Roberta Sireno

Videointervista a Roberta Sireno

Roberta Sireno ha risposto a quest’intervista sul suo lavoro poetico degli ultimi anni, che converge nell’opera senza governo (Raffaelli 2016). La cornice è quella di Forte Marghera, Mestre (VE), dove dal 12 al 16 luglio si sono svolti i seminari selettivi del Teatro Valdoca cui anche la poeta ha partecipato a c32 performing art work space.

‘senza governo’ di Roberta Sireno

Roberta Sireno, senza governo, Raffaelli editore, 2016, pp. 62, euro 12

Quando un poeta eccede i confini del definibile è sempre una sfida, per chi fa critica, cercare di restare all’interno dei limiti di ciò che si può dire, circoscrivere e restituire al lettore un’interpretazione di quanto legge. E quella attorno alla poesia e alla poetica di Roberta Sireno è una scommessa che vale la pena di essere giocata per diverse ragioni. Alcuni dei movimenti che portano alla scoperta della sua poesia muovono al mio orecchio da lontano, dall’interno dell’esperienza con il Teatro Valdoca al Forte Marghera di Mestre per l’associazione Live Arts Cultures¹ nel 2015: durante il seminario di quell’anno, sempre sotto la conduzione di Cesare Ronconi, ci fu per me la conoscenza dei versi di Sireno, di cui il regista si servì per la restituzione pubblica del lavoro con oltre venti tra attori, performer e musicisti. Questo “circuito” significante ha costruito non solo l’esito di un lavoro che prosegue − allora erano i Comizi d’amore − ma anche l’esperienza dell’ascolto della parola poetica nel suo “utilizzo” dal vivo, da parte di una voce che (s)piega la poesia facendola diventare strumento per il teatro, cosa che con la Valdoca avviene da sempre grazie ai versi di Mariangela Gualtieri. Non è di poco conto riuscire a concedersi la possibilità di esperire i testi di Sireno in presa diretta, testi che nascono certamente per la lettura ad alta voce; e nascendo all’interno della dimensione vocale, con un appello al lettore e all’ascoltatore, affinché vi sia un accesso al significato mediato dall’intenzione all’ascolto, si fanno dal mio punto di vista ‘parola-corpo’. Alcuni dei testi che, nel 2015, costituivano il tessuto dell’esito di Comizi d’amore oggi rientrano in senza governo, per lo più nella prima sezione che appare di accesso al corpo, sia al corpus poetico sia al corpo della parola nella sua interezza e integrità.

Parlare di integrità nella poesia contemporanea apre a una precisa responsabilità: quella di nuovo del critico che non intende abdicare al troppo spesso reiterato appiattimento lirico su cui si fonda molta poesia di oggi; critico che è anche messo di fronte al bisogno di leggere questa poesia dall’alto, da una prospettiva che guardi all’insieme senza immaginare una scomposizione. Non è questo un giudizio di valore circa il linguaggio lirico puro che spesso trova nel nostro blog uno spazio di condivisione; va appoggiata, d’altro canto, e anche evidenziata e sostenuta la scelta integrale di Sireno di muoversi dentro altri territori, impervi e «aspri», come li definisce Lorella Barlaam. E proprio dentro l’«asprezza» di una parola che procede in questo caso «dal particolare all’universale» attraverso una sorta di ‘regressione’ tematica, stilistica e che riguarda anche la sintassi poetica, c’è il mondo della poeta che raccoglie, ‘disarma’ la parola dal superfluo e accoglie l’indicibile restando nella dimensione di un’oralità scomposta eppure vigorosa. (altro…)

I poeti della domenica #159: Roberta Sireno, assenza

assenza:

il nero rimbomba la casa stritola e le
stanze

sono scatole affacciate sull’orlo

(siamo stati
altra dimensione)

© Roberta Sireno, in senza governo, Raffaelli editore, 2016

Da corpo a corpo. Incontro-performance oltre la violenza

di Anna Franceschini e Roberta Sireno

[Il 25 novembre, a Sasso Marconi (Sasso Marconi, Sala Mostre Renato Giorgi, Via Del Mercato 13), in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, si terrà il consueto appuntamento organizzato dall’associazione culturale Le voci della luna. In questa evenienza diversi artisti saranno chiamati a intervenire. Si pubblica qui la descrizione dell’incontro-performance ideato da Anna Franceschini e Roberta Sireno (associazione ComPari) che avrà luogo alle ore 19.30.]

corpo a corpo

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Inediti di Roberta Sireno

pesaro robi

poni delicatamente l’orizzonte del tuo occhio oltre la riva d’acqua
guardi il soffio e il contorno: nulla è livido nulla è
sessualmente strumentale – ma rimane
la toccata il richiamo
al principio: puoi ruotare come dentro un
cerchio concentrico
pompando il grande sesso
pompando il vuoto

.

*

è la testa che fa male il petto che dondola l’orecchio che non permette
non permette – dondola di nuovo – nuda
al tavolo ti scrivo con la lingua a penzoloni – nuda sempre
più nella doccia gridando lo
svuotamento – gridando supplico piangendo faccio il collo
prolungamento nell’intreccio
delle dita – faccio spaccato faccio
tutto quello che posso: per scriverti – nuda nello inverno faccio
al tavolo il tempo
disegnando l’asse l’inclinazione

.

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“Tornare al cuore”. Cesare Ronconi e il Teatro Valdoca a Mestre il 26 luglio. Con un’intervista a Cesare Ronconi

FORTE_MARGHERA_2014

Domani, domenica 26 luglio, presso Forte Marghera a Mestre (Ve), vi invitiamo ad assistere all’happening Tornare al cuore, esito performativo dei laboratori tenuti da Cesare Ronconi – regista e con Mariangela Gualtieri fondatore del Teatro Valdoca di Cesena – tra Gubbio e Mestre (coinvolto anche lo spazio di Forte Mezzacapo e il Teatro di Marzo così come gli spazi di c32 e Live Arts Cultures).
Ho desiderato incontrare e intervistare Cesare Ronconi per entrare in questo lavoro con maggiore “attenzione”, la stessa che lui tiene sempre altissima verso il suo lavoro, la stessa che è richiesta dalla poesia, che gioca un ruolo importantissimo e fondamentale nei lavori del Teatro Valdoca.
Maggiori informazioni su www.teatrovaldoca.org e su liveartscultures.weebly.com/

© Alessandra Trevisan

L’anno scorso anno qui negli spazi di c32 a Mestre hai portato Avere attitudine al congedo, quest’anno invece Tornare al cuore. I titoli di queste due ‘azioni performative’ sembrano essere antitetici ma trovano, a mio avviso, almeno un punto di incontro nella parola ‘presenza’. Lo dici anche nel testo che introduce Avere attitudine al congedo: «Il divenire è nella presenza, non nella rappresentazione».

Non mi interessa la rappresentazione, è vero, ma la presenza. Che contiene l’assenza, anche, perché la forma pura della presenza è nel suo divenire, che necessariamente nella discontinuità postula l’assenza. È quello che succede anche nel suono, che contiene il silenzio. Questo è l’argomento del lavoro: quale parte di noi è presente, quale assente.
Se fossimo una cavità, in noi tutto potrebbe venire ad abitare, ma non siamo una cavità sola. È nell’attenzione, che è una forma di preghiera molto profonda, che abbiamo la possibilità di legare assenza e presenza e mettere in contatto tutte le presenze che sono innumerevoli, non solo umane.

Nel manifesto che presenta le idee cardine del lavoro ci sono delle parole chiave che mi portano a chiederti come lavoriate; i versi di Mandel’štam che chiudono il vostro testo critico: “Vita d’argilla! Agonia del secolo/ Ho paura che solo ti capisca/ chi porta sulla bocca l’impotente sorriso/ di chi ha perduto se stesso”. Mi pare che il riso, la solitudine ma anche la ricerca di un’appartenenza (insieme conflittuali, in qualche modo) siano alla base del vostro lavoro. Come si dipanano? 

Non si dipanano proprio. È impossibile venire a capo di questa mancanza. Io penso che il teatro colga la cavità di cui parlavamo prima, trovandone la corrispondenza nelle emozioni; il teatro è il presente puro e, secondo me, questo presente è l’unica cosa che davvero ci fa sentire che siamo vivi. È dopo un incendio che si vedono le strutture di un edificio, quando crolla un sistema ti accorgi che conteneva della vita, che l’ha vissuto sino ad allora. Probabilmente il teatro deve far crollare delle costruzioni linguistiche. Dopo, il paesaggio non è più quello di prima. 
Questo è un lavoro che per me avviene nel tempo lungo delle prove. Di questo tempo di lavoro ho bisogno. Ed è anche un po’ il mio piacere.

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La poesia di Elena Carletti – di Roberta Sireno

San Paolo - foto gm

di Roberta Sireno



Se si tratta di inseguire un percorso dove la propria storia diventa non-storia, e quindi semplice suono vocalico e consonantico ridotto fino al limite stesso del silenzio, tale è la poesia inedita di Elena Carletti, nata nel 1987 a Pesaro. È un linguaggio che può essere definito spiraliforme per la sua capacità di captare segnali, anche ridondanti e frastornanti della realtà, e quindi di precipitare con essi nel bombardamento dei significanti, in una sorta di fobia del suono, che si prolunga all’infinito:

un boato prolungato
filamentoso
di luci blu
———blu di basso burrone
blu bottone (che infilo
che sfilo dall’asola aperta)
un boato proteso
———(un ponteggio)
sopra buche d’abisso teso

*

ci cammino sopra in punta di
pensiero ci cammino e la realtà
traballa come bolle in mezzo all’aria
e ho sotto le suole
un nero nulla e ho sotto un fiume
di tenebra e un cuore acceso
e brillo come una stella
esplosa brillo e anniento l’aria
——-bianca a mezz’aria
bagliori e luci e faci e scoppi
pirotecnici
——-(boati prolungati)
e brillo
bianca
e ballo folle
di splendore
morendo così

algida

a mezz’aria

Il paesaggio sonoro, ridotto alle componenti minimali del linguaggio, come in una serie rapida ed irrazionale di numeri matematici, diventa motivo corporale di «canto», un canto che si fa «nonnulla» per l’impossibilità di attingere qualcosa di puro al di là della materialità verbale:

io non sono io non parola ma vago nulla
io catino riempibile di segni o di segnali o di significanti che non
che mai che però tutto e tutto che però sempre
smarrito senso – smarrito oggetto duro – io non sono
io corpo che orina io spina nell’alba io indicibile nonnulla

È proprio dalla nullificazione – espressa in modo ossessivo dall’indicatore grammaticale del non – che l’io poetico decide di partire heideggerianamente alla ricerca del fondamento per l’accadimento autentico del linguaggio. Adottando come padre lo sperimentalismo neoavanguardistico, dove pure si proponeva «l’afasia del linguaggio» in una società cristallizzata e incapace di cambiamento tanto da inglobare i soggetti nella catastrofe, quelli di Elena Carletti sono invece tentativi, anche sottilmente aggressivi e provocatori, di trascinare con sé la materia verbale per immortalare un senso o significato pienamente libidico, che però subito si perde nella deiezione quotidiana. Siamo di fronte a un vero e proprio soggetto che, nel momento di vocazione corporale, si ritrova imprigionato in una macchina verbale, la cui funzione rimane quella di sibilare tra i «canini acuminati»:

Canto corporale

Ricondotta ancora allo schianto del pianto nel petto.
Accanto a cani dai canini acuminati: l’accanimento al canto.
(Il chiaro conteggio consonantico, il cauto e vocalico componimento).
Vorrebbe penetrare nei fonemi, vorrebbe dissolversi nel suono,
ma sono soltanto le spalle o i seni a saltarle sempre alla schiena,
così tanto aggressivi, così solidi e pieni che non si sfanno,
che non vibrano tremando tra corde vocali ma che stanno
e che stanno e che stanno corporali, fissati, così tristemente mortali.

La ricerca verbale nella poesia di Elena Carletti non è opposizione linguistica, ma sottrazione ad un montaliano fossilizzarsi del reale, dove «è accaduto / che tutti ancora parlano / e il mondo / da allora è muto». È quindi presa di posizione nella claustrofobia della parola, che esprime la propria inadeguatezza al presente, ad una realtà che vede il sogno linguistico sfilacciarsi: quel che rimane è un solitario senso di leggerezza, quasi utopica, di fuoriuscita dal proprio corpo, da un «ventre» che brucia, per immergersi nella dispersione.

vagavo sola
————nei buchi d’ozono
————nei buchi d’ossigeno pieno
vagavo volando leggera
vagavo fiera su buchi neri
su laghi d’inchiostro
d’agosto vagavo nel caldo
nei caldi infuocati del cranio

vagavo leggera senza
sentenze senza
maglie di ferro a proteggermi
dal niente che dilaga
che si propaga sui laghi
e sui buchi oscuri
————come sinistri ossari

ma io vagavo ancora
leggera mongolfiera dal ventre ardente

————[bruciando mi elevo e muoio
————ma piano
————bruciando io amo
————tutto il panorama sotto]

vagavo sempre piano
perdevo il corpo
———————-cellula per cellula

nei fori un ago mi passava
————–nei fori mi faceva
————————-trapunta di stella nera

Significato e significante mirano continuamente a quella unione originaria, dove il soggetto si fa tutt’uno con l’oggetto, con il rischio della perdita. Pure Zanzotto aveva sottolineato come la rincorsa verso l’autenticità può avvenire soltanto attraverso «l’oltraggio»: superando la soglia imposta dal silenzio, si può procedere oltre, compiendo un passo in avanti verso nuove soluzioni formali e linguistiche. Gli infiniti giochi grammaticali, semantici e fonetici, che vogliono rendere la parola principio vitale, possono giungere in casi estremi a un discorso privo di oggetto, e quindi diventare «metalinguaggio». Ma la poetica di Elena Carletti, per quando possa essere percepita come linguaggio allo stato puro, può diventare nel tempo lavoro concreto di un sottobosco, in cui il bosco affonda le radici, e quindi ricchezza di un brusio minore da cui prende forma il suono ansioso e palpitante di un’epoca, quella odierna, dove il disamore linguistico è spinta in avanti, movimento e materiale di ricostruzione.

Recensione alla poesia di Nicola D’Altri di Roberta Sireno

Se guardiamo al panorama contemporaneo in termini di una eterogeneità, dove i vari assetti poetici convergono, o si distanziano anche, entro un criterio di fluidificazione e di vitalismo delle molteplicità, i versi inediti di Nicola D’Altri, nato nel 1990 a Cesena, ben si prestano a un fare poesia in modo pulito ed essenziale, e che non rifiutano di conciliare la parola contemporanea con la forza lirica della tradizione:

Di sera ridursi a un quaderno
di silenzio quando tutta la carta
fa pace e il frigorifero è l’ultimo
essere sveglio, resta sempre una luce
accesa di fronte, al lato opposto
della corte. Stanotte è spenta.
È tagliente. Dormi. Senza
un linguaggio. Dormi dice e lo sanno
perfino le unghie e i capelli. È sottile
ma nella mia impazienza
so che tutt’ora mi parla tutto
dalla finestra. Tutto dice
alla mia tenacia – arresta, lascia.

La maturazione di un linguaggio, che ha in sé una limpidezza percettiva ed un’analisi ottica che tiene conto anche del movimento della luce nello spazio, rivela un io ridotto al puro osservare gli oggetti del reale, in una voracità constatativa e documentaria, nell’attesa che qualcosa accada montalianamente nelle stanze del quotidiano:

Cosa succede nel piano terra
del ghiaccio indifeso è
una sorta di taglio con luce
dritta nel mezzo.

Io ho una casa con piccoli
segni sul dorso che aprono
appena ai nuvoloni pieni.
Quelli che splendono
d’asma e lasciano al centro
un ritratto di cesta con dentro
i limoni, sul pavimento.

Si tratta di descrivere un microcosmo, il che «non è poco» come si dichiara nella poesia successiva, dove si nota una presa di posizione che vuole stare al di sotto oppure ai margini rispetto alle grandi ventate che agitano il fuori, ovvero il mondo nel suo ciclo frenetico urbano e tecnologico:

Invocare i chiostri dell’acqua
dallo stipite della finestra
non è poco, chiamare
da qui, da questo punto,
una ciotola e basta, fra tutti i mulini.

È una poesia che risente l’influsso dell’ambiente naturale e del paesaggio dell’infanzia in cui l’io poetico decide di immedesimarsi, e dove il «richiamo degli abeti» è il primo passo da compiere da chi si rende disponibile ad un percorso di ascolto o ad un vero e proprio richiamo di tipo tellurico e primordiale. L’occhio che vede il sotterraneo come attraverso una lente, arriva alla scoperta di un io che è un altro da sé, che è un «groviglio di ossa». Ciò che si presta per stato di natura a consunzione e decadimento diventa esperienza oggettivata e materia organica di lavoro, e quindi di scrittura.

Un groviglio d’ossa è una cosa
che sta dentro me come sotto la terra
nei cimiteri.

Gli stessi morti diventano le ombre di una possibile rinnovata silva dantesca, quella di una lingua che non conosce mezzi espressivi sperimentali, e che vuole offrire una dimensione di significati di piena ed abbagliante evidenza. In questi testi la parola è ricca di pulsazioni, e non fa che manifestare un proprio spessore ben definito, di un’asciuttezza che non è però priva di carica vitale. Non c’è nulla di enigmatico se non rifarsi costantemente a un presente vissuto come quid che sempre «sfugge», dove si tenta di scavare nel fondo del reale per riportare alla luce ciò che è stato stratificato nel corso del tempo vegetale, animale ed umano.

Un’aria fosca sale
dalla pianura. Una foschia leggera.
Già porta tepore di cuore
accasciato, nell’animale che suda,
nella sua sosta.

Già tende un invito, parla, quasi canta.
Chiama il grido della conchiglia
fuori dalla cornice, il pezzo che sfugge
tira le corde della pazienza
e s’infila nelle fessure.

Quella di Nicola D’Altri potrebbe essere una poesia che invita ad un atto di allarme nei confronti dell’esperienza fenomenica, dove le piccole cose e gli oggetti – e quindi il  «grido della conchiglia» – non fanno che sottolineare la propria forma essenziale. E dove sta l’essenziale, sta anche il desiderio, per quanto limitato entro il perimetro di un angolo, di una finestra o di una stanza della propria casa, di un rapporto io-mondo che non sia irrealistico o virtuale, ma naturale, tangibile e vero.

Non disperare. Andiamo
per la strada dei ciuffi di cardo
con le altalene stringiamo trecce
ai cavalli, teniamo il palmo sul vetro
e guardiamo fuori. Non c’è nostalgia
solo una pezza minuta di buio
e un poco di collera resa alle costole
e il sangue pulito delle silenziose ferite.

Questi testi ci fanno riflettere come nel contesto odierno le poetiche, anche se sono diverse e poste a distanze geografiche, possano raggiungere una medesima osmosi entro quella che è una poligenesi degli stili; e per non perdersi nell’intricata matassa delle vicende artistico-culturali, occorre una sistematicità o corporalità che non si fissi in canoni, ma che sia sempre variabile nelle sue componenti individuali, sociali e storiche. L’agitarsi dei vari atti di parole – direbbe Saussure, padre della linguistica contemporanea – che stanno tra loro in una rapporto vivo e dinamico, può trovare un senso in quella che è una dimensione collettiva e plurale della lingua.

di Roberta Sireno

NON SEMPRE RICORDANO. Lettura di Roberta Sireno

 Patrizia Vicinelli

    Patrizia Vicinelli

    Non sempre ricordano

    Poesia Prosa Performance

    Le Lettere

«e il cesso è favolosamente bianco e banale e il primo brivido è stata la mia vita il mio whisky di stasera is nothing for me sappia telo, io voglio farvi deviare sappiatelo, amici nemici sappiatelo, preparatevi»

(da Messmer, Romanzo del 1980-’88)

Favolosa e straniante, la Vicinelli ci invita ad entrare nel panorama multiforme e caotico di una poetica continuamente in fieri. Offrendosi come personalità frazionata, scossa da un forte sentire, come ci mostra il romanzo biografico Messmer, il pronome personale «io», di questa poetessa o poeta, passa continuamente dalla prima alla seconda e terza persona, che sia plurale o singolare. Attraverso la propria esperienza, messa a nudo, la Vicinelli ci presenta una sorta di inferno capovolto: quello degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, dove la cultura della droga e del periodo del piombo marcano il vissuto.

«vuoi venire con me amore mio disse la morte, con un accento pietoso ma lei non sentì perché il vulcano del sangue eruttato aveva occupato ogni comprensione, voleva quello, uno sbluff dentro l’anima, e dunque tiro, e inietto adagio no no, non è come per le puttane, no»

Uno sperimentalismo radicale, questo, che va verso l’ibridazione delle strutture verbo-visive, oltre che sonore grazie alle sue capacità da performer di prima piazza, tanto da impressionare a soli 23 anni il Gruppo ’63 che si riuniva al convegno di La Spezia nel 1966. Le sue poesie, definite «epicizzanti», sono manifestazione di uno stare sempre ai margini di una realtà offerta come visione violenta e dissacrante. Se la si volesse collocare sulla scia delle neoavanguardie per il pulsare ovunque sulla pagina di un significante da nonsense, in realtà, come dichiara nella poesia dedicata a Camillo Capolongo, che è poi dichiarazione di poetica, il suo sarebbe un linguaggio di tenebre:

«T’aspettavi che parlassi di linguaggio, ma parlano
di tenebre
tutti quei visi ignorati
e quelle mani perforate
dalla loro mestizia di essere state raccolte»

(Bologna, giugno 1989, in Poesie inedite)

L’epopea di una vita affrontata con carica autodistruttiva tra amori, tossicodipendenza, fughe e carcere sino alla morte per aids, si pone come necessaria condizione per una poesia che si fa mezzo di espressione del corpo: un’esperienza, quindi, da comunicare con una fisicità vocale e gestuale divisa tra forte presenza ed espropriazione dell’io.

«Contro vado

e dirimo
dirimpetto
all’abisso fornace
che singulto
da singoli avvicinarsi
avercelo condizionato nella mente
il tempo rotto
il tempo consumato
siamo a prestito
adesso»

(da Non tornerò, in Poesie disperse)

Una poesia che, affacciandosi sul baratro, si fa ricerca etica. «I grandi – dichiarava la Vicinelli in una rivista in Mongolfiera nel 1987 – hanno avuto una vita dolorosa e in qualche modo epica avendo alla base un bisogno di eticità. È verità assoluta da portare agli uomini che ne valuteranno l’autenticità (…) Solo l’energia e la forza del poeta con la lettura delle sue opere possono andare al cuore degli uomini». Su questa scia, sceglie così un itinerario poetico antinormativo, che inizia con la pubblicazione del poemetto à, a. A nel 1967 presso Lerici, e con dedica ad Emilio Villa, il suo «amico re». Patrizia Vicinelli esordisce sotto la tutela di due tra gli esponenti più radicali della poesia sperimentale: un Emilio Villa conosciuto grazie ad Adriano Spatola, in un ritrovo consueto alla bolognese osteria de’ Poeti.

entro qui con gli occhi
ve(n)do
tuTTo quelcheho – chehodaDire – (entro – ve(n)do): mi sembra ve(n)do
coME NieNte – nTe
– TE
entro – se non – entro – se non / sapESSI la vita a puntaTE – VE(N)DO –

(da à, a. A, 1967)

È una poetica che vuole continuamente mettere in discussione se stessa, scontrandosi in modo rabbioso e provocatorio contro i limiti storici e le convenzioni sociali perché «la vera poesia – scrive la Vicinelli, in una lettera a Gianni Castagnoli dal carcere di Rebibbia nel 1978

«è tutto ciò che non si conforma a codesta morale, quella che per mantenere il suo ordine, sa costruire soltanto banche, caserme, prigioni, chiese, bordelli». Una poesia che se, inizialmente vuole essere combattiva e reazionaria, procede verso un’involuzione lirica: l’esperienza viene interiorizzata in «un’oscurità da utero», e si fa scavo o sbocco ideale verso la conquista di una libertà tutta personale ed individuale. Una presa di coscienza del sé attraverso l’esempio di una ragazza libera, solitaria ed indipendente entro il clima del femminismo in affermazione in quegli anni. Di qui l’approdo alla Cenerentola, testo teatrale scritto e allestito al carcere di Rebibbia, che segue un andamento idealistico proprio della favola che si chiude in se stessa:

Noi dolcemente noi duramente
noi piano piano le bestie rompiamo
come un fanciullo ti devi trovare
quando apri gli occhi e vedi il mondo girare
con un gran balzo un salto op-là
getto la maschera e mi vedi qua
sul palcoscenico ma la realtà
il gran teatro dei morti viventi
sia pur per ora i vivi son assenti
ma noi cantiam come bambini in fasce
facciam di tutto e alla fin si rinasce.
Come vorrei e non vorrei
confondermi nel cielo col suo blu
un desiderio di felicità
la forza d’ottener la libertà
come vorrei e non vorrei..

(da Ballata n.6 a una voce, Cenerentola, 1977-78)

 Roberta Sireno 

Luca Minola su Roberta Sireno, Fabbriche di vetro

Luca Minola su Roberta Sireno, Fabbriche di Vetro, 2011

Il libro di Roberta Sireno “Fabbriche di vetro”, è diviso in due sezioni, la prima prende il titolo da una frase dell’Inferno Dantesco: “Però, se campi d’esti luoghi bui” Bologna (2008-2009) e viene introdotta dai versi in epigrafe di Andrea Zanzotto tratti da “Il Galateo in Bosco”.

Per raccontare della poesia di Roberta Sireno bisogna partire dalla città in cui vive. Di Bologna sono pieni i suoi versi; la vive ad intermittenze e ansie. E lo fa in una maniera quasi metafisica piena di nebbie e buio, fra piazze e portici impazienti di vita, in una tensione estrema e potente dove il reale frana e diventa scelta, sguardo vorace: “ti respiro/ con le gambe storte/ sgusciata da un buco nero/ dello spazio ( il desiderio matto/ di sentirti nel taglio del suono).
Le immagini sono potenti e la forza di questa poetessa è carica di espressività e valore: ogni cosa viene vissuta al limite, senza oltre e senza pace, come se il mondo si mostrasse sempre e solo nel trauma, nell’incapacità di adattarsi al reale: “come se stasera avessi un ictus/ nella vasca d’acqua gialla/ come se stasera la linea d’ombra/ sfregiasse nel silenzio duro/ che fa fuggire i cani”.
Ancora immagini fortissime e tese “nel silenzio duro”, come se le parole fossero fatte di metallo e pietra e tutto fosse potente e inteso. Nei componimenti vibra con costanza un amore carico e in piena, un amore per l’altro continuamente cercato e aspettato: “piangevi come una bambina/ in mezzo alla pioggia/ io non avevo forbici e chiodi/ per tamponare/ l’urlo del buio/ti avrei lavato i vetri/ sotto i portici di una Bologna ubriaca/ ti avrei lavato l’alba/ senza dirti niente/ma le mie braccia erano fabbriche/ e il verbo un infinito secco/ nel buco del giorno dopo”.
Nei sensi ci sono la voglia e la ricerca della salvezza anche e solo per gli altri, perché la Sireno sa quanto la poesia sia soprattutto voce, ricerca di verità e ragione. In questo conosce la forza e la ribellione della poesia: nell’essere una forza tellurica in continuo movimento e metamorfosi. Qui ogni cosa è vera e unica e fatta sempre nell’attimo e nel presente continuo di cui si fa forza la realtà; in queste poesie non ci sono né ricami né mediazioni, c’è solo voglia di crudezza e decisione: “come cercare/ il centro che tiene sospeso/ il pasticcio di cielo/ o di tenebra/ come sentire improvviso/ l’urlo crudo/ delle statue”.
Ma nella poesia della Sireno c’è anche tanta voglia di materia e infinito, come se non bastasse mai: “di che era fatta/ la materia che trema/ nel giorno se non osso/ di cane messo sotto/ i denti/ di che l’infinito/ che divora le pareti/ della stanza”. Ogni cosa alla fine è divorata e ricercata sempre da noi stessi, per un continuo bramare l’indefinito e quello che si cerca e non si trova in noi stessi. La seconda sezione del libro si intitola “ Inno alla città barocca” Bologna ( 2010-2011) con in epigrafe i versi di Claudia Ruggeri tratti da “ Inferni minore”, altro libro carico di una potenza espressiva travolgente, ed è proprio qui – nella seconda sezione del libro – che la Sireno muta, e spacca la propria poesia rendendola ancora più magmatica e fluida, intonando inni e urla: “spaccare la promessa / fatta ad un matto/ d’ospedale/ o al cosmo/ o a maggio che balla/ dietro i vetri/ prima che la voce/si incrini e ti leghi/fossile/ alla terra nera/ spaccare a tutte/ le ore/ mentre rimani e urlano/ portatela via/ da quel carnevale/ da quelle sere d’oppio/ che ti hanno disfatta/ a morte tanta”. In questo si muove la lingua della Sireno, una lingua elastica, nuova ed estremamente originale, perché è una prima lingua, qualcosa da imparare e da avere assolutamente. Vivere il quotidiano è impossibile, non si può giustificare più nulla, accettare niente. E la vita sembra che si riduca ad una schizofrenia alterata, ma non casuale perché riemerge la ragione e dal caos si crea una struttura portante che è il testo stesso, ricercato e scritto.
La poesia di Roberta Sireno tratta di storie reali, passate e tatuate sulla pelle: “una pastiglia per questo/ e per quello/ che dovrai passare/ premi/ le unghie sui materassi/ trentenne/ sei un ago reduce/ straniero/ da una chiesa fatta a pezzi/ sei la lente violenta/ la lingua l’idea/ che raspa/ disordinato nei tuoi capelli/ hai tolto il prezzo/ al mattino/ al prodotto che accende/ il pedaggio/ sotto i balconi/ dove le mani si aggrappano/ ai cortocircuiti/ che falciano le gambe aperte/ della notte”.

La forza di comunicazione di questa poesia è la sua stratificazione di memoria e vita, da raccontare, da poter rivivere in amori passati e dolori esposti. Tutto viene messo in mostra senza paure o vergogne. La verità è così, non si specchia con niente… Non può essere distorta e allora le parole la fissano, la rendono un sistema, una precisa definizione e la riportano interamente nuda:
“tu comandi e perdi/ lo sai scappi e non vedi/ giri dentro un’equazione/ imperfetta/ a trotto verso tramonti da perdifiato/ perché tu verticale/ inclinato/ appoggiato al palo/ non hai concesso/ l’incendio che ci ha diviso/ te ne sei andato/ come lo stupro permesso/ nella notte dove i vestiti cadono/ e le piazze sono gli orli di chi/ si buca i polsi/ ma cosa ci siamo detti/ quando niente era più come prima/ tu che avevi ancora il freddo/ delle lenzuola/ la macchia di un cielo di cui dicevi/ gli angeli girassero/ parlando una luce bianca”.
La raccolta si chiude con versi bellissimi che riprendono le parole che danno il titolo al libro: “e guardi/ al respiro freddo delle fabbriche/ di gennaio/ con la pioggia che spacca/ il vetro delle case”. Le fabbriche di vetro sono le poesie stesse; producono e creano struttura, portante e distruttiva, ma le fabbriche sono fragili e delicate, come vetri; la poesia non è quindi da cercare nei frantumi ma nella propria interezza.
L’ultima pagina è dedicata ad una citazione di una poesia di Francesca Serragnoli, altra figura di ispirazione per la poesia di Roberta Sireno, che ha fatto sua la lezione della poesia e della lingua.