Richard Adams

Mai più senza # 8 – La collina dei conigli

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

R. Adams, "La collina dei conigli", ed. BUR 2009 con copertina speciale di Will Staehle. Traduzione di Pier Francesco Paolini.

R. Adams, “La collina dei conigli”, ed. BUR 2009 (I ed. 1972) con copertina speciale di Will Staehle. Traduzione di Pier Francesco Paolini.

«Non lo so, esattamente, dove andremo, ma chiunque lo desideri può venire con noi.»

La prima pagina è la descrizione di un campo. Il libro è grosso, pasciuto, come quei libroni che sono la gioia di chi abbia tempo da ritagliarsi e voglia uscire stordito da una lettura. E per questo ha tutto, e ben dosato: lunghe descrizioni di paesaggi, brevi guizzi lirici, pagine e pagine di narrazione galoppante e pura, precisazioni sulla lingua e sulle abitudini dei conigli selvatici, inserti – magnifici – di racconti basati sulla mitologia lapina (i miti di fondazione di El-ahrairà dai mille nemici, la benevolenza di Frits il Sole, il dolce e tremendo Nero d’Inlé, che sussurra il nome dei conigli per accompagnarli a smettere di correre).
La prima pagina, quindi, è la descrizione di un campo. La seconda vede l’ingresso dei due protagonisti: Moscardo, giovane coniglio sveglio e generoso, e il piccolo Quintilio, chiamato in questo modo perché i conigli sono in grado di contare fino a quattro, e, ultimo della cucciolata, gli era stato così dato in nome l’equivalente di “ennesimo”.
Moscardo bruca l’erba, ma Quintilio è nervoso. Spesso gli capita di avere premonizioni, angosce, che il fratello ha imparato a prendere sul serio. Quintilio non sa specificare cosa di terribile stia per accadere, ma percepisce che a turbarlo è qualcosa che proviene da una stecca di legno inchiodata a due pali: noi lettori umani abbiamo tutto l’agio di leggere dal cartello che il campo verrà reso edificabile e, sapremo in seguito da un coniglio superstite, la conigliera sgombrata con del gas.
A capo di un piccolo gruppo, prima della tragedia e deriso dal Coniglio Capo, comincia per Moscardo un lungo cammino alla ricerca di una patria, un’Eneide lapina dove al termine del viaggio sarà necessaria una battaglia sanguinosa per conquistare l’appartenenza ad una nuova terra. E qui, nessuna guerra di conquista, ma una lotta per scardinare dall’interno una tirannide: il romanzo d’avventura vira verso la distopia, e la posta in gioco è fondare una comunità armoniosa e collettiva a partire dalla fuga di un profeta e di un eroe.

Ho letto La collina dei conigli a vent’anni, scoprendo uno di quei rari prodigi letterari in grado di sbaragliare l’anagrafe. Perché accanto alla tenerezza e allo spavento, reagenti di ogni libro che abbia letture parallele nel corso dell’età, quello di Adams è un lavoro raffinatissimo che riesce a non perdere mai in leggerezza per scantonare nel giochino intellettuale.
Elementi della lingua lapina, costruita in base a un sistema che mantiene la sua logica, sono usati e tradotti solo in funzione alla storia; i racconti mitologici danno indicazioni sul sistema di valori e sulla percezione del mondo dei piccoli protagonisti e assieme costruiscono una narrazione parallela e più profonda; e citazioni, coltissime (Shakespeare, Auden, Lord Byron), sono in esergo a ogni paragrafo, facendo da raccordo con una possibilità di lettura più  ampia senza disturbare il godimento dell’azione.
Si inizia, ad esempio, con Eschilo, con il coro dell’Agamennone che cerca di calmare Cassandra dai suoi timori; stilemi che sono quasi immediatamente ripresi nel dialogo tra Moscardo e Quintilio:

I due conigli si fecero più da presso, a saltelli, e andarono ad agguattarsi in un cespuglio di ortica, lì vicino. Arricciavano il naso all’odore di alcuni mozziconi di sigaretta, fra l’erba. D’un tratto, Quintilio cominciò a rabbrividire e a rannicchiarsi su se stesso.
«Oh, Moscardo! È da qui che proviene! Ora lo so… Una cosa molto brutta! Qualcosa di terribile… E vicina, vicina.»
Piagnucolava, dalla gran paura.
«Che genere di cosa?… che vuoi dire? Poco fa mi dicevi che pericoli non ce ne sono.»
«Non lo so, che cos’è» rispose Quintilio, desolato. «Qui non c’è nessun pericolo, per ora. Ma si sta avvicinando… è in arrivo. Oh, Moscardo, guarda! il prato! È coperto di sangue!»
«Non dire stupidaggini, quello è il rosso del tramonto. Su, Quintilio, non parlare a quel modo, mi spaventi.»
Ma Quintilio seguitava a tremare e piangere, fra le ortiche, mentre Moscardo tentava di consolarlo e capire cosa l’avesse ridotto in quello stato, fuori di sé. Se era atterrito, perché allora non correva a nascondersi, come ogni coniglio sensato? Ma Quintilio non riusciva a spiegare il perché e la sua angoscia aumentava.

È invece una citazione da I lotofagi di Tennyson ad aprire, in maniera molto appropriata, una delle sezioni più spaventose del libro. Siamo ancora quasi all’inizio: il piccolo gruppo di Moscardo è stato accolto da una comunità molto florida di conigli, che abita in un’ampia conigliera e ha garantito ogni giorno cibo fresco in un campo poco lontano. I conigli della comunità non sono minacciosi, anche se molto misteriosi e schivi: svicolano a ogni domanda, ma mettono a disposizione il cibo comune e le tane libere. Solo Quintilio rifiuta di unirsi al gruppo e passa la notte sotto un ginepro, a tremare di paura. Ci accorgiamo, come Quintilio non riesce a mettere a fuoco nei suoi terrori, che la conigliera appartiene all’uomo: lui la foraggia e lui ne riscatta degli esemplari, ed è da qui che vengono il benessere e la ritrosia dei suoi abitanti. Ora, mi aiuto con un passo di Agamben da Il linguaggio e la morte: «l’animale, morendo, ha una voce […], il linguaggio umano, che articola e arresta il puro suono di questa voce (la vocale) – che articola, dunque, e trattiene questa voce della morte – può diventare voce della coscienza, linguaggio significante»: in altri termini, l’uomo conosce intimamente la propria mortalità prima che essa si presenti, ed è da qui che si dipana il suo linguaggio. Non dagli uomini, io credo, ma dalla morte, una morte innaturale che li falcia come offerte a un dio misterioso (una morte che non è l’accettazione della fine delle cose) gli abitanti della conigliera hanno imparato abitudini che sono dell’uomo: con dei sassi conficcati nelle zolle dipingono un El-ahrairà in cui non credono; con sgomento di Moscardo e dei suoi, sono in grado di ridere; e soprattutto, come l’animale e l’uomo de Il linguaggio e la morte, mentre i conigli di Moscardo conoscono l’epica e i miti, la conigliera della morte è approdata alla lirica. Ed è dopo aver ascoltato una poesia di resa al proprio destino mortale che Quintilio, pazzo di terrore, reagisce così:

Mentre ascoltava, Quintilio era apparso in preda a un misto di incredulità, estasi e orrore. Sembrava al tempo stesso accettare ogni parola e insieme esserne spaventato. Tratteneva il fiato, come stupito di riconoscere certi suoi semignoti pensieri. Finito il carme, stentò a tornare in sé. Digrignava i denti e si leccava i labbri, come Mirtillo alla vista del porcospino morto in mezzo alla strada.
Un coniglio spaventato da un nemico tante volte si rannicchia in se stesso e resta immobile, come affascinato o come sperasse di non farsi, in tal modo, notare. Ma poi, ammenoché quella specie d’incantesimo non sia troppo potente, si riscuote e, d’un tratto, s’affida a quella ch’è la sua maggior risorsa: la fuga. Così, dopo la malia, reagì Quintilio. Di colpo balzò su, cominciò ad aprirsi un varco tra la ressa. Vari conigli, da lui urtati violentemente, gli si volsero contro adirati, ma lui non ci badava. Quando si scontrò contro due maschi corpulenti, non riuscendo a farsi largo in mezzo a loro, divenne isterico, si diede a cozzare e scalciare. Moscardo, che lo seguiva, durò fatica a evitare una rissa.
«Mio fratello è una specie di poeta anche lui, sapete» disse ai due, che rizzavano il pelo. «Certe cose gli fanno una forte impressione, e neanche lui sa perché.»
Uno dei due si lasciò convincere, ma il suo compagno disse: «Ma no! Un altro poeta? Ascoltiamo anche lui, allora. Così almeno mi ripaga per il graffio che m’ha fatto. Veh! Mi ha mezzo scorticato una spalla!»
Quintilio era già passato oltre, però, e si stava dirigendo verso l’uscita. Moscardo lo seguì. Era arrabbiato, però, per il modo in cui quello si stava comportando, mentre lui si era dato tanta pena per stabilire rapporti di amicizia; e così chiamò Parruccone e gli disse: «Vieni con me, e aiutami a farlo ragionare. Una rissa è l’ultima cosa che possiamo desiderare, adesso.» Riteneva che Quintilio meritasse una buona strigliata da Parruccone, ormai.
Insieme inseguirono Quintilio e lo raggiunsero allo sbocco della galleria. Prima però che potessero dirgli una parola, lui si volse di scatto e cominciò a parlare, come se rispondesse a una domanda.
«Ve ne siete accorti, allora? E volete sapere se anch’io me ne sono accorto? Certo che me ne sono accorto! Il peggio è, che non c’è nessun imbroglio. Dice la verità. E dal momento che dice la verità, secondo voi, non può essere follia. È questo, no, che stavate per dire? Non te ne faccio una colpa, Moscardo. Mi sentivo attratto anch’io verso di lui, come una nube va a unirsi a un’altra. Poi, all’ultimo momento, mi sono ribellato. Chissà perché! Non è stato di mia spontanea volontà, è stato un caso. Una piccola parte soltanto, di me, m’ha costretto a scappare. T’ho detto che il soffitto di quella sala era fatto di ossa? No! È come una gran nebbia di follia che copre tutto il cielo. E noi non saremo più in grado di essere guidati dalla luce di Frits. Oh, che ne sarà di noi? Una cosa può esser la verità e, insieme, essere una follia senza speranza, Moscardo.»