Robert Browning

Orfeo ed Euridice (o sulla moltiplicazione letteraria del mito)

di Davide Zizza

 

Il mito è una miniera d’oro per la letteratura universale perché è un vero e proprio generatore di opere che sviluppano idee, varianti, e soprattutto simboli; esso riferisce un fatto primordiale, che nel tempo viene rimaneggiato enne volte, e si scopre così che il volto originario di quel determinato mito ha cambiato i tratti, mantenendone la struttura fondamentale, talora alterando alcuni fattori accidentali. Questo è ciò che distingue in letteratura la tradizione dalla modernità: da un lato il mantenimento di un’ossatura archetipica e dall’altro lo stravolgimento drammatico e brillante degli eventi.
Non si tratta di richiamare concetti sacri e filosofici. La riflessione intende solo portare l’attenzione al dato che dei miti si prestino ad una facile modellabilità per comunicare una verità che fa parte dell’essere umano di ieri e di sempre. Talvolta è tramite l’escamotage del mito riveduto in maniera felicemente scorretta che il testo letterario dice la sua.
Su Orfeo ed Euridice la letteratura non si è mai stancata di moltiplicare le versioni ufficiali, tradizionali e quelle – chiamiamole – apocrife, cioè moderne. È un mito letterario, seguendo quanto ci dice Pierre Brunel nel suo Dictionnaire, i cui rifacimenti hanno sottolineato il carattere profano della storia. Analizzando dei testi ci si accorge che la reinterpretazione della vicenda di amore e morte fra Orfeo ed Euridice non è necessariamente concentrata sulle varianti degli accadimenti, ma in modo prevalente sul piano dell’azione. Si interpreta letterariamente il gesto. Un’azione può nascondere (ecco il valore del termine apocrifo di prima) un significato ambiguo o comunque polivalente, complesso per le ragioni simboliche in sé contenute; di conseguenza tale oscurità sul mito si presta ai dubbi e ai tentativi di ricollocazione di significato che poeti e scrittori hanno riversato nelle loro opere, ridimensionando così la visione poetica e rendendola attuale. Il respicere di Orfeo rientra nella suddetta polivalenza. Quanto ci perviene dalla letteratura, nel presente caso, è riconducibile ad un attimo: a Orfeo – sceso nell’Ade per recuperare la consorte morta una prima volta per il morso di un serpente – viene concesso di riportare alla vita Euridice a patto di non guardarla, ma prima di varcare completamente l’uscita del regno dei morti si volta verso di lei. Euridice muore per una seconda volta perché per “gran furore” egli non ha resistito.
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