riletture

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

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J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo.  (altro…)

proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

*

Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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Riletti per voi #4: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La quarta puntata è dedicata al romanzo di Anna Maria Carpi Il principe scarlatto (Baldini Tartaruga, Milano 2002).

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Und jüngst noch so stolz,
auf allen Stelzen deines Stolzes!
Jüngst noch der Einsiedler ohne Gott,
der Zweisiedler mit dem Teufel,
der scharlachne Prinz jedes Übermuts!…

E poc’anzi così orgoglioso
su tutti i trampoli del tuo orgoglio!
Poc’anzi ancora l’eremita senza Dio,
il coabitante del demonio,
il principe scarlatto d’ogni orgoglio!…

da: Friedrich Nietzsche, Fra uccelli rapaci
(traduzione di Anna Maria Carpi)

Un’abitudine che conservo dagli anni dell’adolescenza è quella di dedicare i mesi estivi a una forma particolare di vagabondaggio mirato, vale a dire alla lettura di un’opera-bussola,  in un duplice itinerario di scoperta ovvero di approfondimento di un autore, di un’autrice e di un’epoca storica, vista, quest’ultima,  da quella prospettiva squisitamente soggettiva e profondamente autentica del testimone consapevole dei mezzi scelti per “dare testimonianza”: quelli della letteratura, ben distinti da quelli della storiografia. Rileggere Il principe scarlatto di Anna Maria Carpi (qui l’incipit) nell’estate che si sta ora concludendo mi ha fatto tornare indietro, per “la forza delle cose” restituite con memoria impavida (di eventuali danni all’immagine dell’io narrante) e ragione riflettente, alle estati che qualche decennio fa ho dedicato, una per ciascuno dei volumi che la compongono, alla lettura dell’autobiografia di Simone De Beauvoir. Al termine della lettura del romanzo di Anna Maria Carpi resta infatti l’impressione di un resoconto di viaggio che si protrae negli anni e che reca, tra schiettezza talvolta spiazzante e sincerità meditata, le tracce di decenni di storia, di correnti e mode, di tentativi e tentazioni. (altro…)

Mai più senza # 10 – speciale

Un secondo speciale che, come il primo, sta zitto perché a parlare sia solo l’autore. Un altro libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso.

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Al declinare della notte, io cado spesso in un sonno leggero; e nei sogni incontro le medesime persone e la medesima città dei miei ricordi. Molti di questi sogni si ripetono, con particolari quasi identici, per più notti; ma allorché simile monotonia si rompe, e mi visita un sogno nuovo e diverso, io provo una straordinaria commozione.
Dal sonno mi riscuotono voci familiari che, accosto ai miei orecchi, col tono incalzante di quando, ai tempi della scuola, mi si svegliava alla mattina presto, chiamano: Elisa! Elisa! Ma al mio primo aprire gli occhi, mi par d’udire un debole stridio di spavento e di intravvedere, nelle prime luci del giorno, una frotta di esseri effimeri che fuggono confusamente dalla stanza, come uno sciame di tignole all’aprirsi di un armadio polveroso.
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Alla cortese attenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Chagall, "La città di N." (dal ciclo "Le anime morte"), 1927.

Chagall, “La città di N.” (dal ciclo “Le anime morte”), 1927.

Egregio Nikolaj Vasil’evič Gogol’,
negli anni tra il 1845 e il 1852, nel corso di una vostra febbre spirituale che incontra il mio rispetto anche nelle sue forme più brutali, voi avete fatto e reiterato due cose di cui la storia letteraria a venire avrebbe sofferto non poco: rifiutare come fossero state forme di idolatria gli incontri con quelle nuove generazioni di scrittori che si riunivano per leggere le vostre opere, e dare alle fiamme, due volte, quanto avevate scritto in anni di lavoro della vostra opera maggiore, Le anime morte. Ma, davvero, ciascuno deve guardare bene cosa intende per “soffire”: e sarebbe vigliacco, da parte nostra, paragonare il dolore che vi portò a bruciare parti di voi con quello che proviamo sentendoci privare di un vostro dono. Voi avete, lo ripeto, il mio rispetto. Ma rispetto chiedo a voi se in questa mia generazione vi scrivo, da un supporto che non avreste potuto immaginare, e uso questo mio scrivervi come stupido pretesto (già visto, già sentito) per commemorare (è questa la parola) quel vostro poema incompiuto che non arrivò mai a delinearsi nei suoi Purgatorio e Paradiso ma di cui ci resta un incredibile, beffardo Inferno tuttora perla rara della letteratura russa e universale. Spero voi abbiate fatto pace, Nikolaj Vasil’evič, con tutto questo.
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Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

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Quattro passi #1 – Bellezza

Pietro Annigoni, "Il germoglio"

Pietro Annigoni, “Il germoglio”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la bellezza”. Buona lettura.

La teoria dell’architettura della Grecia antica, per esempio; specialmente quel vecchio tempio di Atena vuoto e spalancato contro il cielo di Atene. Aveva un carattere più umano di qualunque altra architettura, le aveva detto. Era quella, secondo lui, la sua bellezza: una sorta di agio per l’occhio e la mente umani.
«Sono stati fatti per noi,» diceva «come una sedia o un letto ci si confanno quando siamo stanchi. Come l’abbraccio di un uomo si confà alla morbida donna che sta abbracciando; ti ricordi quando eravamo giovani? Come le braccia di una madre si confanno alla debolezza del figlio, e i suoi seni alla sua bocca famelica; ti ricordi quando i bambini erano piccoli?».
Lei rideva quando le parlava così, e lo rimbrottava, e diceva di non ricordare nulla di quelle cose. Ma ora, spinta dalla nostalgia, il ricordo della sua voce più nitido nella mente di quanto fosse mai stato all’orecchio, ricordava.
«Perché vedi,» le diceva «la bellezza non è soltanto sentimento, è matematica e psicologia. La vista del Partenone si lega all’esperienza degli altri nostri sensi e degli altri nostri sentimenti; dentro c’è tutto. Vediamo le sue proporzioni, e al tempo stesso sentiamo le proporzioni del nostro corpo, e corrispondono;  ed è un godimento per gli occhi, così come nel ballo i piedi godono della musica.»
[…]
Anche a Kimon, il loro amato figliolo, piaceva tanto sentire parlare il padre; ma come un giorno le aveva confidato, era più per la luce che gli si accendeva negli occhi, per la sua cara voce e per il fascino dell’oratoria; anche lui non ci capiva molto più di lei. Lo prendevano in giro perché diceva sempre «noi» – «noi sentiamo e noi reagiamo e noi crediamo» – mentre loro non sapevano di che cosa stesse parlando. Fra lei e Kimon c’era un’affettuosa, tacita intesa; Kimon, con quel suo carattere gentile, dolce come una donna. Lui le voleva bene più che a chiunque altro, e a volte le diceva: «Sei tu l’intelligente, mamma. Quella di papà è tutta erudizione e eloquenza.»

 (Glenway Wescott, Appartamento ad Atene, Adelphi 2003, traduzione di Giulia Arborio Mella. I ed. or. 1944)

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Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano

Mai più senza # 2: “Il profumo”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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Il profumo di Patrick Süskind, caso letterario alla sua uscita nel 1985, si trova nella comoda posizione di un best seller che aspira a diventare un classico. Libro godibilissimo, accessibile, intrigante, a guardarlo con occhio smaliziato rivela tutta la sapienza tecnica di un marchingegno ben gestito, di un’invenzione ben giostrata, elementi che fanno parte di una maniera intelligente di intrattenere ma che non bastano a fare un’opera d’arte.
Eppure.
Chi scrive non parlerà in terza persona. Torno spesso a questo libro: spesso mi ritrovo a consigliarlo, specie a chi si interessi, in qualsiasi forma, di creazione. Perché credo di intravedere nei suoi sotterranei, nella sua intelaiatura, una quantità stratificata di interpretazioni e senso, e, mano a mano che le letture sottraggono invece di aggiungere significati, un insegnamento profondo e necessario. In questo stesso istante, la difficoltà nel recensirlo è il sapere che la mia lettura è più che provvisoria ai miei stessi occhi; la volontà di recensirlo risiede in quell’insegnamento, solo punto fermo.

La trama del libro sarà nota. È la parabola di vita, scritta con passo di fiaba, di Jean-Baptiste Grenouille, genio degli odori nella Francia del XVIII secolo. Quanto a grazia, il romanzo non lascia nulla al caso: il narratore ha pazienza della nostra predilezione per la vista e ci accompagna con piccole descrizioni; conosce la nostra tendenza all’empatia e tratteggia ogni comprimario ma mai oltre il necessario; viene incontro al nostro bisogno d’ordine con una struttura a trittico con chiusa. “Compostezza” è la parola adatta per la forma di questo romanzo, che sarebbe, senza questa accortezza, insopportabilmente torbido.
Nella prima parte seguiamo Grenouille dalla nascita alla sua formazione. Rifiutato da tutti per la sua mancanza di odore («È posseduto dal demonio») e per la sua inquietante volontà di conoscere il mondo annusando («i suoi sentimenti più teneri, i suoi pensieri più turpi erano nudi di fronte a quel piccolo naso»), Grenouille nasce già concavo, come sognano gli artisti e gli asceti. Dopo un’infanzia anaffettiva arriva la sua alfabetizzazione, la sola possibile:

Nel sole di marzo, mentre era seduto su una catasta di ceppi di faggio che scricchiolavano per il caldo, avvenne che egli pronunciasse per la prima volta la parola «legno». Aveva già visto il legno centinaia di volte. Lo capiva anche, infatti d’inverno era stato mandato fuori spesso a prendere legna. Ma il legno come oggetto non gli era mai sembrato così interessante da darsi la pena di pronunciarne il nome. Ciò avvenne soltanto quel giorno di marzo, mentre era seduto sulla catasta. […] Non vedeva nulla, non sentiva e non provava nulla. Si limitava soltanto ad annusare il profumo del legno che saliva attorno a lui e stagnava sotto il tetto come sotto una cappa. Bevve questo profumo, vi annegò dentro, se ne impregnò fino all’ultimo e al più interno dei pori, divenne legno lui stesso, giacque sulla catasta come un pupazzo di legno, come Pinocchio, come morto, finché dopo lungo tempo, forse non prima di una mezz’ora, pronunciò a fatica la parola «legno». Come se si fosse riempito di legno fin sopra le orecchie, come se il legno gli arrivasse già fino al collo, come se avesse il ventre, la gola, il naso traboccanti di legno, così vomitò fuori la parola. […] D’altro canto la lingua corrente ben presto non sarebbe più bastata a definire tutto ciò che aveva immagazzinato sotto forma di concetti olfattori. […] Che la terra, il paese, l’aria, che a ogni passo e a ogni respiro erano colmi di un odore diverso e quindi animati da un’identità diversa, potessero essere definiti soltanto da quelle tre grossolane parole… tutte queste disparità grottesche tra la ricchezza del mondo percepito con l’olfatto e la povertà del linguaggio facevano sì che il ragazzo Grenouille dubitasse del senso del linguaggio in genere.

È la formazione precocissima di un artista («anzi, più ancora, sapeva persino combinarli tra loro soltanto con la fantasia, e in tal modo creava dentro di sé odori che nel mondo reale non esistevano») il cui dominio ci resta sconosciuto, perché fisiologicamente lontano da noi. Ma il messaggio è chiaro: Grenouille ha in dono la facoltà di percepire l’essenza delle cose. Inclusa la più potente che sia data provare a un essere umano: una sera, una scia di profumo mai sentito porta il ragazzo a una fanciulla che sbuccia albicocche.

 Per la prima volta non era soltanto il suo carattere avido a subire un’offesa, era proprio il suo cuore a soffrire. Aveva la strana impressione che quell’odore fosse la chiave per classificare tutti gli altri odori, che non si capisse nulla degli odori senza aver conosciuto quello, e che lui, Grenouille, avrebbe sprecato la sua vita, se non fosse riuscito a possedere quell’odore unico. Doveva averlo, non per amore del mero possesso, bensì per la pace del suo animo. […] Doveva conoscerlo fin nei minimi dettagli, fin nell’ultima e più minuta delle sue particelle: ricordarlo soltanto nel suo insieme non gli bastava. Voleva imprimere come un marchio questo profumo da apoteosi nel caos della sua anima nera, analizzarlo con la massima esattezza e da allora in poi pensare, vivere, annusare soltanto secondo le strutture interne di questa formula magica.

E Grenouille lo fa con l’omicidio. Percepita l’essenza della bellezza, percepita l’essenza dell’amore, l’involucro è per lui nient’altro che scarto. All’inizio agisce con l’unico scopo di immergersi senza ostacoli nell’essenza; poi (ed è qui che il libro inizia la sua vera volata) con una ostinazione creativa che lo spingerà a desiderare di creare il profumo perfetto, a mettere al mondo – come sua opera, e non come dono al mondo stesso – quella bellezza che è il suo unico sostentamento.
Per fare questo, il talento non basta. Quando, nella terza parte, Jean-Baptiste incontrerà Laure, avrà dalla sua anni di apprendistato, consapevole che nessun genio può fare a meno della tecnica, sia pure per superarla. Avrà dalla sua questo, e sette anni di nigredo nel fondo di una grotta, e la consapevolezza di non avere odore, di essere uno stadio più vicino a quel «grande alambicco, che inond[a] tutto il mondo con il suo distillato autoprodotto».
Perché Grenouille, si è detto, è concavo; talmente concavo da poter distillare l’amore, da coglierne l’essenza e poterlo riprodurre. Eppure troppo concavo per far parte del suo circuito.

Di cosa parla, in realtà, la storia di omicidi che compone Il profumo? Quale parabola di vita ci racconta con il suo tono di fiaba? Chi è, davvero, Jean-Baptiste Grenouille?
Si legga il libro, si scelga quale via percorrere: Süskind non ne chiude alcuna.
Grenouille è un uomo privo di odore e di sentimento, ossessionato dal bisogno di possedere entrambi; simile a un Erik ritirato nei sotterranei dell’Opéra per lo strazio del rifiuto, ma del tutto disinteressato a quello che comunque pretende di ottenere: un essere umano per niente meritevole di simpatia, incapace di offrire amore come di desiderarne, ma brutalmente ostinato e riceverne.
Oppure, via che non esclude l’altra e che chi scrive preferisce, Grenuille è un artista, e più precisamente maestro per intuito di arte alchemica. Del profumo – della bellezza – Grenouille non ama lo scorrere, il divenire, il godere, l’essere per lui, ma il segreto che il suo talento naturale, che supera le possibilità biologiche della sua specie, gli permette di intuire e distillare. Di ciò che tutti possiedono e di cui lui, da sprovvisto, è vero padrone, Grenouille può trasmutare la materia prima nel suo ultimo stadio filosofale.
Ma come non è umanità quella che prevede omicidio, così è forse creazione quella che non prevede rinuncia? È arte quella che non considera offerta? Grenouille persegue un’Opera che resti sua, non soffre perdita, e ignora (sacrificare, allo stato metaforico, sarebbe già diverso: ma qui c’è ignoranza pura dell’esistenza altrui) la vita che a quest’Opera dà linfa.
Molte altre vie interpretative sarebbero percorribili, e il romanzo non ha mai smesso – tra i due poli del disgusto e dell’entusiasmo – di far discutere, a riprova della grande potenza del non-detto e dell’uso mai ostentato di una profonda conoscenza del simbolico. Ma la domanda che si sente affiorare dal libro a ogni lettura è: può esistere forma di genio, se sotto non c’è uomo? Può esistere opera, se dietro non c’è vita?

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Patrick Süskind (Ambach, 26 marzo 1949) è uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore tedesco. Ha esordito nel 1981 con il monologo teatrale Der Kontrabass (Il contrabasso), ma la fama mondiale è arrivata nel 1985 con il romanzo Das Parfüm. Ha pubblicato, in seguito, Die Taube (Il piccione, 1987), Die Geschichte von Herrn Sommer (La storia del signor Sommer, 1991), l’antologia di prose Drei Geschichten und eine Betrachtung, tradotto in Italia con Ossessioni. Tre racconti e una riflessione (1995), e il saggio Über Liebe und Tod (Sull’amore, sulla morte, 2006). In Italia è pubblicato da Longanesi, Tea (Il profumo, La storia del signor Sommer) e Corbaccio (Opere, 2011).
Estremamente riservato, Süskind vive in un paesino del Sud della Francia; concede rarissime interviste e ha declinato il conferimento di molti premi letterari tedeschi, tra cui il Gutenberg, il Tukan e il FAZ.   

Anna Maria Ortese: «qui è la vita». Alcune poesie e una nota

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Anna Maria Ortese (Roma 1914 – Rapallo 1998), fu un’autrice in polemica con la realtà del suo tempo, spinta da un estremo bisogno di sincerità, profondamente ancorata al quotidiano nella propria narrativa oltre che nell’inchiesta giornalistica, nella scrittura di viaggio e nella poesia. Due i volumi in cui possiamo leggerla, che comprendono testi scritti tra il 1930 e il 1980: Il mio paese è la notte (1996) e il di poco successivo La luna che trascorre (1998); entrambe le raccolte son edite da Empirìa di Roma.
Per questa mia breve introduzione e accesso ai testi, mi servirò dell'”orecchio critico” di Anna Toscano, che qui** ha fatto una ricognizione attorno alla poesia di Ortese. Quello poetico è infatti un filo che segue tutta la vita dell’autrice, che va di pari passo alla scrittura in prosa – ed è ad essa parallela -, e che pare chiaramente fare da controcanto alla scrittura pubblica. Una scrittura che resta privata, un progetto di vita infine pubblicato, che non riesce ad ottenere riscontro da parte della critica sebbene qualcuno ne avesse già parlato e l’avesse stimata, come Amelia Rosselli e Attilio Bertolucci, «per la “pazzia stilistica”». Alcune poesie escono infatti già in riviste, ad esempio in «Nuovi Argomenti», tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, o antologie tra cui Otto secoli di poesia italiana (Newton Compton, 1993). Infine, ecco le raccolte, che non sono «mai davvero rivedute dall’autrice, in quanto non ha mai contato molto su di loro, non le hai mai ritenute meritevoli di attenzioni. Lei stessa le riconosce meritevoli d’attenzione poi, dicendo: – Hanno accompagnato tutte le stagioni della mia vita – o quasi -, e preceduto la scrittura dei libri in prosa -».
La prima raccolta, prefatta da Ortese stessa l’1 giugno 1994, contiene testi scritti sin dal ’32-’34, ed è divisa in dodici settori e in due sezioni, con indicazione dell’anno di scrittura; qui contenuti testi «con aspetto di poesie», testi perciò con un “ritmo”; «mai composte, obbedirono a un impulso espressivo o emotivo comune a molte persone, anche se non hanno frequentato scuole». Molti i temi affrontati: dal «paese mediterraneo, […] all’ansia di qualche verità, la paura, la solitudine e la notte […] a una intolleranza del vivere – del mondo, che si fa sempre meno saggia.»
La seconda raccolta viene alla luce da una selezione di testi di Giacinto Spagnoletti, cui è affidata appunto la curatela del volume, che segue da vicino il lavoro poetico di Ortese, già presentissimo nel romanzo Il porto di Toledo (escluse dalla selezione di oggi); i temi già enunciati, si sentono ribaditi anche qui, e soprattutto quello della solitudine che definisce per Spagnoletti uno stretto “rapporto di fratellanza” tra Ortese e Leopardi, che meriterebbe una maggior indagine e attenzione. Le due raccolte, per concludere un discorso dal taglio parzialmente scientifico, non son state sottoposte ad analisi filologica. Quelle che abbiamo tra le mani non sono dunque edizioni critiche.
Ma ritornando all’autrice e a ciò che emerge dall’analisi precedentemente intrapresa, possiamo dire che in Ortese vi sia sempre un intenso e costante autobiografismo lirico; per questo l’etichetta, il titolo possibile a definire per intero la sua poesia, secondo Toscano, potrebbe essere «qui è la vita […] vita come didascalia a cui mettere un ordine [mai] messo». Il suo è uno stile «autonomo, indipendente, fortemente soggettivo e autodidatta, lontano da scuole e modelli; le sue poesie sono una rêverie» in cui il senso del tempo segue un battito interno, peculiare, «intimo. E ad una prima lettura l’impressione che si ha, è di un grande dolore e di una grande fatica […] inevitabile data la sua adesione alla vita, sia in prosa sia in versi.» Un senso di “estraneità” vigente, al conformarsi letterario anche, che si ravvisa già nella categoria d’analisi del tempo («tutti i tempi sono umani, tutti credono di sentirsi immutevoli finché non passano», A. M. Ortese 1994). Questo “sentirsi straniera” di Ortese, si configura con una capacità di dare luce a degli istanti, illuminare «dosare [sapientemente] luci e ombre», ai limiti del “sogno”. I testi scelti dunque, seguono un percorso all’interno della sua opera poetica, soggettiva e forte, oggi da riscoprire «in un viaggio molto faticoso ma bellissimo [perché] qui è la vita».

Alessandra Trevisan

da Il mio paese è la notte

ADDIO, PAESE (I sezione n.d.r.)

1930-32
ALBERI BEVA E FIUMI

Ma quanto vissi? E sempre

Sono tant’anni, forse
sono secoli ormai che la dolcezza
di risvegliarmi provo, di vedere
intorno a me le cose conosciute,
spente, e le vive. Sono forse secoli.
Ma quanto vissi? E sempre
mi sveglierò a toccare
i mali miei, le amate
cose d’intorno? Come calmo è il sole
sulla mia faccia, sopra le mie mani,
eppure un giorno finirà.
.                                                 Non voglio,
pensare a questo. Chi raccoglie al mio
posto le voci che raccolsi? Il mesto
saper di vita chi raccoglie, mio?
Ma quanto tempo vissi! Ora mi pare
la vita sfumi, e non vorrei: ché buono
ha sapore, di pane.
Scaldami, Sole, vieni qui. Ho timore
freddo che il Sole ora si stanchi, e guai
se questo avviene, se si fredda il Sole.
Come svegliarsi una mattina, e piove
nero sui vetri, e gridano campane
funeste. Male. Che risplenda il Sole
sopra le mani mie voglio, e penètri
fino nell’ossa, e le consoli e prema.

*

fino al 1952
CALABRIA

Perché ricordarmi di voi?

Perché ricordarmi di voi?
Che cosa mi avete fatto?
Mi avete soltanto urtata,
gettata a terra, accecata,
e io, quando mi staccai
dalla mia casa vedevo il cielo.

Mandatemi vicino un cane
che mi lecchi le piaghe;
ma no! e neppure un uccello,
e neppure toccatemi
con un fil d’erba,
ché soffrirei atrocemente.

Allontanate il cielo,
la campagna, le strade,
le voci, i nomi, la vita
così grave, così grave.

*

1953-60
LA NATURALEZZA DI QUESTA VITA (III sezione di questo blocco, n.d.r.)

Il diverso

Il diverso da questi si allontana
che urlando vanno il nome per le vie,
frenetici di nome. Ignora il nome
che ebbe, il diverso; se ne sta guardando
dentro di sé i giardini che non vide,
senza nome, e le viole che disperse.
Se ne sta senza nome voce gridando,
rotto dalla stanchezza della sera,
della casa lontana; e tutto ride
a lui intorno, e lo strazia. E non è vero.

IL MIO PAESE È LA NOTTE (II sezione n.d.r.)

1980 e oltre
DI NOTTE

Casa di altri

Ingannarci
non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

*

La guerra

A questa stanca vita
non va bene la guerra,
ma è legge della terra
che battersi si deve.

Non piace il pane nero,
sempre l’abbiamo avuto,
ma molti hanno goduto,
pagare ora si deve.

Non piace che si muoia,
spari non vuol sentire,
ma il bambino è cresciuto
con quello che ha potuto:

con fucili e lupare,
il senso del denaro,
e il cuore rozzo e amaro.
Ora il potere è al nulla,

e morire si deve
come mai nati. Sempre
la pace noi aspettiamo,
una stagione lunga
col sole al davanzale.
Ma morire si deve.

Giù il sole dalle mani!
Su, nella terra entrate!

Viole e gerani in erba
sul caldo davanzale.
Ma questo è sogno umano!
Ora morir si deve.

*

da La luna che trascorre

Altro

E la pioggia è caduta sul cappello
del lume che sta all’angolo del vico!
Come sempre! Ma il vico muto splende
di straniera bellezza. Altre le case,
altro il vento, altra l’alba che riluce
tra le nubi del mondo. E il mondo un altro.

*

Nessuno verrà

Nessuno verrà mai su questa terra
a dirci la ragione delle cose,
fosse anche una ragione da niente;
a svegliare i morti bambini,
a svelare la legge totale della
Iniquità.

*

Preghiera

    Fatemi fuggire
da questo paese strano,
ve ne prego con le mani
giunte, fatemi
andare lontano.
.    Dove la gente parla
in modo buono e sereno,
dove nessuno mente,
dove nessuno trema.
.    In Islanda, forse,
o dove comincia il Polo,
il freddo terribile rende
gli uomini sereni e buoni.
.    Dove c’è il sole non posso,
non me la sento di stare,
e dove c’è folla non voglio,
non posso più abitare.
.    Tutte queste macchine atroci,
queste parole di minaccia,
queste scene di beffa,
questi patiboli in piazza.
.    L’uno a vedere come
muore l’altro. Dante vide
queste cose settecento
anni fa.
.    Era profeta, o grande
cronista del Futuro?

*

Vita e opere
Gli esordi dell’autrice sono sotto il segno del «realismo magico», alla maniera di Bontempelli, con i racconti per Bompiani Angelici dolori (1937) e L’infanta sepolta (1950) per Milano Sera e oggi in Adelphi. Ortese deve però soprattutto a Vittorini la scoperta della sua vocazione letteraria: la raccolta di racconti importantissima e molto letta ancora oggi Il mare non bagna Napoli (1953, premio Viareggio), vide la luce ne «I gettoni» Einaudi; si tratta di scritti molto vicini al Neorealismo, di cui abbiamo parlato anche noi qui. Tra le altre pubblicazioni ricordiamo le cronache per Laterza Silenzio a Milano (1958) e ancora reperibili per la casa editrice milanese La Tartaruga (1986); poi l’approdo ad una narrativa di tono favoloso e allegorico e le pubblicazioni per Vallecchi di Firenze con L’iguana (1965), – nel ’78 ripubblicata da Rizzoli-BUR con introduzione di Dario Bellezza e infine da Adelphi nel 1986 -, sino a un intimismo quasi cecoviano con Poveri e semplici (1967), cui seguirono i racconti La luna sul muro (1968) e L’alone grigio (1969). Dopo il romanzo Il porto di Toledo (1975) prima Rizzoli-BUR poi Adelphi (1998), che è tra le sue opere migliori, minor fortuna ebbero Il cappello piumato (1979) per Mondadori, Il treno russo (1983) per Pellicanolibri e In sonno e in veglia (1987) per Adelphi, e ripubblicati poi da altri editori. Tra gli altri ricordiamo i romanzi Il cardillo addolorato (1993) e Alonso e i visionari (1996) entrambi in Adelphi, che ha ripubblicato numerose sue opere e tiene insieme un catalogo aggiornato. Alla riedizione dei suoi testi maggiori si accompagnò così la pubblicazione di una raccolta di poesie scritte tra il 1930 e il 1980 Il mio paese è la notte (1996) e di una scelta di conversazioni e riflessioni, Corpo celeste (Adelphi, 1997). Di poco successiva è la pubblicazione di altri testi poetici, che erano stati esclusi dalla precedente raccolta del 1996, La luna che trascorre, a cura di G. Spagnoletti (1998). Ricordiamo anche qui che le poesie son edite dalla casa editrice romana Empirìa. Tra le ultime pubblicazioni, apparse postume, la riedizione (2000) del secondo libro della scrittrice, L’infanta sepolta, e la ristampa di due racconti giovanili (1940 e 1941-42) raccolti nel volume Il monaciello di Napoli (2001), che già contengono in nuce l’universo immaginario di Ortese; La lente scura, a cura di Luca Clerici, Milano: Marcos y Marcos, 1991, e poi Adelphi, 2004 comprende gli scritti di viaggio. Per Adelphi, nella collana “La nave di Argo”, son usciti nel 2005 due volumi Romanzi I e Romanzi II, comprendenti alcuni romanzi già citati con curatela di Monica Farnetti. Ricordiamo tra le più recenti pubblicazioni in questo elenco non esaustivo, Bellezza, addio, Lettere di Anna Maria Ortese a Dario Bellezza 1972/1992, a cura di Adelia Battista (Milano, Archinto, 2011).

“Duchessa del nulla”: la Bestia e il sentimento del contrario

È a questo punto che mi rendo conto di due cose. La prima: sto fumando e bevendo contemporaneamente. Non fumo e non bevo mai contemporaneamente. Una cosa o l’altra, mai tutte e due insieme. La seconda: non è whisky che sto bevendo, ma rum, e con il rum non sono mai andata d’accordo. La terza: a quanto pare sto urlando. Quest’ultima cosa la deduco sulla base di alcune prove immediate, come la prossimità della voce al mio orecchio e un senso di costrizione al petto. A quanto pare sto urlando ciò che segue: È mia opinione che Edmund non sia capace di accettare di essere venerato e io amavo la sua schiena! Se non vorrà accettare amore, se è troppo grasso per accettare amore, non è colpa mia. Comincio a confondere Edmund con la gatta; la parola grasso è sparsa per tutta la mia conversazione. La scopa del gobbo cade rumorosamente per terra. L’amore è fatale, dichiara il bambino, Dobbiamo resistere all’amore. Mi giro verso di lui. Sì, dico avvilita, lo so, lo so.

DuchessaDelNullaHo la fortuna di possedere un paio di occhiali da sole color ambra, molto simili a quelli che la protagonista di Duchessa del nulla di Heather McGowan, edito in Italia da Nutrimenti nel 2009, compra dopo l’abbandono da parte di Edmund. La cosa mi permette, quando li inforco per guardare la stessa città in cui la duchessa si muove, di tornare con la memoria a questo libro acutissimo e serrato, e di rendermi conto ogni volta di quanto un’opera possa crescere in significato e precisarsi con il procedere della nostra vita.

Il libro, che deve il suo titolo alla poesia La bestia di Sylvia Plath (e ne è, viene da aggiungere, rapsodia sul tema), si regge interamente sul lungo monologo che la duchessa, personaggio senza nome, ingaggia come una lotta verbale nei confronti della propria esistenza. Abbandonata dal compagno Edmund con il fratellino settenne di lui («Hai sentito, bimbo? Tuo fratello ha dovuto lasciare Roma, anche se lasciare Roma significa lasciare te e lasciare me, senza contare lasciare me con te»), la duchessa decide di farsi carico dell’educazione del ragazzino; un’educazione tutt’altro che convenzionale, basata su un controllatissimo, a volte velenoso flusso di coscienza, una vera e propria cattedrale di pensieri dalla cesellatura perfetta e da improvvisi gargoyles che occhieggiano dalle nicchiette. Girovagare ossessivamente per Roma con degli occhiali color ambra e alternare le passeggiate con lunghe sessioni di furibondo riposo sono le uniche occupazioni che la duchessa si concede, mentre il bimbo assiste, ubbidiente e composto, alle sue folgoranti lezioni. Alcuni insegnamenti calano come scuri («Gli intelligenti, secondo le mie circospette inquisizioni, sembrano nel complesso discretamente depressi, sempre lì ad aggiornarsi a vicenda sulle varie afflizioni sotto la luna»), ma è nella filigrana delle contraddizioni, nell’aggrapparsi a un passato mai raccontato con sincerità, che emerge la vera figura della duchessa. Donna forastica, lacerata tra l’impulso di libertà e il bisogno d’amore, «desiderosa e al tempo stesso riluttante a essere addomesticata»,(1) ha abbandonato un marito perché «a mio marito piaceva salvare giovani donne, così come cani morsicati o cavalli recalcitranti. Poco dopo averlo salvato, al cane morsicato dovemmo sparargli. Il parallelo ti sarà chiaro senza che ne debba precisare i termini»; eppure ancora spera che la sua gatta attraversi le Alpi in cerca di lei, «leccando la neve per idratarsi». Abbandonata a sua volta da Edmund perché troppo dura, accanto alla sua reazione beffarda («Suppongo che essere una donna dura sia un vantaggio se si attraversa l’Artico in slitta. Se governi una muta di cani e rimani a corto di cibo, te li devi mangiare per forza i tuoi cani») c’è l’accettazione del ruolo di madre di un figlio non suo, che sia testimone dei suoi sfoghi ma che le dia anche il calore umano di qualcosa di fragile cui sorvegliare il sonno. A patto di dire, a se stessa più che al bambino (il monologo è spesso, in realtà, un terapeutico soliloquio), che «non me ne sto qui per il mio bene, […] non parlo così solo perché mi piace il suono della mia voce, anche se si dà il caso che io abbia una voce gradevolissima e in molti mi abbiano incoraggiata a considerare una carriera in radio. Sono qui affinché tu possa imparare quelle cose che a me hanno richiesto anni.»

A ogni lettura, a ogni ritorno, ci si rende conto del grande potere che ha questo libro fondato sul tutto e sul nulla: mantenersi immobile nella sua costruzione eppure permettere sguardi obliqui, ogni volta differenti. In base alle fasi della propria vita, si può privilegiare un tema di questa articolata sinfonia e vederlo improvvisamente come portante. Ma c’è un unico elemento che cambia una volta sola, una per tutte, nel momento in cui si imbocca la propria strada verso l’età adulta e si smette di pensare che nessun cammino ne escluda altri, che nessun passo abbia conseguenze, ed è il rapporto intimo che improvvisamente si instaura nei confronti della protagonista. Leggere Duchessa del nulla prima di questo passaggio vuol dire, probabilmente, seguire a perdifiato un personaggio affascinante, godere di un registro brillante e arguto, ridere delle piccole incoerenze e del sistema di contrappassi su cui è costruito il libro. Finché arriva quel limite – anagrafico – in cui la duchessa non è solo un personaggio di cui seguire le peripezie mentali, ma una maschera che, prima o poi, ognuno di noi si è trovato a indossare. Nasce allora una pietas non solo verso di lei, ma verso se stessi, perché nostre sono le dinamiche che le appartengono, nostra l’abitudine di somministrarci piccole dosi non richieste di bugie, nostra la capacità tutta umana di ingarbugliarci tra il desiderio di libertà e il bisogno d’amore. Come i migliori personaggi letterari, la duchessa resta nella memoria al punto da cambiare al nostro sguardo rimanendo nient’altro che se stessa, facendo di noi il personaggio tondo che arriverà a comprenderla. Simile a quelle lontane zie che, da bambini, ci incuriosivano con leggerezza attraverso i racconti familiari, e con cui sentiamo, una volta adulti, una vicinanza, una comprensione, una parentela che non sapevamo essere così inscritta nei nostri geni. E questo cambiamento necessariamente avviene con il tempo, perché di tempo ha bisogno il sentimento del contrario, e «queste cose si imparano a mano a mano che voltiamo i fogli del calendario. Dentro di noi possiamo sentirci delle fiere, ma poi continuiamo a stirare vestiti, dico. È il contratto che abbiamo stipulato con il mondo.»

© Giovanna Amato

Sylvia Plath, The beast

He was bullman earlier,
King of the dish, my lucky animal.
Breathing was easy in his airy holding.
The sun sat in his armpit.
Nothing went moldy. The little invisibles
Waited on him hand and foot.
The blue sisters sent me to another school.
Monkey lived under the dunce cap.
He kept blowing me kisses.
I hardly knew him.

He won’t be got rid of:
Mumblepaws, teary and sorry.
Fido Littlesoul, the bowel’s familiar.
A dustbin’s enough for him.
The dark’s his bone.
Call him any name, he’ll come to it.

Mud-sump, happy sty-face.
I’ve married a cupboard of rubbish.
I bed in a fish puddle.
Down here the sky is Always falling.
Hogwallow’s at the window,
The star bugs won’t save me this month.
I housekeep in Time’s gut-end
Among emmets and mollusks,
Duchess of Nothing,
Hairtusk’s bride.

(1959)

(Era uomo toro, prima, / Re del pasto, mio animale fortunato, / respirare era facile nel suo dominio d’aria. / Il sole sedeva nella sua ascella. / Niente è andato a male. I piccoli invisibili / erano al suo completo servizio. / Le azzurre sorelle mi hanno mandata a un’altra scuola. / La scimmia viveva sotto il berretto d’asino. / Lui continuava a mandarmi baci. / Io lo conoscevo a stento. // Non si farà togliere di torno: / micetto, piangente e dispiaciuto. / Fido Animella, l’amico di viscere. / Una pattumiera gli basta. / Il buio è il suo osso. / Chiamalo come ti pare, ci arriverà. // Pozzadifango, felice faccia-tugurio. / Ho sposato un armadio di spazzatura. / Mi sdraio in una pozza di pesci. / Quaggiù il cielo è sempre in caduta. / Il porcile è alla finestra. / Gli insetti stellari non mi salveranno questo mese. / Sono casalinga dall’altro capo del Tempo / tra formiche e molluschi, / Duchessa del Nulla, / sposa di zanna pelosa.)

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Tutte le citazioni sono da E. McGowan, Duchessa del nulla, ed. it., Nutrimenti 2009 (traduzione di Marco Bertoli).
La traduzione della poesia di Sylvia Plath, basata sulla redazione di Ted Huges (S. Plath, The collected poems, Harper&Row 1981), è di chi scrive.
La citazione (1) è da una nota al libro di E. McGowan: «Ricordo che quando leggevo i diari di Sylvia Plath fui colpita da una sua confessione. Anziché studiare Locke si era lasciata rapire dalla lettura di Joy of Cooking, un famoso libro di cucina. D’un tratto, allora, si è delineato nella mia mente un personaggio un po’ ferino, una donna desiderosa e al tempo stesso riluttante a essere addomesticata. […] Ho iniziato a scrivere il libro proprio nella stanza che fu di Sylvia Plath quando scrisse la poesia La bestia, a cui il titolo del mio romanzo è debitore.»

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