riccardo duranti

I poeti della domenica #128: Tess Gallagher: Lettera a un Bacio che è morto per noi

tess gallagher fonte a cup of poetry

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Lettera a un Bacio che è morto per noi

Sto scrivendo le tue memorie.
È come abbandonare il mondo
eppure trovarti ancora lì
come ci hai ricevuto e formato,
diventando all’istante irripetibile.
Continuo a pensare di poter scrivere una guancia
contro di te, se non proprio labbra. Una guancia magnetica
in modo che il suo clangore riecheggi
per un po’. T’induco in tentazione con nudità
in terrazza, con i tamburelli, con tutti i miei vezzi
da gitana. Con gli slanciati fianchi del desiderio
induco in tentazione te che te ne sei andato per sempre,
un pensiero che riesco a formulare
perché questa lettera è scritta
al di fuori di qualunque morte.

*

Letter to a Kiss That Died for Us

I have been writing your memoir.
It is like leaving the world
and still finding you there
as you received us, shaped us
and instantly became unrepeatable.
I keep thinking I can write a cheek against
you, if not lips. A magnetic cheek
with the taste of cold, metallic air
on it so the clang of it will stay
a little after. I tempt you with nakedness
on a terrace, with tambourines, all my gypsy
favors. With the sleek flanks of longing,
I tempt you who are gone forever,
a thought I can have
as this letter is written
outside any death.

*

da Tess Gallagher, Spontaneamente, a cura di Riccardo Duranti, Donzelli, 1999

Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle

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Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2016,  16,00; trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante

*

Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? È come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

Molte volte nella vita mi è sembrato di stare dentro una poesia di Carver. Pensarlo e basta è bello, accontentarsi della sensazione, godersi il momento, che si tratti di un’alba più rosa o di un caffè, o di un dolore a sorpresa. Capire il perché vuol dire mettersi a scrivere, significa venire a patti con qualcosa che volevi fare da molto tempo. E oggi è quel momento, l’occasione arriva dalla ripubblicazione di Orientarsi con le stelle – tutte le poesie di Carver – da parte di minimum fax, nella collana Classics. Le poesie di Carver sono le cose che ti accadono, come se qualcuno le avesse immaginate per te e ti avesse scritto i testi. Non è la poesia che racconta della realtà, è la realtà che assomiglia alle poesie di Carver. È come se tu essere umano normale, tu persona, tu con le tue rogne, tu che vai e vieni con le tue piccolezze e le tue meraviglie ti leggessi con gli occhi filtrati dall’incanto, quel piccolo miracolo che creano questi testi. Anna Maria Carpi definisce le sue poesie come “mie piccole arroganti”, quelle di Carver le chiamerei “mie piccole rivelatrici”.

Eppure ho scritto sui racconti, del Carver narratore, ma mai delle poesie. Il Carver poeta è all’altezza del prosatore, le due cose sono complementari, anche se diverse. Vediamo come. Spesso si è semplificato, magari andando a prendere qualche pezzo di intervista dello scrittore americano, come quando affermava di scrivere poesie quando aveva poco tempo per i racconti perché doveva lavorare. Perché doveva sgobbare. Non ho mai concordato con la teoria, più o meno diffusa, secondo la quale le poesie di Carver siano preparatorie ai racconti; è vero, però,  che i temi si rincorrono e si ritrovano nei versi e nelle frasi. Se leggiamo, però, un brano di un racconto e i primi versi di qualunque poesia di Carver, vedremo subito una palese, importantissima, differenza: nelle poesie c’è sempre Carver nel testo, lui come uomo, lui e le sue esperienze; nei racconti fa il narratore. In entrambi i casi racconta la vita, l’umanità, le cose che si frantumano nelle nostre storie e quelle che le ricompongono. Sempre sa quando accelerare. Per molti lettori è superiore il Carver dei racconti, io non lo so. So che mi piace parecchio anche il Carver poeta.

“Era piuttosto la corrente spirituale da cui muoveva per scrivere i racconti”. Così scrive Tess Gallagher nell’introduzione al libro, invece che una cosa alla quale si dedicava tra un racconto e l’altro. Come se scrivere poesie fosse un passatempo. Le poesie di Carver sono luminose. Il poeta è consapevole e innocente. Lo sguardo è attento ma ingenuo, pronto a cogliere una novità. Pronto a guardare una cosa come se capitasse per la prima volta. Capace di mettere in relazione una fotografia del passato con uno stato d’animo attuale, di raccontare la morte attraverso gli occhi di un bambino che vi assiste senza riconoscerla. “Capace di amore, capace di morte”, direbbe Guccini.

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Poeti della domenica #16: Tess Gallagher, Veglia

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Tess Gallagher, photo by John Minihan

Veglia

Tre notti sei rimasto steso in casa.
Tre notti nel gelo del corpo.
Volevo avere la prova sicura di quanto
fossi stata lasciata sola? Nel grande buio della stanza
sono salita accanto a te nel letto alto, il letto
in cui c’eravamo amati e in cui avevamo dormito, sposati
e non sposati.

C’era un alone di freddo intorno a te
come se con la morte i messaggi del corpo arrivassero
più lontano e il mio calore assumesse l’argenteo biancore
di una voce lanciata intatta attraverso la neve solo
per sentire se stessa nel nitore del richiamo.
Per un po’, allora, siamo morti insieme, galleggiando
sereni sull’ampio e bizzarro baldacchino
del mondo abbandonato.

*

Wake

Three nights you lay in our house.
Three nights in the chill of the body.
Did I want to prove how surely
I’d been left behind? In the room’s great dark
I climbed up beside you onto our high bed, bed
we’d loved in and slept in, married
and unmarried.

There was halo of cold around you
as if the body’s messages carry farther
in death, my own warmth taking on the silver-white
of a voice sent unbroken across snow just to hear
itself in its clarity of calling. We were dead
a little while together then, serene
and afloat on the strange broad canopy
of the abandoned world.

*

© Tess Gallagher da Viole nere, Einaudi, 2014. Traduzione di Riccardo Duranti

Richard Ford (di Ezio Tarantino)

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Richard Ford è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. E lo è.

In attesa della traduzione dell’ultimo capitolo di quella che è diventata ormai la “tetralogia di Frank Bascombe” (Let Me Be Frank with You, che chiude la serie che vede come protagonista l’ex scrittore, ex giornalista sportivo ed ex agente immobiliare Frank Bascombe appunto, iniziata con The sportswriter, proseguita con Independence dayThe stay of the Land – Lo stato delle cose, in italiano), ho finito di leggere gli ultimi due libri tradotti in italiano che mi mancavano: “L’estrema fortuna” (il suo primo romanzo) e la raccolta “Donne e uomini”.

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Janice Kulik Keefer – Riflessioni ucraine

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Janice Kulik Keefer, poeta, narratrice e critica letteraria, nasce a Toronto il 2 giugno 1952  da genitori di origine ucraina. Dopo gli studi universitari, completati in Inghilterra e Francia, vive a Toronto. Ha insegnato letteratura inglese e scrittura creativa all’Università di Guelph. È autrice di quattro raccolte di poesia: White of the Lesser Angels (1986), Marrying the Sea (1998), Midnight Stroll (2007) e Foreign Relations (2010; frutto di una collaborazione con la pittrice, anch’essa di origini ucraine, Natalka Husar). La scrittrice è spesso tornata, soprattutto nella più recente produzione, a riflettere sulla propria identità culturale, legata alle origini ucraine della famiglia. Numerosi i riconoscimenti ottenuti, sia in patria che all’estero. Un’ampia raccolta di traduzioni italiane dei suoi testi, a cura di Valentina Morana, è apparsa su ‘Poesia’ (n° 248, aprile 2010).

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La domenica (i sogni) e Raymond Carver

foto gm

Mia moglie ha l’abitudine di raccontarmi i suoi sogni quando si sveglia. Io le porto il caffè e un bicchiere di succo di frutta e mi siedo accanto al letto; intanto lei si sveglia e si scosta i capelli dalla faccia. Ha la solita espressione di quando ci si sveglia, ma anche lo sguardo di chi torna da qualche parte.
“Allora?”, le dico.
“Roba da matti”, dice lei. “Ho fatto un sogno proprio strano. Ho sognato che ero un ragazzo. Andavo a pesca con mia sorella e una sua amica, però ero ubriaco. Pensa un po’. Non ci si crede. Insomma, dovevo accompagnarle a pesca con la macchina, ma non riuscivo a trovare le chiavi. Poi, quando le trovavo, non mi partiva la macchina. Dopodiché, all’improvviso, eravamo già a pesca, su una barca in mezzo al lago. Stava arrivando un temporale, ma non riuscivo a far partire il motore della barca. Mia sorella e la sua amica non facevano altro che ridere. Ma io avevo una gran paura. E poi mi sono svegliata. Non ti pare strano? Tu che ne dici?”
“Scrivilo”, le ho detto, alzando le spalle. Che altro potevo dire? Io non sogno nemmeno. Sono anni che non sogno più. Oppure sogno, ma non mi ricordo niente quando mi sveglio.
E certo non mi intendo di sogni – miei o di altri. Una volta Dotty mi ha detto di aver fatto un sogno subito prima che ci sposassimo in cui le sembrava di essersi messa ad abbaiare!
Si svegliò e vide Bingo, il suo cagnolino, seduto accanto al letto che la guardava in un modo che le parve molto strano. E così si ricordò che aveva abbaiato nel sogno. Chissà che voleva dire?, si chiedeva. “Era un brutto sogno”, disse. Lo aggiunse al suo libro dei sogni, ma la cosa finì lì. Non ci tornò sopra. Non cercava di interpretare i sogni. Si limitava a trascriverli e poi, quando ne faceva un altro, trascriveva anche quello.
Le ho detto: “Faccio un salto di sopra. Devo andare in bagno”.
“Fra poco mi alzo anch’io. Mi devo prima svegliare per bene. Voglio pensare un altro po’ a questo sogno”.
L’ho lasciata lì, seduta a letto, con la tazza in mano, ma senza ancora aver assaggiato il caffè. Se ne stava lì seduta a riflettere sul suo sogno.
In realtà non avevo più bisogno di andare al bagno e così mi sono preso un altro caffè, seduto al tavolo di cucina. Era agosto, faceva un gran caldo e le finestre erano spalancate. Caldo, sì, faceva proprio caldo. Un caldo boia. Mia moglie e io avevamo dormito giù nel seminterrato per la maggior parte del mese. Comunque, ce la cavavamo. […]

© Raymond Carver, Sogni da Se hai bisogno chiama, traduzione di Riccardo Duranti (ed. Minimum fax, 2000), Einaudi, 2010

Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

immagine google

Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

“Cerco di scrivere ogni racconto meglio che posso senza pensare a  chi influenzerò o a che tipo di impressione farò”. Prima di mettermi a scrivere questo articolo ho riletto alcuni racconti di Raymond Carver, scelti a caso in diversi libri, pensavo che dopo tante letture riuscissi a mantenere un distacco “tecnico”, ma non è così: Leggendo Carver si prova il classico colpo al cuore. Solo che qui il romanticismo non c’entra niente. Il colpo al cuore è scatenato da una miscela di ingredienti, che proverò ad analizzare per recuperare quel distacco tecnico necessario all’oggettività. Nessun gesto è casuale. I personaggi di Carver sono disposti nella scena (che si tratti di Motel, Abitazione, Bar, Automobile, Ospedale) in maniera precisa è qualunque gesto compiano non è mai per caso. Ogni azione racconta l’azione stessa ma anche altro. Se un uomo o una donna stanno lavando posate e bicchieri, non staranno mai facendo solo quello. Le posate saranno lavate con lentezza e asciugate meticolosamente, oppure molto in fretta, sgrassate poco, appoggiate sul lavello alla rinfusa. Ampliamo la scena. Una donna torna a casa dal lavoro, suo marito è in salotto, sta seduto sul divano, guarda la Tv su un canale qualsiasi, ha in mano un bicchiere da cui ha bevuto gin o scotch, ce lo dicono il cubetto di ghiaccio rimasto sul fondo, ce lo dice la sua barba incolta, gli occhi nel vuoto. Ce lo dice la sua donna che entra e non dice “Ciao”. Questa scena potrebbe stare in una prima pagina di un racconto di Carver. I due personaggi non avrebbero ancora parlato, avremmo visto solo un quarto della casa ma sapremmo già molto, quasi tutto quello che serve al prosieguo della storia. Vediamo i protagonisti, sappiamo che qualcosa sta per accadere, prima che accada. Carver ce lo ha già detto. I dialoghi a tre o più persone. In molti racconti di Carver siamo messi di fronte a conversazioni svolte tra più persone, solo per accennarne un paio, vi rimando alle cene di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” (dalla prima raccolta dello scrittore americano quella dei famosi tagli di Gordon Lish, uscita in Italia per Minimum fax e poi nella versione senza tagli Principianti per Einaudi) e di “Penne” (il racconto che apre Cattedrale, forse il suo capolavoro). Credo che scrivere un racconto con quattro attori che dialogano seduti a tavola e, contemporaneamente, narrarci le loro vite, farci vedere tutto quello che c’è oltre quel tavolo, quella stanza, il loro passato, il presente e, addirittura, il futuro, sia una delle cose più difficili da fare. Nel primo dei due racconti, che ho citato, i personaggi conversano rapidamente, tutti e quattro, come nella realtà, mentre lo fanno riempiono e vuotano i bicchieri, la luce nella casa cambia, le voci si impastano. Le emozioni salgono, le loro commozioni, i rimpianti, i dolori, le convinzioni sovvertite diventano le nostre, stiamo dalla loro parte, siamo loro in un finale che comincia a scriversi dalla prima parola, perché il finale classico nei racconti di Carver non c’è. Tutto quello che c’era da vivere, comprendere, immaginare è già venuto fuori, prima dell’ultima pagina che non è meno importante di tutte le altre ma lo è come tutte le altre. Tutti racconti di Carver sono incipit e finale nello stesso tempo, lo scrittore americano mette sul tavolo tutti gli elementi dall’inizio, poi li dispone, li elenca ma tutto è già lì. Nessun trucco (come amava dire lui) e massima onestà verso il lettore. L’importanza delle parole. In una delle sue frasi maggiormente citate, Carver sottolineava come le parole fossero tutto quello che abbiamo e per questo bisognava usarle con la giusta cura, senza sprecarle (che non vuol dire risparmiarle). L’uso che egli fa delle parole è pressoché perfetto. I termini sono precisi, le descrizioni impeccabili, gli aggettivi usati solo se necessario. Si ha la sensazione, leggendo, che ogni singola parola non potrebbe essere in alcun caso sostituita da un’altra. Raymond Carver scriveva nei suoi manuali e raccomandava ai suoi studenti di scrittura creativa di non usare due parole laddove ne sarebbe bastata una. Questo non vuol dire essere minimalisti (minimalista era Lish, il suo editor), Carver, così come lo definì Foster Wallace, era un artista della parola. Sapeva scegliere quali usare e a quali rinunciare. Per questo era anche un bravissimo poeta. La punteggiatura e la revisione.  Una volta conclusa la prima stesura di un racconto, Carver passava molto tempo a revisionarlo. Durante questa fase accorciava (a volte anche di parecchio) le storie, per tener fede a qualcosa in cui credeva molto: L’economia della parola. Toglieva i verbi, gli aggettivi, i sostantivi superflui. Cambiava. Controllava in maniera maniacale la punteggiatura (fedele ai dettami di uno dei suoi massimi ispiratori IsaaK Babel), un punto o una virgola messi al posto giusto valevano la salvezza dell’intero periodo e di quelli successivi. Si fermava solo quando si accorgeva di aver aggiunto qualcosa cancellato in precedenza. Era un chirurgo che aveva penna e cuore. La semplicità. La lingua usata da Carver è quella del linguaggio di tutti i giorni, egli credeva molto in questo. Pensava, però, che per ottenere quella “semplicità” bisognasse lavorare molto “per farla sembrare trasparente”. Gli uomini e le donne di Carver parlano la lingua dell’America delle piccole città, dei Motel, dei Camper, dei Market in mezzo al niente, ma quella stessa lingua la usano pure i medici, gli avvocati perché è “La lingua”, il solo linguaggio possibile quello più vicino alla verità. La pietà e l’umanità. Non si percepisce mai odio nei personaggi di Carver, al massimo un accenno di risentimento per qualcosa che non c’è più o che sta finendo. Figli che vivono a migliaia di miglia di distanza dai genitori, padri alcolisti, madri che non sanno prendersi cura dei propri figli, amori perduti e ritrovati, gli operai, i falegnami, i disoccupati. Questi sono i cittadini dei paesi di Raymond Carver, per le loro vite (per le vite di tutti loro) proveremo una sorta di compassione collettiva, a loro guarderemo con tenerezza. Perché è così che li guarda chi li ha inventati, senza cinismo, con umana pietà; con lo sguardo di chi sa che la vita può girare per il verso giusto o per il verso sbagliato da un momento all’altro, per molto poco. Per questo nessuno ha saputo raccontare gli Stati Uniti D’America degli anni settanta/ottanta come ha fatto Carver. L’America fuori dalle grandi città, quella dove accade poco del Sogno Americano, ma quel poco è un mondo fatto di anime che provano a stare in piedi come meglio possono, a volte si attaccano a una bottiglia altre a una stretta di mano, a volte a qualcuno che se ne è andato. Tutti presi a vivere il presente, un presente che è anche domani. Vi ricordate il pasticcere di “Una cosa piccola ma buona”? Come sembra bastardo e come cambia quando sa del bambino? Dopo gli vogliamo quasi bene. «Non sono un uomo cattivo, almeno non credo. Non sono cattivo come ha detto al telefono. Dovete cercare di capire che in fin dei conti il problema è che non so più come comportarmi, a quanto pare» […] «permettetemi di chiedervi se ve la sentite  in cuor vostro di perdonarmi». E lo perdonano, nel racconto non c’è scritto ma lo fanno. Un ultimo aspetto che mi preme segnalare, importante per noi italiani è la traduzione. Il traduttore italiano di Carver da sempre è Riccardo Duranti, a lui dovrebbero andare i ringraziamenti di tutti noi per aver reso quella lingua la nostra, per essere entrato, ancor prima che nelle storie, dentro il cuore dello scrittore. Mettendo insieme tutti gli aspetti della prosa che ho provato a spiegare qui (senza contare quelli rimasti fuori) si può forse comprendere “il colpo al cuore” di cui scrivevo all’inizio. Carver è così, ti toglie il respiro e ti commuove fino alle lacrime, attraverso un perfetto meccanismo di scrittura, una classe e un talento senza eguali, mediante l’onestà. Per questo dire di lui “Minimalista” è come dire niente.

 

Gianni Montieri

nota: questo articolo è stato già pubblicato nel numero 15 della rivista QuiLibri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Raymond Carver (alcune poesie)

Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomna limo, foglia fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

*
Non c’è bisogno

Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende. Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così. Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima. Lasciami andare.
Non c’incontreremo più in questa vita,
perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.

***
La poesia che non ho scritto

Ecco la poesia che volevo scrivere
prima, ma non l’ho scritta
perché ti ho sentita muoverti.
Stavo ripensando
a quella prima mattina a Zurigo.
Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati. Come se
fossimo stati messi lì
proprio in quel momento.

*
Il pittore e il pesce

Tutto il giorno aveva lavorato come un treno.
Dipingeva per dipingere, sul serio, le pennellate
una dietro l’altra come una macchina. Poi fece uno squillo
a casa. E questo fu quanto. Fine della storia,
aveva detto lei. Lui tremava come una foglia. E ricominciò
a fumare. Si sdraiò un po’ ma poi si rialzò,
subito. Come faceva a dormire se la sua compagna lo sbeffeggiava
dicendo che il tempo stava per finire? Andò in macchina
fino in città. Ma non per bere.
No, fece due passi. Passò accanto a una segheria
chiamata «La segheria». Odore di legname
appena tagliato, luci dappertutto, uomini che guidavano
furgoncini ed elevatori, che si davano un gran da fare.
Legname ammucchiato fino al soffitto del magazzino,
lo stridere e lo sferragliare del macchinario. Abbastanza
facile da ricordare, pensò lui. Continuò
a camminare, ora pioveva, una pioggia leggera che vuole
fare il possibile per non dare troppo fastidio
a nessuno e chiede in cambio solo
che non la si dimentichi. Il pittore
si tirò su il bavero e disse tra sé e sé
che non se ne sarebbe dimenticato. Arrivò davanti a un edificio illuminato
dove, in una stanza, c’erano degli uomini che giocavano
a carte attorno a un grande tavolo. Un tizio
con il berretto stava alla finestra e guardava
fuori tra la pioggia mentre fumava
la pipa. Anche quella era un’immagine che non
voleva dimenticare, ma poi
al pensiero seguente si strinse
nelle spalle. A che serviva?

Continuò a camminare finché arrivò al pontile
con i suoi piloni mezzi marci. La pioggia cadeva
più forte ora. Sibilava quando colpiva
l’acqua. I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
come ricordi, come rivelazioni. Proprio
quando era sul punto di disperare,
un pesce saltò fuori dall’acqua
scura sotto il pontile e ricadde in acqua
e poi venne su di nuovo come una saetta
per ergersi sulla coda e scrollarsi tutto!
Il pittore poteva a stento credere
ai suoi occhi, alle sue orecchie! Aveva appena
avuto un segno – anche se la fede non c’entrava
niente. La bocca gli si spalancò
di colpo. Quando raggiunse casa
aveva smesso di fumare e raccolse
Ii pennello. Era pronto a ricominciare,
ma non sapeva se una sola
tela sarebbe bastata per contenere tutto. Non
importa. Avrebbe continuato
su un’altra tela, se necessario.
O tutto o niente. Lampi, acqua,
pesce, sigarette, carte, macchinari,
il cuore umano, quel vecchio porto.
Anche le labbra della donna contro
il ricevitore, anche quelle.
Le sue labbra arricciate.

*
Fotografia di mio padre a ventidue anni

Ottobre. Qui in questa fetida, estranea cucina
studio la faccia di mio padre imbarazzata da giovane.
Un sorrisetto timido, in una mano tiene una sfilza
di persici gialli e spinosi, nell’altra
una bottiglia di birra Carlasbad.

In jeans e camicia di tela, sta appoggiato
contro il paraurti anterior di una Ford del 1934.
Gli piacerebbe avere un’aria spavalda e cordiale per i posteri,
portare il suo vecchio cappello inclinato su un orecchio.
Per tutta la vita mio padre ha voluto essere un duro.

Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
che mostrano senza convinzione quella sfilza di persici morti
e la bottiglia di birra. Padre, ti voglio bene,
ma come posso dirti grazie, io che pure non reggo l’alcol,
e che non conosco nemmeno i posti buoni per pescare?

.

da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, ed. minimum fax (trad. di Riccardo Duranti)

Vicini – Raymond Carver

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come l’impressione di essere i soli, nella loro cerchia, a essere rimasti in qualche modo fuori: Bill, perso nel suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nei suoi compiti segretariali. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller pareva che gli Stone conducessero una vita più intensa e brillante della loro. I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano per tutto il paese in occasione di impegni di lavoro di Jim.
Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di macchinari e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a Cheyenne e poi a Saint
Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e annaffiato le piante. Bill e Jim si scambiarono una stretta di mano accanto alla macchina. Harriet e Arlene si tennero a vicenda per i gomiti mentre si sfioravano le labbra con un bacio.
“Divertitevi”, Bill disse a Harriet.
“Come no”, rispose Harriet. “Anche voi, ragazzi!”
Arlene annuì.
Jim le strizzò l’occhio. “Ciao, Arlene. Mi raccomando, trattalo bene il tuo vecchio”.
“Come no”, disse Arlene.
“Divertitevi”, ripeté Bill.
“Ci puoi scommettere”, disse Jim, colpendo scherzosamente Bill sul braccio. “E grazie ancora, ragazzi”.
Gli Stone agitarono le mani in segno di saluto dalla macchina mentre si allontanavano e i Miller risposero al saluto.
“Be’, mi piacerebbe essere al posto loro”, disse Bill.
“Dio solo sa se non farebbe bene anche a noi una vacanza”, disse Arlene. Mentre risalivano nel loro appartamento, prese il braccio del marito e se lo mise attorno alla vita.
Dopo cena Arlene disse: “Non ti scordare. La prima sera Kitty deve mangiare il cibo a base di fegato”. Rimase in piedi sulla soglia della cucina a piegare la tovaglietta fatta a mano che Harriet le aveva portato da Santa Fe l’anno prima. Entrando nell’appartamento degli Stone, Bill trasse un respiro profondo. L’aria s’era già fatta pesante e vagamente dolce. L’orologio a forma di sole sopra al televisore segnava le otto e mezza.
Ricordava ancora quando Harriet aveva portato a casa quell’orologio e aveva attraversato il pianerottolo per mostrarlo ad Arlene, cullandone la cassa d’ottone tra le braccia e parlandogli attraverso la carta velina che lo avvolgeva quasi fosse un bambino.
Kitty gli si strofinò contro le pantofole e si sdraiò su un fianco, ma saltò su subito appena lui si diresse in cucina e scelse una delle scatolette allineate in bell’ordine sul piano immacolato del lavello. Lasciò la gatta a sbocconcellare il cibo e si diresse in bagno. Si guardò nello specchio, chiuse gli occhi e si guardò di nuovo. Aprì lo sportello dei medicinali. Trovò un flacone di pillole e ne lesse l’etichetta – Harriet Stone. Una compressa al giorno come da ricetta – quindi se l’infilò in tasca. Tornò in cucina, riempì la brocca d’acqua e andò in soggiorno. Finito di annaffiare le piante, poggiò la brocca sulla moquette e aprì la credenza dove erano conservati i liquori. Allungò una mano fino in fondo e ne tirò fuori la bottiglia di Chivas Regal. Prese due sorsi attaccandosi alla bottiglia, si asciugò le labbra sulla manica e ripose la bottiglia nella credenza.
Kitty s’era messa a dormire sul divano. Bill spense le luci e lentamente si tirò la porta alle spalle, controllando che fosse chiusa bene. Aveva come la sensazione di essersi scordato qualcosa.
“Come mai ci hai messo tanto?”, gli chiese Arlene. Guardava la televisione con le gambe piegate sotto di sé.
“Niente. Mi sono messo a giocare un po’ con Kitty”, rispose lui, poi andò da lei e le carezzò i seni.
“Andiamocene a letto, tesoro”, le disse.
Il giorno dopo Bill si prese solo dieci dei venti minuti di pausa previsti nel pomeriggio e staccò un quarto d’ora prima delle cinque. Parcheggiò la macchina nel posto riservato a lui proprio mentre Arlene scendeva dall’autobus. Attese che lei entrasse nell’edificio e poi corse su per le scale per sorprenderla all’uscita dall’ascensore.
“Bill! Oddio, a momenti mi fai prendere un colpo. Sei in anticipo”, disse.
Lui si strinse nelle spalle. “Non c’era niente da fare, in ufficio”, disse.
Lei gli diede la sua chiave per aprire la porta. Bill lanciò un’occhiata alla porta dell’appartamento di fronte prima di seguirla in casa.
“Andiamocene a letto”, disse lui.
“Adesso?”, Arlene fece una risatina. “Ma Bill, che t’ha preso?”
“Niente. Togliti i vestiti”. Cercò goffamente di afferrarla e lei esclamò: “Dio Santo, Bill!”
Lui si slacciò la cintura.
Dopo, ordinarono cibo cinese per telefono e quando arrivò lo mangiarono con appetito, senza parlare, e si misero ad ascoltare dei dischi.
“Non ci scordiamo di dare da mangiare a Kitty”, disse lei.
“Stavo proprio pensando la stessa cosa”, disse lui. “Vado subito”.
Scelse una scatoletta al gusto di pesce per la gatta, poi riempì la brocca e andò ad annaffiare. Quando tornò in cucina, la gatta grattava la sabbia della lettiera. Lo fissò intensamente prima di rimettersi a grattare. Aprì tutti gli sportelli e passò in rassegna le scatolette, le scatole di cereali, il cibo confezionato, i bicchieri da cocktail e da vino, tazze, bricchi, piatti, piattini, pentole e padelle. Aprì il frigo. Annusò un gambo di sedano, staccò due morsi di cheddar e mangiucchiò una mela avviandosi in camera da letto. Il letto sembrava immenso, con una sovra coperta bianca e morbida che arrivava fino a terra. Aprì un cassetto del comodino, vi trovò un pacchetto di sigarette semivuoto e se l’infilò in tasca. Si avvicinò quindi al guardaroba e stava per aprirlo quando sentì bussare alla porta d’ingresso.
Mentre andava ad aprire si fermò in bagno e tirò lo sciacquone.
“Ma come mai ci metti tanto?”, chiese Arlene. “È più di un’ora che sei qui”.
“Ah, sì?”, disse lui.
“Eh, già”.
“Sono dovuto andare in bagno”.
“Guarda che il bagno ce l’ hai anche a casa”, disse lei.
“Era urgente”, disse lui.
Quella sera fecero di nuovo l’amore.
La mattina dopo chiese ad Arlene di chiamare l’ufficio per avvertire che non sarebbe andato al lavoro. Si fece una doccia, si vestì e si preparò una colazione leggera. Provò a cominciare a leggere un libro. Uscì a fare una passeggiata e si sentì meglio. Però dopo un po’ se ne tornò a casa con le mani in tasca. Si fermò davanti alla porta degli Stone per sentire se per caso la gatta gironzolava dentro l’appartamento. Poi aprì la porta di casa sua e andò in cucina a prendere la chiave dei vicini.
Una volta all’interno gli parve che facesse più fresco qui che a casa sua; era pure più scuro. Si chiese se le piante avessero qualcosa a che fare con la temperatura dell’aria. Guardò fuori dalla finestra e poi attraversò lentamente ciascuna delle stanze esaminando qualsiasi cosa cadesse sotto il suo sguardo, con attenzione, una cosa alla volta. Guardò posacenere, mobili, utensili di cucina, l’orologio. Tutto. Alla fine entrò in camera da letto e la gatta apparve ai suoi piedi. La carezzò una volta, la portò in bagno e la chiuse dentro.
Si stese sul letto e fissò il soffitto. Rimase lì a occhi chiusi qualche minuto, poi s’infilò una mano sotto la cintura. Cercò di ricordarsi che giorno era. Cercò di ricordare quand’era che gli Stone dovevano tornare e poi si chiese se sarebbero mai tornati. Non ricordava già più che faccia avevano e neanche come si vestivano o come parlavano. Con un sospiro e qualche difficoltà rotolò sul letto per alzarsi e si appoggiò al comò per guardarsi allo specchio.
Aprì il guardaroba e scelse una camicia hawaiana. Rovistò finché non trovo un paio di bermuda, ben stirati e appesi sopra un paio di calzoni di gabardine marroni. Si tolse i vestiti che portava e s’infilò i calzoncini e la camicia. Si riguardò nello specchio.
Andò in soggiorno e si versò da bere. Tornando in camera da letto, sorseggiò dal bicchiere. Provò una camicia azzurra, un completo scuro, una cravatta bianca e blu, scarpe nere eleganti. Intanto il bicchiere s’era svuotato e andò a versarsene un altro. Tornato di nuovo in camera da letto, si sedette su una poltroncina, accavallò le gambe e sorrise, osservandosi allo specchio. Il telefono squillò un paio di volte e poi tacque. Svuotò di nuovo il bicchiere e si tolse il completo. Rovistò nei cassetti superiori finché non trovò un paio di mutandine e un reggiseno. S’infilò le mutandine e si agganciò il reggiseno, poi frugò nel guardaroba in cerca di un vestitino. Si mise una gonna a scacchi e cercò di chiudere la cerniera. Indossò una camicetta bordeaux con l’abbottonatura davanti. Esaminò le scarpe di Harriet, ma capì subito che non
gli sarebbero entrate. Passò parecchio tempo dietro le tende della finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi tornò in camera da letto e rimise a posto ogni cosa.
Non aveva appetito. Neanche lei mangiò molto, del resto. Si scambiarono uno sguardo impacciato e un sorriso. Arlene si alzò da tavola e andò a controllare che la chiave dei vicini fosse al suo posto sulla mensola, poi sparecchiò in tutta fretta.
Lui rimase in piedi sulla soglia della cucina a fumare, poi la vide prendere la chiave.
“Mettiti comodo intanto che vado di là”, disse lei. “Leggiti il giornale o qualcosa del genere”. Strinse la chiave in pugno. Aveva un’aria stanca, gli disse lei.
Lui cercò di concentrarsi sulle notizie. Lesse il giornale e accese la televisione. Alla fine andò di là anche lui. La porta era chiusa.
“Sono io. Sei ancora lì, amore?”, chiamò.
Dopo un po’ la serratura scattò e Arlene uscì e si chiuse la porta alle spalle. “Sono stata via tanto?”, chiese.
“Be’, insomma, sì”, rispose lui.
“Sul serio?”, disse lei. “Credo di avere giocato tutto il tempo con Kitty”.
Lui la scrutò, ma lei distolse lo sguardo, la mano ancora poggiata sul pomello.
“È strano, sai?”, disse lei. “Voglio dire… entrare così, in casa d’altri…”
Lui annuì, le tolse la mano dal pomello e la guidò verso la loro porta. Entrarono nel proprio appartamento.
“Infatti è strano”, disse lui.
Notò della lanugine bianca attaccata sul retro del golf di Arlene e che aveva le guance molto colorite. Cominciò a baciarle il collo e i capelli. Lei si girò e cominciò a baciarlo a sua volta.
“Oh, accidenti!”, esclamò di colpo Arlene. “Accidenti, accidenti!”, si mise a cantilenare come una bambina, battendo le mani.
“Mi sono appena ricordata di una cosa. Non ci crederai, ma mi sono dimenticata di fare quello che ero andata a fare. Non ho dato da mangiare alla gatta né ho annaffiato le piante”. Lo guardò. “Si può essere più stupidi?”
“Ma no, dai”, la rassicurò lui. “Aspetta un attimo. Prendo le sigarette e torniamo di là insieme”.
Lei attese che lui chiudesse la porta di casa loro per attaccarglisi al braccio, poco sopra al gomito, e disse: “Mi sa che è meglio che te lo dica subito. Sai, ho trovato delle foto”.
Lui si fermò in mezzo al pianerottolo. “Che genere di foto?”
“Adesso le vedrai”, disse e lo guardò negli occhi.
“Ma va!” Sorrise. “E dove?”
“In un cassetto”, disse lei.
“Ma va!”, disse lui.
E poi lei disse: “Magari non tornano più”, e rimase subito stupefatta da quello che aveva appena detto.
“Potrebbe succedere”, disse lui. “Potrebbe succedere di tutto”.
“O magari, per tornare tornano, ma…” Non finì la frase.
Attraversarono il pianerottolo tenendosi per mano e quando lui le parlò, lei quasi non lo udì.
“La chiave”, disse lui. “Dalla a me”.
“Cosa?”, chiese lei. Si mise a fissare la porta.
“La chiave”, disse lui. “Ce l’hai tu”.
“Oddio mio!”, disse lei. “L’ho lasciata dentro!”
Lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Non girava affatto. Lei era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò.
“Non ti preoccupare”, le disse all’orecchio. “Per l’amor di Dio, non ti preoccupare”.
Rimasero lì. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta, come per ripararsi dal vento, e si fecero forza.

 @raymond carver – vuoi star zitta per favore – ed. minimum fax – traduzione di Riccardo Duranti