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Tutti i post di Natale #9: Francesca Melandri, Sangue giusto

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

I poeti della domenica #298: Dacia Maraini, Se amando troppo

se amando troppo

se amando troppo
si finisce
per non amare affatto
io dico che
l’amore è un’amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno
su onde di latte
cosa si nasconde mio dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
la nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di schiuma
fra ricci di neve
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte lascerò una scarpa, un dente
e buona parte di me

In viaggiando con passo di volpe, Milano, Rizzoli, 1991. 

Francesca Melandri, Il sangue giusto

Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

I poeti della domenica #287: Clara Sereni, ‘La speranza conquistata’ e altre poesie

 

La speranza conquistata
acerba
conquistata e regalata
che siano per te
adesso
la voce spinosa dentro una canzone
il cuore scavato
la memoria che addolcisce,
smiela,
lega i denti

 

Raccontare
a te
agli orologi che svuotano i minuti
al braccialetto di spago
alle porte senza chiavi
e a quella di cui tu possiedi la chiave
il tempo che mi ha costruita,
il tempo rosso in cui dicevamo “noi”

 

Smembrare e spezzettare
perché tu possa masticare
la memoria che non ti appartiene,
i giorni della quasi quiete
(i più indecifrabili),
quando le onde che increspavano la superficie
sembravamo un modo per contrastare l’abitudine,
ribadire i principi,
non presumersi in equilibrio
perché non sta bene
ma esserlo, quanto si poteva

 

© Questi testi sono apparsi in esergo ai primi tre capitoli de Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007.

proSabato: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia

Ognuno ha le amicizie che merita. Si chiama Caracas e io sono felice che a un certo punto le nostre strade si siano incrociate. È un uomo piuttosto imprevedibile, a essere sincero. Di sicuro, non è una persona dozzinale, di quelle che passano e non lasciano alcun segno. li suo regno è il pianeta Ferrovia: la sera è sempre lì, ai piedi di quella specie di rampa di lancio che è la statua di Garibaldi, un po’ soprappensiero come si addice a chiunque stia per intraprendere un viaggio verso l’ignoto. La Ferrovia è una sconfinata ragnatela siderale e Caracas assomiglia a un astronauta perennemente impaziente di scoprire nuovi mondi.
Una volta mi condusse nella strada dove gli piacerebbe abitare, dove anzi da tempo cerca un alloggio benché senza fortuna. Caracas non ha casa, vive ora qua ora là, per lo più ospite di un vecchio amico che però non mi ha mai presentato (esisterà davvero?). Possiede in compenso uno “studio”: un sottoscala dalle parti di Posillipo dove qualche volta si ferma anche a dormire, benché scomodamente, a suo dire.
La sua strada del cuore si chiama Tristano Caracciolo ed è a un passo dalla mia piazza Principe Umberto. Via Tristano Caracciolo è stata interamente colonizzata dagli extracomunitari (arabi e neri, e perciò niente cinesi che si guardano bene dall’avere rapporti sia con gli uni che con gli altri). C’è un ristorante tunisino bianco e azzurro – piano terra e sottoscala – e, poco oltre, una specie di club per soli neri dove Caracas non è mai riuscito a ficcare il naso, sempre scacciato con fermezza nonostante le sue insistenze.
Ha un’aria da segugio in stato di mobilitazione permanente: si ferma davanti a ogni basso, a ogni portone, entra in tutti i negozi – arabi, cinesi, ucraini – si informa, si intrufola, stringe mani, acquista cianfrusaglie, ostenta familiarità: fino a indurre sospetto e irritazione di cui non sempre si rende conto.
Non so perché quella intestata a Tristano Caracciolo l’incanti più di altre strade di questa città nella città, Forse per i suoi palazzi ottocenteschi e monumentali ormai neri di una fatiscenza che si è fatta cenere, abito a lutto. Quando lo seguo nei suoi momenti di maggiore frenesia cerco invano, per farmene una ragione, di penetrare negli ingranaggi più nascosti del suo immaginario laddove germogliano fantasie e pulsioni. Caracas per me rimane essenzialmente un mistero.

da: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 9-10

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

***

Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

Vittorio Sermonti traduce G. E. Lessing

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Nathan il Saggio
di Gotthold Ephraim Lessing

 

Questa è la traduzione-riduzione di Nathan der Weise, capolavoro teatrale di G. E. Lessing (1729-1781) o, come usa dire, architrave della drammaturgia tedesca. Che la traduzione sia in versi, si vede, ed è probabilmente per questa prerogativa accessoria che le resto affezionato. Per la messinscena (Teatro Stabile di Torino, stagione ’75-’86, regia: Mario Missiroli, Nathan: Roberto Herlitzka, Salah ed-Din: Gigi Angelillo), ho operato una riduzione abbastanza imponente, nel tentativo di recuperare a un italiano di ieri (e magari anche di oggi) un’opera insigne, ma che risulta spesso attardata da una cerimoniosità sentimentale che ha fatto il suo tempo e da un puntiglio raziocinante oramai un po’ risaputo. Così mi sono permesso di ridurre cinque atti ponderosi a undici quadri «da corsa», e 3283 pentapodie tedesche (Fünffüßler, per gli amatori del ramo) a 2400 endecasillabi circa (li ho contati tre volte e mi son venuti tre risultati diversi). Cionondimeno amerei esser riuscito in un modo o nell’altro a restituire il passo logico-analitico e il registro angolosamente colloquiale che caratterizzano la versificazione teatrale di Lessing; e se qualcuno mi obbiettasse a ragion veduta che la caratterizzazione dei personaggi risulta, rispetto all’originale, lievemente accentuata, e qualche volta addirittura inventata (lievemente inventata), gli direi che ha ragione, e che l’ho fatto apposta.

 

NATHAN

[…]

Ma tu, Sultano, mi consentiresti
di raccontarti prima una storiella?

SALAH ED-DIN
Perché no? Le storielle mi son sempre
Piaciute assai, se raccontate bene.

NATHAN
Raccontar bene, ahimé, non è mai stato
il mio forte….

SALAH ED-DIN
Riecco l’arroganza della modestia!
Racconta! Racconta!

NATHAN
Fa mill’anni, in Oriente, un tale aveva
un anello di pregio inestimabile,
dono di mano amica. La pietra era un opale,
che sprigionava mille
colori, e aveva la virtù segreta
di render caro agli uomini e al Signore
chi, credendoci, lo portasse al dito.
Niente di strano, se quel tale non
se lo sfilava mai: provvide invece
a che restasse a casa su per sempre.
Con che sistema? Lasciandolo al figlio
prediletto, e imponendogli lasciarlo
al prediletto fra i suoi figli, in modo
che, trascurando l’ordine di nascita,
traverso le generazioni, capi
di casa, e solo in forza dell’anello,
fossero sempre i figli prediletti,
– Mi segui?

SALAH ED-DIN
Certo, che ti seguo. Avanti!

NATHAN
Così di figlio in figlio questo anello
giunse un bel giorno al padre di tre figli;
gli eran devoti tutti e tre del pari,
tanto che il padre non poteva esimersi
dall’amarli del pari tutti e tre.
Salvo che, capitandogli di tempo
in tempo di trovarsi ora con questo,
ora con quello, ora col terzo, soli
– di volta in volta o questo o quello o il terzo
gli era sembrato meritorio più
degli altri, ed era incorso nella pia
sciocchezza di promettergli l’anello.
– Finché durò, durò. Ma viene il giorno
di morire, e il buon padre è nelle peste.
Di tre che contan sulla sua parola,
umiliare due figli, lo amareggia
troppo. – Che fare? Convoca in segreto
un orefice, e gli ordina due anelli
sul modello del suo, raccomandandogli
di non badar né a spese né a fatica,
purché vengano identici. Il brav’uomo
fa del suo meglio – del suo meglio a segno
che, quando si presenta con gli anelli,
il padre stesso non distingue il primo
dagli altri. In gran letizia chiama a sé
i figli, uno per uno – uno per uno
li benedice – gratifica uno
per uno dell’anello che si merita,
e muore. – Ascolti? (altro…)

proSabato: Tommaso Landolfi, Il babbo di Kafka

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Il babbo di Kafka

Arrendendomi alle insistenze di molti amici, racconterò brevemente l’episodio che tanta influenza doveva avere sulla vita del Maestro (ed anche sulla mia).
– E se ora fra i battenti di quella porta (che era appena accostata) s’insinuassero due, anzi alcune, zampe, lunghissime sottili e pelose; e, la porta stessa cedendo alla pressione ed aprendosi pian piano, comparisse un enorme ragno, grosso quanto un cesto da bucato?…
– Ebbene?
– Aspetta, non t’ho detto tutto. Se questo ragno avesse al posto del corpo una testa d’uomo che ti guardasse fissamente da terra? Tu che faresti? T’ammazzeresti, no?
– Io? Io non ci penserei neppure. Perché diamine dovrei ammazzarmi! Piuttosto ammazzerei lui.
– Io sì, io m’ammazzerei. Perbacco, vivere in un mondo dove sono possibili cose di questo genere!
– E io ti so dire che tutto farei, tranne che ammazzarmi; neanche per sogno.
Non aveva finito Kafka di pronunciare queste parole e guardava ancora in aria di sfida la porta accostata, quando il battente girò lentamente sui cardini e si produsse punto per punto la scena da me immaginata. Nella sala remota dove stavamo cenando, balzammo in piedi esterrefatti. Il ragno, o la testa d’uomo, molleggiando sulle sue lunghe zampe, avanzava verso la tavola e ci guardava con una certa espressione cattiva.
– Ebbene – gridavo io, lo confesso, quasi piangendo – ebbene, perché ora non l’ammazzi? (altro…)

proSabato: Achille Campanile, Premio letterario e altre tragedie

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PREMIO LETTERARIO
Personaggi:
IL POETA
L’AMICO

La scena si svolge dove vi pare. All’alzarsi del sipario tutti i personaggi sono in scena.
IL POETA
Ho scritto nove sonetti e un’ode saffica.
L’AMICO
Cosicché, in totale, quanti componimenti poetici ci saranno nel tuo nuovo – e speriamo ultimo – volume?
IL POETA
Dieci con l’ode.
(Galoppo di cavalli in lontananza. Sipario)

                        ***

LA FIDANZATA DEL CARABINIERE
Personaggi:
LA RAGAZZA IL CARABINIERE IL PASSANTE

All’alzarsi del sipario, LA RAGAZZA e IL CARABINIERE suo fidanzato passano in fretta.
IL PASSANTE
al CARABINIERE: Arrestata?
IL CARABINIERE
Che arrestata? È la mia fidanzata.
LA RAGAZZA (piangendo) Sarà sempre così, per tutta la vita!
(Sipario)

***

DUBBI
Personaggi:
IL CREDENTE
L’ATEO

IL CREDENTE
Io sono un credente, signore, afflitto dal dubbio che Dio non esista.
L’ATEO
Io, peggio. Sono un ateo, signore, afflitto dal dubbio che Dio, invece, esista realmente. È terribile.
(Sipario)

© Achille Campanile, in Tragedie in due battute. Le tragedie iniziarono a circolare dagli anni Venti e, nel 1931, Treves ne raccolse 38 in un unico volume: Teatro. La prima edizione integrale e completa è del 1978 per Rizzoli.

I poeti della domenica #74. Biagio Marin, Sielo stelao

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Cielo stellato,
silenzioso, solenne,
che vuole le pene
del giorno pieno di triboli.

Calda parola
che ci conforta,
che in alto porta
la creatura più sola.

Stelle infinite,
e ci insegnano il respiro
di questo mondo divino
arioso in giro.

Quello splendore mortale
ci mantiene e alimenta;
quaggiù la vita stenta:
ogni ora è mortale.

*

Sielo stelao
sito, solene
che vol le pene
del zorno tribolao.

Colda parola
che ne conforta
che in alto porta
la creatura più sola.

Stele che no ha fin
e ne insegna el respiro
de sto mondo divin
arioso in giro.

E quel splendor mortal
ne mantien e alimenta;
qua zo la vita stenta,
ogni ora xe mortal.

© Biagio Marin in Nel silenzio più teso, Milano, Rizzoli, 1980.

proSabato: Mario Luzi, Venezia. Racconto

Venezia

…..Per quanta familiarità abbia potuto prendere con questo genere di visite sempre nel viaggiatore che arriva a Venezia si produce un felice strappo nella temperie psichica abituale. Il modo stesso dell’arrivo predispone l’animo a un mutamento che poi il tragitto in battello attraverso un traffico né fluviale né marinaro confermerà. Ma già alle porte di Venezia, quando la pianura densa e fastosa ma vinta da una specchiata malinconia non è ancora del tutto trascorsa, si comincia ad agitare nel petto qualcosa come una promessa che si è certi non verrà disillusa. È vano cercare un nome per codesta aspettativa e codesta impazienza: tutti, l’oriente, l’opulenza, il miracolo e l’artificio e gli altri che ci soccorrono, vi rientrano per qualche parte e nessuno compiutamente. Si tratta in ogni modo dell’ebrietà di un’evasione e di un esilio che è piuttosto un rimpatrio come se l’immaginazione lunga e ordinaria di tanti anni uscisse da noi liberandosi per andare incontro ad una delle sue sedi reali. Siamo nell’imminenza di una separazione, di uno stacco, ma non verso l’ignoto; ché, la prima o la centesima volta, la città preesiste sempre intensamente nell’anima ed è il luogo dove la nostra vita, la nostra stessa, trasportata in un suolo chimerico, tra mille aspetti che richiamano ed eludono il ricordo della terra, si esalta e si incendia.
…..Così mentre il treno corre sul lungo viadotto, tra le acque grigie appena mosse che urtano contro i piloni ed i pali, la nostra smania non è finita, ma la città è già presente nello spirito ansioso. Vedere poi il canale animato di vaporini, di gondole, di barconi e, specialmente se è sera, le calli ed i rii terrà fitti di una vita minuta e accalcata, dove le operazioni del vivere sembra si ripetano diminuite e più facili come in un giuoco, vedere tutto questo non stupisce più se non per la esatta coincidenza con quello che la mia immaginazione ci aveva rappresentato. Le Mercerie, ed ivi le rosticcerie, i piccoli bar con stive, ora vivamente illuminati, assecondano in noi l’idea di un fitto nidificare quasi a contrasto con quella della notte e del mare. Le parole, le cadenze che corrono, i dialoghi che potete cogliere, più o meno concitati, confermano l’impressione che qui gli uomini si tengano stretti e che da questa necessaria abitudine abbiano derivato quella affabilità e dolcezza perfino nelle liti che, suppongo, non potranno mai essere definitive. Che cosa potrebbe infatti eclissarsi ed andare perduto? Niente qui, neppure la più cauta e circospetta amicizia, neppure i convenevoli di una relazione casuale o vaga. E inoltre che cosa potrebbe rimanere in disparte, riparare nell’intimo? Tutto si deve qui esprimere, tutto deve rientrare in questa naturale commedia.
…..È più facile vivere qui, diciamo camminando incantati. E ci lasciamo portare dalla città dovunque le piaccia, sicuri di non poterci perdere. È allora che, seguendo quella o questa tra le tentazioni di un dedalo, si arriva nella piazza e ci troviamo seduti al caffè davanti a qualche amico venuto chi sa da dove e pure, in quel luogo, niente affatto imprevisto.
…..Ma se poi, per un caso o per un’attrazione invincibile, vi affacciate da qualche luogo aperto sulla laguna, dalle Zattere o dalla Giudecca, e tanto più se vi siete lasciati sedurre da un viaggio alle isole, a Burano o a Torcello non importa, o anche a Murano, tutta la gaiezza si sarà presto convertita in desolazione. Il fiotto triste e grigio batte contro la vostra imbarcazione e, nell’esser respinto, produce un commovimento lustro breve e pesante e mai avrete la felicità di una spuma o di un tremito in queste acque che non si rompono. Talvolta bordeggiando le barene e le tumbe, traspaiono dal fondale basso le alghe e ci si domanda se si è in una palude. Dovunque un’opacità e come il fumo di una corruzione lontana; e mentre ci tendiamo a ricevere il senso del mare, della terra e dell’erba si avverte la presenza di qualche altro elemento frammisto. Allora un giorno popolose e floride, che Torcello ebbe migliaia e migliaia di anime di cui non c’è traccia al di fuori della chiesa la cui parte inferiore è invasa dalle acque. Il rintocco delle campane dà un suono incrinato e sfatto specialmente quando, venuto meno il torbido fulgore del pomeriggio, le acque si coprono di una bruma sottile e il loro moto, allontanato e attutito dietro quel velo, si fa però più profondo e ripete più struggente l’affanno e la pena dell’esistenza. Anche a Murano le fucine sono silenziose e, mentre vi passiamo accanto, vediamo un borgo dalle muraglie annerite e fradice. Affrettiamoci allora a rientrare nel fitto e nel vivido della città.

© Mario Luzi, Venezia in OTTO LUOGHI, in Trame, Milano, Rizzoli, 1982² (Firenze, Vallecchi, 1942).

Goffredo Parise a New York

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall'amico Igi Polidoro nel 1961

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall’amico Igi Polidoro nel 1961 – © Getty Images

La New York di Goffredo Parise e, più in generale, il suo rapporto con l’America, costituiscono una parte importante dell’opera dell’autore veneto: la selezione di scritti autobiografici e giornalistici che oggi vi invitiamo a leggere lo testimonia e si collega, in parte, a quanto esprimeva Italo Calvino (da rileggere qui) negli stessi anni. Si entra così in alcune fra le pagine più interessanti del Parise non romanziere, attraverso alcuni reportage diversi fra loro: del 1961 i primi tre testi − lettere e appunti sparsi usciti postumi −, mentre risale al ’75 l’articolo in cui si accosta New York a Venezia e che apre a una serie di altri pezzi importanti apparsi sul «Corriere della Sera». Parise guarda agli Stati Uniti e in particolare a New York due volte (anche se nel ’61 il suo viaggio lo portò in Florida e in California) e la sua visione muta nel tempo. Una traversata di lavoro quella intrapresa per il produttore Dino De Laurentis nei primi anni Sessanta; di piacere o di esplorazione la seconda. L’abbuffata statunitense, tuttavia, e il desiderio di non perdere tempo, di vivere il più possibile l’esperienza newyorkese (non può non ricordare Emanuel Carnevali o Mario Soldati, in questo) si placherà in seguito: viene meno, cioè, l’urgenza di conoscere la città, i bar, gli angoli, di intraprendere relazioni fugaci; anche l’età è differente: nel ’61 Parise ha trentadue anni, nel ’75 ne ha quarantasei. L’approccio è, tuttavia, coerente: quello di un letterato che opera una re-visione. Parise si pone come un attento osservatore, in grado di cogliere negli “oggetti” al centro delle sue opere dagli anni Settanta – come riferisce anche Silvio Perrella nella prefazione al volume Rizzoli – gli strumenti per interpretare un luogo ma anche un sistema culturale. Per rifiutarlo e confutarlo, ripensarlo e aggiornarlo ai tempi (anche ai propri tempi letterari), Parise si serve di “dettagli”: è lì, infatti, che alberga il senso da restituire al lettore successivamente, con l’acutezza di chi è in grado di leggere le cose ma soprattutto − e prima − di chi sa leggere i sentimenti umani, le persone (i suoi Sillabari risalgono a quel periodo). Gli anni Settanta e Ottanta sono quelli dei viaggi nel mondo e dei reportage più significativi tra cui vi è anche L’eleganza è frigida («Corriere della Sera» e poi Milano, Mondadori, 1982), in cui protagonista è invece il Giappone, scorciato sempre da una prospettiva personale. Parise parlava già di America nei racconti de Gli americani a Vicenza (del 1956 ma pubblicato da Scheiwiller nel 1966) e, fra gli altri, anche in alcuni scritti critici di Quando la fantasia ballava il «boogie» (Milano, Adelphi, 2005. Qui, ad esempio, un pezzo su Robert Altman incontrato alla Biennale Cinema presumibilmente nel 1982).
New York “caput mundi”: la città desolata, assorta nella propria “cultura pop”, è il simbolo e il cuore del paese, il punto di partenza e d’arrivo per comprendere gli Stati Uniti in quel momento (e, forse, anche dopo). La relazione con gli spazi, le persone, la sessualità, ma anche il vuoto e soprattutto l’oggettivazione che l’autore fa della realtà sono cruciali in queste pagine. Restano esclusi dalla scelta pubblicata qui alcuni passi su Harlem, che meritano uno spazio a sé stante. Il lettore incuriosito, tuttavia, potrà trovare nel volume le considerazioni sull’incontro con la popolazione afroamericana, il graffitismo e molto altro ancora. In coda a questo post anche un’intervista RAI che si riallaccia ai temi accennati. Segnalo infine il volume di Pino Dato, L’ultimo anti-americano. Goffredo Parise e gli Usa: dal mito al rifiuto (Roma, Aracne, 2009).

© Alessandra Trevisan

N.Y., 20 marzo

Caro Vittorio,
arrivati ieri in questa folle città […] L’idea migliore è stata quella di venire in questo albergo che, come tutta la città ha l’aspetto babilonico di una tomba. Subito fin dall’entrata mi sono imbattuto in due donne di mezza età che parevano finte: vestiti finti che assomigliavano a quella carta crêpe dai colori inesistenti in natura: azzurrini, rosa fragola chiari, rosso lacca, rosso rossetto, e nel fondo dominante il nero. Un nero lacca da bara, come le porte della stanza, che si presentano veramente come quelle porte bronzee delle tombe di famiglia, sempre socchiuse nei grandi cimiteri. La serratura è d’argento, o di metallo argentato, con piccoli bassorilievi di sfingi o cose del genere, così da far pensare a una reale persistenza del macabro in tutte le cose: mi spiego sommariamente che questo macabro derivi da una mancanza di aggressione erotica, in sostanza da mancanza di eros. Infatti, passeggiando ieri a Broadway ho trovato un mucchio di bottegucce con aria di bazar in liquidazione, piene di oggetti di gomma o di plastica: tette finte, donne intere di gomma, da gonfiare, col buco tra le gambe, salamini di gomma rossa, che si chiamano “sigari di gomma” ma il cui uso è fin troppo chiaro, perfino cinture di castità all’uso antico ma fatte di latta ignobile e dorata, con relativa chiavetta: per uomo e per donna l’allusione erotica è continua ovunque, ma fa veramente pensare alla morte perché non un volto, non una espressione, non un corpo di donna, una bocca, degli occhi esprimono sensualità autentica, ma alienazione evidente di questa sensualità e quindi impotenza, frigidità.

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