Robert Frost

Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore. (altro…)

Franco Buffoni, Jucci. Una nota di lettura

jucci cop

Jucci – Mondadori, 2014 − di Franco Buffoni, recentissimo vincitore del Premio nazionale di poesia Pontedilegno 2015, può essere letto come uno splendido romanzo a due voci in forma di versi, un dramma composito, articolato in sette sezioni, in cui le due figure, quella di Jucci, protagonista e alter-ego dell’io lirico, e del poeta, si compongono e si manifestano per accensioni e contrasti, in chiaroscuri e altre volte in opposizioni nette, inscenando il dramma inestirpabile dell’amore e del riconoscimento, come fa intendere lo stesso autore in un passaggio della nota finale: «Questa è la storia di due persone, che pur amandosi, si sono dilaniate.» Il libro è dunque costruito sulla tensione tra amore e distruzione. Tensione che permette all’io lirico di riconoscersi e capire chi è fino in fondo, attraverso l’amore e il male, sia morale che fisico. Il testo coglie (altro…)

Stopping By Woods on a Snowy Evening di Robert Frost (con traduzione e nota al testo)

winter and snow

Stopping By Woods on a Snowy Evening

Whose woods these are I think I know.
His house is in the village though;
He will not see me stopping here
To watch his woods fill up with snow.

My little horse must think it queer
To stop without a farmhouse near
Between the woods and frozen lake
The darkest evening of the year.

He gives his harness bells a shake
To ask if there is some mistake.
The only other sound’s the sweep
Of easy wind and downy flake.

The woods are lovely, dark and deep.
But I have promises to keep,
And miles to go before I sleep,
And miles to go before I sleep.

 

Sostando presso un bosco in una sera innevata

Di chi sia questo bosco, credo di saperlo.
Ma casa sua sta nel villaggio;
non vedrà fermarmi qui
a guardare il suo bosco colmarsi di neve.

Al mio cavallino sembrerà strano
fermarci senza una fattoria nei pressi
fra il bosco e il lago ghiacciato
nella sera più lunga dell’anno.

Alle sue briglie sonanti da una scrollata
per chiedere se qualcosa non va.
L’altro unico suono è un sussurro
di vento sereno e di soffice fiocco.

Il bosco è piacevole, scuro e profondo,
ma ho promesse da mantenere,
e miglia da fare prima di dormire,
e miglia da attraversare prima di dormire.

 

La nota poesia di Frost, composta nel giugno del 1922, trae ispirazione sicura da un ricordo personale, risalente a un gelido inverno nel New Hampshire. Frost – che aveva una fattoria – una sera tornava a casa da un infruttuoso viaggio al mercato per vendere i prodotti della sua terra. Non aveva denaro per prendere i regali di Natale ai suoi figli e fu sopraffatto da un senso di depressione. Si fermò alla curva di una strada per sfogarsi in un pianto. Di lì a poco si addormentò. Dopo pochi momenti il cavallo diede una scrollata alle briglie e le campanelle suonarono; Frost si riebbe e si prese d’animo per riprendere la via del ritorno.
In Stopping by woods (nella traduzione ho lasciato il gerundio del titolo al posto dell’infinito per rimarcare il senso di sospensione presente nel testo) il poeta non fa menzione del suo problema; solo sosta un attimo a guardare il bosco coprirsi di neve. Fermarsi un attimo fa presagire l’innescarsi di un’osservazione, di una riflessione. Fermarsi a vedere cosa, a pensare cosa? È la sera più scura (qui ho deliberatamente reso con «la sera più lunga» perché si riferisce al 21 dicembre, al solstizio d’inverno, in cui si ha la massima durata notturna oltre che di oscurità) e il poeta ammira la bellezza invernale di un bosco che non gli appartiene, essendo proprietà di un altro, in quel momento assente. Non gli appartiene, eppure lo sente suo.
La magia visionaria del suo sguardo gli consente di godere appieno dello spettacolo. La «colloquialità» con il suo cavallo, sottolineata dall’aggettivo queer al v. 5 e dal sostantivo shake al v. 9, è un chiaro segno che fra lui e il suo animale c’è una specie di comprensione. Il cavallo stesso quando «gives his harness bells a shakes» sembra chiedere il motivo per essersi soffermati in un luogo isolato, in un nowhere dove in verità il poeta si sente a suo agio. Il poeta sente il leggero colpo di vento, vede i fiocchi cadere: si sente bene. Osservare il bosco è vivere l’attimo interiormente. Vorrebbe restare, ma ha delle promesse da mantenere, «da non tradire» dice la versione di Giovanni Giudici. Nonostante il bosco sia bello e profondo, le responsabilità – e quindi il ritorno a casa – lo riportano alla realtà, alle miglia da attraversare prima di dormire. La ripetizione del verso And miles to go before I sleep ritorna poi controversa: la prima volta è un’asserzione perché pensa alla distanza per giungere a dormire, ma la seconda volta non potrebbe suggerire una fuga verso la metafora forse per una conclusione? Dormire, morire? Come dire, queste promesse portate avanti ogni giorno dopotutto non cambiano il destino di ognuno di noi.
Eppure l’evocazione di senso sviluppata nella poesia di Frost corrisponde alla riscoperta di un incanto. E contemplare l’incanto significa fermarci a vivere un istante di infinito. Spettatori fragili di uno spettacolo eterno.

© Davide Zizza