reportage

Chiara Tripaldi, PostOstia

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Breve storia di Ostia oltre Pasolini

Testi di Chiara Tripaldi
Immagini di Futura Tittaferrante

 

“Non ero mai stato sul luogo dove hanno ammazzato Pasolini”. Così la voce narrante di Nanni Moretti racconta in Caro Diario, mentre imbocca la strada sterrata che porta all’Idroscalo. La vespa corre affianco l’erba incolta che precede il giardino, chiuso con un catenaccio, dove si trova il punto in cui l’assassino (gli assassini?) colpì il poeta a bastonate e calci, e infine ci passò sopra con le ruote di una macchina. Cinque minuti musicati da Keith Jarrett, una luce livida, il ritratto di Ostia condensato nell’immagine di un prato degradato dal peso di una delle morti illustri d’Italia.
2 novembre 1975: Ostia è il luogo dove hanno ucciso Pasolini, per sempre.
Di Ostia conosco Chiara, otto anni fa. Con lei scopro che Ostia è il X municipio del Comune di Roma, l’appendice marina della Capitale, ed è proprio l’amicizia con un’autoctona che mi ha condotto in questo viaggio. Per tracciare una storia di Ostia non posso che cominciare dal memoriale di Pasolini.
Una distesa di pannocchie di mais e una riserva della Lipu hanno preso il posto della baraccopoli con il campo da calcio al centro. In mezzo, c’è una stele di travertino spezzata, con in cima due uccelli in volo e un disco. Una cosa simbolica, “speramo che duri”, mi dice il custode mentre mi apre il cancello. Perché questo monumento è lì da dieci anni, mentre il primo, identico, creato da Mario Rosati nel 1980, è stato sfregiato così tante volte da dover essere sostituito. La matrice del danno era fascistoide, segno che la retorica su Pasolini lo tiene in vita più dei suoi scritti e dei suoi film. L’ultimo “attentato” al monumento pasoliniano risale alla fine dello scorso marzo, per mano di Militia, corredato dal solito striscione “frocio! pedofilo!”.

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Mentre fisso il monumento in un pomeriggio tiepido di novembre mi chiedo che posto sia Ostia davvero, oltre la memoria del delitto. Cosa fosse nato dopo, cosa fosse accaduto prima. Come possono coesistere le villette a schiera e i disco pub che servono caipirina a nove euro, un monumento scarsamente conosciuto e il teatro di uno dei misteri d’Italia.
Nel 1927 nasce per regio decreto “La via al Mare”, la prima autostrada gratuita e illuminata d’Italia: siamo in piena logica imperialista, e Roma, capitale dell’Impero d’Italia e d’Etiopia, deve avere il suo mare. Il mare per il popolo d’Italia, quella media borghesia su cui Mussolini costruì il consenso, fu pianificato dalla crème degli architetti urbanisti dell’epoca (Pier Luigi Nervi vi dice niente?), chiamati a partecipare con un concorso internazionale. Sulla fila che dà sulla costa, furono costruiti i “cento villini” in stile eclettico con richiami alla nautica e al mare, dove abitavano gerarchi e funzionari, mentre, sulla sponda interna, i lavoratori avevano diritto a un’abitazione con libero accesso al mare. Come da tradizione romana, il confine fra quartiere bene e quartiere male era una linea retta.

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Festivaletteratura: Minuetto #FestLet

Da "La Belle Joyeuse" - monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

Da “La Belle Joyeuse” – monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

«L’autobiografia è un grandissimo atto d’invenzione», ricorda la scrittrice Chiara Valerio presentando Michele Mari e il suo Asterusher – Un’autobiografia per feticci (Corraini 2015)Un volume snello e verticale, dove alle fotografie di Francesco Pernigo si intrecciano brevi lampi di testo in cui Mari racconta ambienti e oggetti familiari, cedendo a volte il passo ad autori che hanno trattato le case come labirinti, propaggini, gioielli: da Borges a Poe (da Asterione a Usher, appunto), passando per Huysmans, Proust, Gozzano e altri, Mari mappa la necessità propria dell’uomo di affidare molto di ciò che gli appartiene alle forme da cui è circondato. La tentazione comune di essere conosciuti attraverso ciò che si sceglie, raccontati dalla maniera in cui lo si è usato. Infatti Chiara Valerio lo pungola, lo incalza, chiede affettuosamente se il suo può essere un tentativo bimbo di razionalizzare la propria esperienza di vita, ma Mari inchioda il punto: «gli oggetti cui ho dato mi hanno sempre restituito qualcosa, come fossero stati radioattivi; sarà solo dopo di me che regrediranno a cose.» Qualche incontro più tardi, la scrittrice e accademica francese Florence Delay, che con I miei portacenere (Nottetempo 2015, trad. Laura Barile) ha tracciato un catalogo amoroso della sua collezione, avrebbe detto: «sento il rimprovero dei portacenere che non ho descritto.»
L’oggetto può essere pretesto narrativo, ma l’esattezza dello sguardo ha una spinta etica: far brillare la forma come si fa con un luogo cui si associa una canzone, o una casa che resta infetta dei libri che vi sono stati letti. Un episodio raccontato da Mari mi ha particolarmente colpito: dice del suo primo giorno alla radio – è al microfono, parla di soldatini giocattolo, all’improvviso vede la redazione svuotarsi e dei colleghi fargli segni con il braccio; li raggiunge allo schermo, allora, e osserva cadere le Torri Gemelle, pensando di aver parlato di soldatini di plastica fino a un attimo prima. Ho ricordato, con questo episodio, il bel libro di A. M. Homes La sicurezza degli oggetti (Minimum Fax 2001, trad. Martina Testa, qui per la recensione apparsa su questo sito), un grande esempio di come si possa rimescolare il simbolo con l’icona, aggrappare l’occhio a un unico dato di realtà e a partire da quello spalancare un intero vissuto.  Certo il libro della Homes è feroce, e ha una tesi: a tenere insieme i racconti è l’assunto che siamo divorati dal terrore di perdere gli oggetti che possediamo (e che quindi finiscono per possedere noi); il libro di Mari vuole essere testimonianza di sé attraverso gli oggetti e degli oggetti attraverso di sé. Ma è comune l’accanimento (amoroso, feroce) a rendere osservabile quello che si tocca, e tangibile quello che si osserva.
La realtà, la testimonianza, la spinta etica che può riguardare la scrittura (chi scrive pensa che ogni scrittura e nessuna scrittura siano civili), sono stati grandi temi dell’incontro “Meglio di un romanzo (in bozze)”, in cui due ragazze giovanissime hanno sottoposto altrettanti progetti di reportage al giornalista Francesco Erbani e – ancora – a Chiara Valerio. «Non è un talent», ha immediatamente specificato il moderatore Christian Elia, e non lo era affatto: i testi sono stati sottoposti a un rapido, finissimo lavoro di valutazione ed editing, più rivolto alle potenzialità giornalistiche con Erbani e più verso armonia di registro e composizione con Chiara Valerio. Si è discusso di tono e di sguardo, del confine tra l’uso e l’abuso dello strumento-lingua per catturare l’empatia del lettore e, ancora, si è discusso di esattezza. «La metafora non consente esattezza linguistica, bisogna essere bravissimi per permettersi di usarla», suggerisce Chiara Valerio. «Scrivete pure di quello che immaginate», interviene una donna dal pubblico, «ma poi andate a conoscerlo, ascoltatelo, passateci del tempo e poi scrivete di nuovo, e vi verrà qualcosa di diverso e più bello.»
È un senso di pulizia che dà sollievo quello di rifiutare gli eccessi chiassosi e amare quelli silenti, coltivare la natura del proprio sguardo e sottrarsi a ogni aspettativa ipocrita, abbattere la retorica e incantarsi per quello che è vero, che sia amoroso o feroce.
Anna Bonaiuto, ad esempio, ieri sera si è finta per un’ora Cristina Trivulzio di Belgiojoso, per cui «la verità non vive che un minuto». Ogni minimo gesto che muoveva sul palco era vero.

© Giovanna Amato

Gli adoratori del Sole

Fotografia di Giovanna Amato

Fotografia di Giovanna Amato

Lo sbarco presso una delle comunità adiacenti alle Grandi Acque del Pianeta Azzurro ha avuto esito positivo. Da un primo rilievo, impossibile tacere un dettaglio che qualsiasi scienziato attenderebbe a riferire: la sostanziale fiducia e gentilezza degli autoctoni, già accorsi in massa per offrirmi la migliore postazione, farmi dono di ninnoli (accessori sputafiamme, coperture per estremità deambulanti) e aiutarmi con il posteggio dell’astronave.
Libero di osservare senza destare sospetto alcuno grazie al mio travestimento da palombaro, di non poco aiuto nella respirazione di un’atmosfera sì diversa da quella del nostro pianeta, posso dunque immergermi nella folla e annotare le seguenti considerazioni:

Si tratta probabilmente di una comunità molto antica, i cui esponenti più anziani porgono omaggio alle acque tramite abluzioni svolte per lo più sul limitare dell’alba. Taluni di questi esponenti entrano in contatto, tramite una cordicella, con le profondità degli abissi, imponendosi silenzio e immobilità sino a quando gli abissi in questione non dimostrino il loro favore attraverso un messaggero, chiamato il più delle volte “salpa” o “saraghetto”.
Tali abluzioni e contatti con l’acqua non sono che l’anticamera al reale rito che, una volta tornati i venerabili anziani alle loro case, sarà appannaggio dei fedeli più giovani.

Il culto più forte e diffuso, difatti, è senza dubbio quello del Sol Levato.
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Nepal, a tratti

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In una nuvola di fumo pensavo e ripensavo all’odore dell’India, il Pasolini che avevo letto senza più ricordarlo…

Non India, qui, ma Nepal:
lingua di terra inarcata, scala
appoggiata al muro himalayano,
ponte per
il cuore dell’Asia.


Svastiche, rovesciate rispetto a quella nazista o anche esattamente nello stesso verso. Lo spettro dell’esoterismo, le sue forme, l’ombra scurissima di un nazismo magico riemerge da questo simbolo invece antico, di luce, di sole.
Tanto più che una sorta di “stella di David” compare a più riprese, con in mezzo un libro, ovunque vi sia un istituto educativo e nei villaggi, specialmente quelli più piccoli e poveri, si trovano ancora bandierine e piccoli manifesti con la falce e il martello. Sono residui della guerriglia maoista che per un decennio ha percorso le strade, prima che la monarchia cadesse, nel 2007.
Tre dei più potenti segni del Novecento riuniti qui…


Altre stelle, quelle del cielo, non si vedono, o s’intravedono a fatica. Inquinatissimo il cielo sopra Kathmandu, di un grigio che schiaccia il respiro, ed è polvere. Per questo e per effetto dell’umidità, l’Himalaya non si vede. Allora serve un piccolo aereo per poter aprire la botola del sottotetto-cielo-minore di questa valle.
Ecco finalmente l’altare immenso dell’Himalaya. Non più grigio, ma tutti i gradi possibili di un azzurro prima sconosciuto, dal finestrino.

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Lo Stupa, chissà cosa contiene. Conserverebbe una reliquia, ciò che lasciato dietro resta, o forse niente. I tanti più piccoli Stupa che si incontrano in viaggio, ma soprattutto Swayambhunath, con i macachi intorno, e Boudhanath: possibile che quelle cupole gigantesche simboleggino soltanto, che sia  la testa o l’intero corpo, il Budda? Stūpa significherebbe “grande quantità” o forse “ciuffo di capelli”. Ma non importa, il possibile “vuoto”, il “niente” di quei pancioni-testoni, è riempito dagli occhi, quelli svettanti sopra quelle enormità tonde, gli occhi “pieni” di compassione del Śākyamuni Siddhārtha, innalzati con il segno dell’uno e il terzo occhio a reggere le tredici tappe verso l’illuminazione. Occhi, sempre così difficili da raccontare, che lì contengono tutto; assunta la piega della pietà, fissano con fermezza i quattro punti cardinali, attraggono tutto e dispongono, senza che ci si accorga, della coscienza di chi li osserva.
Occorre superare la rabbia, l’ignoranza, il desiderio, racconta la nostra guida…

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Cremazioni a Pashupatinath. Il corpo, avuto in prestito, deve tornare al fiume o tramite il fiume a qualcuno-qualcosa, chi? – cosa? Io assisto con un silenzio fortissimo negli occhi alla fine del prestito, al modo in cui si compie. Da corpo a cenere, la remissione di sé a un’acqua, quella disastrata del Bagmati, che porti via.
Lucrezio, De rerum natura, III: “Il nascere si ripete di cosa in cosa / e la vita a nessuno è data in proprietà ma a tutti in uso”.

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Hindū viene dall’antico sanscrito vedico Síndhu, che indica il fiume Indo. Era animismo, all’inizio, si adorava la natura intorno al fiume.
Poi venne il tempo dei Trimūrti e i tanti milioni di divinità, delle loro manifestazioni.
Lo speciale sincretismo religioso tra Induismo e Buddismo è dappertutto, da Bhaktapur e Patan, nelle loro meravigliose piazze dove il tempo pare si sia fermato, alle colline dove si appoggiano i monasteri.
Così, mentre a Dakshinkali si assiste all’orrore (che proviamo noi) delle decapitazioni di galli e capretti perché il loro sangue sia offerto alla terribile e nera dea Kali, in un monastero poco distante si assiste ai dolcissimi mantra delle cerimonie buddiste.

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La popolazione del Nepal: tra le più povere al mondo, eppure così dignitosa, e gentile e mite. Incontrare gli occhi di questa gente, incastonati tra i bellissimi tratti di alcuni volti, è forse la meraviglia più grande. Sorridono, uniscono le mani e ti salutano: Namaste, ossia mi inchino al divino che vedo in te.

 

Cristiano Poletti

Anna Toscano – my camera journal 3

“…emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa”
(José Saramago, Viaggio in Portogallo)

questo è il viaggio, una volta affidati i fiori (e il cane) a chi vi sa badare. (at)

2013-07-25-00-15-18

Buenos Aires l’ho incontrata per la prima volta nelle parole di poeti e narratori, a occhi aperti su pagine stampate, ne ho visto gli oscuri crocevia trafitti da quattro lontananze senza fine in sobborghi di silenzio, dai libri ne ho ascoltato il fervore, l’ho attesa dove la sera cenerognola aspetta il frutto che le deve il mattino, ho sperato di essere come qualche nottambulo che conserva, cenerina e abbozzata appena, l’immagine delle strade che poi definirà con gli altri. E poi, oh, il tango. Buenos Aires esiste? È solo finzioni? O è stata trafugata come il corpo imbalsamato di Evita? È quando finisce la notte e il sole timorosamente nasce dal mare che qualcuno restituisce il corpo vivo della città, ogni volta in un ordine di composizione un poco diverso. Non te la ritrovi mai nella disposizione in cui l’avevi lasciata, è come quella moneta che si nasconde in tasche conosciute. E la città, adesso, è come una mappa dei miei passi, dei miei pensieri.

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Testo e foto di Anna Toscano

Anna Toscano – my camera journal 1

“…emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa”
(José Saramago, Viaggio in Portogallo)

questo è il viaggio, una volta affidati i fiori (e il cane) a chi vi sa badare (at)

2013-07-25-12-39-24

È inutile, quando si vola si torna un po’ bambini: paure speranze timori immagini prendono per un poco il sopravvento. Quando un aereo prende quota e vedo le nuvole bianche sotto di me la mia memoria torna a quando ero piccola e alla morte di qualcuno mi dicevano “è salito in cielo, due angeli sono venuti a prenderlo ed è salito in cielo”.  Se il cielo sopra di me ha le nuvole, quando sono in aereo le nuvole sono sotto di me dunque il cielo è sotto di me, fila come ragionamento. Allora mi immagino le troppe persone a me care salite in cielo su quelle nuvole: mio nonno ad esempio va in bicicletta sorridente e fa drindrin col campanello, mia nonna di certo si sta provando un cappotto nuovo, la Maria, ah la Maria, si toglie il cappello dalla testa e tenendolo in mano, fiera con la sua Lido Blu tra le labbra, mi fa ciao col braccio. È per questo che amavo i voli che servivano il pranzo: li maledicevo perché interrompevano queste lunghe visioni, ma li amavo perché mi riportavano qui tra i vivi. Benché sopra al cielo.

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©testo e foto di Anna Toscano

Marco Aragno: Joia

immagine google

Analisi mondane di uno studente fuori corso

 

 “Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio”

(P. Dick)

Negli anni universitari, con maggiore frequenza nel periodo che va dal 2007 al 2010, ho trascorso la maggioranza dei miei weekend nelle discoteche. Per assecondare le mie attitudini artistiche avrei preferito bazzicare musei e teatri. Tuttavia, in mancanza di alternative, e spinto dall’urgenza di allentare i freni inibitori con l’altro sesso, mi decisi ad investire tempo e danaro nei locali della movida partenopea.

Dei giorni di cui si componeva il weekend il sabato era quello che trascorrevo a casa. Il venerdì era invece destinato a iniziative di basso profilo, come puntatine ai baretti di Piazza San Pasquale o bevute di gruppo nelle birrerie di Piazza del Gesù. Alcuni studenti universitari usavano anticipare l’arrivo del weekend al giovedì, organizzando apposite serate riservate ai colleghi di facoltà. Ma nonostante le parentesi infrasettimanali la domenica si candidava a diventare il momento clou del weekend.  Di regola, a destinare l’ultimo giorno della settimana a finalità ricreative erano per lo più studenti, non potendo i lavoratori dipendenti, fossero essi pubblici o privati, permettersi nottate insonni e alzate di gomito senza che ciò compromettesse le prestazioni lavorative del lunedì. Questa situazione concedeva agli studenti il vantaggio di ritagliarsi un momento di svago del tutto “esclusivo”, giacché, rispetto alle serate del sabato, frequentate da individui di bassa estrazione sociale e da soggetti con spiccata attitudine alla rissa, gli eventi domenicali offrivano un target più elevato.

Venendo a me, la domenica era scandita secondo un programma fisso. Dopo i rituali di vestizione nella mia stanza, scendevo di casa per ritrovarmi col resto della comitiva presso un bar dei dintorni. Quindi sorseggiavo un aperitivo e facevo un po’ di conversazione con gli altri per rinsaldare lo spirito di gruppo. Dopodiché si scatenava il toto-sondaggio su quale dei locali della zona presentasse le migliori credenziali per diventare meta della serata. Ad orientare la decisione era la disponibilità del portafoglio e la presenza di un “pr” che offrisse maggiori garanzie di ingresso. Di solito però, dopo eventuali telefonate di ricognizione, la scelta ricadeva quasi sempre sul “Joia”.

Il santuario della movida napoletana, il cui culto era alimentato da foto, link e altre mitologie internettiane, sorgeva sulla strada provinciale che collega Giugliano a Sant’Antimo, facilmente raggiungibile dal capoluogo mediante l’asse di supporto (meglio noto, nella vulgata automobilistica, come Asse Mediano). Le serate al Joia erano di solito annunciate sulla home page di facebook da stati del tipo “serata joiosa”, “joia di vivere”, “toda joia”, e altre frasi che potessero implicare, anche indirettamente, il nome del locale. L’orgoglio con cui taluni pubblicizzavano la propria partecipazione all’evento, o certificavano la propria presenza mediante tag o foto caricate in istantanea sulla rete, è sufficiente a farvi capire quanto il “Joia” costituisse un’imperdibile occasione di gratificazione sociale.

Ad ogni modo anche chi non avesse letto facebook era in grado di percepire la frenesia della serata poco prima del suo inizio. Quando mi avvicinavo all’ingresso, venivo accolto da capannelli di ragazzi ingiacchettati e bellissime ragazze scosciate, che si aprivano in due ali di folla per consentire il transito degli autoveicoli. Ma motivo di ingorghi e rallentamenti, oltre all’estasi di quella visione, era quasi sempre il rebus del parcheggio, poiché quello interno era riservato al personale e ai macchinoni di lusso come Porsche Cayenne, Ferrari o Audi A5. Così, dopo vane contrattazioni con i piantoni fermi fuori al cancello, chi disponeva di un’utilitaria di produzione sud-orientale come la mia era condannato a peregrinare lungo la strada alla ricerca di un posto. Questa discriminazione a danno di alcune auto era motivata dalla volontà dei gestori del “Joia” di difendere il locale da tutto ciò che potesse minacciarne l’immagine chic. La noia maggiore, ad ogni modo, non era tanto quella di lasciare la propria auto incustodita sopra un marciapiede, quanto quella di scontrarsi con un consorzio di parcheggiatori abusivi che di notte si appropriava di spazi pubblici cedendone la disponibilità solo in cambio di una tangente. Ero così obbligato a versare nelle casse del consorzio un contributo ‘’a piacere’’ di non meno di tre euro. E, se provavo ad eludere il pagamento del balzello, o a versare meno di quanto richiesto, le rimostranze dell’esattore potevano diventare particolarmente fastidiose, fino a degenerare in ritorsioni e minacce.

Dopo lo scontro con i parcheggiatori, giungeva finalmente il momento della verità. Dentro o fuori? La tensione che si respirava nella fila era altissima. La maggior parte dei ragazzi si fingeva disinvolta. Tutti sapevano che un cenno di nervosismo, un gesto inconsulto, un tono di voce troppo alto avrebbero potuto significare la peggiore delle umiliazioni: l’esclusione dal locale. A volte l’esclusione non dipendeva dalla condotta mostrata in quegli istanti, bensì da fattori incalcolabili, come un giudizio negativo sull’abbigliamento, un andamento poco opportuno, la presenza di una ragazza dall’aspetto sgradevole. L’accesso al locale era subordinato alla decisione dei selezionatori, che come giudici kafkiani decidevano le sorti della serata sillabando poche parole. Se non era “prego”, sarebbero state: “da questa parte”. Per chi osava contestare la sentenza scattavano procedure di allontanamento coatto eseguite da altissimi body guard. Viceversa, chi superava la selezione, scioglieva l’ansia nell’ebbrezza narcisistica di calpestare il red carpet che conduceva alle porte di ingresso.

Volenti o nolenti, dunque, a un numero cospicuo di ventenni veniva negato l’accesso all’evento. Gli esclusi dal Joia, condannati all’invisibilità, rappresentavano i nuovi vinti debordiani. L’unica possibilità di riammissione era affidata a disperate telefonate al proprio “pr”, che svolgeva la funzione di intermediario fra il regno dell’umano e le autorità del locale. Ma quasi sempre il “pr” non godeva di molto credito, e difficilmente sarebbe riuscito ad ottenere concessioni da parte del selector che avesse decretato l’espulsione di un invitato della sua lista.

Trattamento differenziato spettava invece a chi avesse avuto la disponibilità economica per prenotare un tavolo. Non avrebbe incontrato noie all’ingresso e avrebbe avuto il privilegio di fare una fila meno selettiva. In più, ad accoglierlo all’interno, ci sarebbero state delle accompagnatrici dai tubini striminziti, che spuntavano all’orizzonte ancheggiando su altissimi tacchi a spillo. La bellezza fuori dall’ordinario, simbolo di un desiderio inaccessibile, era una prerogativa di buona parte delle frequentatrici del Joia, non solo delle stangone addette ai tavoli. Quando entravo, avevo l’impressione che gli esemplari più belli del jet-set locale, per lo più studentesse, fotomodelle o semplici mantenute, si fossero date appuntamento ogni domenica per riprodurre un festino di Palazzo Grazioli. Sfilate di moda e set televisivi, con molta probabilità, avevano ispirato il loro portamento, giacché ogni gesto, dal modo di aprire la borsetta Louis Vuitton a quello di sorridere, era meditato, prima di essere offerto all’obiettivo di una telecamera tanto inesistente quanto necessaria.

Anche i ragazzi curavano con severità la propria immagine. Durante la serata mi aggiravo fra faccioni lampadati, sopracciglia sottilissime, capelli lunghi e laccati, pettorali glabri esplosi da camice slim-fit. Comprendevo in quei momenti a cosa avesse portato la liberalizzazione dei costumi sessuali dal ’68 in poi. Dopo cinquant’anni di cerette e saloni di bellezza, eravamo diventati tutti femmine.

Decisamente più definita, rispetto ai generi sessuali, era la planimetria del locale. La pista da ballo era posizionata sulla sinistra, sotto la postazione del deejay; quattro pedane erano invece destinate ai tavoli, di cui tre si sviluppavano lateralmente ed una al centro. Quest’ultima, la più prestigiosa, a differenza di quanto possiate immaginare, non era sopraelevata. Era invece scavata in un semicerchio a mo’ di anfiteatro greco-romano, tale da garantire agli occupanti una posizione “scenografica”, decisamente migliore di quella che avrebbe potuto offrire una pedana rialzata. Poiché la maggiore visibilità aveva un costo, l’unico criterio di accesso era economico. L’area di prestigio era riservata ai soli clienti che fossero disposti a sborsare un supplemento rispetto ai prezzi praticati per gli altri tavoli: per esempio 200 euro, anziché 150, per una bottiglia di vodka Absolute; oppure 500, anziché 400, per una bottiglia di vodka Belvedere da un litro e mezzo. I più sfacciati, per lo più giovani camorristi imborghesiti, parvenus arricchitisi col mattone, o calciatori del Napoli in libera uscita, sfidavano il sentimento di pubblica decenza sborsando 400 euro per meno di un litro di champagne Krug. Tutti prodotti che in un supermercato avreste pagato dai 50 ai 150 euro, ma che, per un inspiegabile fenomeno inflazionistico, subivano, al Joia come in altri club, un rincaro del 200 %.

Altro dettaglio non trascurabile è che le bottiglie non sempre venivano consumate. Alle volte erano acquistate con l’unico scopo di fornire una dimostrazione di potere economico. Visti i prezzi, infatti, il loro acquisto si tramutava in un surplus di prestigio. Ciò innescava un’autentica competizione fra i tavoli, da cui usciva vincitore chi fosse disposto a versare finissimo champagne sulla moquette del locale senza gridare allo spreco.

Molto pittoresche erano le modalità di trasporto. Le bottiglie erano porte su un vassoio incoronato da un  kit di bengala. Alla vodka si accompagnavano massicce scorte di analcolici, come Red Bull o Lemon Soda, destinate alla preparazione dei drink. In altri locali come il Follja, i bottiglioni più costosi, come Clicquot o Belvedere, venivano trasportati su vassoi dalle forme bizzarre, per esempio gabbie tempestate di luci o campane di vetro, ed esposte, a mo’ di biblico vitello d’oro, dal cameriere incaricato del trasporto. In questo modo i ragazzi sparpagliati in pista potevano immortalare con i videofonini il trionfo dello spreco. Se poi i clienti che usufruivano del servizio erano anche di bell’aspetto, non c’era niente che potesse ostacolare la loro ascesa ai vertici di quel microcosmo sociale. Bellezza e ricchezza erano i valori assoluti su cui si reggeva l’ethos del “Joia”. Una volta abolita ogni forma di comunicazione verbale, tutto ciò che conta era l’immagine.

Sulla base di queste premesse, non faticherete ad immaginare i tentativi di approccio con l’altro sesso in cui si producevano i ragazzi più brutti. Nonostante gli accorgimenti di tipo estetico, come un naso rifatto o un vestito particolarmente costoso, gli sventurati a cui fosse toccato in sorte un aspetto sgradevole erano condannati a subire rifiuti stizziti e risatine di scherno da parte di ragazze insensibili a qualsiasi tipo di complimento. L’unica speranza di riscatto sociale era ostentare ricchezza, nonché circondarsi di compagni avvenenti che facilitassero l’approccio con le ragazze. Ma i sentimenti di amicizia, in quelle circostanze, potevano essere messi da parte. Anche gli amici più comprensivi, infatti, non si facevano scrupolo di isolare lo sventurato compagno pur di soddisfare il proprio istinto predatorio. A quel punto, i più brutti non avevano alternative se non masturbarsi nei bagni del retro, oppure, nel dopo serata, ottenere una prestazione sessuale a pagamento da una prostituta di colore di Castelvolturno.

Difficoltà di approccio potevano però ostacolare anche le iniziative dei maschi più piacenti. D’altronde, nel “mercato aperto” generato dalla liberalizzazione sessuale, disporre di una vagina equivale a possedere una posizione di privilegio. Significa non partecipare alle spese della serata; farsi offrire da bere; selezionare il maschio più avvenente. In un regime femminocentrico come questo, dove il potere di scelta delle ragazze è assoluto, il belloccio del “Joia” era disposto ad accontentarsi, extrema ratio, anche di una cozza pur di non andare in bianco. Mentre, di contro, il disagio per tipi come me, che non brillavano in bellezza né in ricchezza, poteva diventare insostenibile. Non a caso il “Joia” è il locale in cui ho rimorchiato di meno e speso di più. La mia utilità marginale, si potrebbe dire, è stata prossima allo zero.

La fase conclusiva della serata non offriva momenti significativi, se non il fastidio di ritornare a casa piuttosto alticci. Infatti l’alcool assunto in quelle ore era troppo per essere smaltito in fretta. Perciò, in preda alla cosiddetta “fame chimica”, i giovani clienti del “Joia” erano soliti rimpinzarsi con cornetti caldi e pizzette al forno per recuperare un po’ di lucidità. Non di rado, per riprendersi completamente dallo stato di intontimento, si procuravano una dose di cocaina in una delle piazze di spaccio situate in periferia. Le “botte” venivano poi consumate in gruppo all’interno dell’auto, o, in circostanze migliori, in un appartamento.

Tuttavia, nonostante le possibili varianti di cui poteva arricchirsi il dopo serata, l’impressione era che, uscendo dal Joia, non si ritornasse alla vera vita, ma che fosse la vera vita ad essersi interrotta. Non a caso, sui profili di facebook, non comparivano foto diverse da quelle che ritraevano i ragazzi all’interno dei locali. Come se le esperienze destinate ad arricchire la loro memoria virtuale si limitassero alle ore trascorse sotto l’effetto dell’alcool. A ulteriore conferma di questa lettura, nel corso della settimana, oggetto di dibattito diventavano i momenti più salienti della serata, come gli aneddoti sulle ragazze o i pettegolezzi sull’abbigliamento esibito. Dopodiché, a ridosso del weekend, cominciava nuovamente la mobilitazione per l’evento successivo. Ciò costringeva i ragazzi ad approntare piccole forme di risparmio per far fronte alla nuova serata. Infatti, siccome l’esborso medio per ciascuno di loro era di circa 50/60 euro a sera, il giovane, se non era di famiglia benestante, avrebbe dovuto rinunciare a molti altri svaghi pur di non essere escluso da un altro evento “joioso”. Nei casi estremi, come è stato accertato dalla magistratura, arrivava financo a rubare.

Tutto ciò sembra molto triste. Ma questa, ad ogni modo, è solo la mia esperienza.

 

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(c) Marco Aragno

Marco Aragno: Tropicana, una cosa divertente che non farò mai più

Tropicana, una cosa divertente che non farò mai più

Anche io, come migliaia di altri miei coetanei, sono stato al Tropicana di Mykonos. Per ben due volte: nell’estate del 2007 e in quella del 2009. Anche io non ho potuto resistere alla tentazione di sperimentare in prima persona tutto ciò che si raccontava a proposito di quel luogo che ha colonizzato l’immaginario vacanziero di un’intera generazione. Sesso in spiaggia, fiumi di alcool e un senso di diffusa spensieratezza erano gli ingredienti con cui i fortunati testimoni di quella vacanza condivano le loro narrazioni una volta fatto ritorno in madrepatria. Stremato da un inverno di isolamento universitario, Mykonos era la meta ideale per un impacciato studente come me, avvezzo più alla lettura di libri e quotidiani che non agli happy hour.

Ricordo che per raggiungere la spiaggia del Tropicana Club è necessario percorrere uno snodo di salite e discese, per lo più in curva, attraversando lande di color marrone punteggiate da ciuffi di macchia mediterranea e mulini bianchi a strapiombo sul mare. Il paesaggio è reso ancora più suggestivo da un vento fortissimo, che fischia fra le rocce dando vita ad un’insolita sinfonia naturale. All’orizzonte, fra una salita e l’altra, si spalanca a squarci biancoazzurri il mare Egeo, ingrossato dagli imperterriti soffi del divino Eolo. Tuttavia neanche l’incanto del luogo può farti sbagliare strada. Se vuoi trovare il Tropicana, basta seguire l’orda di motorini lanciati a folle velocità che strombazzano in un clima di euforia collettiva. Un esercito di liceali reduci dall’esame di maturità e matricole universitarie provenienti da ogni angolo d’Europa sbarcano a luglio e agosto in questo piccolo paese dei balocchi, confezionato ad arte per la gioventù desiderosa di trasgressioni a base di sesso e alcool.

A guardarla ora, si capisce quanto siano lontani i tempi in cui Mykonos era una destinazione semisconosciuta per villeggianti amanti dell’avventura e omosessuali in cerca di vacanze appartate. L’isola delle Cicladi oggi è diventata una meta del turismo di massa. I voli di linea per il piccolo aeroporto locale sono numerosi, così come le tratte in nave dall’Italia. Gli hotel sono spuntati come funghi e le agenzie di viaggio traboccano di brochure e depliant dalle offerte vantaggiose. La crisi che ha condotto la Grecia ad un passo dal default non sembra aver toccato quest’oasi del divertimento.

Col mio cinquantino affittato per 20 euro al giorno, giungo a destinazione. L’entrata del locale, sormontata da un cartellone rosso con una scritta blu, è circondata da una marea di scooter accatastati l’uno sull’altro. Un gruppo di connazionali mi dice che furti di caschi e teli da mare sono all’ordine del giorno. Per questo provvedo subito a nascondere il casco sotto la sella e a infilare l’asciugamano nello zaino.

Dopo aver varcato la soglia di ingresso, affondo i piedi nella sabbia. I bassi sparati ad alto volume dai woofer sono tanto forti da far sobbalzare i granelli sopra le caviglie. Mi volto lento come un plantigrado alla mia destra e, fra gli ultimi bagliori del crepuscolo, vengo travolto da una visione epifanica: glutei abbronzati, testosteronici corpi sudati e bottiglie di vino sollevate al ritmo di musica house. Dopo alcuni secondi di stordimento, mi rendo conto di essere entrato in una zona franca, dove i ruoli sociali e le regole della convivenza civile che secoli di società borghese hanno costruito sono magicamente azzerati.

Al centro della pista, sotto teli ocra che ondeggiano al vento, la leggenda di cui ho sentito soltanto parlare in rete si incarna nel corpo glabro e snello del guru del divertimento ellenico targato made in italy. Direttamente dalla sonnacchiosa Basilicata, Sasà Mikonos ha fatto la sua fortuna come speaker per discoteche italiane ed estere: un’autorità della movida estiva. L’iconografia tradizionale diffusa su internet lo raffigura mentre balla sopra un tavolo, con uno slip sottile dalla strana forma di una proboscide e la testa rasata simile a quella di un monaco zen. La rappresentazione internettiana corrisponde alla scena che si staglia davanti ai miei occhi. Stuoli di ragazze in costume danzano vorticosamente ai piedi del Priapo come delle menadi che aspettano di sfiorare il suo fallo leggendario. Il mito diffuso sulle dimensioni del suo pene si autoalimenta ogni qual volta lo si vede in giro in compagnia di ragazze diverse: alcune si limitano ad avvicinarlo per strappargli una foto da mostrare su facebook; altre chiedono il suo numero di telefono confidando nella possibilità di un appuntamento in cui saggiare le sue doti sessuali. Ma il ruolo di Sasà Mikonos non è solo scenografico nell’isola del divertimento. Mentre balla, il profeta del berlusconismo vacanziero in terra greca impartisce da un microfono veri e propri dettami di piacere con cui educa orde di villeggianti alla libertà dei costumi. Il suo repertorio di massime spazia dalle preferenze personali in tema di donne ai suggerimenti più intimi sul kamasutra. “Amo le donne dal clitoride sporgente”, oppure – nei momenti di maggiore ispirazione – “il mio angolo di cielo è un triangolo di pelo”.Ad ogni frase, tutti saltano sillabando il suo nome. Il mantra sottinteso è sempre lo stesso: divertimento senza freni.

Ebbene, non c’è divertimento senza alcool al Tropicana. Per questo punto dritto verso uno dei due punti di rifornimento alcolico messi a disposizione dagli oscuri organizzatori del mio svago pomeridiano. Si tratta di un minimarket allestito all’interno del locale (l’altro punto è il bar, che però è specializzato solo nella preparazione di cocktail). Dopo essermi destreggiato fra schiene bagnate e magliette zuppe di sudore, entro all’interno del market e passo in rassegna gli scaffali. C’è di tutto: dalla birra ai distillati, dallo spumante ai vini. La scelta della bevanda dipende dal cielo del paradiso a cui ciascun avventore del locale vuole ascendere. Ad ogni gradazione alcolica corrisponde un grado di beatitudine. Il prodotto più venduto però non ha un titolo alcolmetrico particolarmente elevato: si tratta di una semplice bottiglia di vino bianco da un litro e mezzo alla modica cifra di dieci euro. Intorno vedo tanti ragazzi scolarsela nel giro di pochi minuti. “Prendila e ti salirà subito la capata”, mi assicura un ragazzo napoletano in bermuda mentre stringe la bottiglia fra le mani. La ‘capata’ di cui parla è quella sensazione di improvviso intontimento che ti ‘sale’ magicamente dallo stomaco alla testa quando assumi l’alcool con una certa rapidità. Il vino ‘Tropicana’, a quanto pare, è dotato di qualche particolare proprietà alcolica capace di procurarti questa forma di sballo (sarà forse per via della composizione chimica dell’uva di queste parti; oppure sarà merito del processo di decantazione. Sta di fatto che il risultato adrenalinico è assicurato).

Con la mia bottiglia stretta fra le dita, esco dal market e scruto attentamente il formicaio di villeggianti che balla in preda ad una convulsione collettiva. I gruppi più folti di danzatori si accalcano sopra due tavoli posizionati al centro della pista. Tutti gli altri ballano senza fissa dimora, muovendosi in circolo lungo l’intero perimetro del locale (che ha, per estremi, una piscina da un lato e la spiaggia libera dall’altro). Il ricambio di danzatori fra i tavoli e il resto della pista è continuo. Di solito i gruppi stanziali sono formati da comitive di ragazze, che per una strana forma di solidarietà femminile tendono a restare più compatte, mentre i maschi preferiscono girovagare da soli per perlustrare la pista in cerca di facili prede. Ma al Tropicana non è raro vedere ragazze più intraprendenti che girano senza scorta per esporsi volontariamente ai tentativi di adescamento dei maschi, oppure per agire di propria iniziativa selezionando i partner che sono di loro gradimento prima che siano questi a farsi avanti.

Anche se la miopia annebbia le mie capacità di avvistamento, cerco subito di individuare tutti i possibili obiettivi di genere femminile che possono essere alla mia portata. In particolare, facendo ricorso alla mia esperienza maturata nei locali notturni, osservo i movimenti del ballo per sondare il grado di disinibizione delle mie prede. Poi osservo il loro livello di avvenenza per valutare le mie possibilità di successo (non mi considero né bello né particolarmente brutto, al punto che, disinibito dall’alcool e mascherato dall’abbronzatura, posso aspirare ad una partner di bellezza media; ad ogni modo non posso escludere nella fase di adescamento l’entrata in gioco di altri fattori, come la simpatia e la sfrontatezza, tali da permettermi di conquistare prede più avvenenti).

Al termine di una prima ricognizione, vengo attirato dalla presenza di alcune ragazze che ballano sul bancone del bar. Ma non faccio in tempo a poggiare l’infradito destro sul bordo del bancone che un energumeno con una maglietta con su scritto ‘Staff’ mi spinge all’indietro: mi ringhia che possono salire solo esseri umani di genere femminile. Dalla prescrizione imposta ai maschi, mi pare di capire che i gestori del locale vogliono che in rete e in tv circolino soprattutto foto e video di ragazze. Una scelta di marketing per salvaguardare l’immagine del Tropicana fuori dai confini nazionali.

Tuttavia, nonostante il breve scontro con l’autorità costituita, non mi demoralizzo: in pista ci sono gli altri due tavoli dove si ammucchiano ragazzi e ragazze. Una selva di braccia e gambe dove il mio desiderio di contatto fisico non è limitato da alcuna norma o divieto. Così, preso dalla ‘capata’, salgo sul tavolo sfruttando un varco aperto. Mi rendo subito conto che i millimetri quadrati a disposizione per ballare sono troppo pochi. Quindi mi addentro in profondità e mi incuneo come una sottiletta fra addominali a tartaruga e gambe maschili ricoperte di peli fino a guadagnare l’altra sponda del tavolo. Sul bordo, di fronte a me, in un ritaglio di spazio miracolosamente sgombro, mi ritrovo il sedere di una ragazza bruna che ondeggia oscenamente. Dopo un attimo di esitazione, mi avvicino sempre più. Poi comincio a strusciare il mio costume sui suoi glutei. Dal fatto che non si allontani e non scosti il suo sedere in segno di fastidio deduco che ci sta. Lo sfregamento che ho intrapreso diventa più continuo e ritmato. Il ballo si trasforma lentamente nella simulazione di un rapporto anale e la ragazza comincia ad emettere un gridolino di piacere inarcando la schiena. Dall’intonazione degli ‘aah!’ sembra italiana, anche se non ci metterei la mano sul fuoco (in fondo è un’ esclamazione universale proferita durante i rapporti sessuali consumati in tutte le lingue mondo e le variazioni di inflessione di paese in paese saranno così minime da risultare impercettibili anche ad un orecchio esperto). In controluce, mentre insisto nella danza erotica fino a raggiungere la vertigine di un orgasmo virtuale, una leggera lanugine che noto sulle sue spalle abbronzate accentua la sensazione di ritrovarmi in un luogo di promiscuità animale. Mi sento come uno di quei primati che si accoppiano nei documentari per rassicurare i telespettatori sul fatto che fare sesso è una cosa diffusa anche al di fuori del genere umano.

E, proprio come accade nei documentari, il successo del mio accoppiamento viene minacciato dalla presenza di altri maschi. Una vaga sensazione di accerchiamento comincia ad impadronirsi di me. Alle mie spalle un ragazzo balla con finta disinvoltura lanciando di tanto in tanto uno sguardo verso di me e verso le altre coppie che si sono formate intorno. Sta impalato lì, animato da una strana impazienza, come se aspettasse il momento giusto per sostituire qualcuno di noi. A quel punto, per respingere l’avanzata di altri pretendenti e ufficializzare la sua scelta, la brunetta che è in mia compagnia si gira di colpo. E trascorsi pochi secondi di straordinario silenzio a suggello del rituale di accoppiamento, spalanca le labbra e tende la sua lingua verso di me. Non mi resta che chiudere gli occhi e perdermi in un naufragio di saliva. In quell’istante mi sembra di stare da solo: la mia lingua avvitata alla sua e la musica in sottofondo. In realtà sto sopra un tavolo di tre metri quadrati carico come un carro bestiame a baciare una ragazza sconosciuta, forse straniera e per giunta ubriaca, con la bocca impastata di vino greco scadente acquistato a dieci euro sullo scaffale di un minimarket. A quanto pare, però, una situazione del genere al Tropicana rappresenta la normalità. In un solo pomeriggio, fra le nebbie del vino, ti può capitare di infoltire il tuo carnet con baci di ragazze diverse. A volte durano un attimo, prima che la tua partner venga inghiottita dalla folla o tirata per le mani da qualche altro primate agguerrito.

Dopo un bacio, se sei abbastanza tenace quanto fortunato, puoi ottenere un rapporto sessuale completo. Nei bagni non è raro imbattersi in coppie in fase di copula. Tuttavia il luogo riservato agli accoppiamenti è di fronte al locale, dove sui lettini posizionati a ridosso della spiaggia si consumano decine di amplessi. Una situazione tutto sommato ordinaria, se non fosse che la penombra serale in cui sei immerso con la tua partner può essere bruscamente illuminata da torce elettriche e videofonini. Alcuni voyeur si aggirano fra le coppie in intimità per riprendere dal vivo le scene hard. Ciò che un tempo era un romantico rapporto sessuale sul bagnasciuga, diventa così una sorta di reality per spettatori guardoni. Il Tropicana, ai tempi del Grande Fratello, è anche questo. Ma la cosa che più mi stupisce è sapere che alcuni ragazzi hanno perso la verginità in questo modo. “La prima volta è stato qui al Tropicana”, mi confessa una diciottenne di Brescia con cui mi intrattengo a parlare al bar. “E’ stato l’anno scorso. L’ho fatto sul tavolo centrale davanti a tutti”. Angela – la chiameremo così perché ha la pelle candida, gli occhi chiari e una vaga aura da dama del Trecento  – non è l’unica ad essere venuta qui per il secondo anno di seguito. Al Tropicana capita di incontrare ragazzi che sono tornati per la terza o quarta volta. In Europa, dopo Ibiza, non c’è un posto migliore di questo per lo sballo vacanziero. “Ma a Ibiza ci si va anche per drogarsi – sottolinea un altro ragazzo con cui scambio un paio di battute -. Invece a Mykonos si viene principalmente per le femmine”. Che, a suo dire, sono abbondanti e sessualmente disponibili come in pochi altri centri di villeggiatura del Vecchio Continente.

Quando finisce l’aperitivo, poco prima di mezzanotte, la folla comincia a disperdersi in tanti rivoli che raggiungono lentamente l’uscita. Una volta che l’alcool in circolo esaurisce i suoi effetti e riprendo un po’ di lucidità, ho la sensazione che la mia serata sia stata una lunga e divertente amnesia condivisa con altri coetanei. I ricordi sono pochi e confusi. La memoria rimossa. L’alcool che ho avuto in corpo mi impedisce di formare delle immagini connesse. Uscito dalla dimensione dell’oblio autoindotto, la prima visione che mi si para davanti sono le bottiglie di vino e di birra impilate nei cestini o sparse alla rinfusa sulla sabbia. Sono decine e decine. Come le vittime dello sballo. Alcuni ragazzi restano riversi a terra e privi di coscienza; altri svuotano le proprie vesciche sul bagnasciuga; altri ancora stanno piegati ad osservare la pozza del loro vomito in preda ad una crisi di identità.

I restanti – vale a dire quelli miracolosamente sopravvissuti alla libagione – saltano in sella agli scooter e schizzano via dileguandosi oltre la salita. Per loro la giornata non termina qui. Dopo una cena frugale ed una doccia, saranno abbastanza ricaricati di energie per calcare le piste da ballo di un altro locale. Semmai del bellissimo Cavo Paradiso, una terrazza ventosa a strapiombo sul mare dove suonano i deejay più famosi del mondo. In quell’occasione, altro alcool circolerà nei corpi di ventenni vogliosi di esperienze, altri amplessi verranno consumati sulla sabbia. Sarà un’altra notte lunghissima, a Mykonos. E buia. Una di quelle notti che non finisce più.

 Marco Aragno