Robert Musil

Léggere

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Come affondare, volontariamente. Immergersi per arrivare a scrutare il fondo, un fondo sondabile secondo dettami di piacere. Certo, confidando che dell’acqua permanga durante tutta l’esplorazione la trasparenza inizialmente solo intravista. E con la certezza di riemergere, s’intende. Forse, nel caso della poesia quest’avventura si compie in modo se possibile ancora più vertiginoso: lì infatti l’immersione può farsi più profonda, l’esplorazione ardita e vasta − dati i nodi delle analogie e la libertà d’interpretazione che ne proviene. Comunque sia, da poesia e prosa di valore − e particolarmente laddove il confine tra esse si assottigli − l’emersione apparirà in massimo grado liberatoria, regalando tutta l’altezza della conquista. È in questa dimensione verticale di discesa-ascesa, tesa a inseguire i disegni del testo e le strade percorse dall’autore, che il meccanismo elastico al cuore della lettura si manifesta in tutta la sua capacità di estensione.
Estensione, già, e distensione. A questo proposito, tra le affermazioni di Proust troviamo: «Tutte le ansie legate all’amicizia scompaiono sulla soglia di quell’amicizia pura e tranquilla che è la lettura». Ecco, in quel “tranquilla” starebbe il nodo essenziale: l’esperienza fisica rappresentata dalla lettura. Sì, questa che Proust mette giustamente in luce è la sua qualità peculiare: un guardare paziente, un ascolto prolungato. Condizione fisica e disponibilità psicologica, appunto come quelle in gioco tra due persone che costruiscano nel tempo la propria amicizia.
Come per ogni effusione dello spirito, con la lettura si prova a riconoscere e superare il limite incarnato esattamente da se stessi. Tra fine e confine, leggendo, si cerca la libertà di affondare nel testo per uscirne liberi. Liberi di una libertà impensata prima perché inconsapevoli che una prigionia ci fosse stata imposta. Basterebbe in tal senso citare Čechov: «La vita è una marcia verso il carcere. La vera letteratura deve insegnare come fuggire, o promettere la libertà.»
È così che “affondando”, acquisendo cioè le stesse armi in mano allo scrittore, e quindi tramite di esse superandosi, il lettore potrà trovare il vero sé.
È il fuori-di-noi d’altronde, se attratti davvero dall’assoluto, dall’infinitamente-di-più, a guidarci tra le pagine, al fine di trovare, magari d’improvviso, una “possibilità di noi” (dando spessore, con questa affermazione, al “senso di possibilità” così come definito da Musil). Cosa che poi, in fondo, con l’azzardo di rischiare molto, potremmo anche chiamare “verità”. E ancora una volta, dato il rischio, è il caso di farci soccorrere da Proust: «…la verità, − afferma l’autore della Recherche − concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno…».
E se esemplare, quanto a libertà di interpretazione in forza al lettore, fino alla sua possibilità di reinventarsi da sé e per sé, è il verso di Borges: «Chi legge le mie parole sta inventandole», in tema di scelte e di opportunità di lettura, risuona ancora la considerazione di Auden: «Questioni di qualità a parte, è sempre preferibile leggere a fondo pochi libri che sfogliarne molti». Perché affondare è soprattutto approfondire. Per trovare e poi risalire.

Cristiano Poletti