riflessioni

Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

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I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

info@con-tattocooperativa.it

tel.338 8603921/ 333 5286990

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“Her”. Senza le complicazioni del caso

Her-Poster

Her di Spike Jonze

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di Irene Fontolan

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Senza le complicazioni del caso

Her è un film scritto e diretto dal regista Spike Jonze. Una chiara luce che a distanza di qualche anno dall’uscita in Italia (2014) non ha smesso di illuminare e far riflettere sugli aspetti ombrosi e fuggenti dell’esistenza umana. “Her” si posiziona tra i generi drammatico, fantascienza e sentimentale aggiudicandosi l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una normalità tecnologica dove i pensieri umani vengono tradotti all’istante dalle macchine e dove la relazione tra esse e l’uomo è simbiotica.
Tuttavia, si continua a scrivere, leggere, parlare e ascoltare ma in modo e per motivi diversi. Theodore è impiegato a scrivere e dettare al computer lettere d’amore per conto di altri. La gente fa scrivere la propria vita sentimentale a persone che lo fanno di mestiere, come Theodore che conosce alcune coppie più di quanto conoscano loro stesse. Sembra quasi che manchi il tempo per parlarsi o scriversi direttamente, che i sentimenti non siano abbastanza veri e forti da trovare il coraggio di esprimersi, che la tecnologia abbia assorbito anche la sfera che più caratterizza l’essere umano, quella emozionale.

Theo è quel tipo di persona che ha sempre il consiglio giusto al momento giusto per gli altri ma non per se stesso e la conferma è ancora quello spazio vuoto al posto della sua firma nei documenti per il divorzio. Che stranezza la sfumatura secondo la quale il protagonista sta per divorziare ma come lavoro scrive lettere traboccanti di romanticismo e sentimento. Che stranezza la sua paura di commettere e subire errori che gli fa vivere le emozioni solo attraverso la loro proiezione sul soffitto, guardandole a occhi aperti dal suo letto solitario.
Samantha (Scarlett Johansson, doppiatrice originale) arriva nella vita di Theodore un giorno qualunque quando finalmente decide di lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla voglia di evasione. Un anno è trascorso, un anno di lui solo in quel letto, un anno di nessuna relazione sentimentale, un anno vissuto nel passato attraverso i ricordi. Sam è fresca, piacevole e Theo se ne innamora. Una cornice quasi perfetta, ma Sam non è come Theo, né come le altre persone. Il limite della non corporeità di coppia si fa sentire: quanto resisteranno? Riescono ad andare al di là di questo limite trasformandolo, con la consapevolezza di entrambi, quasi in assoluto pregio.

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Gli adoratori del Sole

Fotografia di Giovanna Amato

Fotografia di Giovanna Amato

Lo sbarco presso una delle comunità adiacenti alle Grandi Acque del Pianeta Azzurro ha avuto esito positivo. Da un primo rilievo, impossibile tacere un dettaglio che qualsiasi scienziato attenderebbe a riferire: la sostanziale fiducia e gentilezza degli autoctoni, già accorsi in massa per offrirmi la migliore postazione, farmi dono di ninnoli (accessori sputafiamme, coperture per estremità deambulanti) e aiutarmi con il posteggio dell’astronave.
Libero di osservare senza destare sospetto alcuno grazie al mio travestimento da palombaro, di non poco aiuto nella respirazione di un’atmosfera sì diversa da quella del nostro pianeta, posso dunque immergermi nella folla e annotare le seguenti considerazioni:

Si tratta probabilmente di una comunità molto antica, i cui esponenti più anziani porgono omaggio alle acque tramite abluzioni svolte per lo più sul limitare dell’alba. Taluni di questi esponenti entrano in contatto, tramite una cordicella, con le profondità degli abissi, imponendosi silenzio e immobilità sino a quando gli abissi in questione non dimostrino il loro favore attraverso un messaggero, chiamato il più delle volte “salpa” o “saraghetto”.
Tali abluzioni e contatti con l’acqua non sono che l’anticamera al reale rito che, una volta tornati i venerabili anziani alle loro case, sarà appannaggio dei fedeli più giovani.

Il culto più forte e diffuso, difatti, è senza dubbio quello del Sol Levato.
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“Fenomenologia del NunTeMove”, di Gianluca Wayne Palazzo

from Stanley Kubrick - 2001 A Space Odyssey

from Stanley Kubrick – 2001 A Space Odyssey

La domanda è se ci manca il coraggio come specie, o se siamo così bravi e scrupolosi da aver battuto tutte le piste e averle trovate senza uscita.
È la questione della hybris, che evidentemente è impiantata in noi a profondità tanto insondabili da non poter essere estirpata.
Io non credo di aver mai letto o visto fantascienza, distopie, ipotesi di futuro, fantasie quali si voglia, insomma, nelle quali si ponga rimedio a una delle grandi doglianze dell’umanità, senza che questo provochi guai assai peggiori, tanto da preferire quelli cui s’era messa una toppa. Alludo in particolare alla morte, alla perdita, ma vanno bene anche le guerre, gli omicidi e qualsiasi male affligga la razza umana. Il prezzo per ogni soluzione è sempre troppo alto da pagare, e alla fine stavamo meglio quando stavamo peggio.
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Insegnare, imparare, ascoltare, dire il silenzio

what-silence-is

THE WORLD USED TO BE SILENT
NOW IT HAS TOO MANY VOICES
AND THE NOISE IS A CONSTANT DISTRACTION
THEY MULTIPLY, INTENSIFY
THEY WILL DIVERT YOUR ATTENTION TO WHAT’S CONVENIENT
AND FORGET TO TELL YOU ABOUT YOURSELF
WE LIVE IN AN AGE OF MANY STIMULATIONS
IF YOU ARE FOCUSED YOU ARE HARDER TO REACH
IF YOU ARE DISTRACTED YOU ARE AVAILABLE
YOU ARE DISTRACTED
YOU ARE AVAILABLE
YOU WANT FLATTERY
ALWAYS LOOKING TO WHERE IT’S AT
YOU WANT TO TAKE PART IN EVERYTHING AND EVERYTHING TO BE A PART OF YOU
YOUR HEAD IS SPINNING FAST AT THE END OF YOUR SPINE UNTIL YOU HAVE NO FACE AT ALL
AND YET
IF THE WORLD WOULD SHUT UP
EVEN FOR A WHILE
PERHAPS
WE WOULD START HEARING THE DISTANT RHYTHM OF AN ANGRY YOUNG TUNE – AND RECOMPOSE OURSELVES
PERHAPS
HAVING DECONSTRUCTED EVERYTHING
WE SHOULD BE THINKING ABOUT PUTTING EVERYTHING BACK TOGETHER
SILENCE YOURSELF

John Cassavetes, Opening Night (1977) poi in Savages, Silence yourself intro (Matador Records / Pop Noire, 2013)

Questo breve focus non pretende di essere esaustivo su un argomento che affascina, divide, allontana, concilia, cerca dentro di sé le ragioni o le non ragioni, come avviene con le grandi riflessioni che spingono il pensiero umano a porsi in difficoltà con se stesso, il lotta con i suoi limiti, per espandersi e nutrirsi, autorigenerarsi.
Spiegare cosa sia il silenzio è di per sé un’operazione paradossale e qui non si tenterà di farlo ma di dare degli indicatori, delle direzioni percorribili o meno; ‘silenzio’ è una parola che esiste (potremmo dire semplificando) per opposizione, esiste quando non c’è, e nel non esserci si presentifica, in un presente marchiato dal frastuono che talvolta si tramuta in un vero e proprio ‘disagio acustico’ in cui quotidianamente siamo immersi, e che ci fa ritornare a pensare di aver bisogno, di aver necessità di ricercare qualcosa che si è perso, di incagliarsi in un ragionamento che porta a sconfinamenti, derive, di pensiero, di intuizione, di concezione. Nel 2011 all’interno della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo) nasce l’Accademia del Silenzio, un luogo-progetto accessibile, predisposto alla possibilità di fruizione di ciò che il mondo contemporaneo difficilmente concede con libertà, secondo numerose declinazioni che abbracciano più discipline, e soprattutto fanno perno sull’indagine filosofica.

silenzio come appagamento
silenzio voluto
silenzio cercato
silenzio pieno, non vuoto
parole di silenzio
silenzio consistente
compatto eppure leggero
consenziente
affermativo
consolatorio
ricordo, non dimenticanza
pregnanza.

.              (Lalla Romano, “Diario ultimo”, Torino, Einaudi, 2001)

Una pratica di educazione al silenzio, di ricerca attorno ad esso, in Occidente è sempre più voluta, come ben esprimono i versi di Lalla Romano citati anche da Duccio Demetrio nel suo volume I sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora (2012), e che con Nicoletta Polla-Mattiot, autrice di Pause. Sette oasi di sosta, sull’orizzonte del silenzio (2012) ha istituito appunto l’Accademia citata. I due sono tra i primi studiosi e saggisti ad aver pubblicato dei brevi volumi per Mimesis Editore (Milano-Udine) in una collana dedicata e che esplora molteplici direzioni e possibilità, artistiche, filosofiche e antropologiche, che concernono la cura o la speculazione, attorno al tema ‘pregnante’ del silenzio, senza dimenticare la letteratura, la poesia e la musica come bacino in cui confluisce un immaginario culturale ampio e anche destrutturato attorno a questo tema. Al progetto scientifico infatti partecipano Franco Loi, Emanuela Mancino, Carlo Sini, Francesca Rigotti, Marcello Sesa-Bianchi e altri, i quali indagano, esplorano, ribaltano, mistificano e demistificano in brevi volumi, il polimorfismo del silenzio, seguendo diagonali di ogni genere, concedendo spunti ma intessendo anche domande, sollevando questioni che riguardano un orizzonte più ampio di quello filosofico, che concernono perciò il campo dell’esperienza umana quotidiano, e oltre.
Esperienza significa assimilare al tema del silenzio anche quello vicino del ‘tacere’, del non-detto, consapevole, imposto, imposizione consapevole e inconsapevole; atavico silenzio questo, che − poniamo due facili esempi − tesse le fila da un vecchio detto in cui si afferma che “alle donne si addice il silenzio” così come si addice all’uomo ‘vuoto’, sino all’incomunicabilità espressa dal celebre quadro di René Magritte Les Amants del 1928, nelle sue diverse versioni, tacita, non-più-comunicabilità. Eppure, nel Novecento, una cruciale riflessione musicale attorno al silenzio, vale la pena ricordarlo, è stata posta da John Cage (di cui si può leggere anche qui), il quale affermava che “il silenzio accade”, ed è quindi non soggetto a intenzionalità. Partendo dal verificarsi del silenzio, (in)controllabile, non-volontario (che cozza in parte dunque con lo ‘zittire’ e dello ‘zittirsi’), viene da chiedersi come sia possibile mettere in atto la plausibilità di insegnare la ricerca del silenzio, del ritagliarsi un proprio autonomo spazio silenzioso nel quotidiano vivere. Solamente spostando l’affermazione di Cage, rendendoci muti però all’ascolto, come suggeriscono le Savages nello spoken intro del primo album Silence Yourself  facente parte del brano Shut up (citazione dal film La sera della prima di John Cassavetes), un invito o una preghiera, a cercare se stessi nella velocità, nel tutto (all in all is all we are recitava Kurt Cobain) rendendosi però silenti, silenziosi, e trasferendo ‘l’accadimento’ del silenzio in un campo più ampio, quello in cui in cui il rumore che rende distratti ma anche disponibili sia la molla che faccia muovere verso la fattività del silenzio. Un campo aperto, in cui consapevolezza e inconsapevolezza del capitare del silenzio si dibattano, in cui soprattutto si traducano e si dicano in ‘atto’ e in una lotta di posizioni inconciliabili, conciliabili solamente con la contraddizione di cui il ‘silenzio’, così come (per dirne alcuni altri) la voce, il tempo, lo spazio, l’anima, dio, il mondo e l’uomo − che produce tutto ciò − ordinariamente vivono.

*La foto è di Barbara Leung.

© Alessandra Trevisan

PORCI SENZA PERLE… – n° 2 (media et cordoglio: una riflessione)

Girovagando nella rete dopo la morte prematura di Steve Jobs, ho rilevato con un po’ di  sorpresa quanto rapidamente ed a macchia d’olio si sia diffuso il sentimento di cordoglio per questo tragico evento. Molti hanno espresso il proprio profondo rincrescimento quasi nei termini in cui ci si duole per la scomparsa di un vecchio amico che non si vedeva da tempo. Sulle prime ho ipotizzato si trattasse di sublimazione della gratitudine – che molti sembrano nutrire – per l’inventore di strumenti che hanno modificato radicalmente i nostri comportamenti. Si tratta non solo di sofisticati utensili per il lavoro, ma di vere e proprie protesi aggiuntive per comunicare, nuovi acceleratori e moltiplicatori delle relazioni umane. In questo preciso istante, probabilmente, devo qualcosa a colui – o a coloro – che mi consente di avere dei lettori fisicamente molto lontani da me. Personalmente non provo un particolare dispiacere per questa dipartita, sono altri i lutti che mi colpiscono. Eppure mentirei se mi proclamassi indifferente a questa notizia. Inutile girarci intorno: Jobs è un mito moderno, ed è questo che ha amplificato l’intensità dell’onda emotiva provocata dalla sua scomparsa. Un mito nato dal suo precocissimo talento, dalle sue idee talmente innovative da apparire geniali, dal suo ostentato anticonformismo, dal suo spirito di ribellione, genuino o costruito che fosse. Le parole di un suo toccante discorso agli studenti di Stanford rimarranno incise a lungo nella memoria di molti giovani (e meno giovani) che ancora sognano di farcela. Era certamente una persona di grande fantasia, perché le cose bisogna prima immaginarle. A quest’uomo non mancava nulla per essere, come era, innegabilmente affascinante. Il genio della porta accanto, potremmo dire. Tuttavia io non sono persuaso che la sua aura di “folle razionale” ed il suo acume ribelle fossero la spia di un reale anticonformismo o insofferenza verso l’ambito sociale e lavorativo che si era scelto per emergere. Non reputo il vero anticonformismo indirizzato verso la creazione di un colossale impero economico, anche se questo impero è il frutto di una straordinaria scintilla iniziale. Riflettendoci su, cosa distingue il ribelle, l’anticonformista, il “folle”, dalla piatta normalità di tutti gli altri? L’anticonformismo è essenzialmente rifiuto; ma se questo rifiuto è confinato nel mero rigetto dei rituali standardizzati dell’apparire, nell’esibizione del sembrare ordinari in consessi non ordinari, democratici pur appartenendo ad una elite, accessibili eppure intoccabili come ogni tycoon che si rispetti, allora, probabilmente, parliamo di superficie, di pura immagine. Il genio “folle”, se rifiuta la sostanza e non solo l’apparenza delle cose, pur avendo strumenti intellettuali superiori alla media, si ribella proprio ad un sistema che gli consente di arricchirsi smodatamente in una società caratterizzata da enormi disuguaglianze. Un anticonformista non persegue l’accumulazione di capitali, altrimenti a cosa non è “conforme”? All’indossare giacca e cravatta durante i consigli di amministrazione? ribellione è vestirsi – da ricco – come uno studente diciottenne e povero? A cosa si ribella uno che è diventato miliardario? Possono esistere enormi ricchezze ottenute senza la povertà di qualcun altro? proprio in questo sistema economico con tutte le sue atroci sperequazioni? Ciò che intendo è che il mito Jobs è un mito della società capitalista, ancora più subdolo perché il personaggio in questione si presentava come una persona normale, l’incarnazione del sogno americano a cui chiunque può accedere (a patto di avere capacità e volontà), perché la società capitalista un’opportunità la offre a tutti, non è vero? e se non ce la fai, vuol dire che non sei stato abbastanza intelligente o lungimirante, che non eri dotato di ferrea volontà, che non hai colto al volo l’occasione. Da ciò non discende direttamente che il vero ribelle è sempre uno sfigato malmesso. Ma, di certo, se non è un emarginato, almeno è un “non allineato”, e certamente, consentitemelo, non è nemmeno quotato in borsa. Tutti noi, volenti o nolenti, viviamo in questo tipo di contesto socioeconomico, sforzandoci di guadagnare abbastanza per vivere senza affanni, magari usufruendo di beni o servizi non indispensabili, diciamo pure di piccoli lussi superflui, a volte. Anche lo scrivente, per esser chiari. Ma entrare nel circuito economico e finanziario mondiale è altra storia: bisogna volerlo. Bisogna volerne accettare tutte le regole codificate così come quell’unica che si deve tacere: l’assoluta, criminale, effettiva mancanza di regole e di controllo, quella perversa libertà che costituisce l’unico modo per tenersi a galla nel  feroce e lontano mondo dell’alta finanza, quel mondo in cui bisogna “conformarsi” sul serio.

Credo che Jobs fosse una persona dal carattere solido e concreto (uno che ci ha indotto a “desiderare” cose che nemmeno sapevamo di volere), così come credo che il suo mito sia frutto di un’abile costruzione mediatica: un utilissimo apporto all’immagine della sua azienda ed un potente contributo al potere di persuasione dell’ideologia capitalista che – in mancanza di robusti anticorpi politici – attecchisce ovunque. Basta osservare uno dei suoi ultimi apprezzatissimi  filmati pubblicitari che attualmente impazza nel web, quello con frammenti di Ghandi, Luther King, ecc.. Quel filmato solletica mellifluo le aspirazioni e i miti proprio “del popolo della sinistra”, perché per vincere bisogna invadere il territorio del nemico. Ancora una volta “Lo strumento più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso”. (Steve Biko, martire sudafricano).

Come “lucida follia ribelle”, preferisco la dolorosa parabola di Artaud. “E cosa c’entra Artaud con Jobs?” si potrebbe obiettare. Il nodo è proprio questo: nulla.

Dalla rete:

 1) Grazie a Jobs ma anche agli operai cinesi che producono, in condizioni “manchesteriane” (cioè da Inghilterra del primo Ottocento) per quanto riguarda salari, condizioni di lavoro, contesti abitativi e di vita, IPhone, IPad, MacAir progettati dal “grande” Steve. Speriamo che il nuovo CEO di Apple si ponga il problema di migliorare un po’ la loro situazione, perché risulta che Jobs non se ne desse pensiero.

2) Una famosa poesia di Brecht chiedeva chi costruì le piramidi. Bellissime le musiche di Verdi ma quanto erano sfruttati i suoi contadini? (…) Molti anni fa ho avuto la fortuna di ascoltare quel grande attore e provocatore di Carmelo Bene: nelle biografie non bisogna far cenno che a suon di sevizie mandava la sua donna in ospedale? Che storia è quella che parla solo dei grandi personaggi e cancella tutti gli altri e tutte le altre?