Rivista Studio

Ben Lerner – Nel mondo a venire

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Ben Lerner – Nel mondo a venire, Sellerio, 2015. Traduzione di Martina Testa. € 16,00, ebook € 10,99

Premessa

Ho due amici, Cristiano (De Majo)  e Andrea (Pomella), caso vuole che entrambi siano scrittori e che nonostante questo siano miei amici. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlare con loro di Ben Lerner, in particolare di questo libro: Nel mondo a venire, entrambi ne hanno anche scritto (in fondo aggiungerò i link ai loro articoli, la rete è l’archivio più grande del mondo, usiamolo), ma soprattutto me ne hanno parlato. Ora, dovete sapere che Cristiano e Andrea non sono tipi che si entusiasmano facilmente e se lo fanno non lo danno a vedere. Cristiano mi ha parlato di Lerner in preda, invece, a uno sconfinato entusiasmo, con una certa luce negli occhi, davanti a una birra, quasi rimproverandomi per il fatto che io non lo avessi ancora letto. Cristiano è napoletano, ma quasi mai parla in dialetto, eppure mentre mi parlava di Lerner in italiano ho avuto la sensazione che stesse cazziandomi mentalmente in napoletano, immaginavo una serie di “Nientedimeno, non l’hai letto ancora? Ma si scem’? È pure poeta, maronna”. Cristiano negherebbe questi pensieri. Quando mi parlò di Lerner avevo già il libro, ma non lo cominciai, avevo paura di restare deluso, pur fidandomi molto della sua opinione. Tempo dopo ne parlai con Andrea, al telefono. Fu una delle nostre solite brevi telefonate, dopo i saluti finiamo ai libri, al calcio e alle cazzate, quella volta arrivammo a Lerner. Andrea mantenne fede al suo, proverbiale, non entusiasmo, e mi disse poche parole, mi restò impressa una frase, che, più o meno, suonava: “Il modo in cui scrive è la letteratura del futuro”. Non avrei potuto rimandarne la lettura ancora a lungo.

[…] scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

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David Means: Il punto

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David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

 

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto (titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono.
Gli americani sanno scrivere i racconti meglio di tutti, questa è la mia opinione. David Means è, forse, il più bravo, tra i viventi, se la gioca con George Saunders, quest’ultimo riesce a emozionarmi di più ma solo Means mi fa piangere con quelle lacrime che non vorrebbero uscire. Saunders mi fa anche ridere (come David Foster Wallace), Means mi mette accanto la pietà (come Carver). Tutti e quattro mi commuovono, perdutamente.

Un uomo senza alcun progetto che ce la metteva tutta – in quel particolare momento – per dare l’impressione di sapere, almeno fino a un certo punto, dove voleva andare rispetto al proprio punto d’origine.

C’è un punto comune nei tredici racconti qui pubblicati. Il punto in cui le cose cambiano, o in cui il protagonista pensa che possano cambiare, o quello in cui sono cambiate ed è troppo tardi o, forse, troppo presto. A volte è il tentativo di giustificarsi o assolversi, altre è il bisogno di qualcosa che somiglia a una carezza (come una fetta di torta lasciata su una finestra). Non è il destino e non sono le azioni, ma qualcosa di intangibile che è meno di un pensiero, di un istante, di un punto. Una rivelazione.
Qualcosa è già accaduto prima che la storia cominci (come in Carver). Non è necessario sapere di cosa si tratti, Means lascia che il lettore abbia l’intuizione di un evento, di un passato, di un gesto che abbia condotto i personaggi al tempo della prima frase. Non ci sono le grandi città (un’altra caratteristica comune con Carver, soprattutto, ma anche con Saunders), eccetto l’idea della metropoli fuori dal condominio nel quale si svolge il primo racconto I colpi: un uomo è barricato nel suo appartamento, ossessionato dai colpi che chi vive al piano superiore – intenzionalmente, a suo avviso – batte continuamente ed è contemporaneamente preda dei ricordi, della nostalgia di una moglie amata; vibrano dentro i colpi di un matrimonio fallito. Il resto delle storie sono l’altra America: il Nebraska, l’Ohio, l’Oklahoma. L’irrinunciabile Tulsa. E poi i ponti sotto i quali dormire e dove sedersi intorno al fuoco a raccontare storie di abbandoni, di fame, di alcolismo e di coltelli. E ancora: rapine, morte, padri e figli, e paure.
Il racconto nel racconto. Spesso mentre si sviluppa la storia principale al lettore ne viene esposta anche un’altra, che è quella che il protagonista non dice agli altri ma rimugina dentro di sé. Non dire diventa un’altra maniera di scamparla. Means pare dirci che uomini che hanno perso tutto riescono a tenersi ancora qualcosa da parte, un ricordo da preservare o la dignità.  Allora non tutto è perduto.

Forse è semplicemente utile ricordare a se stessi che esistono ancora misteri occulti a portata di mano.

La prosa di David Means è bellissima, spesso si torna sulla frase (o pagina) appena letta solo per riassaporare il piacere di sentirne il suono. Il sogno americano, se c’è stato, è definitivamente infranto. I personaggi di Means con quel sogno non ci hanno mai avuto a che fare, oppure l’hanno dimenticato. Eppure l’America è proprio quella che ci viene mostrata. Il sogno promesso esiste (o è esistito) anche perché non si realizza. David Means scrive delle cicatrici lasciate dalle promesse non mantenute. Lo fa meravigliosamente.

© Gianni Montieri

 

Nota: Per chi volesse saperne di più su David Means consiglio anche la lettura di un articolo di Cristiano de Majo su Rivista Studio e, naturalmente, di leggere Il Punto e tutti gli altri libri di David Means.