Riccardo Raimondo

Per ogni frazione | Davide Castiglione

 

Per ogni frazione (Campanotto editore), Davide Castiglione

Per ogni frazione di Davide Castiglione

 

postfazione di Luca Stefanelli

 

Al di qua del bene e del male, Di qua dallo slancio è la prima sezione di Per ogni frazione (Campanotto Editore 2010), il primo lavoro poetico di Davide Castiglione. La prima poesia merita l’incipit di questa mia recensione:

¿Chi, arrivato da aperture e retrovie
in mancanza perché intero, fatto suo
il lavorio della carezza
e dell’incidere – del rivolo –
forzerà il buio
e i cinque giri di chiave a precederlo
per un conoscersi senza giri
senza scorciatoie – chi
a fare, a non aspettare,
a sconfortare l’attesa?


Sbaglieremmo dicendo che quella di Davide è una poesia mentale.
Già da questi primi versi possiamo scrutare un sentimento di umanità reale, fisico, che indaga il lavorio della carezza, che ingrandisce al microscopio ogni moto dell’animo, scoprendone le geometrie.
Un carezza, quella di Davide che dialoga con le parole di J.Cortàzar che aprono la raccolta: nello slancio verso l’Altro «alla mano tesa doveva corrispondere un’altra mano da fuori, dall’altro».
C’è il tentativo di partire dalla circospezione delle emozioni – del più intimo microcosmo – per arrivare a uno slancio: una tensione metafisica dai luoghi reali e umorali dei sentimenti ai non-luoghi delle geometrie e delle geografie, dove tutto si corrisponde. Micro e macro in una danza:

Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto,
moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero
questo ho sperato soppresso dal pensiero.

 

Ci sono luoghi, ci sono centri dove la calce esige i corpi (da Centri), dove ha un senso netto anche il giro, tanto da accorrere / a nessun pro i ricordi; vanta un riproporsi di eventi / (ed edifici) come da anniversario ravvicinato (da Sensi della piazza, IV).
E ci sono non-luoghi dove per ogni frazione, nell’esserci / con forza e senza l’espediente / di dire noi, in due / disanimare la dipendenza dal due (da Archeologie).
C’è anche come una cristiana coincidenza tra lo slancio metafisico e lo slancio verso l’altro, e da questa unione nasce il meccanismo propulsore di tutta la poetica.
A sfavore della musicalità, un po’ disorganica e poco disinvolta, ci guadagna l’intuito del grande orologiaio che fissa il suo occhio attento sugli ordigni del senso.
La ricerca di Davide è tutta tesa a scardinare il rivolo, forzare il buio, superare le scorciatoie che ci allontanano dall’Altro. E così lo stile attraverso rime imperfette e interne, consonanze e assonanze, escogita un’armonia invisibile. La costruzione del verso che cerca il ritmo del carillon e, come una meridiana, vuole essere esatta e universale.
Davide cerca (e in parte a mio parere riesce benissimo) di svelare le maschere che rendono la vita fissa fissa ibernata im- / pedita (da Centri). Oppure trova nelle scene di vita ordinaria il male che inibisce le emozioni, che agisce al di qua dallo slancio:

 

Sensi della piazza, II

Ridono puntualmente le facce accanto agli scooter,
gergo-gel-giubbotti (a imbottirsi ci si sente)
se le danno per uno sguardo di troppo e pace.
Certi immutabili in uno scontento (da poco? da molto?)
guardati per sbaglio, per distrazione qualche secondo,
fanno il corso, il loro corso, imbucano bar o banche.
Le cose mute in sincronia, il lineare della superficie
sono anche per chi passa defilato: è corpo in transito
al rosso di un semaforo, il suo rovello di mesi o anni
ornamento di un viso, la lastra prima dei suoi geroglifici.

Davide Castiglione è nato ad Alessandria il 19/11/1985. Si laurea in Lingue con una tesi su V.Sereni traduttore di W.C.Williams. Si interessa di di poesia, traduzione, critica letteraria e letterature comparate.
Per ogni frazione
è la sua prima raccolta.

Bestie e dintorni | Amos Mattio

 

 

Bestie e dintorni, di Amos Mattio (Lietocolle), prefazione di Maurizio Cucchi

 

Bestie e dintorni di Amos Mattio

prefazione di Maurizio Cucchi


«Lo sguardo del poeta si fissa su realtà in apparenza di anche minima portata, ruba verità nel poco o nell’insignificante» – così Maurizio Cucchi nella prefazione a Bestie e dintorni (Lietocolle, 2004) di Amos Mattio, ne descrive il meccanismo poetico.
In questa sua prima raccolta poetica, Amos si muove tra insignificanti «dettagli, [ma] rivelatori di senso». Sono le energie sottili, quelle che evoca a servizio dei suoi versi, sono invisibili démoni dell’aria.
Il poeta/alchimista modula con attenzione ogni elemento del sistema: «Ti sei mai chiesto perché si va a capo?» – dice in un’intervista. Misura meticoloso le anafore, le assonanze e le rime interne: sono mille / giorni e ancora lento / scivola il riflesso sotto mille / coltri pesanti – e un pianto (da Scende una voce…).
Piega la notte in tante / lenti soffuse di vermiglio
(da Lenti di vermiglio), lenti che aprono al soggetto il funzionamento degli ingranaggi nascosti della grande giostra della vita. Ne risulta uno sguardo aereo, meditativo che attraversa l’esperienza quotidiana. C’è una sorta di “trascendenza per scivolamento” che si realizza avendo sommato sensazione dopo sensazione:


La giostra

Lento e volentieri, scivolare
giù dal sorriso, silenzioso
dimenticato e allegramente
correre in fuga. Il tempo
è in preda al gioco, fermo
sul seggiolino: gli occhi
sbarrati e stanchi, indefiniti
che girano per nulla e un punto
uguale da ogni lato. Ritornare
e piangere nel buio, vergognoso
e intirizzito, nella notte
che insegue il giorno e scivolare.

Una dimensione metafisica, quella di Amos, però non del tutto compiuta e composta. C’è di fondo un’inquietudine montaliana che lo lega alla terra, un’inquietudine di quella che si aggira solo in certi ricordi brevi e sparsi / che sfocano nel gorgo (da Franti precipitano il giorno…). Ma c’è anche una grande forza invisibile che riecheggia sottilissima, forzando con le mani intrise il gorgo (da Campi notturni), una volontà di superare la notte, di attizzare il fuoco della poesia.
Il non-luogo della sua poesia è nei dintorni dove un canto / sale le gocce e i rintocchi / notturni dei ricordi – batte l’ora / trepida del sogno (da Scende una voce…).
I doni del sogno sono visioni allo Specchio, immagini sintetiche e veloci, intime e surreali: sono le sue Bestie.
M.Cucchi in prefazione ricorda le Bestie di Federigo Tozzi.
Mi piace ricordare qui il “finto realista” Tozzi, di cui De Benedetti sottolineerà le forti corrispondenza col surrealissimo Kafka. È una poetica, questa e quella di Amos, che si aggira tra due poli, realtà quotidiana e simbolo onirico e archetipale, verità e sogno analogico.
È un’ antenna metafisica che riceve e rielabora le immagini del mondo, e il mondo per immagini sintetiche, ermetiche, solo apparentemente ed esclusivamente intime; immagini che si aprono a simboli di una «generale frustrazione umana» (De Benedetti).

Il cane lupo

Un pelo grigio lupo e un canto
addosso alla folla, li sostiene
il suono di una fisarmonica,
logoro di anni, note
gettate dall’altro nel cappello
insieme alle monete. Grida
il vecchio cane e gli brillano gli occhi,
e ridono di scherno nel ricordo
di una bottiglia buona, di una vita,
di un altro teatro… la gente
sorride e procede: la vetrina
copre i rumori. Il cane abbaia
qualcosa a una signora, ubriacato
di musica, e non sente il freddo – sembra –
ma guarda le facce, i capelli,
i baffi e il disappunto. Canta
in mezzo alla platea prima del buio
quello che vede e suona
per non guardarsi. Ieri sera
dalla vetrina un cane ha fatto un lago.

 

Amos Mattio è nato a Cuneo il 4 luglio 1974, vive a Milano, dove scrive e lavora nell’ambito della consulenza editoriale e della comunicazione. Suoi versi sono apparsi anche nell’antologia “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2004). Collabora con La casa della poesia di Milano e con la rivista Il Grillo.