Roberto Batisti

Blablaindoeuropeoblablanoia

di Roberto Batisti

Quattro deformazioni professionali

the fat of the land

1. Fu nella Taylor Institution Library di Oxford, mentre mi documentavo sulla dittongazione negli accusativi plurali del cipriota, che scoprii come la Festschrift dedicata più di trent’anni orsono all’ellenista e indoeuropeista F.R. Adrados si aprisse con questo bel sonetto di Luís Alberto de Cuenca, filologo, poeta, traduttore, real accademico di Spagna, e facitore – non so quanto noto da noi – di versi limpidi, ironici e eruditi, con un gusto postmoderno per la ripresa dei miti antichi. Non so quanto sia frequente imbattersi, fra i dotti contenuti di simili volumi gratulatorî, in poesia contemporanea di pregevole fattura; tantomeno poesie i cui protagonisti siano gli Aryas in procinto d’abbattersi sulla valle dell’Indo. La traduzione, orrenda e puramente di servizio, è mia e ha l’unico merito di tentare la salvaguardia – con qualche stiracchiatura – degli endecasillabi:

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Daniele Bellomi, Dove mente il fiume – Recensione di Roberto Batisti

di Roberto Batisti

Bellomi

Daniele Bellomi, Dove mente il fiume, Prufrock spa, 2015 – € 12.

Daniele Bellomi – prima ancora d’ogni giudizio sugli esiti da lui raggiunti – è certamente uno dei nuovi autori italiani più interessanti, potenti e originali nella loro proposta: ben venga dunque la notizia d’una sua nuova pubblicazione, che prosegue con coerenza il discorso già impostato da Ripartizione della volta (Anterem/Cierre Grafica 2013) e dal recenziore Cordature (qui). In Dove mente il fiume Bellomi rifonde, fra gli altri, alcuni testi già circolati negli ultimi anni, incluso quello – assai notevole – che al libro fornisce il titolo, e nello spazio di 80 pagine riesce a dare una gamma convincentemente ampia delle possibilità di modulazione della sua voce, senza che per questo venga meno quella compattezza un po’ ossessiva di sguardo e di tecnica che lo contraddistingue.
La quantità d’intelligenza, di tensione linguistico-conoscitiva, di soluzioni formali riversata in questi densissimi testi rende proibitivo cercare di dire qualcosa d’adeguato in poche righe. Un esercizio cognitivamente più utile e moralmente più edificante sarebbe cercare anzitutto d’evitare tamquam scopulum alcuni equivoci a cui può condurre la scrittura bellomiana (incidentalmente: quale status deve aver raggiunto un autore prima che si possa derivare un aggettivo dal suo cognome senza suonare ironici?). L’alternativa è cozzarci contro apposta, per saggiarne la consistenza, prima che si coagulino in stereotipo critico.

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Poesie inedite di Roberto Batisti

da Legni achei

legni achei

prose immani, prore grame
vocativo alla gola della Troade:
salpa un ossame lieve
stupendamente.


*


con in bocca le blatte, nere flotte
masticate dal crotalo del sonno

accalcano la luce come mosche,
sgorgheranno in pasto al vuoto.


*


ronzio tossico di dèi
l’Egeo cigola e cricchia, s’incifra.


*


appoggia scafi sulla schiuma
al rombo delle prime ossa.

attende un maggese di sillabe
la consegna del decesso.


*


progetta un canto cavo, la rubrica
atroce:

ma lui è il supplemento della notte
la buttata della morte.


*


morsi ciechi delle chiglie
sulla sagoma amara della costa.

schioccano i rostri. vettori gonfi
di fiamma puntano l’interno
e solcano il dicibile,
ne sventano la trama.

il sangue sale ad allacciare i popliti,
a dirimere, allibrare i caduchi.

allora un duro mosto ruota nelle tazze.

Nota critica su “Traviso” di Alberto Cellotto

di Roberto Batisti

Traviso

Con questa raccolta, la sua quinta in dieci anni da Vicine scadenze del 2004, Alberto Cellotto inaugura come meglio non si potrebbe la collana ‘hence le joie’ di Prufrock spa (e all’editore vada un plauso per la cura adoprata nel confezionare un oggetto libro elegante e azzeccato sul piano grafico, materico, oltre che per il coraggio e la coerenza di visione con cui sta costruendo il suo catalogo). In linea con l’indirizzo programmatico della nuova collana («libri che in massimo venticinque poesie svilupperanno un immaginario profondo e autosufficiente»), l’autore inanella ventuno brevi liriche, di sette versi ciascuna (si confronti la misura media ben più distesa del precedente Pertiche del 2012, che addirittura si chiudeva con un lungo poemetto), scandite da una misteriosa numerazione che per salti discontinui arriva fino a 72; e le arma di una coerenza interna, di una densità linguistica micidiale. A tutti i livelli.
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