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La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo, Quodlibet, 2009; € 14,50

di Martino Baldi

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Per mettere a fuoco la figura di Paolo Albani bisognerebbe parlare per giorni. Già poeta visivo e sonoro, artista, performer, umorista, membro dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), direttore di «Tèchne» rivista di bizzarrie letterarie e non, Console Magnifico dell’Istituto Patafisico Vitellianense, docente di Linguistica fantastica presso la Facoltà di Scienze inutili di Barcellona, e mille altri titoli e cariche a cavallo tra realtà e irrealtà, Albani è soprattutto da anni il più grande coltivatore di follie letterarie e uno degli autori italiani più giocosi, surreali e imprevedibili.

Sono molte le sue opere stravaganti. Un ruolo centrale nella sua produzione lo hanno i preziosissimi dizionari Zanichelli: “Forse Queneau: enciclopedia delle scienze anomale”, “Mirabiblia: catalogo ragionato dei libri introvabili” e “Aga magéra difúra: dizionario delle lingue immaginarie”. In tutti questi casi si danza in maniera ilare sul sottile confine tra realtà e immaginazione, tra verosimile e inverosimile. Gli ingredienti sono l’amore per i libri e per le parole, una instancabile e divertita curiosità, nonché la tendenza naturale molto toscana allo sberleffo e all’ironia. Sulla stessa linea si possono collocare “Il sosia laterale”, in cui Albani raccoglie ventuno recensioni a libri mai scritti da lui inventati e collocati in contesti assolutamente credibili, e “I mattoidi italiani”, repertorio senza precedenti di personaggi “esistiti o esistenti fautori di teorie singolari, a volte deliranti, elaborate in vari campi del sapere: linguisti e ideatori di lingue universali, astronomi e fisici, trasmettitori del pensiero, architetti, quadratori del cerchio, poeti, inventori, profeti, visionari, politici eccetera”.

C’è in tutti questi libri non solo una grande passione per lo studio ma anche una tensione alla immaginazione e alla edificazione di una sorta di società forse non sovvertita ma sicuramente alternativa, una società di matti che inseguono sogni e allucinazioni, imprese stravaganti, geniali ma inutili, quasi a voler sottolineare che il mondo è una inesauribile sorgente di indefessi donchisciotte. Ma c’è qualcosa di più. C’è che tra le righe Albani ci dice che donchisciotte siamo veramente tutti noi che ci almanacchiamo ogni giorno per trovare il bandolo di una matassa senza senso, in un mondo che a vederlo bene sembra una di quelle illusorie e insensate macchine di M.C. Escher e che se qualcosa ci può salvare, o almeno rendere sopportabile il nostro transito terrestre, quel qualcosa è proprio una sommessa risata di complicità rivolta da ognuno a se stesso e, subito dopo, agli altri.

In questa direzione sembra guidarci anche il “Dizionario degli istituti anomali del mondo”. Sono oltre 250 pagine in cui vengono elencate e commentate circa centocinquanta tra accademie, agenzie, associazioni, club, collegi, fondazioni, partiti, scuole, società, università e quant’altro concorre a delineare il profilo di aggregazioni umane insensate e “stupide oltre ogni dire, che però insegnano qualcosa sulla specie umana, e la sua indefessa agitazione mentale”. Anche in questo caso realtà, letteratura, fantasia e sarcasmo vanno a nozze e istituti e teorie secolari si mescolano con fantomatiche società create da amici personali di Albani.

L’Associazione Scrittori, Attori, Artisti e Musicisti irlandesi (ASSAAMI), fra i tanti servizi per i suoi soci, offre quello di sgualcire i libri per far credere che qualcuno li abbia letti, affidando il compito a sgualcitori esperti e principianti (tra cui lo scimpanzé Charlie), e quello di mettere a disposizione un ventriloquo per far fare bella figura in società a coloro che non hanno mai letto un libro ma vogliono passare per colti.
Nel Collegio Americano della Salute (COAS) si insegna il “vitapatismo”, metodo di cure ideato nel corso dell’Ottocento da John Bunyan Campbell, secondo cui sembra che il principale agente che fa restare in vita sia la Vita. Si sostiene inoltre che la causa della malattia non sia altro che l’inclinazione di alcune persone ad ammalarsi da un momento all’altro. L’unica cura utilizzata, valida universalmente per ogni tipo di disturbo, ma anche per chi non ne ha, è l’applicazione di piastre di rame al collo e ai piedi dei pazienti per estrarre il veleno dai loro corpi.
La Società per la Difesa del Pedone (SODP) conduce attività per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dei pedoni, con appelli al senso civico degli automobilisti e alle autorità, promozione di stili di vita sostenibili, ecc. Nel frattempo, in segreto, prepara i quadri di futuri commandos per dare il via alla distruzione delle automobili e allo sterminio degli automobilisti. Per esempio, “di notte squadre di pittori, appartenenti alla Sezione Artistica della SODP, agiranno sulle strade di maggior traffico, alle curve, cancellando la linea bianca di mezzeria e dipingendo al suo posto una linea bianca dritta che induca l’automobilista verso il precipizio o, in mancanza di precipizio, fuori strada”.

Leggendo il libro, o anche solo sfogliandolo guidati dalla curiosità, è difficile, se non impossibile, resistere all’umorismo di queste sgangherate invenzioni del genio umano, parodia di tutte quelle che vorrebbero essere sensate e che, in fondo in fondo, non ci riescono mai.

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© Martino Baldi

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

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J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo.  (altro…)

proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

*

Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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Riletti per voi #4: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La quarta puntata è dedicata al romanzo di Anna Maria Carpi Il principe scarlatto (Baldini Tartaruga, Milano 2002).

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Und jüngst noch so stolz,
auf allen Stelzen deines Stolzes!
Jüngst noch der Einsiedler ohne Gott,
der Zweisiedler mit dem Teufel,
der scharlachne Prinz jedes Übermuts!…

E poc’anzi così orgoglioso
su tutti i trampoli del tuo orgoglio!
Poc’anzi ancora l’eremita senza Dio,
il coabitante del demonio,
il principe scarlatto d’ogni orgoglio!…

da: Friedrich Nietzsche, Fra uccelli rapaci
(traduzione di Anna Maria Carpi)

Un’abitudine che conservo dagli anni dell’adolescenza è quella di dedicare i mesi estivi a una forma particolare di vagabondaggio mirato, vale a dire alla lettura di un’opera-bussola,  in un duplice itinerario di scoperta ovvero di approfondimento di un autore, di un’autrice e di un’epoca storica, vista, quest’ultima,  da quella prospettiva squisitamente soggettiva e profondamente autentica del testimone consapevole dei mezzi scelti per “dare testimonianza”: quelli della letteratura, ben distinti da quelli della storiografia. Rileggere Il principe scarlatto di Anna Maria Carpi (qui l’incipit) nell’estate che si sta ora concludendo mi ha fatto tornare indietro, per “la forza delle cose” restituite con memoria impavida (di eventuali danni all’immagine dell’io narrante) e ragione riflettente, alle estati che qualche decennio fa ho dedicato, una per ciascuno dei volumi che la compongono, alla lettura dell’autobiografia di Simone De Beauvoir. Al termine della lettura del romanzo di Anna Maria Carpi resta infatti l’impressione di un resoconto di viaggio che si protrae negli anni e che reca, tra schiettezza talvolta spiazzante e sincerità meditata, le tracce di decenni di storia, di correnti e mode, di tentativi e tentazioni. (altro…)

Mai più senza # 10 – speciale

Un secondo speciale che, come il primo, sta zitto perché a parlare sia solo l’autore. Un altro libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso.

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Al declinare della notte, io cado spesso in un sonno leggero; e nei sogni incontro le medesime persone e la medesima città dei miei ricordi. Molti di questi sogni si ripetono, con particolari quasi identici, per più notti; ma allorché simile monotonia si rompe, e mi visita un sogno nuovo e diverso, io provo una straordinaria commozione.
Dal sonno mi riscuotono voci familiari che, accosto ai miei orecchi, col tono incalzante di quando, ai tempi della scuola, mi si svegliava alla mattina presto, chiamano: Elisa! Elisa! Ma al mio primo aprire gli occhi, mi par d’udire un debole stridio di spavento e di intravvedere, nelle prime luci del giorno, una frotta di esseri effimeri che fuggono confusamente dalla stanza, come uno sciame di tignole all’aprirsi di un armadio polveroso.
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Alla cortese attenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Chagall, "La città di N." (dal ciclo "Le anime morte"), 1927.

Chagall, “La città di N.” (dal ciclo “Le anime morte”), 1927.

Egregio Nikolaj Vasil’evič Gogol’,
negli anni tra il 1845 e il 1852, nel corso di una vostra febbre spirituale che incontra il mio rispetto anche nelle sue forme più brutali, voi avete fatto e reiterato due cose di cui la storia letteraria a venire avrebbe sofferto non poco: rifiutare come fossero state forme di idolatria gli incontri con quelle nuove generazioni di scrittori che si riunivano per leggere le vostre opere, e dare alle fiamme, due volte, quanto avevate scritto in anni di lavoro della vostra opera maggiore, Le anime morte. Ma, davvero, ciascuno deve guardare bene cosa intende per “soffire”: e sarebbe vigliacco, da parte nostra, paragonare il dolore che vi portò a bruciare parti di voi con quello che proviamo sentendoci privare di un vostro dono. Voi avete, lo ripeto, il mio rispetto. Ma rispetto chiedo a voi se in questa mia generazione vi scrivo, da un supporto che non avreste potuto immaginare, e uso questo mio scrivervi come stupido pretesto (già visto, già sentito) per commemorare (è questa la parola) quel vostro poema incompiuto che non arrivò mai a delinearsi nei suoi Purgatorio e Paradiso ma di cui ci resta un incredibile, beffardo Inferno tuttora perla rara della letteratura russa e universale. Spero voi abbiate fatto pace, Nikolaj Vasil’evič, con tutto questo.
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Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

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Quattro passi #1 – Bellezza

Pietro Annigoni, "Il germoglio"

Pietro Annigoni, “Il germoglio”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la bellezza”. Buona lettura.

La teoria dell’architettura della Grecia antica, per esempio; specialmente quel vecchio tempio di Atena vuoto e spalancato contro il cielo di Atene. Aveva un carattere più umano di qualunque altra architettura, le aveva detto. Era quella, secondo lui, la sua bellezza: una sorta di agio per l’occhio e la mente umani.
«Sono stati fatti per noi,» diceva «come una sedia o un letto ci si confanno quando siamo stanchi. Come l’abbraccio di un uomo si confà alla morbida donna che sta abbracciando; ti ricordi quando eravamo giovani? Come le braccia di una madre si confanno alla debolezza del figlio, e i suoi seni alla sua bocca famelica; ti ricordi quando i bambini erano piccoli?».
Lei rideva quando le parlava così, e lo rimbrottava, e diceva di non ricordare nulla di quelle cose. Ma ora, spinta dalla nostalgia, il ricordo della sua voce più nitido nella mente di quanto fosse mai stato all’orecchio, ricordava.
«Perché vedi,» le diceva «la bellezza non è soltanto sentimento, è matematica e psicologia. La vista del Partenone si lega all’esperienza degli altri nostri sensi e degli altri nostri sentimenti; dentro c’è tutto. Vediamo le sue proporzioni, e al tempo stesso sentiamo le proporzioni del nostro corpo, e corrispondono;  ed è un godimento per gli occhi, così come nel ballo i piedi godono della musica.»
[…]
Anche a Kimon, il loro amato figliolo, piaceva tanto sentire parlare il padre; ma come un giorno le aveva confidato, era più per la luce che gli si accendeva negli occhi, per la sua cara voce e per il fascino dell’oratoria; anche lui non ci capiva molto più di lei. Lo prendevano in giro perché diceva sempre «noi» – «noi sentiamo e noi reagiamo e noi crediamo» – mentre loro non sapevano di che cosa stesse parlando. Fra lei e Kimon c’era un’affettuosa, tacita intesa; Kimon, con quel suo carattere gentile, dolce come una donna. Lui le voleva bene più che a chiunque altro, e a volte le diceva: «Sei tu l’intelligente, mamma. Quella di papà è tutta erudizione e eloquenza.»

 (Glenway Wescott, Appartamento ad Atene, Adelphi 2003, traduzione di Giulia Arborio Mella. I ed. or. 1944)

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Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano