Rita Florit

Tra le righe n.7: Joyce Mansour

Il pleut dans le coquillage bleu qu’est ma ville
Il pleut et la mer se lamente.
Le morts pleurent sans cesse, sans raison, sans mouchoirs
Les arbres se profilent contre le ciel voyageur
Exhibant leurs membres drus aux anges et aux oiseaux
Car il pleut et le vent s’est tu.
Les gouttes folles plumées de crasse
Chassent le chats dans les rues
Et l’odeur grasse de ton nom se répand sur le ciment
Des trottoirs.
Il pleut mon amour sur l’herbe abattue
Où nos corps allongés ont germé joyeusement
Tout l’été.
Il pleut, ô ma mère, et même toi tu ne peux rien
Car l’hiver marche tout seul sur l’étendue de nos plages
Et Dieu a oublié de fermer le robinet.

Joyce Mansour  ‘Déchirures’, 1955

Piove nella conchiglia blu della città
Piove e il mare si lamenta
I morti piangono senza tregua senza ragione senza fazzoletti
Gli alberi si stagliano contro il cielo viaggiatore
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento tace
Le gocce folli pennate di sporcizia
Scacciano i gatti nelle strade
E l’odore vischioso del tuo nome si sparge sul cemento dei marciapiedi
Piove mio amore sull’erba spianata
Dove i nostri corpi distesi hanno gioiosamente germogliato
Per tutta l’estate
Piove oh madre mia e anche tu non puoi farci niente
Perché l’inverno avanza solitario sulla distesa delle spiagge
E Dio ha dimenticato di chiudere il rubinetto

Trad. Rita R. Florit 

Piove nel guscio azzurro che è la mia città
Piove e il mare geme.
I morti piangono senza posa, senza motivo, senza riparo
Gli alberi si stagliano contro il cielo che passa
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento s’è zittito.
Le gocce pazze come piume sporche
Inseguono i gatti per strada
E l’odor di grasso del tuo nome si sparge sul cemento
Dei marciapiedi.
Piove amor mio sull’erba pesta
Dove i nostri corpi stesi son sbocciati con gioia
Tutta l’estate.
Piove, madre mia, e anche tu non puoi nulla
Perché l’inverno incede da solo lungo i nostri lidi
E Dio, diméntico, non ha chiuso il rubinetto.

Trad. Carmine Mangone

Simona Pocorobba, 2011

Il n’y a pas des mots
Seulement des poils
Dans le monde sans verdure
Où mes seins sont rois.
Il n’y a pas de gestes
Seulement ma peau
Et le fourmis qui grouillent entre mes jambes onctueuses
Portent les masques du silence en travaillant.
Viens la nuit et ton extase
Et mon corps profond ce poulpe sans pensée
Avale ton sexe agité
Pendant sa naissance.

Non ci sono parole
Soltanto peli
Nel mondo senza fogliame
Dove i miei seni regnano.
Non ci sono gesti
Soltanto la mia pelle
E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose
Portano le maschere del silenzio lavorando.
Piomba la notte la tua estasi
E il mio corpo profondo questo polipo spensierato
Ingoia il tuo sesso agitato
Durante la sua nascita.

[Traduzione di C.Mangone]

Questo Brano, più il meraviglioso disegno di Simona fanno parte del nuovo e-book della MaldororPress che uscirà nel 2012.
Ho colto l’occasione proprio per la Poetessa da me scelta, di aggiugere queste chicche, che sicuramente invogliano alla lettura della Mansour.

Joyce Mansour
Fiorita come la lussuria

a cura di Carmine Mangone

 

Poesia: sostantivo femminile?

Pur dando semplicemente una scorsa ai titoli più importanti del surrealismo storico (1924-1969), ci si rende subito conto di quanto l’amore, insieme a poesia e rivoluzione, abbia rappresentato per Breton e compagni una sorta di elemento “trinitario” imprescindibile[1].

Tuttavia, se la ricerca zelante dell’amore tra le brutture della vita quotidiana costituisce un’incessante e mirabile tensione nell’attività dei surrealisti, esistono nondimeno dei buchi neri – relativi in particolare al ruolo della donna e delle diversità sessuali – che offuscano alquanto la satinata prosopopea amorosa del gruppo.

E in effetti, nella prassi del surrealismo, la donna finisce talvolta per rivelarsi un mero complemento ispiratore dell’artista: una sorta di objet trouvé da collocare sull’altare di un patetico culto del femminino, quando non addirittura una presenza mitica o stregonica da raffinare nell’athanor del proprio ego letterario.

In altre parole, non ci si distacca poi molto dallo schema dicotomico tipicamente giudaico-cristiano della donna vista o come vergine-madre, o come figura perturbante e demoniaca[2]. La donna, anche per i surrealisti, sembra un essere dotato di una propria identità solo di riflesso.

Se poi si passa alla questione “omosessualità”, allora il violento ostracismo di molti surrealisti, tra i quali spicca lo stesso Breton, è addirittura indifendibile. Per alcuni di loro, la questione di una relazione amorosa tra individui dello stesso sesso non è neanche da porsi, perché finirebbe – ed è sin troppo chiaro – per inquinare la visione romantica e sostanzialmente convenzionale del rapporto tra uomo e donna su cui si fonda gran parte dell’armamentario surrealista[3].

All’interno del quadro sommariamente delineato, ci sono beninteso alcune fulgide eccezioni, e tra queste bisogna annoverare certamente la poetessa Joyce Mansour, che rappresenta, se così si può dire, il versante protofemminista (e bisessuale) del surrealismo.

Joyce Patricia Ades – questo il suo nome da “signorina” – era nata a Bowden, in Inghilterra, nel 1928. I suoi genitori risiedevano però abitualmente al Cairo, dove la famiglia Ades faceva parte da diverse generazioni della numerosa colonia britannica. Dopo gli studi secondari svolti in Svizzera e Inghilterra, Joyce rientra quindi in Egitto. Nel 1947, primo tragico matrimonio: suo marito, colpito da un male incurabile, muore dopo appena sei mesi. Nel ‘49, si risposa con Samir Mansour della comunità francese. La nuova coppia comincia allora a spostarsi tra Parigi e Il Cairo, e Joyce s’inizia alla cultura francese assimilandone la lingua. Nel ‘53 pubblica a Parigi la sua prima raccolta di poesie, Cris, attirando da subito l’attenzione dei surrealisti. Sarà l’inizio di una parabola creativa che si esaurirà soltanto nel 1986, allorquando la scrittrice angloegiziana muore per un tumore al seno.

Per dare un’idea del personaggio, riportiamo qui di seguito una testimonianza di Claude Courtot (membro del gruppo surrealista nel 1964-69): «Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi. (…) Rileggo non senza emozione questo breve annuncio apparso su France-soir del 15-16 ottobre 1967: “Cerco sogni da collezionare. Scrivere a Joyce Mansour, 1 avenue du Maréchal-Maunory. Parigi 16°.”»[4].

L’opera letteraria della Mansour[5], tuttora pressoché sconosciuta anche in Francia, ridisegna incessantemente una cartografia dell’amore carnale, cercando, allo stesso tempo, di sottrarlo all’utilitarismo e ai buoni sentimenti; il tutto grazie all’espressione di un’energia vitale ricca di humour e di fervido erotismo.

Siamo comunque ben distanti dalle manie ostentate da un Dalí, come pure dall’accanimento lirico-ossessivo di un Bataille (si pensi qui al simbolismo uovo-occhio-testicolo di Histoire de l’œil); tuttavia, anche nella poesia della Mansour è quanto mai preminente la lotta tra Eros e Thanatos, benché si risolva spesso in un’aggressiva ed ironica civetteria, la quale, d’altronde, si sposa magnificamente alle ruvidità, per niente volgari, di una scrittura risoluta e personale. Inoltre, fin dagli esordi, i testi della Mansour mantengono scarsi legami di parentela con la scrittura automatica adottata dagli altri membri del gruppo.

Secondo Arthur Rimbaud – uno dei numi tutelari del surrealismo –, la “donna poeta”, liberata dalle costrizioni sociali, avrebbe trovato “cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose”[6]. Ebbene, con la poesia di Joyce Mansour, tale premonizione ha trovato certamente una delle sue realizzazioni più belle, imperiose ed emozionanti.

Carmine Mangone

http://carminemangone.com/


[1] L’Amour fou (1937) di Breton, L’Amour la Poésie (1929) di Eluard, La Liberté ou l’amour (1927) di Desnos, Anthologie de l’amour sublime (1956) di Péret, ecc.; la lista delle opere sarebbe piuttosto lunga e basta d’altronde consultare una qualsiasi bibliografia sul surrealismo per rendersene conto.

[2] Si veda ad es. La Noyau de la comète di Péret, testo che fungeva da prefazione all’Anthologie de l’amour sublime, ora in : Benjamin Péret, Oeuvres complètes, tome 7, Librarie José Corti, Paris, 1995, pp. 253-294.

[3] Cfr. Recherches sur la sexualité, in: “La Révolution Surréaliste”, n. 11, 15 mars 1928, pp. 32-40. Traduz. it. in: Archivio del surrealismo, Ricerche sulla sessualità, ES, Milano, 1991, pp. 33-69. Preme qui rilevare la mancata partecipazione di René Crevel (dalle note “simpatie” omosessuali) alle sedute surrealiste sulla sessualità. Sarà stato un caso? José Pierre non ne è affatto convinto (cfr. ibidem, pp. 20-21), e neanche chi scrive.

[4] Claude Courtot, Les Ménines, le cherche midi éditeur, Paris, 2000, pp. 109-110.

[5] Tutti i suoi testi editi sono stati raccolti (insieme a qualche inedito) in: Joyce Mansour, Prose & Poésie – Oeuvre complète, Actes Sud, Arles, 1991.

[6] Arthur Rimbaud, lettera a Paul Demeny, detta “del veggente”, 15 maggio 1871.

[1] Claude Courtot, Les Ménines, le cherche midi éditeur, Paris, 2000, pp. 109-110.

[1] Tutti i suoi testi editi sono stati raccolti (insieme a qualche inedito) in: Joyce Mansour, Prose & Poésie – Oeuvre complète, Actes Sud, Arles, 1991.

[1] Arthur Rimbaud, lettera a Paul Demeny, detta “del veggente”, 15 maggio 1871.

Grida
(Cris, 1953)
estratti

*

Amo le calze che rassodano le tue gambe
Amo il corsetto che regge il tuo corpo tremante
Le tue rughe i tuoi seni che traballano la tua aria affamata
La tua vecchiezza contro il mio corpo teso
La tua vergogna di fronte ai miei occhi che sanno tutto
I tuoi vestiti che hanno l’odore del tuo corpo guasto
Tutto questo mi vendica finalmente
Degli uomini che non mi hanno voluta.

*

Che i miei seni ti provochino
Voglio la tua furia
Voglio vedere i tuoi occhi appesantirsi
Le tue guance sbiancare incavandosi.
Voglio i tuoi brividi.
Devi esplodere tra le mie cosce
I miei desideri vanno esauditi sul terreno fertile
Del tuo corpo senza pudore.

*

Non mangiate i bambini degli altri
Perché la loro carne marcirebbe nelle vostre bocche ben fornite.
Non mangiate i fiori rossi dell’estate
Perché la loro linfa è il sangue dei bambini crocifissi.
Non mangiate il pane nero dei poveri
Perché è fecondato dalle loro lacrime acide
E metterebbe radici nei vostri corpi allungati.
Non mangiate affinché i vostri corpi avvizziscano e muoiano
Creando sulla terra in lutto
L’Autunno.

*

Le cieche macchinazioni delle tue mani
Sui miei seni frementi
I lenti movimenti della tua lingua paralizzata
Nelle mie orecchie patetiche
Tutta la mia bellezza annegata nei tuoi occhi senza pupille
La morte nel tuo ventre che si nutre del mio cervello
Tutto questo fa di me una strana signorina.

*

Chiamami col mio ultimo nome.
Appendi i miei vestiti ai pianeti alle stelle.
Che le mie gambe senza uscita marcino sulla terra
Seminando la mia disperazione nei cuori degli animali
Che le mie ultime risposte suonino come rintocchi
Per invitare gli uomini all’assoluzione.

*

Voglio mostrarmi nuda ai tuoi occhi cantanti.
Voglio che tu mi veda gridare dal piacere.
Che le mie membra piegate sotto un peso troppo greve
Ti spingano ad atti empi.
Che i capelli lisci della mia testa offerta
S’impiglino alle tue unghie incurvate dal furore.
Che tu rimanga in piedi cieco e credente
Guardando dall’alto il mio corpo spiumato.

Biografie:

Joyce Patricia Ades – questo il suo nome autentico – è nata ad Bowden, in Inghilterra, nel 1928. I suoi genitori risiedevano però abitualmente a Il Cairo, dove la famiglia Ades faceva parte da diverse generazioni della numerosa colonia britannica. Dopo gli studi secondari svolti in Svizzera e Inghilterra, Joyce rientra quindi in Egitto. Nel 1947, primo tragico matrimonio:suo marito, colpito da un mare incurabile, muore dopo appena sei mesi. Nel ’49 si risposa con Samir Mansour della comunità francese. La nuova coppia comincia allora a spostarsi tra Parigi e Il Cairo, e Joyce s’inizia alla cultura francese assimilandone la lingua da autodidatta. Nel ’53 pubblica a Parigi la sua prima raccolta di poesie, “Cris” attirando da subito l’attenzione dei surrealisti. Sarà l’inizio di una parabola creativa che si esaurirà soltanto nel 1986, allorquando la scrittrice angloegiziona muore per un tumore al seno.
Scrisse di lei Claude Courtot, membro del gruppo surrealista: “Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi…”.[via web]
La poesia di Joyce Mansour è tratta dalla sua seconda raccolta di versi: Déchirures [Lacerazioni], edita a Parigi nel 1955 dalle Éditions de Minuit. Dopo la pubblicazione del suo primo libro (Cris, 1953), la poetessa di origini anglo-egiziane era divenuta un membro ufficiale del gruppo surrealista parigino riunito intorno alla figura di André Breton e si sarebbe affermata, in pochi anni, come maggior voce poetica femminile del movimento.[Carmine Mangone]

Rita Regina Florit  si nutre della poesia della Natura rintracciata nella bellezza nelle emanazioni del Divino nei popoli della terra (umano animale vegetale minerale) traducendola in versi e in videopoesia.
Ha pubblicato  “Lezioni inevitabili” Lietocolle, 2005 e “Passo nel fuoco” edizioni d’if, 2010.
E’ presente in varie antologie,  in rete su siti, lit-blog e in e-book.
Ha  partecipato a Roma-Poesia nel 2005 e 2006 con i video *Lezioni inevitabili* con Giorgio Bevignani e *Varchi del rosso* con Enrico Frattaroli.
E’ stata  autrice per il teatro-danza e installazioni.
Ha curato la sezione letteraria delle mostre “Battiti e altri echi del cuore”  Ostuni 2007, “Fuoco e fuochi”  2006, “Terra e territori”  2007 “Aria e vento” 2008, al Forte di Marina di Bibbona (Li)
Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo e punjabi.
Con “Passo nel fuoco” ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo per la Poesia 2010.

Carmine Mangone nasce a Salerno il 23 dicembre 1967.
La traduzione integrale di Déchirures verrà pubblicata in italiano nel 2012, in formato digitale e gratuito, dalla Maldoror Press [http://maldoror.noblogs.org], con un’introduzione di Carmine Mangone e alcune splendide illustrazioni di Simona Pocorobba.
Bibliografia:
*Così perdutamente umani, Nautilus, Torino, 2010;
*EMILE HENRY, Aforismi di un terrorista, in appendice: Carmine Mangone, La qualità dell’ingovernabile, edizioni Gwynplaine, Camerano (AN), 2010;
*Metti pure una virgola dopo la tua fica, amore, Machine Jockey, Milano, 2010, disco digitale [6-track EP in mp3], testi & voce di C.
Mangone, suoni di Claudio Vittori, Marcela Pavia, Insects Are Sexy, Alessandro Inguglia e Alberto Campi [download su Ibs, iTunes Store, ecc.];
*Anche ieri ho dimenticato di morire, Maldoror Press, 2010 [riedizione illustrata in ebook];
*“La vivo, come si vive un principio”, in: AA.VV., Lunatica, ebook a cura di Paolo Melissi e Francesca Mazzucato, Lulu.com, 2010;
*ANDRÉ BRETON, PAUL ÉLUARD, RENÉ CHAR, Rallentare lavori in corso, a cura di C. Mangone, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2009;
*“Cerchi sull’acqua”, in: Auroralia, a cura di Gaja Cenciarelli, Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana, (AR), 2009;
* Mai troppo tardi per le fragole, Edizioni L’orecchio di Van Gogh, Falconara Marittima (AN), 2009;
* Là dove io mi sarò infranto, in: “La clessidra”, n. 1, Anno XV, maggio 2009, Edizioni Joker, Novi Ligure (AL);
* AA.VV., La nuova carne poetica, vol. I, “Della femmina intelligenza”, a cura di C. Mangone, PesaNerviPress, San Nicola la Strada (CE), 2008;
*Al centro esatto dello stupore, libro a 4 mani con Valentina mosca, PesaNerviPress, San Nicola la Strada (CE), 2007;
*ISIDORE DUCASSE/LAUTRÉAMONT, Dieci unghie secche invece di cinque, a cura di C. Mangone, Giunti, Firenze-Milano, 2005;
*MAURICE BLANCHOT, La follia del giorno. Con due poesie di Georges Bataille e René Char, a cura di C. Mangone, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2005;
*[traduz. dei testi di Benjamin Péret e Jehan Mayoux in:] I surrealisti francesi, a cura di Pasquale Di Palmo, Stampa Alternativa, Viterbo, 2004;
*JOYCE MANSOUR, Fiorita come la lussuria, a cura di C. Mangone, Nautilus, Torino, 2003;
* BENJAMIN PÉRET, Io non mangio di quel pane, a cura di C. Mangone, Edizioni Bi-Elle, Firenze, 2002;
* Ab imis, con una foto dell’autore di Enzo Eric Toccaceli, Edizioni PulcinoElefante, Osnago, 2002;
* BENJAMIN PÉRET, Sparate sempre prima di strisciare, con accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus, Torino 2001;
*In piena vita, con 5 fotomontaggi di Luca Tanzini, City Lights Italia, Firenze, 2001;
* BENJAMIN PERET, Les Rouilles Encagées/Les Couilles Enragées, a cura di C. Mangone, City Lights Italia, Firenze, 1998;
* Incastrato tra fuoco e lacrime, City Lights Italia, Firenze, 1998;
* Anche ieri ho dimenticato di morire, TraccEdizioni, Piombino, 1993;
* AA.VV., Fuori dal cerchio magico. Stirner e l’anarchia, a cura di C. Mangone, Centrolibri, Catania, 1993 [contiene estratti della tesi di laurea in Scienze Politiche];
* L’affronto, libro a 4 mani con Monica Andreis, s.l., s.d [Carrara, 1990].