Rinascimento

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”.  Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.
Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.
Ciò che il sardo auspica per l’Italia è il passaggio a un cosmopolitismo di stampo moderno, dove la nazione non serva ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, a dominare gli altri, bensì a “esistere e svilupparsi”. Quello che tuttavia accade dopo Cavour è che la borghesia capitalistica e i latifondisti trovano in Crispi e Giolitti degli esecutori: “il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud”, dirà Gramsci in un celebre passaggio dei Quaderni, “e il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.

In Note su Machiavelli poi, si fa strada la convinzione che, grazie al partito politico, le masse di contadini hanno l’occasione di entrare nella storia, è attraverso questo “moderno principe”, propugnatore della riforma intellettuale e morale, che si potrà sviluppare una forma “superiore e totale di civiltà moderna”. Questo passa per un cambiamento dei rapporti economici all’interno della società, e allo stesso tempo occorrerà acquisire quello spirito di partito in grado di ridimensionare l’individualismo in politica, affinché l’eliminazione delle classi comporti la stessa scomparsa dei partiti.
Certo, ricorda Gramsci, “in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani”, e i partiti possono svolgere funzione progressiva, attraverso meccanismi democratici, ma anche arroccarsi in funzione burocraticamente centralizzata, così come la burocrazia statale può cristallizzarsi in casta e fomentare corruzione e dissoluzione morale: a quel punto però “il suo nome di partito politico è una pura metafora mitologica”. (altro…)

Lo specchio, il doppio, le maschere – di Marco Righetti

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Lo specchio, il doppio, le maschere, saggio breve di Marco Righetti sul romanzo Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini.

Lo spunto iniziale del romanzo è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la sua eclatante gloria e la scintillante fama, e ciò che di intimo sentiva dentro di sé, nella sua interiorità autentica. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati. Non ultimo, ho pensato al contrasto tra il bianco e il nero, il buio e la luce, il bene e la malvagità che anche Leonardo, come ogni altro uomo, ospitava dentro di sé: il lato in ombra, i chiaroscuri e i contrasti più laceranti forzatamente nascosti per motivi di opportunità e per mantenere vivo il suo prestigio.
Ho pensato cosa avrebbe fatto Leonardo se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità, anche nell’ambito più delicato e significativo, l’amore.
L’accadimento favorevole è l’incontro casuale con un suo sosia, una persona identica a lui per l’aspetto fisico ma diversissima come carattere, inclinazioni, modo di vedere e di pensare.
L’incontro inatteso con il suo “doppio”, Manrico, un copista ottuso e acuto, ingenuo e profondo, gli dà la possibilità di progettare per sé la più complessa delle opere, la vita, un’esistenza diversa, autentica. Leonardo decide di affidare al sosia il ruolo del genio saggio, conscio, adatto al ruolo e al mondo, per poter fuggire da sé dedicandosi finalmente alla scoperta della vera follia, le passioni, il sesso, la sincerità, il bene e il male. Il percorso di trasformazione è ritmato dai quadri più significativi di Leonardo, lasciati volutamente incompiuti oppure abbandonati per eccesso di coinvolgimento, un dialogo mai concluso, un dubbio mai risolto.
L’affresco de La Battaglia di Anghiari, innanzitutto, dipinto a fianco del rivale, Michelangelo, e lasciato a metà nel momento in cui, anche grazie a Manrico, scopre il senso reale di quella celebrazione di un massacro che gli era stata commissionata dal partito al potere.
Ma soprattutto il gesto del sosia, un atto di passione, anche schiettamente sessuale, fornirà la soluzione, e insieme un ulteriore elemento di dubbio, al quadro più amato e odiato, La Gioconda. Dopo una serie di prove e avventure in cui, ancora una volta, la montagna più alta da scalare si rivela la verità, la fedeltà nei confronti delle proprie idee e convinzioni, Leonardo si avvicina al proprio doppio, per poi distaccarsene, e alla fine avvicinarsi ancora, sentendo una beffarda, dolorosa affinità. A Manrico Leonardo rivela i suoi ricordi più oscuri e tormentati, le violenze, le colpe, i peccati, i torti commessi e subiti, gli attimi in cui è stato vittima e carnefice. A fianco di ogni passo, ogni svolta del sentiero, c’è la lotta per la comprensione di ciò che davvero conta: la bellezza, la dignità umana, il mistero del tempo, della bontà, dell’amore. Lo scontro vitale più aspro è quello tra la complessità e la linearità, i dettagli e la prospettiva, gli incontri e le memorie essenziali: uomini e donne conosciuti per caso e traditi per una vita intera, o il ricordo della madre, fonte per lui di un conflitto mai risolto.
Alla fine tuttavia il nodo da sciogliere, il vero resoconto, è quello con se stesso e con il proprio alter ego: nell’istante in cui Manrico lo tradisce, facendolo accusare di un grave crimine, Leonardo acquisisce paradossalmente la forza e la chiarezza della visione d’insieme, e riesce finalmente a trovare la chiave che risolve il mistero, tramutandolo in un’immagine speculare che si riflette e si moltiplica generando nuove forme, nuova vita.” (altro…)

Cartoline persiane#4 – di Andrea Accardi

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Caro Rhédi,

l’Occidente crede molto nell’emancipazione delle genti attraverso la cultura. Lo dimostra la fila interminabile che c’è sotto il sole di fine giugno davanti agli Uffizi di Firenze, dove si può ammirare tra le altre cose la Donna sulla conchiglia di tal Botticelli, maestro del Rinascimento italiano. Dopo avere aspettato per ore sudando e sbuffando, sono finalmente entrato. I quadri erano naturalmente sotto vetro, ma una disposizione strana delle luci rendeva impossibile vederli interamente. Da vicino, comparivo io in primo piano, sovrapposto al dipinto. Mi sposto, e metà tela è coperta di riflessi. Mi allontano ancora, ed eccomi di nuovo, stavolta rimpicciolito di sbieco, come quel pittore spagnolo che aveva inserito sé stesso in una propria opera di corte, leggermente defilato. Diventavo così un marinaio fiammingo, uno spettatore del Calvario, l’incarnazione di una Virtù… Mi trasformavo insomma in un personaggio per ogni quadro, e tutto grazie a quell’eccentrica illuminazione. Vedi, Rhédi, quelle che sembrano apparentemente sviste e strafalcioni in realtà sono il modo italiano per raggiungere la perfezione. Pensaci, l’America non è stata scoperta navigando nella direzione sbagliata? E la stessa Torre di Pisa, non deve forse alla stortura la sua fama? Qui ogni errore umano è in realtà qualità aggiunta, colpo d’ali, rivelazione del genio. Questo sì che è Umanesimo!

Ps: Nei prossimi giorni prenderò da Livorno la nave per la Sicilia… Chissà dove arriverò in realtà!

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