Richard Wagner

Bésame mucho e la questione dei rapporti tra vita e arte – di Stefano Brugnolo

 

 

Io, come altri, credo che la biografia conti poco per spiegare la bellezza, grandezza di un testo artistico, e che non è affatto vero che l’opera rispecchia la vita di chi l’ha composta. Voglio dire che l’autore di un testo parte sì dalla sua esperienza, dalla sua vita, parte da quel che è e fa, inevitabilmente, ma parte anche e soprattutto da quel che non è, e non fa, ma che magari vorrebbe e potrebbe essere e fare. E comunque da dovunque parta, qualunque sia il suo materiale di base poi l’artista ci “fa cose”, e cioè lo modifica e deforma, lo rovescia e trasfigura. Solo così quella che altro non sarebbe se non una espressione, una confessione personale, può diventare un testo dal significato universale, interessante potenzialmente per tutti. Scrivo tutto questo subito dopo aver appreso, ascoltando un telegiornale, che uno dei capolavori assoluti della musica leggera che ancora si consuma come il pane è stato scritto nel 1941 da una signora che si chiamava Consuelo Velásquez ed era messicana. Consuelo Velásquez!? e chi la conosce? Sospetto in pochi, eppure la conosciamo tutti intimamente, siamo entrati tutti in stretta relazione con lei, perché tutti abbiamo sentito e magari intonato quella canzone, che a suo modo è un capolavoro, fatto con poco, di poco, come sempre accade con i capolavori popolari, fatto di poche strofette e pochi semplici e meravigliosi versi ripetuti “Bésame, bésame mucho, /come si fuera esta noche la última vez…” Che magari saranno anche versi facili e che però musicati in quel modo da Consuelo ti arrivano diritto e dentro al cuore. Tant’è vero che se anche è stata tradotta in cento lingue, anche se è stata cantata, variata, modulata da mille cantanti, e canticchiata e stonata da milioni di uomini e donne, però è pur sempre rimasta quella canzone lì, che era di Consuelo e che è poi è diventata di tutti, e di nessuno. Cioè essa come tutti gli oggetti artistici perfetti cambia continuamente a seconda dell’epoca e del mood con cui l’artista la interpreta e l’ascoltatore la ascolta, e però resta sempre meravigliosamente se stessa. Tant’è vero che quel bésame, bésame mucho – un verso perfettamente bisessuale adatto a tutti i tipi d’amore – è sempre rimasto tale e quale in qualunque lingua si canti la canzone (kiss me, kiss me much, rovinerebbe tutto). Ma non è questo il mio punto, il mio punto è che a quanto pare una volta in una intervista Consuelo, la Consuelo tarda se non estrema, che però all’epoca della canzone era una pianista classica poco più che ventenne, dall’aria di ragazza timida e per bene, la vecchia Consuelo, dicevo, dichiarò che quando scrisse quella canzone non aveva mai baciato nessuno! Ci si pensa? Uno avrebbe pensato che lei fosse una esperta baciatrice e amatrice, e che in quel suo struggente “come se fosse stanotte l’ultima notte”, in quel suo “piensa que tal vez mañana/ Yo ya estaré lejos, muy lejos de ti”, in quel “que tiengo miedo a perderte, perderte después”, in quel “Quiero sentirte muy cerca/ Mirarme en tus ojos/ Verte junto a mí”, ci fosse tanta esperienza e vita vissuta, il ricordo, il rimpianto di amori vissuti e perduti, di appuntamenti, addii, partenze, assenze, attese, abbracci, amplessi, e invece no, quei versi, quella musica sono fatti della sostanza di cui sono fatti i sogni, di Consuelo e poi di tutti. Eppure la discreta, ingenua e vergine Consuelo ci azzecca, ci racconta il baciare o il congiungersi amoroso dall’interno, ce lo rende vero, memorabile, più reale del reale. Dicendoci cosa? Dicendoci baciami, baciami molto… Che è poca roba sì, ma che modulato in quel suo modo sensual-languido si trasforma in un bacio che è tutti i baci, un bacio al quadrato, “un” bacio che è “il” bacio. Lungo, lungo, che ti sfinisce e che dovrebbe proteggerti dall’inevitabile despues, dalla incombente mañana, dal “domani” che verrà, e di cui non v’è certezza, perché chissà “tal vez yo ya estare lejos/ Muy lejos de ti”. E allora ecco che la canzone di Consuelo diventa l’equivalente pop dell’invocazione di Catullo a Lesbia: “Dammi mille baci, poi cento,/ poi ancora mille, poi di nuovo cento,/ poi senza smettere altri mille, poi cento”. Che tra l’altro erano anch’essi baci richiesti all’amante per proteggersi dal senso di una fine incombente: quella in cui “nobis cum semel occidit brevis lux,/ nox est perpetua una dormienda”; quella cioè in cui “tramonterà questa breve luce/ e ci toccherà dormire un’unica notte perpetua”. Ma la canzone ci ricorda anche le albe dei poeti provenzali e per esempio quella di Raimbaut de Vaqueiras: “Mas paor \ Nos fai l’alba, \ L’alba, oi l’alba” (“Ma abbiamo timore noi dell’alba. L’alba, ahimè, l’alba”). Ed è  la stessa alba di Romeo e Giulietta: «Look, love, what envious streaks \ Do lace the severing clouds in yonder east. \ Night’s candles are burnt out, and jocund day \ Stands tiptoe on the misty mountain tops. \ I must be gone and live, or stay and die.» (“Guarda, amore, che raggi invidiosi annodano le nubi che si separano laggiù a oriente. Le candele notturne si sono consumate e il lieto giorno sta in punta di piedi sulle cime delle montagne nebbiose. Devo partire e vivere, o restare e morire”). E infine, perché no?, ci ricorda anche l’invocazione dei Tristano e Isotta wagneriani alla notte affinché duri per sempre, e così duri per sempre il loro abbraccio, e nessuna mañana, nessun despues li separi mai:

Al giorno! Al giorno!
al perfido giorno,
al più duro nemico,
odio e maledizione!
Come tu la luce,
oh potessi io spegnere
il lume al giorno insolente,
per vendicare le sofferenze d’amore! (altro…)

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)