?”, “No.”

Novantatré, V. Hugo, ed. Mondadori 1993, trad. F. Saba Sardi – Nella terna di capolavori di quel capolavoro di uomo che era Victor Hugo.

Almanacco del giorno prima, C. Valerio, Einaudi 2014 – Di Elena Invitti ci si innamora, punto. Tanto per complicarmi le cose, obbedisco in pieno. E con orgoglio: lei è più vera del vero.

Solaris, S. Lem, ed. Sellerio 2014, trad. V. Verdiani – (se del perché non sono venuti a capo a bordo, non vedo come potrei farlo io qui.)

(altro…)

Don DeLillo, Underworld (rec. di Martino Baldi)

delillo-underworld

 

Don DeLillo, Underworld, Einaudi (Supercoralli, 1999; Super ET, 2014; ebook, 2012); traduzione di Delfina Vezzoli

 

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

(altro…)

Reloaded (riproposte estive) #13: Roberto Bolaño, la parte della letteratura

 

Roberto-Bolano

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

***

Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa ,forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). (altro…)