ricordo

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

proSabato: Gianna Manzini, Ricordo di Ada Negri

INCONTRAI per la prima volta Ada Negri molti anni fa, in casa sua, a Milano. E l’immagine che da allora ne serbo si sostiene all’impressione che i suoi capelli fossero grigi per una specie di riguardo: bisognava, con qualche tono dimesso, temperare tutto quello sfavillìo di occhi, e un così libero giuoco fra ardimento e soavità.
Rinnovando in ogni istante un’intesa col mondo, mi appariva legata e quasi sostenuta da una salda amicizia con tutto ciò che respira. Così, per virtù di sentimento e di sorriso, e per quel senso di giustizia e di persuasione che le sue parole ispiravano, anche col parlarmi della mia diversità da lei, non mi allontanava da sé come inevitabilmente accadde quando si sottolineano differenze: anzi riusciva ad avviare un rapporto amichevole.
Di questa visita mi rimane, oltre il ritratto che la sottile arte del ricordo compose poi per esaudire il mio desiderio di compagnia e di colloqui, la disagiosa certezza d’aver cercato ostinatamente d’abbassare il tono della conversazione con frasi superflue e banali, delle quali, di volta in volta, mi vergognavo. Un disagio che adesso diventa pungente rimorso. Era come se allontanassi da noi il poeta, in lei sempre presente, e lo ammettessi soltanto relegato nella pagina, ostacolassi quel suo coraggioso naturale farsi vivo nella vibrazione di una parola, nell’impennata di una frase, nell’accoglienza di tutto quello che la finestra aperta, i libri, le cose intorno e il calore dei nostri pensieri suggerivano. Quella volta, il mio pudore mi fece peccare d’avarizia.
Ma il mio tardivo desiderio di giustificarmi provocò uno dei miei molti ricordi falsi, di quei ricordi immaginari che ci si studia poi di invecchiare, d’incastonare in momenti e luoghi rigorosamente reali. E che scrupolo nel togliere il nuovo ai particolari con cui di tanto in tanto li ritocchiamo. Perché accade a tutti, credo, di scegliere, quasi senza che la volontà deliberi, nel numero delle persone che direttamente e indirettamente conosciamo, i personaggi necessari alla difficile e mal nota commedia spirituale nostra: amicizie in mezzo alle quali più liberamente viviamo.
Fu l’estate ad Arenzano.
La ragazza che mi porgeva i francobolli, in uno spaccio di sale e tabacchi, butta gli occhi sulla lettera che reca l’indirizzo di Ada Negri, per alzarli subito su di me, raggiando di sorpresa e d’amorosa invidia.
Un momento dopo, al tavolino di caffè, sotto un ombrellone colorato, intrattenevo l’immagine della scrittrice che, sorta in una maniera così stravagante, fra le pareti d’una bottega anonima, mi aveva dato autorità e prestigio presso una ragazza, senza dubbio esperta nel far combaciare i propri sogni su pagine sfogliate e risfogliate nel cassetto aperto del banco di vendita. Una ragazza che avrebbe potuto dar luogo a un racconto. (altro…)

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

di Chiara Tripaldi

*

 

I figli unici sono destinati a vivere in un mondo di adulti. L’ho sempre saputo, da quando a otto anni i miei genitori mi portavano alle cene a casa dei loro amici, con figli troppo grandi rispetto a me o addirittura in casa di coppie che non ne avevano.

Mi mettevo al tavolo degli adulti, quello alla cui altezza arrivavo perfettamente, “ come sei alta, Chiara”, mi dicevano.

Una sera, mi ricordo perfettamente, eravamo a cena da Adriana e Michele, che abitavano in paese, avevano una grande casa con i pavimenti in cotto, che a me piacevano un sacco, mi ci poggiavo culo a terra a sentire il fresco, nella taverna dove invitavano gli amici. I figli di Adriana e Michele erano due ragazzini di qualche anno più grandi di me, che non mi badavano molto. A me non importava granché: mi piaceva molto ascoltare i discorsi degli adulti, imprimermi nella mente tutte quelle parole di cui non conoscevo il significato. Quella sera avevo imparato “un pesce fuor d’acqua” e la tv, cosa insolita, era accesa.

“C’è Fantozzi, il primo, quello più bello” aveva detto papà, che nel cinema come in tante altre cose, mi aveva dato un’educazione precoce. A otto anni mi permetteva spesso di sedermi sul pavimento dello studio, dove c’era la nostra televisione, fra la poltrona sua e quella di mamma. In quell’anfratto, a gambe incrociate sopra il tappeto turco, ho visto passare i grandi classici del cinema italiano e non. Fantozzi, però, l’ho visto per la prima volta in quella casa estranea, una sera di giugno. La tv andava sopra il chiacchiericcio dei grandi, una cosa straordinaria, dicevo, perché alle cene si mangiava e si parlava senza rumori di fondo, si rimbalzava sulle storie d’ospedale (papà e Michele erano colleghi) e sulle ultime notizie politiche, con il solo rumore delle stoviglie e lo scatto della fiamma che accendeva molte sigarette.

Così conobbi il ragionier Ugo: un uomo il cui aspetto dimesso cozzava contro un linguaggio straordinariamente complicato che mi affascinava ma si accordava magnificamente a una serie di disavventure capaci di strapparmi il sorriso anche se non ne coglievo l’intrinseca drammaticità, la critica alla società capitalista, all’intellettualismo, alla mancata solidarietà di classe, ai parvenu.

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Jolanda Insana (18 maggio 1937 – 27 ottobre 2016)

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani (grazie a Ignani per l’autorizzazione)

 

da Turbativa d’incanto (Garzanti, 2012)

*

da Le foglie del decoro

*

a 300 metri in linea d’aria
il più grande parlatorio del mondo
tra le alture del Golan occupato

nella Valle delle grida
ogni venerdì dopo la preghiera
da trent’anni per un’ora di colloquio
come in carcere
si attivano i megafoni dell’ONU
e i siriani dei due villaggi spezzati
si gridano a distanza con l’aiuto del vento
i fatti della settimana
l’acqua razionata
il raccolto andato a male
le melagrane rosseggianti
le novità di famiglia
e fanno conversati di nascite e decessi

l’eco della Valle non arriva qui
dove si nasce a 10 cm di distanza
dove c’è filo spinato
e ognuno è libero di oltrepassare la soglia.

*

chissà perché s’era messa in testa
di fare la scorta
come fanno coi tonnni i delfini
sulle rotte del Pacifico
ma scortati e scortatori
finiscono nelle reti dei pescatori
allertati dai delfini
che nuotano in superficie
e saltano e giocano
suonando le fanfare della lunga marcia
ai tonni sottostanti

*

.

da La bestia clandestina

*

so dov’è Avola
ma Ebola
Ebola dov’è?

assurdo darsi la mano
a ogni piè sospinto
per non dire di quanti sono pronti
alle pacche sulle spalle
e ti serrano nelle spire dell’abbraccio

e di quelli che al supermercato trapassano
con il bisturi cuore e polmone
che dici?

che farò senza brunello?

*

nelle estreme periferie del lutto
non mostri il fianco
non fai una piega
ma chiedi attenzione
e approfittando dell’altrui debolezza
ricatti senza un rutto di commozione
senza un grugnito di pietà

non sono una selvaggia
ho ricevuto un’educazione io
e non alzo la voce in pubblico
non do mai troppa confidenza
interloquisco con distacco
perseguitata non tengo banco con gli spioni
non faccio lega con  persecutori
e soprattutto non mi espongo alla dipendenza
non disinnesco ma la mia corrucciata possessività

*

.

da L’idiota sottostante

*

hai il passo del granatiere
e mi corri sulla testa
con gli scarponi chiodati

ma sono un granatiere
e tu insulti i granatieri
che a Porta San Paolo non s’infrattarono
ma l’8 settembre per te non è giorno di resistenza
e vai oltraggiando
poi che non sai della resistenza all’oltraggio
e blateri e blateri
tra ordini e contrordini
non hai visto la patria nascondersi? era l’Italia
che ieri come oggi mette in salvo la pellaccia
lasciando tutti allo sbando

*

.

da L’erba in bocca (Tutte le poesie, Garzanti)

*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

© Jolanda Insana

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (per P. Borsellino)

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paolo borsellino – foto da (partecipiamo.it)

 

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (da Doso la Polvere, La Vita Felice, 2012)

*

«Un amico mi ha tradito»
ha detto Borsellino
con le lacrime agli occhi
steso sul divano.

Tritolo e lamiere
avevano già sepolto Falcone
coperto di viltà ancora senza nome.

Come sia finita la storia
come non sia finita
lo sappiamo bene.

La vita è una tragedia
fatta di verità menzognera;
cerchi di viverla come una farsa
e ti tuteli, ma poi ci si fida
e ci si ricasca.

*

© Anna Toscano

Eduardo Galeano – Un ricordo partendo da Splendori e miserie del gioco del calcio

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Eduardo Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015

La copertina arancione, un po’ sbiadita, sdrucita. Lo comprai su una bancarella in via Filzi, a Milano. Era parecchio usato, ma a pensarci bene quel libro aveva più senso un po’ rovinato che nuovo, aveva più senso, così come ha senso un campo di calcio massacrato dopo una partita vera. Quel libro era come le scarpette sporche di fango quando ritornavi a casa e avevi giocato, sognando chissà cosa, dentro la pioggia. Quel libro era Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano. Dire che ho amato quel libro sarebbe riduttivo, non spiegherebbe il miracolo della grande letteratura applicata al calcio, dell’ampia visione delle cose mischiata al sogno. Galeano sapeva rappresentare la prospettiva che sul calcio hanno i bambini. L’allegria, la spensieratezza, la fantasia, la magia e il sogno. E poi sapeva di quello sport raccontare la malinconia, la solitudine, l’amarezza. Lo stupore che tutti accomuna e che accompagna sia la vittoria che la sconfitta. Galeano era dell’Uruguay, uno dei posti che da sempre mi attira e che non ho ancora visitato. L’Uruguay suo e di Mario Benedetti. L’Uruguay che ancora tormenta i ricordi calcistici dei brasiliani. L’Uruguay piccolo e indispensabile. Galeano è stato un grande scrittore e non solo scrittore di calcio, ma credo che la sua essenza e la sua penna magica abbiano trovato la massima espressione proprio in quel libro che trovai su una bancarella, abbandonato da chissà chi. Eduardo Galeano è morto oggi, nel giorno in cui se ne è andato pure Günter Grass, un altro grande della letteratura. Eppure a me è per Galeano che viene da piangere. (gianni montieri)

Da Splendori e miseri del gioco del calcio, trad. di Pier Paolo Marchetti. Sperling e Kupfer editori.

*

Zamora

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell’Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l’anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L’unico che correva più rischi del portere era l’arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano el Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

. (altro…)

Faber, canzoni per il compleanno

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Due manifestazioni a cura dell’Associazione culturale Luigi Bernardi (10 e 11 gennaio)

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Siamo orgogliosi di annunciarvi che sabato 10 gennaio a partire dalle 17.30 inaugureremo il Fondo Luigi Bernardi presso la biblioteca dell’Alliance Française di Bologna, in via de Marchi 4. Si tratta di 800 titoli in lingua francese di genere polar, comprendenti intere collane, alcune storiche (come la Série Noire di Gallimard, la Rivages Noir, la Suite NoireFuturopolice, i mitici Bouiquins e tante altre ) e finora introvabili in Italia. Ci saranno Marcello Fois, Pino Cacucci, Emidio Clementi, Francesca Rimondi e Doug Headline, figlio dello scrittore Jean-Patrick Manchette.

Nell’occasione verrà inaugurata anche una mostra di tavole ispirate ai racconti di Pallottole vaganti, realizzate da artisti vicini a Luigi, come Otto Gabos, Onofrio Catacchio, Andrea Accardi, Roberto Baldazzini, Grazia Lobaccaro, Giancarlo Caracuzzo, Enrico Fornaroli e studenti del corso di fumetto e illustrazioni dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

 
Di seguito il programma dettagliato dell’evento.
17:30 Benvenuto di Martine Pagan, direttrice Alliance Française
17:35 Interventi di Marco Bernardi, Enrico Fornaroli, Francesca Rimondi
18:10  Letture a cura di Pino Cacucci, Marcello Fois, Emidio Clementi, Doug Headline. Letture in lingua francese e italiana a cura di Annachiara Masetti e Silvia Lamboglia
18:45 Musica a cura del duo Camera80
19:10 Francesco Mastria presenta il lavoro di catalogazione. A seguire inaugurazione della targa per Luigi Bernardi in biblioteca.
19:30 – 20:30 Inaugurazione della mostra “Pallottole vaganti” a cura di Otto Gabos e Onofrio Catacchio. Cocktail con playlist in sottofondo.
 
 
Domenica 11 gennaio, invece, presso la biblioteca del comune di Ozzano, si terrà la manifestazione “Ricordando Luigi Bernardi”, pensata in contemporanea all’evento di sabato presso l’Alliance Francaise.
A partire dalle 17.30 verrà inaugurata anche qui la mostra ispirata a Pallottole vaganti, alla presenza di Otto Gabos, curatore, e realizzata dagli studenti del corso di fumetto dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

Carissimo Luigi

luigi

Carissimo,

fossi vivo non esordirei così, ma tu sei andato a farti il giro lungo, e poi sarà un ricordo pubblico, quindi consentimi un po’ di scenografia. Avevo pensato di scrivere, uno dietro l’altro, tutti gli sms o whatsapp che avrei voluto mandarti quest’anno, sarebbe stata una cazzata. Insomma, dove li avrei mandati? Non so nemmeno che prefisso ci sia dalle tue parti, di sicuro non vale il +39. Per farti stare tranquillo, ti dico subito che la tua Juve è prima, certe cose non cambiano, solo che degli arbitri non si occupa più Moggi, secondo me col primo rigore concessovi contro la Roma c’entri tu, ma non voglio approfondire. Siamo sotto Nobel e vendemmia, nessuno dei nostri ha vinto, nemmeno quest’anno. Ha vinto Modiano, che non è nemmeno dei loro, da Einaudi son tutti lì a cancellare il nome di Murakami dalle fascette. La buona notizia (per me, per te e per tutti quelli che hanno un po’ di fantasia) è che Michele Mari è arrivato in finale sia al Campiello che al Viareggio, no, non ha vinto, ma per fortuna hanno vinto due bravi scrittori con due ottimi libri: Pecoraro e Fontana. Un po’ di luce, un po’ di respiro.

Davvero vuoi sapere dello Strega? Secondo me sai già tutto, non perché tu adesso veda ogni cosa, ma perché nulla è cambiato. Scurati ha sfiorato la vittoria, ma non ha vinto, pare sia fissato con i massaggi, li piazza in ogni libro e per farli venire bene li copia dai romanzi precedenti, vabbè ma queste sono fesserie. Siamo a ottobre, pazzesco che sia già passato un anno, non trovi? È stato un anno fortunato, ho letto dei bei libri. Tre, credo, ti sarebbero piaciuti particolarmente: Stati di grazia di Davide Orecchio, perché è un libro che porta via senza abusare della pazienza del lettore, ed è bellissimo. Il secondo è Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli (e qui c’entra Rachele), perché è un libro che insegna un sacco di cose e a te piace imparare. Il terzo è Cartongesso di Francesco Maino, per la maniera in cui usa la lingua. Lui mi ha ricordato quel “passo di Palassolo” (e il complimento lo sto facendo a Maino). Tante cose belle, in ogni caso, è appena uscito Pynchon e sto leggendo Lagioia, che promette bene. Adelphi ha da poco pubblicato I Diabolici, qualcuno l’ha fatta passare per una novità, cose che capitano, me l’avevi detto che l’editoria è un mondo dove le omissioni regnano sovrane.

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Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. Le volte in cui mi sono sentito più vicino al mistico. Le volte, soprattutto, in cui ho capito come la morte non sia una cosa staccata dalla vita, ma soltanto una parte, una parte che giustifica il resto, che spiega – in alcuni casi – il resto. E penso, come Raboni, da dopo Raboni, che i morti ci siano, che rimangano con noi, nei nostri paraggi attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Quindi Raboni è qui, che io lo rilegga (e succede molto spesso) o che passeggi per Milano (e succede molto spesso). Mi domando, a volte, se Milano sarebbe stata la stessa città per me se non l’avessi attraversata e vissuta con i testi di Raboni (ma anche di Pagliarani o di Sereni), se me ne fossi comunque innamorato già dalle prime camminate, quelle che facevo con il Garzanti sotto il braccio, una mano sulle poesie e una mano sui muri dei palazzi. Milano doveva diventare la mia città, e doveva farlo in fretta, e chi se non il poeta che aveva saputo raccontarla così bene, tanto viva, che l’aveva messa in poesia com’era prima che io nascessi, avrebbe potuto insegnarmela e, poi, regalarmela. Badate, non sto esagerando: Milano non è una faccenda che si possa scindere da Raboni. Se esiste una Milano senza di lui, quella non è la mia Milano, è un’altra cosa, meno viva e molto meno interessante.

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A quel tempo io ero un ragazzo (poesie a Massimo Troisi)

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A quel tempo io ero un ragazzo (a Massimo Troisi)

 

#1
Voltandoti su un fianco nel sonno
d’abitudine come forse dormivi
a mezzo respiro, a bassa voce.

#2
Le battute dei miei più cari amici
lievi e improvvise come le tue
gesticolando a caso, nel discorso

#3
Dentro mi è rimasto il desiderio, poi
la pena di non averti mai parlato
non averti mai portato fuori a cena.

#4
Non ricordo più se è vero o immaginato
soltanto, il pianto di quel quattro giugno
sera tardi, in cucina, mio e di mia sorella.

#5
Ditemi cosa ha detto Troisi, la notte
dello scudetto contava la tua battuta
più della vittoria: Spegnete il gas, la luce.

#6
Stamattina leggo di chi non si spiega
che non ti capiva, fosse un problema
come se il talento si dovesse spiegare.

#7
Mi sei mancato sempre, con la nostalgia
di un amico, di un compagno di scuola,
quello che all’ultimo manca al calcetto.

#8
A quel tempo io ero un ragazzo, tu giovane
più di come sono adesso, le tue espressioni
le battute a memoria, anche una tua poesia.

 

© Gianni Montieri

 

 

Le cronache della Leda #16 – Quando passeggio

biennale architettura 2010 - foto gm

 

Le cronache della Leda #16 – Quando passeggio

 

Vado a passeggiare, c’è un piccolo fiume appena fuori dal paese. È lì che vado a passeggiare, poco dopo l’alba, non tutti giorni, ma abbastanza spesso. Vado quando voglio pensarti, figlio, passeggio quando voglio ricordarmi. La luce rosa quella che siamo abituati a vedere nelle fotografie qui non si vede quasi mai, qui le albe hanno un colore che varia dal grigio al bianco. I colori ce li metto io quando ti penso, il silenzio fa il resto. Ti penso in silenzio.

Penso a me madre e alle cose che non ti dico. Le cose che non riesco a dirti. Non ti ho mai detto che mi manchi, tu me lo dici sempre, io ci credo fino a un certo punto. Ti manco come può mancare una madre anziana che vive lontana, qualcosa a cui si pensa con nostalgia, come quando si guardano le foto sbiadite e si accenna un sorriso buttando l’occhio fuori dalla finestra. Sono una presenza che non c’è, una che segue a distanza la vita tua e quella di suo nipote. Esisto nelle vostre vite come un rimbalzo, come una voce fuori campo, un racconto in terza persona. Come i regali che si fanno per Natale. Quello è il mio regalo, voi due che venite per Natale. E anche quelle volte non è completamente gioia, è più qualcosa dopo la gioia, una cosa che somiglia a voi due che andrete verso l’aeroporto. Baci e abbracci.

In queste passeggiate che non sono né lunghe né corte, soltanto necessarie, vedo te da bambino, vedo tuo padre di schiena che ti solleva, vedo me che sto tre passi indietro e rido, vedo tutte le cose possibili. Non fraintendermi, molte cose lo sono state. Il tuo futuro è accaduto, possibile e aperto come l’avevi immaginato. Non è accaduto il nostro, ecco quello che avevo pensato. Una maggiore vicinanza, berci un caffè insieme, andare a prendere tuo figlio a scuola, raccontarlo a mio marito a cena la sera. Passeggio e so che potrebbero sembrarti stupidaggini e, credi a tua madre, lo sono. Eppure ho bisogno di pensarle e di fare finta di dirtele.

Passeggio più o meno per un’ora, l’ora più preziosa, quelle che rende possibile tutte le altre. L’ora di cui non parlo con la Luisa, con la Wanda, con l’Adriana. Non ne parlo nemmeno con l’avvocato, quell’ora è mia soltanto. Ti sento più vicino mentre cammino che quando ci parliamo su Skype. Nelle nostre videochiamate nessuno dei due è sincero, siamo contenti, ma tre quarti delle cose che ci diciamo sono frasi di circostanza. Sono le cose che vanno dette: la salute, il tempo, la scuola del bambino, la cena, i libri. Forse sui libri siamo sinceri, quella è la cosa dove ci siamo sempre trovati. A volte credo che tu mi voglia bene più per i libri che leggo che per altro. Non è una brutta cosa voler bene a qualcuno in base alle letture che fa, ma forse a una madre si dovrebbe voler bene un po’ di più, a caso, senza motivo.

Naturalmente, mentre diventa più chiaro, mi faccio la domanda trappola: «Dove ho sbagliato?» Non c’è risposta e forse non c’è sbaglio. Mi parlo e ti parlo e dico che le cose, forse, sono andate come dovevano andare. Con una donna sola, messa lì a metà tra un cimitero di provincia e gli Stati Uniti d’America. Parlo con le cose, con i miei oggetti, perché così non impazzisco. Tengo ancora il portapenne con la falce e il martello, le foto delle riunioni del partito insieme a quelle di te che giochi in cortile. Ogni tanto dormo con un maglione di tuo padre, no, non ha più il suo odore dopo tutti questi anni, ma in quelle notti mi pare che il tempo mi restituisca qualcosa, come queste passeggiate. Cammino lungo il fiume e compenso. Respiro e ti dico le cose che non ti dirò.

Quando la luce si fa piena mi volto verso il paese, smetto di pensare e di parlarti, figlio, e me ne torno a casa, mi faccio un tè e ricomincio la mia vita con più cose che persone. Un luogo dove i libri e i ricordi la fanno da padrone.

Leda

***
©Gianni Montieri