Roberta Durante

Supernove (Sartoria Utopia 2019)

SUPERNOVE – POESIE PER GLI ANNI 2000 (Sartoria Utopia, 2019).

Cinque artiste unite in un collettivo per una poesia attiva che integri la dimensione estetica e etica,  che sia punto di partenza per risanare/inventare parole, cose, creature, mondi.
Poesie come messaggio, rimedio, ponte, manciata di sassi.

Manuela Dago, Roberta Durante, Francesca Genti, Francesca Gironi e Silvia Salvagnini danno vita a un lavoro corale dove le parole della poesia si intersecano con immagini fotografiche e collage.

Il cofanetto Supernove-Poesie per gli anni 2000 contiene 47 cartoline da spedire o conservare, per una poesia che sia messaggio e ponte di comunicazione privato e politico, fuori da una inattuale turris eburnea, dentro la durezza della realtà e la dolcezza della vita interiore.

Manuela Dago nel ciclo Rotocalco Micidiale realizza poesage di matrice dadaista, dove parole e immagini operano un cortocircuito beffardo e spiazzante, giocando con eleganza formale e forza poetica con luoghi comuni e attualità.

Roberta Durante, da un dolce e sconnesso paesaggio interiore, spedisce le sue Cartoline Siberiane, biglietti e messaggi, dove aleggia il mistero di un lessico familiare che invita il lettore a scaldarsi sulla soglia di una stanza illuminata in mezzo al nulla.

Francesca Genti, in amoroso dialogo con i trovatori provenzali, compone il poemetto i baci si possono dare ragionando sui limiti desiderio e sui confini dell’Altro da Sé, sull’eros e sulla sua sublimazione, sulla matrice di una poesia che ha come legge e fine un’inesauribile nostalgia di conoscenza tramite i sensi.

Francesca Gironi, affiancata dalle meravigliose fotografie di Francesca Tilio, con le poesie Faccio una bambina e Le femmine sono stupende mette a punto due piccoli e potenti manifesti politici che parlano della condizione e del coraggio delle donne, parole oneste e crude, senza perdere la tenerezza.

Silvia Salvagnini, tramite delicate immagini e parole sussurrate, orchestra cura nei luna park,  manifesto ecologista in versi e rime, dove semplicità e musicalità danzano insieme su una melodia di carillon, per rimediare disastri e ipnotizzare l’apocalisse.

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Nella notte cosmica di Roberta Durante. Recensione

nella notte cosmica durante

Roberta Durante, Nella notte cosmica, Luca Sossella Editore, 2016, pp. 88, € 10,00

È un viaggio quello che Roberta Durante compie nella sua ultima raccolta edita da Luca Sossella, una fuga dell’io poetico, disunito e alla ricerca di omogeneità, Nella notte cosmica appunto. Ci sono un tempo e una modalità d’azione: la notte, con le sue implicazioni oniriche − che qui diventano anche un punto di vista durante la lettura; l’io sta infatti in bilico fra il sogno, la veglia e l’insonnia nel tentativo di compiere quel distacco dal corpo, di cui ha paura ma che si rende necessario per sfidare la gravità, per intraprendere una rotta inedita e impensata. Si procede a incastri, a balzi, nel movimento; le parole creano un puzzle armonico di segni, anche nuovi (e da scoprire nella lettura), o che si rinnovano con la creatività linguistica del poeta. In particolare il ritmo un po’ fiabesco (si può reiterare anche l’aggettivo onirico) si mantiene in tutta la raccolta scandendo i tempi, in quello che Durante crea: un gioco con una trama, che si compone di testo in testo. Poi ci sono le immagini, ad esempio quella in questa poesia, non la più significativa ma, posta a p. 4, di certo la prima pregnante:

era la prima volta
che mi sentivo proprio nello spazio
aprivo e richiudevo le mie braccia
le gambe lisce come tazze
si aprivano nell’aria senza traccia di cammino:
facevo la Vitruvio distante anni luce
dalla mia gravità

Essere “vitruviani” è sì un’evidente metafora del tempo passato ma anche l’ammissione di una responsabilità, di uno “stare”, forse un’estensione della capacità del linguaggio di danzare in quell'(in)certa sospensione tra l’io e il mondo, tra l’io e l’universo. Tutte le costruzioni più belle, quelle che spostano il verso − inteso come “direzione del senso” − procedono secondo la longitudine, una dopo l’altra; eppure, nel significato, la poesia mantiene i propri slanci verso metafore più larghe, con mancanza di direzioni chiare, procedendo soltanto nell’andare altrove, nello spazio cosmico. E cosa sia, cosa rappresenti lo comprendiamo in itinere.
Non sarà troppo azzardato, dati i temi, citare il richiamo a Jules Verne; ma non c’è traccia di “fantascienza” in questa poesia: c’è una realtà che si costruisce nel farsi; c’è una realtà poetica che si fa nel viaggio, nel passaggio tra sogno e divisione dell’io durante l’avventura della fuga. L’autrice cerca di riportare tutto all’interno di una stessa ‘visione’, alla ricerca di un ordine; il viaggio non avviene solo nel linguaggio ma si ha l’impressione che l’universo contenuto nell’etimologia di “cosmo” sia il pretesto per mettere “ordine” (“kósmos”) nella parole, riordinare gli eventi del sogno, i pezzi del corpo sparsi − forse sì qui decostruiti − nel movimento, i motivi, tutti gli ordini di cui un testo si compone. E quindi possiamo forse intuire che, quello di Durante qui, è anche un percorso o, per meglio dire, un “nostos” poetico.

© Alessandra Trevisan

Le peregrinazioni angolari di Roberta Durante

di Luca Pasello

Balena

Trasumanar significar per verba non si poria
Se l’atto di nominazione conti qualcosa (e con esso l’omonimia, suo fecondo bug), si può facilmente esperire circuitando per via di suono brand secolari e nomi dell’oggi.
Capita così di sorprendere Durante (!) di Alighiero degli Alighieri nell’atto di affacciare all’aurora della letteratura romanza formidabili sintesi sul dramma della parola.
Forte del proprio (n)omen, Durante Roberta raccoglie l’ingombro immane di quell’eredità problematica mutandone il luogo, dall’esterno/supero – dimensione “ovviamente” indicibile – sin dentro all’abisso stesso dell’io: un terreno ed interiore tragitto, singolarmente declinato in semiotica dell’esistenza e appunto, specularmente, in “dramma semiotico”.
Ciò avviene su più livelli – meglio, per coabitazione complanare di figure e concetti originati da differenti sfere semantiche.
Il primo livello, metafisico lato sensu, assolve al compito supplementare di cemento espressivo ed emotivo, o di leva lirica, insomma: fato, tempo, vita/morte, nulla, presenza/assenza, sostanza, anima compongono passaggi che un pathos intensifica (…ma qui l’assenza è assente | quasi non si comprende | non c’è mente che la colga | non c’è voce che dia voce | a ciò che qui non c’è e si sente [14]; …la mia presenza è un grido di sostanza | che senti solo tu di me distratta [25]).
Un grado sotto, nella sistematica per brevia di Balena, si sta dentro la psiche in andirivieni tra la propriocezione e quel suo stadio più evoluto che è il problema gnoseologico (cresciuto il frutto dopo manca poco | matura in un colore che dà il simbolo | eppure non conosce sé che è il diavolo | nasconde nel suo seme un gran veleno… [6]; …ed io lo sento | non è la percezione non è il tatto | mentre lo penso tocco la ma testa | mentre se parlo fugge la mia messa [28]).
Ma se la metafisica del primo ambito, sia per virtù propria sia per la sua resa emozionata, è funzione connettiva sul versante del contenuto, identica funzione svolge la scala di articolazione dei significanti (all’altro vertice del triangolo semiotico, si direbbe), che sin da subito è proposta quale prospettiva dominante: il suono suona sempre sé | non mente ciò che sente è ciò che è | e semina dispersa la parola | germoglia bene sola la pronuncia | e cresce ciò che dopo emana il seme: | sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica (si noti: Balena è paronimia). Il dramma del dire non deriva dunque tanto da un’insufficienza del linguaggio (l’indicibile trasumanar – che si tratti di Pinocchio nello studio del dott. Geppetto, tanto per citare il più esplicito degli ipotesti di Balena?), quanto dalla radicale assunzione della prospettiva semiotica: qui domina non evocato il Charles Sanders Peirce della semiosi illimitata, dove tutto è segno di un segno di un segno… Graduare, dunque, a climax lo statuto del significante da suono a testo, attraverso voce, urlo, lamento, accenti, canto, parola, simbolo è impresa che spossa ed è vana, altro non essendo che un ponte gettato sul nulla, alfa e omega di quella gradazione, conato d’essere che abortisce in “essere segno”. Omega, appunto: siamo forse prigionieri di un qualche ventre oscuro?
Così sembrerebbe, a considerare l’apparente ciclicità del libro. Balena, infatti, si compone di 36 stanze capfinidas e la serie è aperta e chiusa dalla medesima parola. Illusione ottica: il libro non è circolare.
Capita sempre più spesso, du côté de chez Prufrock Spa, che i testi spicchino per una particolare cura della costruzione. Durante, buona ultima, forza l’antico dispositivo provenzale usando i termini in capfinidura (e le parole-rima in generale – per non dire di sinestesie e paronomasie) come punti di snodo per rimandi intertestuali plurimi, sia interni al libro, sia ad esso esterni.
Tra i primi, un esempio per tutti: se adesso non c’è più nulla | basta la voce in gola che brilla [10] richiama [2], sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica, ma così collegando il nulla e il suo niente a suono, parola, pronuncia, che tramano la sestina accoppiata a distanza. Quanto ai rinvii allotestuali, così scoperti (l’Alfieri autobiografico dei veraci detti; quel Pinocchio tanto sbalzato; non darci la parola, che è Montale à rebours), sono chiavi ma più ancora, crediamo, riuscitissimi trompe-l’oeil, specchi(etti) poco veraci, ché il gioco è più complesso.
E dunque non cerchio o sfera, non cane che si morde la coda (e pure senza morderla continuerà imperterrito a girare [27]: altro sviamento niente male, da falsa mise en abyme), ma il modello spaziale che sovrintende alla costruzione di Balena sarà piuttosto un cubo troncato, poliedro a 36 spigoli (trentasei!) ogni vertice del quale è nodo e trivio e dove le connessioni si danno per salti.
A queste condizioni, la semiosi illimitata può non essere una trappola per burattini, il nulla non essere morte: un rimando circolare è invito a rileggere, a rileggere, a rileggere e ad ogni giro si devia alla Borges (“Quando ti trovi davanti a un bivio, imboccalo”).
Resta che ogni lettura sia favola/fabula [20] sofferta (lo sviluppo planare del poliedro profila una crux desperationis): è il pregio maggiore del libro, la resa soggettivizzata di temi tanto astratti, questa vitalizzazione del burattino/materia. Al lettore il godimento d’esplorarla.