Renzo Favaron

Libera nos a Malo: le vicinanze di Luigi Meneghello. Nota di lettura di Renzo Favaron

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Libera nos a Malo: le vicinanze di Luigi Meneghello.
Nota di lettura di Renzo Favaron

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Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile da spiegare per chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola in dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare…

Posto nella prima parte di Libera nos a malo, questo brano può costituire la pietra angolare a partire dalla quale affrontare la lettura. Anzitutto, dato il carattere di descrizione e di cronaca a ritroso del libro, risulta essenziale sgombrare il campo da equivoci interpretativi. Sarebbe infatti sbagliato sacrificare la variegata complessità degli elementi evocati, subordinando l’insieme a una visione ristretta di realismo. In essa rimarrebbero esclusi numerosi aspetti. Esiziale risulterebbe non riconoscere le molteplici attestazioni di vita popolare, l’allusività e la significazione ambientale, di cui invece è impregnata l’opera. Occorre altresì sottolineare che Libera nos si mantiene lontano sia dalla fedele ricostruzione naturalistica cara alla tradizione verista, sia da esplicite influenze neo-realiste. Contro il naturalismo gioca un’orchestrazione che tiene aperto il nucleo di realtà intorno a cui ruotano le vicende narrate; l’insieme di idee e di sentimenti esposti non si conchiude mai in se stesso, ma è di continuo attraversato da ciò che ad esso è estraneo, da cose e avvenimenti che fanno parte di altri mondi. In verità, l’interesse per il paese, per gli usi e costumi locali, non sembra derivare da un semplice ripiegamento sulle proprie origini popolari e contadine, ma rappresenta più coerentemente un modo per contrastare il progressivo, inarrestabile azzerarsi di ogni identità individuale e collettiva. È peraltro bandito ogni richiamo di retroguardia a ripristinare una civiltà in irreversibile declino, anche se in essa sono contenute le stratificazioni di un universo in cui ognuno, ben più che compagno, era fratello, uterino germano di ogni altra persona. (altro…)

Camminare nella luce. Su Umberto Bellintani (di Renzo Favaron)

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Camminare nella luce. Umberto Bellintani – Forse un viso tra mille (seguito dal carteggio con Primo Mazzolari). Passigli Poesia.

«La poesia non matura nel verso ma nel cuore» scriveva Primo Mazzolari in una lettera indirizzata a Umberto Bellintani. Era l’agosto 1953, anno in cui usciva Forse un viso tra mille (del poeta di San Benedetto Po). Da allora sono passati sessanta anni, ma la frase di Primo Mazzolari ha un valore che va al di là del tempo, e non solo per il suo destinatario.
È come se il prete di Bozzolo dicesse: «La poesia non è solo suono o inchiostro rappreso, anzi: è qualcosa che si porta dentro e che governa la vita di colui (colei) che la porta». Come se in sé contenesse pensiero e azione (e questo farebbe pensare, guardando alle biografie di Primo Mazzolari e di Umberto Bellintani, che più chiara espressione ne fosse il prete). Invece è proprio dal poeta appartato che scaturisce questa immagine, questa figura. Nel carteggio stampato insieme a Forse un viso tra mille, Umberto Bellintani si apre e parla della sua fede. Così scrive: «Se non riesco ad amare Dio, riesco bene ad amare Cristo perché à sofferto, ha amato, è stato crocefisso». Chiaro come il sole: il poeta dichiara di non avere una fede cieca e assoluta, caso mai crede nel figlio di Dio, perché «à sofferto, ha amato». È proprio nella sofferenza che conosce l’amore e nell’amore che conosce la sofferenza, che Primo Mazzolari e Umberto Bellintani coincidono, e attraverso cui va colto e letto l’impegno civile e morale della loro opera (religiosa e politica, nel caso del primo e, nel caso del secondo, discretamente poetica).
(altro…)

“Gesualdo Bufalino: diceria di una sofferenza” di Renzo Favaron

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Parafrasando Adorno si può dire che l’arte di Gesualdo Bufalino riesce «a colpire la società tanto più esattamente, quanto meno tratta di essa». La travagliata rinascita del secondo dopoguerra conosce nella sua opera una singolare e originale messa in scena. Privo di manierismi e depurato degli scatti artificiosi di usurati meccanismi narrativi, il lavoro di questo autore si muove infatti alternativamente tra un dettagliato, icastico esame della realtà, e un partecipato, devoto vincolo alle storie narrate, su cui aleggia un coraggioso esercizio della pietà (pietà naturalmente a comprendere senza pregiudizi). Pur senza realizzare un discorso diretto “sulla storia”, Diceria è un romanzo che mette a fuoco il disorientamento, lo smarrimento e il turbamento subentrati nelle coscienze degli individui passati attraverso il Fascismo, la guerra e la Resistenza. Peraltro Bufalino attua una sorta di esclusione dialettica dall’attualità di quella storia; egli, per così dire, si sottrae sia al glaciale e ambiguo realismo, che al banale e fatuo misticismo dei sentimenti.
Sostenuto da un tono desolato, da un’angoscia amara e disperata, che mai si abbandona al gratuito e al sentimentale, questo primo libro testimonia il grande vuoto lasciato dal crollo di tutti i valori, narra di una vita che si è trovata improvvisamente priva di solidi punti di riferimento, inquieta e frastornata. Lo stesso stile narrativo, del resto, risente della disgregazione e dissoluzione che affligge i personaggi della Diceria: sbalzi imprevisti, pause ritmiche, sincopi, “duelli di gesti e di parole”, in effetti rappresentano il sostrato tecnico di una narrazione permeata da un doloroso e non sempre rassegnato pessimismo, da un’irriducibile sensazione di provvisorietà delle vicende umane, alle quali sfugge costantemente il terreno da sotto i piedi. La malinconia, “uno stallo dei sentimenti”, “l’inimicizia del tempo”, “le memorie di una lunga attesa e persuasione di morte”, sono i temi e i motivi cari all’estro e all’immaginazione di Bufalino dove non manca il recupero di un’umile dignità dei sentimenti che conferisce ai suoi personaggi un’aura di trasognata e cassandrica accettazione del proprio irrimediabile destino. Proprio su questo terreno incontriamo il miglior Bufalino: anche quando l’elemento autobiografico è insinuato nel testo, è sempre rintracciabile una tensione a trovare un orientamento, a tradurre la propria esperienza di sofferenza in esperienza etica del mondo. Questo autore con la vicenda dell’Untore ha parzialmente tratteggiato la sua stessa vita riducendone il tono, rimpicciolendo la letteratura a lillipuziana e grigia condizione esistenziale.
Occorre sottolineare che certi passaggi autobiografici contenuti in Diceria dell’untore è stato possibile individuarli solo dopo aver letto la raccolta di versi uscita nel 1982 (L’amaro miele, Einaudi); in essa si scopre una serie non trascurabile di traversie interiori e dolorose situazioni vissute da Bufalino in conseguenza di un malanno contratto nel corso della guerra (o durante i primi mesi della Resistenza). Appare proprio un tale presupposto sottaciuto a conferire al romanzo un’impronta e un carattere singolare. Qualora la sua pubblicazione fosse avvenuta negli anni Cinquanta con ogni probabilità non avrebbe potuto evitare, pur con le dovute distinzioni e cautele del caso, che gli si attribuisse l’etichetta di opera neorealista: la tarda apparizione ha contribuito invece a toglierlo dall’equivoco di una così facile classificazione, procurandogli l’indubbio beneficio d’una freschezza e intrinseca qualità che altrimenti si sarebbero perse per strada.
“Quanti commiati nella mia vita./ Partono strade cariche di fumo/ ogni minuto tra i quattro venti.” Espunti da L’amaro miele, questi versi chiariscono meglio di qualsiasi spiegazione l’originaria matrice, oltreché la fondamentale, intima conversione alla scrittura compiuto da Gesualdo Bufalino. Come egli ci ha detto, quello che conta è “rendere testimonianza, se non dell’azione, di una retorica e di una pietà”, consentitagli per una sorta di “esonero” dalla falcidia. In questo senso la parola e il mestiere dello scrittore acquistano i crismi di un impegno, di una promessa che l’autore sente il dovere di mantenere nei confronti della propria e altrui memoria, volendo onorare anche l’esistenza più meschina, in quanto non diversa dalle altre se considerata alla luce “dell’umana sofferenza” (pregevole a questo riguardo la poesia Requiem per il nemico ignoto). Non condividiamo, pertanto, il punto di vista che vede Diceria dell’untore come pensato, scritto e strutturato in “uno spazio che è sempre al di qua e al di là della storia”, proprio perché crediamo che il tempo sia, lì, filtrato attraverso l’inesorabile filigrana della rarefazione: a noi sembra che là dove la scena è spogliata e alleggerita di astratte contaminazioni storiche, in realtà sia già di per se stessa il frutto di un teatro della memoria (“Je devins un opéra fabuleaux” disse Rimbaud, identificando l’Io con qualcosa che diventa teatro in cui si susseguono eventi, senza che sia tenuto a giustificare quanto avviene sulla scena). Ma in questa corrispondenza con l’Io sia il teatro di Rimbaud che di Bufalino è popolato da una profonda coscienza storico-morale.
Ed ecco che la Diceria si trasforma in doloroso senso dell’esistere: scopriamo così, come ebbe a dire Andrea Zanzotto, che l’unica storia possibile è quella che si “autoscrive” e “autoparla”, in quanto evento che finisce per immedesimarsi senza residui nella traccia scritta che ha lasciato.

© Renzo Favaron

Gli “Esordi Invernali” di Renzo Favaron

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Esordi Invernali è un racconto lungo di Renzo Favaron appena uscito per CFR Edizioni nella collana di narrativa Il Novelliere, una storia al presente e al passato che si dipana sui due piani temporali di cui è fatta anche la memoria di ciascuno di noi. Ed è proprio la dimensione del ricordo a determinarsi centrale in questa prosa, poiché è il luogo in cui ‘avviene’ la decostruzione e la ricostruzione del sé-protagonista ma è altresì il campo su cui si gioca la storia dello stesso, che si presenta dapprima adulto, alle prese con la figlia Irene, una (ex-)moglie, andate, ritorni, congiungimenti e separazioni, esperienze che provengono da un passato remoto, da un’infanzia con un padre (già partigiano) quasi o del tutto assente.

La trama potrebbe suggerire che siamo di fronte a una vicenda che reitera scritture che conosciamo (e alla prima persona singolare), eppure la sensibilità della scrittura di Favaron – che è la stessa che si legge nella parola poetica, già ospitata su Poetarum, qui – restituisce a ogni capitolo qualcosa di inusitato, soprattutto ‘si fa’ secondo alcuni schemi che ci ricordano l’ultimo Sebald (di cui ho scritto già qui): mi riferisco in particolare all’uso della fotografia, che spezza l’andamento della narrazione incidendo sulla comprensione del testo, amplificando le possibilità di visione o costringendo ad indirizzare la nostra immaginazione verso un punto focale fermo, specifico. L’ambientazione veneta, con richiami a spazi, tradizioni, aspetti culturali del tutto propri di quella terra (da cui Favaron viene e in cui vive ancora), rafforza inoltre l’idea che l’utilizzo delle foto in questa prosa funga da catarifrangente, e che la memoria stessa possegga questa qualità di restituire l’impressione e contemporaneamente la sostanza del ricordo.

Tra le digressioni che l’autore si permette, tuttavia, oltre a quelle letterarie (per fare un paio di nomi, Savinio e Hohl) ne spiccano alcune jazzistiche: la citazione del disco Out of the Cool di Gil Evans del ’61 e del brano The Time of the Barracudas, registrato nel ’63 (e scritto da Evans assieme a Miles Davis) giustificano da una parte il titolo del racconto stesso e l’importanza del “tempo”, ri-detta con un’altra formula, dall’altra osano – forse – suggerendo al lettore un aspetto formale della memoria: il suo andamento jazzistico irregolare, di selezione altalenante, lo scompaginamento continuo di cui è fatta.

©Alessandra Trevisan

Il poeta ostinato – su Carte da Sandwich di Attilio Lolini (recensione di Renzo Favaron)

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Il poeta ostinato – Su Carte da sandwich di Attilio Lolini (Einaudi 2013)

A volte, leggendo Carte da sandwich (Einaudi, 2013), si ha l’impressione di trovarsi alle prese con qualcuno che c’è senza esserci e, in pari tempo, che non c’è, essendoci. Ripensando alla precedente raccolta di Attilio Lolini (Notizie dalla necropoli), ci si ritrova in maniera ancor più persistente a diagnosticare uno stato apparente di allucinazione. Si è scritto “apparente”, non perché la percezione appare disturbata, ma in quanto è la realtà stessa a essere assente, come inghiottita da un buco nero di proporzioni cosmiche. Un esempio? Eccolo: «un vuoto nulla / ascolta / un infinito niente». E, insistendo su questo esempio, se ne trova una traccia anche nella sezione della raccolta (Imitazione) in cui l’autore omaggia alcuni “grandi” (Goethe, Larkin). Tuttavia è il poeta da cui F. Schubert ha attinto per il suo Winterrreise, quel Wilhelm Müller – ora quasi obliato – che ci riconduce e porta a sentire le pulsazioni di un cuore in inverno, a cui è correlativamente associato un paesaggio totalmente bianco, una landa sinistramente abbagliante su cui svetta un perturbante edificio: «ma il mondo è ora un lenzuolo / la strada sepolta dalla neve // Una folla di malati l’attraversa / bianca città dalle strade / che salgono e scendono / come scale della torre murata.» Eppure questa immagine non la si deve collocare come termine e tappa finale, al contrario: appartiene alla sensibilità musicale di Attilio Lolini e la si può considerare come una sorta di personale archetipo. Sintomaticamente in ciò è rintracciabile anche un gusto nutrito nel tempo e fedelmente professato, ma ineluttabilmente avvertito come insufficiente a mantene un aplomb letterario che ormai non sarebbe che il bagaglio di una maschera. Scrive l’autore: «Montale perdoni / stanno sparendomi / i coglioni.»

Così Attilio Lolini si presenta con tutto il suo carico d’anni, un uomo acciaccato nel corpo e alle cui idee riserva una rappresentazione senza sconti. Anzi, come chi sa che il prezzo è sempre più alto del previsto, la partita tra sé e il mondo è giocata senza risparmiarsi e l’affondo finale non può avere per obiettivo che una compiuta e totale tabula rasa: «la rivoluzione non era / dietro l’angolo // vanno distrutte / anche le rovine.»

In questo Klima a cui sembra non esserci scampo, viene da domandarsi, cosa è ancora così solido e capace di sostenere e resistere agli urti? L’autore non è tanto ingenuo da credere che la parola sia salvezza o che lo sia un al di là promesso da qualche dottrina. No, è qualcosa di più prosaico e ordinario (se uno non lo avesse compreso spuntandola su quanto di brutale e doloroso ci riserva il diuturno tran tran). Vale la pena riportarli questi versi e considerarli un insegnamento prezioso: «Perso l’equilibrio / barcollo nel marciapiede / ostinato nelle abitudini / nostre sole religioni.» Ancora una volta, riandando a quanto si scrisse a proposito di Notizie dalla necropoli, Attilio Lolini recupera una figura musicale, l’ostinato, quale tratto che ne caratterizza la cifra poetica e stilistica. Lui stesso sembra darcene una conferma intitolando Giorni di repliche una sezione della raccolta, dove è più esplicito il richiamo a un tempo-ritmo che torna su se stesso e si ripete. Si noterà, però, che l’ostinato del poeta senese è ben diverso da quello della tradizione musicale, dal momento che non corrisponde a un disegno d’accompagnamento ma è, se così si può dire, in primo piano e non relegato al mero ruolo di inciso.

In questo modo, verso dopo verso, Carta da sandwich va componendo una tela di scansioni fonico/ritmiche persistenti, cioè concentrate e che non è azzardato paragonare a veri e propri graffiti sonori. Essenziale, ma al tempo stesso incisiva, come la parola che incarna e interpreta, la poesia di Attilio Lolini conferisce dignità agli aspetti più semplici, ma non per questo banali, dell’esistenza e dell’esistere. Valga per tutte la composizione (Fermacarte) con cui si chiude la raccolta, omaggio all’amato (dall’autore e dallo scrivente) Philip Larkin: «Ricorda le stanze, le tende / la finta stanchezza dell’alba // gli oggetti che spiano / portaceneri e fermacarte // come sono sereno / come sono disperato // non riesco a dormire / mi addormento di colpo.»

(c) Renzo Favaron

Nota: Renzo Favaron su “Notizie dalla necropoli”

Notizie dalla necropoli (recensione di Luigi Socci)

lolini - notizie dalla necropoli

Dopo gli articoli di Piergiorgio Viti e Renzo Favaron  (leggibili qui1 e qui2), e l’interessante dibattito che ne è scaturito, pubblichiamo una recensione a “Notizie dalla necropoli” di Luigi Socci, ulteriore testimonianza dell’interesse che c’è intorno a questo libro e alla figura di Attilio Lolini. Buona lettura,

La redazione

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Notizie dalla necropoli (1974-2004) di Attilio Lolini. Einaudi pag. 189 euro 14.00

 

Attilio LoliniOpportuna autoantologia contenente un trentennio di lavoro, affidato negli ultimi anni alle amorevoli cure dell’Obliquo di Giorgio Bertelli, ma ancor più sparpagliato e disperso per quel che riguarda le prove più lontane nel tempo, apparse originariamente in edizioni semiclandestinamente autoprodotte e, a tener fede a quanto qui riportato dall’amico e autore della postfazione Sebastiano Vassalli, addirittura ciclostilate. Nel leggere questi versi vecchi e nuovi si ha l’impressione, una volta di più, che la lontananza dai circuiti editoriali più blasonati abbia giovato a questo poeta (minore più per scelta che per qualità), in posizione di sicuro spicco all’interno di una generazione più avvezza alla luce, per quanto fioca, dei riflettori. Ad una opzione di minorità consapevole appaiono già improntati i primi testi,  quelli che datano dal 74 al 90, qui raccolti nelle sezioni Da una stazione all’altra e Vesto giovane,  relativamente omogenee sui piani stilistico e tematico. Di vago sapore beat, queste prime poesie prorompono sulla pagina senza titoli, in un flusso vitalistico che azzera qualunque forma di punteggiatura,  in caratteri rigorosamente minuscoli persino in sede incipitaria, nell’uso disinvolto del discorso indiretto libero e di altri escamotage espressivisti. Aferesi ( gli spizi, gli spedali ), anacoluti, neologismi e plurilinguismo omeopatico avvicinano questi versi, seppure di tono meno apocalittico, a quelli di un altro grande irregolare della generazione anteriore: Luigi Di Ruscio. Il furore anarcoide, declinato spesso nella forma dello sberleffo politico a destra e a manca (“neppure il freddo ci stende secchi \ siamo eterni \ mister rumor” o “i poveri come si odiano tra di loro \ egregio ingrao”) ci consegna la figura di un poeta il cui esordio relativamente tardo (a 35 anni, ad appena 6 anni dal ′68), configura l’immagine di un reduce già perfettamente disilluso. Di reducismo parla del resto il poeta stesso nei suoi testi in più di un’occasione, esibendo il lutto di un nichilismo subìto suo malgrado (“ho creduto in tutto \ poi in niente \ perdonami e sopportami”), ma è curioso vedere come in questa feroce minisaga autosarcastica e nullificante (“che pena vendersi \ quando nessuno \ ti compra”) si utilizzi una strumentazione il cui valore sembra ancora percepito come tale. E sono i mezzi della poesia e della sua tradizione. Fin dal primo testo si notano infatti prestiti eliotiani (“morti noi signori e madame \ si chiude”) accettati senza furia deformante e addirittura  poi ungarettiani, (“sta sepolto \ non so dove \ e non importa”), seppur riadattati a diverso contesto, quasi ad avvalorare la propria immagine di sopravissuto alle reboriane granate di una “piccola” guerra le cui trincee si ricontestualizzano sullo sfondo delle latrine di una stazione. E non sarà pertanto un caso che in un testo dedicato a Gotfried Benn (“ma non scacciarmi \ non restituirmi \ al morto mondo \ starò immerso in te \ finchè è possibile \ senza afflizione o gioia”) si incontri la prima, cronologicamente, lettera maiuscola in un quindicennio di lavoro, quella di Benn, appunto, a voler quasi significare che nella tabula del mondo fatta rasa da uno sguardo impietosamente iperscettico, tocchi soltanto alla poesia il compito di rappresentare un ultimo baluardo, un ultimo risicato appiglio per una possibile fede. È storicamente prassi comune tra i poeti autoriduzionisti o troppo dichiaratamente intenti a svilire l’importanza della propria opera e della poesia in generale (si tratti di autori di nugae o di frammenti di cose volgari, di trucioli o pianissimi) quella di coltivare un segreto culto della stessa e Lolini non fa eccezione. I testi delle due successive (e ultime) sezioni, rispettivamente “Poesie futili” (91-96) e “Canti senza sole” (97-2003), riducono ulteriormente l’orizzonte richiudendolo in forme più brevi e regolari e drenando gli ultimi residui di vitalismo. È lo spettro della depressione che si aggira tra questi versi e tra le quattro, sempre più claustrofobiche, pareti di casa. Il pur stentato dialogo lascia il posto al monologo e la bukowskiana corte dei miracoli che popolava le prime raccolte cede il passo ai ben più muti ed inerti inquilini dell’armadietto dei medicinali. Sono le anfetamine, i colliri, le benzodiazepine i nuovi compagni di viaggio tra i mezzi toni e le timide rime da librettista lirico di un poeta autentico che sembra aver immolato la propria vita alla poesia.

luigi socci

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nota: recensione pubblicata su l’Annuario a cura di Giorgio Manancorda (ed. Castelvecchi 2005)

Renzo Favaron – Ciò che resta. Su “Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini

Pubblichiamo questo intervento di Renzo Favaron inviato alla redazione dopo la lettura del contributo (e dei commenti) di Piergiorgio Viti, pubblicato qui ieri.

La redazione

Ciò che resta – Su Notizie dalla necropoli di Attilio Lolini, Einaudi, Torino 2005.
di Renzo Favaron

lolini 2L’avvertenza, dopo aver letto Notizie dalla necropoli, è di non fare un’interpretazione in cui si vada a collocare le quattro raccolte – qui riunite – in un rigido quadro storico. E le ragioni per evitare ciò, sono molteplici. A partire dal primo nucleo della scelta antologica, dove una lettura alla lettera, non fosse che per ragioni di convenienza e di cattiva coscienza, porterebbe dritto a vederlo, se così si può dire, come un reliquato degli anni ’70 e ’80. E in effetti l’oggetto di questo nucleo è riconducibile a quel periodo ma, si badi bene, i motivi sottostanti alla poesia di Lolini, già allora, sono stratificati e hanno un’origine lontana. E dovendo suggerire una chiave, quella che appare più immediata, non sembri folle e paradossale, è la poesia religiosa del duecento. Un nome tra tutti: Iacopone.

Come il Todino, così Lolini ci offre in Da una stazione all’altra una visione del mondo degradata, dove l’amore vero è raro se non assente, dove “per i poveri non c’e nessuna storia” e “la miseria deve nascondersi bene”, il tutto espresso senza alcuna remora di fronte al rischio del disprezzo, del rifiuto, della condanna. Poesia, dunque, sciolta da pastoie ideologiche che pure riecheggiano come materia sottoculturale; non solo, ma sintomatiche di un atteggiamento che è quello di chi nega per affermare, di chi mette in primo piano figure minime e marginali per mostrarcene, insieme alla debolezza, il loro lato umano e l’umana partecipazione di colui che ce le mostra. In questo senso Lolini dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia difficile percorrere la strada della mediocritas. Perché se è rilevabile un’indifferenza di atteggiamento, questa non riguarda certo il poeta. Come quando dice: “…per calmarlo bastava poco/ un sorriso/ diventava bello/ ti faceva vedere l’uccello/ la pelle mangiata/ da uno strano eczema”. Fuori da ogni metafora, l’universo che popola i versi di Lolini è oggetto di un disprezzo che nasce, più che da un evidente distacco dall’amore di/per Dio, dal suo non uniformarsi al gusto borghese, dove non sembra avere effetto la caritas. Efficace, sotto il profilo espressivo, è l’elaborazione di un linguaggio che non deborda negli effetti, né nella tensione iterativa e nemmeno nella sintassi. Anzi, la forza di questo linguaggio è nella compressione, così che la scelta di un registro basso si riverbera per effetto di un’implosione, di qualcosa che ha subito più di un processo sia di assimilazione sia di accomodamento e che alla fine trova la sua misura in formule minime, sentenze, punture di spillo. Valgano qui due versi di Vesto giovane, che potrebbero figurare come epigrafe del novecento (per la drammaticità di alcuni avvenimenti, tra i quali non si può dimenticare la shoah): “Solo i sopravvissuti/ hanno memoria”, dichiara Lolini e attraverso questa strofa lapidaria fagocita illusioni e utopie, così come capta e segnala i vuoti lasciati dalle loro più o meno rumorose cadute e svela i trucchi di un’epoca in cui poco o nulla sembra esserci ancora di dicibile. Eppure, nonostante la durezza del giudizio, a noi Lolini non pare che si aggiri nelle zone del “maledettismo frivolo”, come sottolinea, anche se indirettamente, Vassalli nella postafazione; nemmeno il controcanto di Manacorda, quando parla di “pessimismo frivolo”, correggendo la precedente definizione, ci pare calzante. A rinforzarci in questa convinzione, innanzitutto, è l’impianto musicale che sostiene un po’ tutta la raccolta, tanto che non è raro imbattersi in richiami espliciti a musicisti e alla loro arte; esempi che hanno il significato di forze capaci di resistere, malgrado tutto, all’azione del tempo e al suo inesorabile scorrere.

lolini - notizie dalla necropoliTornando ai testi, ecco una risposta alla presunta frivolezza denunciata: “Mozart chiudeva sempre bene/ puntava soprattutto sul finale/ allegro molto/ presto”, dove si può cogliere anche uno dei tratti caratteristici dell’universo musicale (e, implicitamente, di quello poetico di Lolini), ossia che non sempre alla leggerezza del movimento può corrispondere una leggerezza del tema. Questo contrasto, risolto felicemente dall’autore sul piano stilistico/formale, lascia comunque aperta una questione di non poco conto; nel senso che le formule tanto del “maledettismo” quanto del “pessimismo” appaiono fuorvianti se solo si considera la qualità della grana lessicale di Notizie dalla necropoli, una grana che si è formata con il concreto calarsi nell’infamia della corporeità, nel sordido e nell’abbietto del vivere, depositandosi in modo da non dire più di quanto non sia essenziale. Il poco rimasto, dunque, altro non è che il distillato di un crudo realismo, di un solipsismo che si fa giusto mezzo al di là di una concezione dell’uomo pronta a scorgere ovunque il “male” e il “nemico”, come esemplarmente espresso da questa poesia dedicata a G. Benn: “ti sento come una ferita/ non rimarginata/ un taglio sulla fronte/ ma non scacciarmi/ non restituirmi/ al morto mondo/ starò immerso in te/ finché è possibile/ senza afflizione e gioia”. Dal punto di vista letterario, possiamo ancora notare che il realismo è sostenuto da quella tensione di chi è andato oltre il limite del dicibile, ma non per questo ha deciso di tacere. Contro ogni volontà, del resto, quanto più represse, tanto più la realtà del mondo e la vita si rivelano incancellabili e inesauribili. Lo sviluppo naturale di ciò, con saggia ironia, Lolini lo riassume così: “…ora che il tempo/ è finito/ scrivi la nostra storia/ grazie tante/ parlo ancora/ ti dirò il resto/ mi detesto”. E in questo “mi detesto”, nella sua orgogliosa stringatezza, si esprime la propria irriducibilità e la lucidità di una coscienza decisa a restare vigile, per testimoniare ancora e prolungare sempre lo sguardo anche là dove non si scorge che il buio della necropoli.

Renzo Favaron – poesie

L’altra riva

‘Scoltare l’altra riva,
l’archeto che sfrega le corde
de ‘na viola
e insieme ste vosi mescoà ai sienzhi,
fassi de note che le carezza
l’aria cofà neve.
E chì, lontan, forse lo stesso
che ‘scolta, ùn o gnente pi
ch’el sogno de on omo,
se piega a scrivare
pa’ ridar ‘na supiada, forse,
a cue’o che xe sta pì sacrificà
in lu: tonba dei rinpianti.

 El voria desmentegare
e diventare l’archeto che sfrega
le corde de l’altra riva,
essare el legno e no’ cue’o che lo ‘dopara.
Cuesto e no’ altro, cofà ‘na candela
inpissà pa cue’i che no’ gà pì oci…
L’omo no’ se piega solo pa’ scrivare
el se piega parché ghe xe dei rumori
che fa cualcun in-te le so rece.
Calcossa che lu o cualcun’altro
gà fato cascare…

L’altra riva – Ascoltare l’altra riva,/ l’archetto che sfrega le corde/ di una viola/ e insieme queste voci mescolate ai silenzi,/ fasci di note che accarezzano/ l’aria come neve.// E qui, lontano, forse lo stesso/ che ascolta, uno o niente più/ che il sogno di un uomo,/ si piega a scrivere/ per ridare soffio, forse,/ a quello che in lui è stato/ più sacrificato: tomba dei rimpianti.// E vorrebbe dimenticare/ e diventare l’archetto che sfrega/ le corde dell’altra riva,/ essere il legno e non colui che lo usa./ Questo e non altro, come una candela/ accesa per quelli che non hanno più occhi…/ L’uomo non si piega solo per scrivere,/ si piega perché ci sono dei rumori/ che qualcuno fa nelle sue orecchie./ Qualcosa che lui o qualcun’altro ha lasciato cadere…

 

Adese

No’ gero de pì de ‘na gaina.
Anzhi, me sarìa piasesto essare
on papavaro, rosso in mezo al fromenton
zalo, cofà cô gironzoavo
in-te ‘na strada bianca, arginae
e a destra e a sinistra che gera el velo d’i selgari
a far da angei custodi al me canae.
No’ gò mai cognossù ‘na parola cussì:
Adese. E se anca no’l fusse sta el me canae
gnanca el Danubio pi celebrà
me gavarìa dà lo stesso scagasso
e boresso de cuando ghe gera la piena
e tuti se festeiava San Martin…

Sì, ghe xe sta on papavaro
rosso in mezo al fromenton zalo,
ma ‘desso gnessun lo cata su,
o rancura le somesse.

Solo el canae… eco de tuto,
drito e roverso dea moneda persa.
L’Adese riflesso, peicoa dea memoria,
specio intiero, sbetegare de gaìna
da ‘na riva a l’altra,
co’ la cuae, ‘fa ‘na puese,
voentieri m’incamino…

Adige – Non ero più di una gallina./ Anzi, mi sarebbe piaciuto essere/ un papavero, rosso in mezzo al grano/ giallo, come quando bighellonavo/ in una strada bianca, arginale/ e a destra e a sinistra c’era il velo dei salici/ a fare da angeli custodi al mio canale./ Non ho mai conosciuto una parola così:/ Adige. E se anche non fosse stato il mio canale/ nemmeno il Danubio più celebrato/ mi avrebbe messo la stessa paura/ e dato lo stesso piacere di quando c’era la piena/ e tutti si festeggiava San Martino…// Sì, c’è stato un papavero/ rosso in mezzo al grano giallo,/ ma adesso nessuno lo raccoglie, o lo tramanda.// Solo il canale… eco di tutto,/ dritto e rovescio della moneta persa./ L’Adige riflesso, pellicola della memoria,/ specchio intero, chiocciare di gallina/ da una riva all’altra,/ con la quale, come una pulce,/ volentieri m’incammino.

 

Cofà la piova

per Enrico Pieranunzi

Ghe xe ore, da l’alba al tramonto,
che stuarìa la luse del giorno
(o, forse xe istesso, del mondo)
e ‘spetarìa la piova, imagine de vose…

No, massa famigliare. Via, manco imedià
ma manco crua ‘na musica
che se verzhe cofà le sale de on castelo,
imagini de on  trio afiatà
contrabasso-organo-bateria,
manco imedià ma manco crue
de cuando parola a giosse se dava el canbio,
manco imedià ma manco crue
de ‘na guida a la cuae xe pì famigliare
la soitudine del rumore dea piova…

Cô no’ ghe xe pì gnessun
al cuae fare visita, forse tornare
xe tuto e solo cuesto,
cô anca la memoria no’ va
‘vanti né indrìo e gli oci
i gà solo el vodo ‘torno
e no’ ghe xe pì gnessuna roba
da nominar, né imagine
pì viva del sosia che xe la me guida.

Epur no’ xe on adio
che sto pensando,
se la parola che me vien
a la boca xe el ciao de on incontro,
el ciao che fra tute le parole
che cognosso sòna
cofà on saudo de benvegnù.

Pa’ voaltri, nomi de nomi, mi son
cofà la piova che da putin ‘spetavo.
Eco de on pianto…

…………………….Via, manco imedià
ma manco crua xe ‘na musica
che se verzhe cofà le sale de on castelo,
imagini de on trio afiatà
contrabasso-organo-bateria
‘ndove tuto se risera:
musica nera de l’onda
che se staca da la riva
 ……………………e a la riva torna…

Come la pioggia – Ci sono ore, dall’alba al tramonto,/ in cui spegnerei la luce del giorno/ (o, forse è lo stesso, del mondo)/ e aspetterei la pioggia, immagine di voce…// No, troppo familiare. Via, meno immediata/ ma meno cruda una musica/ che si apre come le sale di un castello,/ immagini di un affiatato trio/contrabasso-organo-batteria,/ meno immediate ma meno crude/ di quando parola a gocce si alternavano,/ meno immediate ma meno crude/ di una guida a cui è più familiare/ la solitudine del suono della pioggia…// Quando non c’è più nessuno/ a cui fare visita, forse tornare/ è tutto e solo questo,/ quando anche la memoria non va né avanti né indietro e gli  occhi/ hanno solo il vuoto intorno/ e non c’è più nessuna cosa/ da nominare, né immagine/ più viva del sosia che è la mia guida.// Eppure non è un addio/ che sto pensando,/ se la parola che mi viene/ alla bocca è il ciao di un incontro,/ il  ciao che fra tutte le parole/ che conosco suona/ come un saluto di benvenuto./ Per voi, nomi di nomi, io sono/ come la pioggia che da bambino  aspettavo./ Eco di un pianto…// Via, meno immediata/ ma meno cruda è una musica/ che si apre come le sale di un castello,/ immagini di un affiatato trio/ contrabasso-organo- batteria/ in cui tutto si richiude:/ musica nera dell’onda/ che si stacca dalla riva/ e alla riva torna…

 

In diaeto

Se penso a la me storia, no’ penso
in Talian, ma in diaeto.
Se vedo el me paese, lo vedo
in bianco e nero, o no’ lo vedo.
Epur no’ son vecio: solo
o no’ son cressuo o no’ son mai vissuo
al de là del circolo che cô lo se bate
el me parla in diaeto
o no ‘l me parla par gnente.
Ogni tanto, cô tira la tramontana
o sento fare el me nome,
me pare de no’ ‘vere pì fradei e sorele,
de essare solo al mondo.
Alora torno a casa, ciapo on goto,
lo inpenisso e che dago da bevare
a le piante, po’ puisso la gabia
del canarin, sbasso le saracinesche
e davanti a lo specio speto che passa
l’ora in cui no’ son ch’el rosso vivo dea sigareta:
batisuòsola de tute le robe che no’ ghe xe pì
a ogni respiro.

In dialetto – Se penso alla mia storia non penso/ in italiano, ma in dialetto./ Se vedo il mio paese, lo vedo/ in bianco e nero, o non lo vedo./ Eppure non sono vecchio: solo/ o non sono cresciuto o non sono mai vissuto al di là di un cerchio che, quando lo si batte,/ mi parla in dialetto o non mi parla per niente./ Ogni tanto, quando tira la tramontana/ o sento fare il mio nome,/ mi pare di non avere più fratelli e sorelle,/ di essere solo al mondo./  Allora torno a casa, prendo un bicchiere,/ lo riempio e do da bere/ alle piante, poi pulisco la gabbia/ del canarino, abbasso le saracinesche/ e davanti allo specchio aspetto che passi/ l’ora in cui non sono che il rosso vivo della sigaretta:/ lucciola di tutte le cose che non ci sono più/ a ogni respiro.

Nota: il testo In diaeto è tratto dall”antologia Guardando per terra – Lietocolle

 

Per chi volesse ascoltare Renzo Favaron recitare alcuni suoi testi : Virgole di poesia – Favaron

 

Notizia
Renzo Favaron è nato a Cavarzere nel 1958, vive e lavora a San Bonifacio (Vr). Dopo un’iniziale plaquette in lingua, uscita nel 1989, intitolata Voci d’interludio, nel 1991 pubblica in dialetto veneto Presenze e conparse. Del 2001 è il romanzo breve Dai molti vuoti. A partire dal 2002 pubblica alcune minuscole plaquette presso le edizioni Pulcino-Elefante. Nel 2003 pubblica Testamento, un’altra raccolta di poesie in dialetto, nel 2006 Di un tramonto a occidente e nel 2007 Al limite del paese fertile (venti anni di poesia in lingua accompagnate da tre cartelle di Alberto Bertoni). Il racconto La spalla è del 2005. Del 2009 è In cualche preghiera. Segue nel 2011 Un de tri tri de un, che raccoglie venti anni di poesia in dialetto. Del 2012 è Ieri cofa ancuò (nostos par passadoman).