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Futuro semplice (Ristampa)

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Futuro semplice – nuova ristampa 2016, per info qui: Lietocolle

 

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RISPARMI

Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)

se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).

*
STAGIONE DI CONCERTI

È un rarefarsi lento d’aria livida
un colpo battuto in terra di nessuno
questo sintomo di vento umido
che non scompone foglie
su noi non lascia traccia

non piove in segno di rispetto
in memoria di un’estate troppo breve
di nuotate in vasca corta

mentre è già stagione di concerti
di code ai botteghini.

*

RESTYLING

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro

(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)

anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?

*

EFFETTI PERSONALI

L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)

i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd

ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina

i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.

*
© Gianni Montieri

 

Una frase lunga un libro #6 – Robert McLiam Wilson: Eureka Street

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Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi, 2015 (nuova edizione; trad. di Lucia Olivieri) – € 18,50

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Eureka Street. Le dieci di sera. Una soffice oscurità che sembrava dipinta. Al n. 7 il signore e la signora Playfair, al calduccio sotto le coperte, distesi nel loro nuovo letto Sognidoro, acquistato a 99 sterline in un negozio nel quartiere di Sprucefield costretto a svendere tutto e chiudere in seguito a una bomba, mormorarono qualcosa nel sonno. Al n. 12, di fronte, Johnny Murray, nella luce discreta di una piccola abat-jour, stava offrendo allo specchio del proprio guardaroba tutta la gloria della sua erezione. Al n. 22 Edward Carson si beveva una lattina di birra comodamente seduto davanti alla televisione; non gli sembrava vero che i tre figli (Billy, Barry e Rosie) fossero finalmente a letto e l’irritabilità della moglie stesse evaporando grazie a un lungo bagno caldo. Quelle piena beatitudine lo spinse a ridere di una battuta che non trovava affatto comica. Al n. 27, Bellevue, come dichiarava la targhetta rococò in legno appesa accanto al portone, vista l’assenza dei genitori, il signor e la signora Stevens, recatisi in vacanza a Bundoran, Julia stava mostrando entrambi i seni al giovane Robert Cole, il quale fino a quel momento aveva intravisto solo la parte superiore del seno sinistro nel corso di una festa memorabile nella stupefacente Chemical Street. Al n. 34 un uomo fumava fumava in silenzio la sessantacinquesima sigaretta della giornata pensando al figlio poliziotto morto ormai da dieci anni. Al n. 42 Chuckie Lurgan, seduto in una scadente poltrona di seconda mano, guardò l’ora: erano quasi le undici. Non sapeva se fosse il caso di credere all’orologio, gli sembrava anch’esso apatico e inerte. Chuckie era pervaso da una strana, immotivata, sensazione di attesa. Si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra. Guardò fuori. Sfiorò con lo sguardo il n. 7, il n. 12, il n. 22, il n. 27 e il n. 34. Chuckie percepiva in Eureka Street uno strano senso di vastità, un’immensità inconsueta. Non si allarmò. Pensò ne fosse responsabile l’invisibile presenza di Dio e ritornò a sedersi in poltrona.

A volte in mezza pagina si può sentire pulsare il cuore di un libro. Il battito è quasi sempre accompagnato dal silenzio, da momenti in cui la gente sta zitta e sola. La telecamera qui riprende, sfuma, entra nelle case e ne esce, nella pace di prima del sonno, nell’attesa di qualcuno, nella normalità di un altro. Robert McLiam Wilson (siamo nelle prime pagine del libro) ci dice che il romanzo che stiamo leggendo, romanzo che ci sta già catturando, è una storia corale, fatta di tante microstorie, di vite che si incroceranno, di vite cui non si farà cenno, di vite normali. Vite mai del tutto tranquille. Romanzo in cui anche i protagonisti sono persone normali, gente che fa poco più che andare al pub, che si barcamena. Gente noiosa e divertente. Gente inutile. Gente romantica.
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