riletture

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo, Quodlibet, 2009; € 14,50

di Martino Baldi

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Per mettere a fuoco la figura di Paolo Albani bisognerebbe parlare per giorni. Già poeta visivo e sonoro, artista, performer, umorista, membro dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), direttore di «Tèchne» rivista di bizzarrie letterarie e non, Console Magnifico dell’Istituto Patafisico Vitellianense, docente di Linguistica fantastica presso la Facoltà di Scienze inutili di Barcellona, e mille altri titoli e cariche a cavallo tra realtà e irrealtà, Albani è soprattutto da anni il più grande coltivatore di follie letterarie e uno degli autori italiani più giocosi, surreali e imprevedibili.

Sono molte le sue opere stravaganti. Un ruolo centrale nella sua produzione lo hanno i preziosissimi dizionari Zanichelli: “Forse Queneau: enciclopedia delle scienze anomale”, “Mirabiblia: catalogo ragionato dei libri introvabili” e “Aga magéra difúra: dizionario delle lingue immaginarie”. In tutti questi casi si danza in maniera ilare sul sottile confine tra realtà e immaginazione, tra verosimile e inverosimile. Gli ingredienti sono l’amore per i libri e per le parole, una instancabile e divertita curiosità, nonché la tendenza naturale molto toscana allo sberleffo e all’ironia. Sulla stessa linea si possono collocare “Il sosia laterale”, in cui Albani raccoglie ventuno recensioni a libri mai scritti da lui inventati e collocati in contesti assolutamente credibili, e “I mattoidi italiani”, repertorio senza precedenti di personaggi “esistiti o esistenti fautori di teorie singolari, a volte deliranti, elaborate in vari campi del sapere: linguisti e ideatori di lingue universali, astronomi e fisici, trasmettitori del pensiero, architetti, quadratori del cerchio, poeti, inventori, profeti, visionari, politici eccetera”.

C’è in tutti questi libri non solo una grande passione per lo studio ma anche una tensione alla immaginazione e alla edificazione di una sorta di società forse non sovvertita ma sicuramente alternativa, una società di matti che inseguono sogni e allucinazioni, imprese stravaganti, geniali ma inutili, quasi a voler sottolineare che il mondo è una inesauribile sorgente di indefessi donchisciotte. Ma c’è qualcosa di più. C’è che tra le righe Albani ci dice che donchisciotte siamo veramente tutti noi che ci almanacchiamo ogni giorno per trovare il bandolo di una matassa senza senso, in un mondo che a vederlo bene sembra una di quelle illusorie e insensate macchine di M.C. Escher e che se qualcosa ci può salvare, o almeno rendere sopportabile il nostro transito terrestre, quel qualcosa è proprio una sommessa risata di complicità rivolta da ognuno a se stesso e, subito dopo, agli altri.

In questa direzione sembra guidarci anche il “Dizionario degli istituti anomali del mondo”. Sono oltre 250 pagine in cui vengono elencate e commentate circa centocinquanta tra accademie, agenzie, associazioni, club, collegi, fondazioni, partiti, scuole, società, università e quant’altro concorre a delineare il profilo di aggregazioni umane insensate e “stupide oltre ogni dire, che però insegnano qualcosa sulla specie umana, e la sua indefessa agitazione mentale”. Anche in questo caso realtà, letteratura, fantasia e sarcasmo vanno a nozze e istituti e teorie secolari si mescolano con fantomatiche società create da amici personali di Albani.

L’Associazione Scrittori, Attori, Artisti e Musicisti irlandesi (ASSAAMI), fra i tanti servizi per i suoi soci, offre quello di sgualcire i libri per far credere che qualcuno li abbia letti, affidando il compito a sgualcitori esperti e principianti (tra cui lo scimpanzé Charlie), e quello di mettere a disposizione un ventriloquo per far fare bella figura in società a coloro che non hanno mai letto un libro ma vogliono passare per colti.
Nel Collegio Americano della Salute (COAS) si insegna il “vitapatismo”, metodo di cure ideato nel corso dell’Ottocento da John Bunyan Campbell, secondo cui sembra che il principale agente che fa restare in vita sia la Vita. Si sostiene inoltre che la causa della malattia non sia altro che l’inclinazione di alcune persone ad ammalarsi da un momento all’altro. L’unica cura utilizzata, valida universalmente per ogni tipo di disturbo, ma anche per chi non ne ha, è l’applicazione di piastre di rame al collo e ai piedi dei pazienti per estrarre il veleno dai loro corpi.
La Società per la Difesa del Pedone (SODP) conduce attività per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dei pedoni, con appelli al senso civico degli automobilisti e alle autorità, promozione di stili di vita sostenibili, ecc. Nel frattempo, in segreto, prepara i quadri di futuri commandos per dare il via alla distruzione delle automobili e allo sterminio degli automobilisti. Per esempio, “di notte squadre di pittori, appartenenti alla Sezione Artistica della SODP, agiranno sulle strade di maggior traffico, alle curve, cancellando la linea bianca di mezzeria e dipingendo al suo posto una linea bianca dritta che induca l’automobilista verso il precipizio o, in mancanza di precipizio, fuori strada”.

Leggendo il libro, o anche solo sfogliandolo guidati dalla curiosità, è difficile, se non impossibile, resistere all’umorismo di queste sgangherate invenzioni del genio umano, parodia di tutte quelle che vorrebbero essere sensate e che, in fondo in fondo, non ci riescono mai.

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© Martino Baldi

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

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J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo.  (altro…)

proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

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Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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Riletti per voi #4: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La quarta puntata è dedicata al romanzo di Anna Maria Carpi Il principe scarlatto (Baldini Tartaruga, Milano 2002).

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Und jüngst noch so stolz,
auf allen Stelzen deines Stolzes!
Jüngst noch der Einsiedler ohne Gott,
der Zweisiedler mit dem Teufel,
der scharlachne Prinz jedes Übermuts!…

E poc’anzi così orgoglioso
su tutti i trampoli del tuo orgoglio!
Poc’anzi ancora l’eremita senza Dio,
il coabitante del demonio,
il principe scarlatto d’ogni orgoglio!…

da: Friedrich Nietzsche, Fra uccelli rapaci
(traduzione di Anna Maria Carpi)

Un’abitudine che conservo dagli anni dell’adolescenza è quella di dedicare i mesi estivi a una forma particolare di vagabondaggio mirato, vale a dire alla lettura di un’opera-bussola,  in un duplice itinerario di scoperta ovvero di approfondimento di un autore, di un’autrice e di un’epoca storica, vista, quest’ultima,  da quella prospettiva squisitamente soggettiva e profondamente autentica del testimone consapevole dei mezzi scelti per “dare testimonianza”: quelli della letteratura, ben distinti da quelli della storiografia. Rileggere Il principe scarlatto di Anna Maria Carpi (qui l’incipit) nell’estate che si sta ora concludendo mi ha fatto tornare indietro, per “la forza delle cose” restituite con memoria impavida (di eventuali danni all’immagine dell’io narrante) e ragione riflettente, alle estati che qualche decennio fa ho dedicato, una per ciascuno dei volumi che la compongono, alla lettura dell’autobiografia di Simone De Beauvoir. Al termine della lettura del romanzo di Anna Maria Carpi resta infatti l’impressione di un resoconto di viaggio che si protrae negli anni e che reca, tra schiettezza talvolta spiazzante e sincerità meditata, le tracce di decenni di storia, di correnti e mode, di tentativi e tentazioni. (altro…)

Mai più senza # 10 – speciale

Un secondo speciale che, come il primo, sta zitto perché a parlare sia solo l’autore. Un altro libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso.

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Al declinare della notte, io cado spesso in un sonno leggero; e nei sogni incontro le medesime persone e la medesima città dei miei ricordi. Molti di questi sogni si ripetono, con particolari quasi identici, per più notti; ma allorché simile monotonia si rompe, e mi visita un sogno nuovo e diverso, io provo una straordinaria commozione.
Dal sonno mi riscuotono voci familiari che, accosto ai miei orecchi, col tono incalzante di quando, ai tempi della scuola, mi si svegliava alla mattina presto, chiamano: Elisa! Elisa! Ma al mio primo aprire gli occhi, mi par d’udire un debole stridio di spavento e di intravvedere, nelle prime luci del giorno, una frotta di esseri effimeri che fuggono confusamente dalla stanza, come uno sciame di tignole all’aprirsi di un armadio polveroso.
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Alla cortese attenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Chagall, "La città di N." (dal ciclo "Le anime morte"), 1927.

Chagall, “La città di N.” (dal ciclo “Le anime morte”), 1927.

Egregio Nikolaj Vasil’evič Gogol’,
negli anni tra il 1845 e il 1852, nel corso di una vostra febbre spirituale che incontra il mio rispetto anche nelle sue forme più brutali, voi avete fatto e reiterato due cose di cui la storia letteraria a venire avrebbe sofferto non poco: rifiutare come fossero state forme di idolatria gli incontri con quelle nuove generazioni di scrittori che si riunivano per leggere le vostre opere, e dare alle fiamme, due volte, quanto avevate scritto in anni di lavoro della vostra opera maggiore, Le anime morte. Ma, davvero, ciascuno deve guardare bene cosa intende per “soffire”: e sarebbe vigliacco, da parte nostra, paragonare il dolore che vi portò a bruciare parti di voi con quello che proviamo sentendoci privare di un vostro dono. Voi avete, lo ripeto, il mio rispetto. Ma rispetto chiedo a voi se in questa mia generazione vi scrivo, da un supporto che non avreste potuto immaginare, e uso questo mio scrivervi come stupido pretesto (già visto, già sentito) per commemorare (è questa la parola) quel vostro poema incompiuto che non arrivò mai a delinearsi nei suoi Purgatorio e Paradiso ma di cui ci resta un incredibile, beffardo Inferno tuttora perla rara della letteratura russa e universale. Spero voi abbiate fatto pace, Nikolaj Vasil’evič, con tutto questo.
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Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

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Quattro passi #1 – Bellezza

Pietro Annigoni, "Il germoglio"

Pietro Annigoni, “Il germoglio”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la bellezza”. Buona lettura.

La teoria dell’architettura della Grecia antica, per esempio; specialmente quel vecchio tempio di Atena vuoto e spalancato contro il cielo di Atene. Aveva un carattere più umano di qualunque altra architettura, le aveva detto. Era quella, secondo lui, la sua bellezza: una sorta di agio per l’occhio e la mente umani.
«Sono stati fatti per noi,» diceva «come una sedia o un letto ci si confanno quando siamo stanchi. Come l’abbraccio di un uomo si confà alla morbida donna che sta abbracciando; ti ricordi quando eravamo giovani? Come le braccia di una madre si confanno alla debolezza del figlio, e i suoi seni alla sua bocca famelica; ti ricordi quando i bambini erano piccoli?».
Lei rideva quando le parlava così, e lo rimbrottava, e diceva di non ricordare nulla di quelle cose. Ma ora, spinta dalla nostalgia, il ricordo della sua voce più nitido nella mente di quanto fosse mai stato all’orecchio, ricordava.
«Perché vedi,» le diceva «la bellezza non è soltanto sentimento, è matematica e psicologia. La vista del Partenone si lega all’esperienza degli altri nostri sensi e degli altri nostri sentimenti; dentro c’è tutto. Vediamo le sue proporzioni, e al tempo stesso sentiamo le proporzioni del nostro corpo, e corrispondono;  ed è un godimento per gli occhi, così come nel ballo i piedi godono della musica.»
[…]
Anche a Kimon, il loro amato figliolo, piaceva tanto sentire parlare il padre; ma come un giorno le aveva confidato, era più per la luce che gli si accendeva negli occhi, per la sua cara voce e per il fascino dell’oratoria; anche lui non ci capiva molto più di lei. Lo prendevano in giro perché diceva sempre «noi» – «noi sentiamo e noi reagiamo e noi crediamo» – mentre loro non sapevano di che cosa stesse parlando. Fra lei e Kimon c’era un’affettuosa, tacita intesa; Kimon, con quel suo carattere gentile, dolce come una donna. Lui le voleva bene più che a chiunque altro, e a volte le diceva: «Sei tu l’intelligente, mamma. Quella di papà è tutta erudizione e eloquenza.»

 (Glenway Wescott, Appartamento ad Atene, Adelphi 2003, traduzione di Giulia Arborio Mella. I ed. or. 1944)

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Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano

Mai più senza # 2: “Il profumo”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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Il profumo di Patrick Süskind, caso letterario alla sua uscita nel 1985, si trova nella comoda posizione di un best seller che aspira a diventare un classico. Libro godibilissimo, accessibile, intrigante, a guardarlo con occhio smaliziato rivela tutta la sapienza tecnica di un marchingegno ben gestito, di un’invenzione ben giostrata, elementi che fanno parte di una maniera intelligente di intrattenere ma che non bastano a fare un’opera d’arte.
Eppure.
Chi scrive non parlerà in terza persona. Torno spesso a questo libro: spesso mi ritrovo a consigliarlo, specie a chi si interessi, in qualsiasi forma, di creazione. Perché credo di intravedere nei suoi sotterranei, nella sua intelaiatura, una quantità stratificata di interpretazioni e senso, e, mano a mano che le letture sottraggono invece di aggiungere significati, un insegnamento profondo e necessario. In questo stesso istante, la difficoltà nel recensirlo è il sapere che la mia lettura è più che provvisoria ai miei stessi occhi; la volontà di recensirlo risiede in quell’insegnamento, solo punto fermo.

La trama del libro sarà nota. È la parabola di vita, scritta con passo di fiaba, di Jean-Baptiste Grenouille, genio degli odori nella Francia del XVIII secolo. Quanto a grazia, il romanzo non lascia nulla al caso: il narratore ha pazienza della nostra predilezione per la vista e ci accompagna con piccole descrizioni; conosce la nostra tendenza all’empatia e tratteggia ogni comprimario ma mai oltre il necessario; viene incontro al nostro bisogno d’ordine con una struttura a trittico con chiusa. “Compostezza” è la parola adatta per la forma di questo romanzo, che sarebbe, senza questa accortezza, insopportabilmente torbido.
Nella prima parte seguiamo Grenouille dalla nascita alla sua formazione. Rifiutato da tutti per la sua mancanza di odore («È posseduto dal demonio») e per la sua inquietante volontà di conoscere il mondo annusando («i suoi sentimenti più teneri, i suoi pensieri più turpi erano nudi di fronte a quel piccolo naso»), Grenouille nasce già concavo, come sognano gli artisti e gli asceti. Dopo un’infanzia anaffettiva arriva la sua alfabetizzazione, la sola possibile:

Nel sole di marzo, mentre era seduto su una catasta di ceppi di faggio che scricchiolavano per il caldo, avvenne che egli pronunciasse per la prima volta la parola «legno». Aveva già visto il legno centinaia di volte. Lo capiva anche, infatti d’inverno era stato mandato fuori spesso a prendere legna. Ma il legno come oggetto non gli era mai sembrato così interessante da darsi la pena di pronunciarne il nome. Ciò avvenne soltanto quel giorno di marzo, mentre era seduto sulla catasta. […] Non vedeva nulla, non sentiva e non provava nulla. Si limitava soltanto ad annusare il profumo del legno che saliva attorno a lui e stagnava sotto il tetto come sotto una cappa. Bevve questo profumo, vi annegò dentro, se ne impregnò fino all’ultimo e al più interno dei pori, divenne legno lui stesso, giacque sulla catasta come un pupazzo di legno, come Pinocchio, come morto, finché dopo lungo tempo, forse non prima di una mezz’ora, pronunciò a fatica la parola «legno». Come se si fosse riempito di legno fin sopra le orecchie, come se il legno gli arrivasse già fino al collo, come se avesse il ventre, la gola, il naso traboccanti di legno, così vomitò fuori la parola. […] D’altro canto la lingua corrente ben presto non sarebbe più bastata a definire tutto ciò che aveva immagazzinato sotto forma di concetti olfattori. […] Che la terra, il paese, l’aria, che a ogni passo e a ogni respiro erano colmi di un odore diverso e quindi animati da un’identità diversa, potessero essere definiti soltanto da quelle tre grossolane parole… tutte queste disparità grottesche tra la ricchezza del mondo percepito con l’olfatto e la povertà del linguaggio facevano sì che il ragazzo Grenouille dubitasse del senso del linguaggio in genere.

È la formazione precocissima di un artista («anzi, più ancora, sapeva persino combinarli tra loro soltanto con la fantasia, e in tal modo creava dentro di sé odori che nel mondo reale non esistevano») il cui dominio ci resta sconosciuto, perché fisiologicamente lontano da noi. Ma il messaggio è chiaro: Grenouille ha in dono la facoltà di percepire l’essenza delle cose. Inclusa la più potente che sia data provare a un essere umano: una sera, una scia di profumo mai sentito porta il ragazzo a una fanciulla che sbuccia albicocche.

 Per la prima volta non era soltanto il suo carattere avido a subire un’offesa, era proprio il suo cuore a soffrire. Aveva la strana impressione che quell’odore fosse la chiave per classificare tutti gli altri odori, che non si capisse nulla degli odori senza aver conosciuto quello, e che lui, Grenouille, avrebbe sprecato la sua vita, se non fosse riuscito a possedere quell’odore unico. Doveva averlo, non per amore del mero possesso, bensì per la pace del suo animo. […] Doveva conoscerlo fin nei minimi dettagli, fin nell’ultima e più minuta delle sue particelle: ricordarlo soltanto nel suo insieme non gli bastava. Voleva imprimere come un marchio questo profumo da apoteosi nel caos della sua anima nera, analizzarlo con la massima esattezza e da allora in poi pensare, vivere, annusare soltanto secondo le strutture interne di questa formula magica.

E Grenouille lo fa con l’omicidio. Percepita l’essenza della bellezza, percepita l’essenza dell’amore, l’involucro è per lui nient’altro che scarto. All’inizio agisce con l’unico scopo di immergersi senza ostacoli nell’essenza; poi (ed è qui che il libro inizia la sua vera volata) con una ostinazione creativa che lo spingerà a desiderare di creare il profumo perfetto, a mettere al mondo – come sua opera, e non come dono al mondo stesso – quella bellezza che è il suo unico sostentamento.
Per fare questo, il talento non basta. Quando, nella terza parte, Jean-Baptiste incontrerà Laure, avrà dalla sua anni di apprendistato, consapevole che nessun genio può fare a meno della tecnica, sia pure per superarla. Avrà dalla sua questo, e sette anni di nigredo nel fondo di una grotta, e la consapevolezza di non avere odore, di essere uno stadio più vicino a quel «grande alambicco, che inond[a] tutto il mondo con il suo distillato autoprodotto».
Perché Grenouille, si è detto, è concavo; talmente concavo da poter distillare l’amore, da coglierne l’essenza e poterlo riprodurre. Eppure troppo concavo per far parte del suo circuito.

Di cosa parla, in realtà, la storia di omicidi che compone Il profumo? Quale parabola di vita ci racconta con il suo tono di fiaba? Chi è, davvero, Jean-Baptiste Grenouille?
Si legga il libro, si scelga quale via percorrere: Süskind non ne chiude alcuna.
Grenouille è un uomo privo di odore e di sentimento, ossessionato dal bisogno di possedere entrambi; simile a un Erik ritirato nei sotterranei dell’Opéra per lo strazio del rifiuto, ma del tutto disinteressato a quello che comunque pretende di ottenere: un essere umano per niente meritevole di simpatia, incapace di offrire amore come di desiderarne, ma brutalmente ostinato e riceverne.
Oppure, via che non esclude l’altra e che chi scrive preferisce, Grenuille è un artista, e più precisamente maestro per intuito di arte alchemica. Del profumo – della bellezza – Grenouille non ama lo scorrere, il divenire, il godere, l’essere per lui, ma il segreto che il suo talento naturale, che supera le possibilità biologiche della sua specie, gli permette di intuire e distillare. Di ciò che tutti possiedono e di cui lui, da sprovvisto, è vero padrone, Grenouille può trasmutare la materia prima nel suo ultimo stadio filosofale.
Ma come non è umanità quella che prevede omicidio, così è forse creazione quella che non prevede rinuncia? È arte quella che non considera offerta? Grenouille persegue un’Opera che resti sua, non soffre perdita, e ignora (sacrificare, allo stato metaforico, sarebbe già diverso: ma qui c’è ignoranza pura dell’esistenza altrui) la vita che a quest’Opera dà linfa.
Molte altre vie interpretative sarebbero percorribili, e il romanzo non ha mai smesso – tra i due poli del disgusto e dell’entusiasmo – di far discutere, a riprova della grande potenza del non-detto e dell’uso mai ostentato di una profonda conoscenza del simbolico. Ma la domanda che si sente affiorare dal libro a ogni lettura è: può esistere forma di genio, se sotto non c’è uomo? Può esistere opera, se dietro non c’è vita?

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Patrick Süskind (Ambach, 26 marzo 1949) è uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore tedesco. Ha esordito nel 1981 con il monologo teatrale Der Kontrabass (Il contrabasso), ma la fama mondiale è arrivata nel 1985 con il romanzo Das Parfüm. Ha pubblicato, in seguito, Die Taube (Il piccione, 1987), Die Geschichte von Herrn Sommer (La storia del signor Sommer, 1991), l’antologia di prose Drei Geschichten und eine Betrachtung, tradotto in Italia con Ossessioni. Tre racconti e una riflessione (1995), e il saggio Über Liebe und Tod (Sull’amore, sulla morte, 2006). In Italia è pubblicato da Longanesi, Tea (Il profumo, La storia del signor Sommer) e Corbaccio (Opere, 2011).
Estremamente riservato, Süskind vive in un paesino del Sud della Francia; concede rarissime interviste e ha declinato il conferimento di molti premi letterari tedeschi, tra cui il Gutenberg, il Tukan e il FAZ.