Renzo Favaron

Luigi Bressan, Quetzal (nota di Renzo Favaron)

Quetzal o quando non ci sono più gli uccelli di una volta

Qualche anno fa scrissi una recensione per Luí (Einaudi editore, 2003) di Giancarlo Consonni, una raccolta di poesie in cui si percepiva acutamente lo stridore, l’urto della civiltà urbanizzata a detrimento della secolare e indifesa natura. Ricordo le immagini perturbanti (ad esempio, l’iguana venduta in un negozio della metropoli milanese) e la malinconia che portavano con sé e suscitavano proprio per le loro incongruenze, anche se erano lo specchio di un gusto ormai generalizzato e rispondente agli strumenti mediatici che ci fanno apparire vicino ciò che è lontano. Nella raccolta Quetzal (Il Ponte del Sale, 2019) di Luigi Bressan ad avvicinare il passato al presente, i luoghi di ieri a quelli che ora ci sono più prossimi, è invece la memoria e una vivida immaginazione. All’origine di ogni testo c’è un uccello o una schiera di uccelli (gabbiani, colombi, storni, eccetera) e va detto subito, anche se può apparire un accostamento un po’ arbitrario, che le immagini tratteggiate da Quetzal, per lo più riconducibili a un territorio circoscritto e delimitato, contengono in sé elementi plastici e rimandano a certe atmosfere che riportano all’occhio della mente alcune opere dell’artista americano Edward Hopper; Cape Code Evening (Sera a Cape Code), tanto per dire, opera in cui è ravvisabile una vegetazione che travalica i confini abituali e minaccia di usurpazione ogni altra cosa; oppure Early Sunday Morning (Domenica mattina presto), dove l’artista americano si sofferma a mostrare e dipinge l’avanzare dei palazzi moderni che minacciano le case più vecchie. Ecco, ci sembra che l’invasione sia una delle chiavi principali per interpretare la narrazione (in versi) sottesa a Quetzal. Di certo, è all’interno di un paesaggio in cui il rapporto tra uomo e natura non è più razionale e rispettoso, per quanto siano presenti toccanti eccezioni di segno opposto, quello in cui respirano, fischiano e volano gli uccelli di Luigi Bressan. Al tempo stesso, passeri, gabbiani, cornacchie si presentano come entità antropomorfe, animali in cui sono stati travasati sentimenti e tratti che appartengono a una specie umana ‒ se così si può dire – in cui è ancora vivo il dialogo orante fatto di gratuità e responsabilità. In fondo, gli uccelli di Luigi Bressan sono un’incarnazione dell’altro, cioè del prossimo come portatore di un’ordine e di un’obbligazione non solo nei confronti degli altri esseri umani, ma anche di tutte le cose create da Dio. In questo senso, il poeta ritesse i fili di una tradizione scomparsa e lontana, come quando un uomo ormai vedovo si ritrova faccia a faccia con la moglie defunta, una moglie che ora ha le sembianze di una civetta e che, dopo avere ripreso posto in lui, risveglia un’affettuosità che si era assopita da tempo immemorabile (Chiuse la porta e depose sul letto/ la cara bestiola con ali spante/ la vegliò per tutta la notte/ la vegliò con tutto il suo amore). (altro…)

PoEstate Silva: Renzo Favaron, Apollonia (un ricordo)

Serena Nono, nightlight, olio su tela (proprietà di Renzo Favaron)

Economicamente parlando, Apollonia non aveva mai avuto bisogno di ricamare tovaglie e tovaglioli, ma così ingannava il tempo sin da quando la conoscevo. Erano passati più di vent’anni e né la radio né la televisione erano riuscite a scalfirla, a destare in lei la più piccola curiosità o attenzione. A dirla intera, credo che in vita sua non sia andata mai una volta al cinema o a teatro. Anche quando Guido ha fatto istallare il telefono, lei non se ne curava e lo lasciava squillare. La lista potrebbe continuare, come se Apollonia non avesse mai varcato la soglia della società industriale e non fosse mai andata via da Forcarigoi (quando la terra argillosa, dopo l’aratura, non si lasciava frantumare dall’erpice e allora era necessario rompere le zolle adoperando il rovescio della zappa, prima che il sole le rendesse dure come sassi). Non esagero e comunque, quando le ho fatto visita, ricordo che ha sbattuto le palpebre e mi ha guardato con una faccia perplessa, come se fossi un estraneo. Io l’ho salutata e lei non ha pronunciato il mio nome ricambiando il saluto, ma quello di un altro nipote. Lì per lì non sono rimasto colpito, anche se da lei non mi sarei mai aspettato un lapsus del genere. O, forse, non volevo riconoscere un sintomo che cominciava ad alterare la sua capacità di giudizio (nel frattempo, mi ero laureato in psicologia e avevo imparato l’eziologia di molte malattie del cervello sia di origine mentale che di natura organica). Di fatto, quel chiamarmi con un altro nome era il prodromo di un addio.
Nei mesi successivi l’amnesia di Apollonia si è aggravata e, quando sono tornato da lei, era seduta al solito posto accanto alla finestra, ma immobile e già ridotta a una pianta di Sansevieria, se così si può dire: era spenta e questa volta non solo mi ha salutato con il nome di un altro nipote, ma non mi ha riconosciuto e mi ha scambiato per l’uomo che aveva messo incinta Claretta. La coscienza era andata, tanto che la sorella di mia madre mi ha detto che ormai non si poteva più lasciarla in casa da sola. Oltre a ciò, mi ha confessato che un giorno l’aveva scambiata per una cugina che si era lasciata cadere dal ponte della ferrovia e che aveva insistito con lei, la sorella di mia madre, a proposito di un anello svenduto da suo padre in tempo di guerra per mangiare. Infine, ha aggiunto: «Lo psichiatra non ha saputo dirmi se si tratta di demenza o Alzheimer. Ad ogni modo», ha proseguito, «ha diagnosticato che perderà ancora di più la competenza dei gesti». La sorella di mia madre ha fatto una pausa. Poi si è asciugata una lacrima con un dito e, abbassando la testa, ha borbottato: «Non bastasse, perderà anche ogni controllo di funzione». Inutile dire «che perderà ogni controllo di funzione» significava che al decadimento mentale sarebbe seguito quello fisico. (altro…)

Tutti i post di Natale #5: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Non mi pento di aver fatto il militare,
me ne pentirei se a militare non avessi
fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

 

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.
Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.
Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.
Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.
L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.
La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.
Enrico, si chiamava il nostro caporale istruttore. Aveva 28 anni, diplomato e laureando il Lettere. Era schivo e poco socievole. Fumava molto e ci addestrava tra una tirata e l’altra di sigaretta. Nei pressi della casa di Ennio Flaiano trovammo il brolo dove pascolare assieme: stava facendo una tesi su Camillo Sbarbaro. Quando me lo disse, risposi articolando i primi versi di Pianissimo: “Taci/ anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)”. Fu un colpo per entrambi; nessuno dei due si aspettava di trovare qualcuno con cui discutere liberamente di poesie.
Enrico mi è rimasto incastrato nella memoria, anche se non gli ho mai scritto una cartolina.
Salvati quella mattina dai richiami furiosi, dalle ramanzine biascicate, dagli insolenti perepepé dei caporali, si doveva comunque fare i conti con la bassa temperatura presente nelle camerate. (altro…)

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna, LietoColle 2018

La lettura del Diario de mi e de la me luna di Renzo Favaron è giunta a me con l’invito a ripercorrere la sua opera poetica in dialetto e, in particolare, le precedenti raccolte Un de tri tri de un (ATI editore 2011) e Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L’Arcolaio 2015). È un invito che ho rivolto a me stessa, è un invito che sale dal dettato poetico di Renzo Favaron, nel quale l’osservazione acuta e l’ispido additare scempi e squarci si sposano con una passione che definire soltanto civile sarebbe riduttivo.
Si tratta infatti di una vera e propria dedizione alla parola, una ricerca incessante – sguardo mobile, tuffo nella folla e attraversamento del deserto – che non può non contemplare, come tappa essenziale del costante cammino, il silenzio, la non parola.
È una scelta, si badi bene, non un arrendersi. La constatazione – come non pensare a Voi, parole di Ingeborg Bachmann, testo che in più di un’occasione l’autore ha individuato come importante riferimento «anche per chi voglia scrivere un solo verso di poesia»? – che scogli e colonne d’Ercole dell’indicibile sono là, consistenti anche quando sono visibili ai poeti, non si traduce in un abbandono della ricerca, bensì in un’attenzione acuita, a tratti, parrebbe, esasperata, e comunque in una ripartenza rinnovata da una disciplina rigorosa, da un codice frutto di felice (nel senso di piena e consapevole) selezione, non di imposizione.
La condizione umana che soggiace a questo dire poetico è, con un ossimoro di provenienza ungarettiana, “allegra e disperata”.
I versi di autopresentazione del terzo dei trenta componimenti della raccolta si caricano in tale contesto della forza espressiva di un manifesto poetico:

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

Il silenzio diventa allora, con un paradosso preparato dall’argomentare rigoroso al quale si accennava poc’anzi e che si dipana testo per testo, il vero depositario della parola, di quella parola la cui urgenza di emergere era stata scansata, scaraventata in un angolo dai molti che ne temevano e temono l’energia eversiva.
Si arriva pertanto a leggere nel testo VI della raccolta:

Par ‘na idea balba gò lassà
al sienzhio el peso del parlar,
a le paroe che gavevo in boca
e che gnessuno gaveva mai ‘scoltà.

Per una strana suggestione ho lasciato
al silenzio la facoltà di parlare,
alle parole che avevo in bocca
e che nessuno aveva mai ascoltato. (altro…)

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale.

dag solstad, copyright MARIA GOSSÉ

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale

di Renzo Favaron

.

Il tempo è il protagonista delle ultime tre opere tradotte e pubblicate in Italia (da Iperborea, traduttori Maria Valeria D’avino e Massimo Ciaravolo) di Dag Solstad (si pronuncia “sulstà”), ovvero Romanzo 11, libro 18, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen. Tutti i personaggi centrali, se così si può dire, ne sono assorbiti, subordinati e dipendenti. E non solo i personaggi, ma anche le cose ordinarie, le idee e i prodotti artistici creati dall’essere umano. In ciascuno dei tre romanzi, ad esempio, l’autore è implacabile nell’indulgere e constatare il decadimento fisico a cui vanno incontro le compagne dei protagonisti (analisi riconducibile a quel “vedere dentro le cose” che è un’eredità letteraria di Gustave Flaubert). Tuttavia, Dag Solstad affonda i colpi delicatamente, quasi in punta di pennello, a parte in Romanzo 11, libro 18, dove la protagonista si macchia di un comportamento fuori luogo e inopportuno. La macchia non riguarda il tradimento del compagno, tanto per dire, ma il tradimento di un testo teatrale. Va detto che la donna tira le fila di una compagnia di teatro amatoriale e che ha un forte ascendente per via della sua bellezza. Bellezza a cui non sa rinunciare nonostante l’evidente azione del tempo e a cui attinge per rimediare alla cattiva piega che sta prendendo l’annuale rappresentazione portata in scena dalla compagnia di teatro. Il testo è L’anitra selvatica (di Ibsen) e a un certo punto il pubblico in sala rumoreggia, non risponde come ci si aspetta, così lei esce dal ruolo. Ed è questo che il compagno non le perdona, il fatto cioè di interpretare Gina Ekdel “con una gestualità e trucchi a buon mercato, e di agitare “perfino il posteriore e sedurre il pubblico locale”.

Anche in Timidezza e dignità Dag Solstad dedica più di qualche pagina allo sfiorire di ciò che è bello e lo fa lasciando intendere e trasparire l’importanza che la bellezza della donna ha nel tenere unita la coppia. Il personaggio maschile la subisce e comunque ne dipende fino a quando la “morbidezza” di chi gli sta accanto non viene meno. Come in Romanzo 11, libro 18, così in Timidezza e dignità il protagonista si dimostra incapace a sostenere gli urti della Storia e del tempo. Del resto, il decadimento fisico è sintomatico di un cambiamento che riguarda e corrompe non solo il corpo femminile, ma tutto l’edificio dell’esistenza umana. Seguendo il protagonista di Timidezza e dignità, ciò è fatto emergere nel corso di una lezione di norvegese, durante la quale si consuma una specie di frattura generazionale tra gli allievi e il loro insegnante. In particolare, la distanza è in diretta relazione al valore educativo riconosciuto e attribuito dagli uni e dall’altro a L’anitra selvatica di Ibsen. Naturalmente, per l’insegnante è qualcosa di essenziale e allo stesso modo lo è il compito “di fornire un’interpretazione de L’anitra selvatica brillante”. Cosa più facile a dirsi che a farsi e non per altro, ma perché gli allievi non attribuiscono la stessa importanza ai presupposti culturali sui quali “anche le loro vite si sarebbero fondate”. Anzi, prima della lettura de L’anitra selvatica, in aula risuona “un gemito viscerale e aggressivo”.

(altro…)

Riletti per voi #15: Dorothy Allison, Trash

Dorothy Allison, Trash, traduzione di Margherita Giacobino, Il Dito e la Luna, 2006, € 16,00

di Renzo Favaron 

*

Leggere Dorothy Allison è toccare con mano il fatto, se così si può dire, che l’America ha un nucleo di popolazione non “colored” aborrita e discriminata, il che fornisce una prova tangibile della profonda lontananza e divergenza dalla favola che essa sia la patria del sogno a cui normalmente e superficialmente è stata ed è associata. Trash (Il dito e la luna, 2006) di Dorothy  Allison è una raccolta di racconti che aggiunge un tassello interessante e arricchisce la percezione di un paese a cui non poca letteratura e cinematografia è sembrata cieca o comunque ha lasciato più intuire che mettere a fuoco. In particolare, ciò che colpisce è l’accento, il tono, il punto di vista di un’autrice e insieme di una donna che si è sentita appiccicata l’etichetta di “bianca spazzatura”, un’etichetta che ha quasi lo stesso significato di “colored” e quindi di una macchia non meno carica di conseguenze. Forse non è casuale il fatto che Dorothy Allison sia originaria del South Carolina, ovvero di uno di quegli stati dell’America che hanno dato (sì) i natali a William Faulkner e Flannery O’Connor, ma rispetto ai quali è piuttosto diffuso lo stereotipo che siano abitati da persone (stupide, cerebrolese, moralmente carenti), che sono l’esatto contrario dello stereotipo Yankee.

Come che sia, centrale nella raccolta di racconti è la figura della madre, una donna dalla scorza dura e che a poco a poco, anche se non è più di tanto istruita né colta, si rileva essere ricolma di scienza infusa. Infatti, alla figlia Dorothy, consiglia: «Non dire a nessuno quello che succede veramente. Non siamo al sicuro, l’ho imparato da mia madre. C’è gente al mondo che è al sicuro, ma noi no. Non far sapere a nessuno i fatti tuoi». Oltre a ciò, orgogliosamente conscia della propria condizione, aggiunge: «Non volere quello che non puoi avere». La madre di Dorothy sa di essere una bianca trash, ma ha una qualità rara non meno che cristallina: la “grinta”, e grazie a questa contrasta e sopporta gli urti della “storia” personale e familiare. Del resto,  non solo la madre si staglia e spicca, ma altre figure dell’universo parentale, come la nonna e la zia Alma. Quest’ultima, in uno dei racconti più più toccanti della raccolta, un giorno si sposta da Greenville e inopinatamente compare davanti alla nipote, che ormai da alcuni mesi si è stabilita altrove. E’ stata la madre a mandarla in avanscoperta e la casa in cui vive Dorothy è una topaia; non ci sono sedie, ma banchi di chiesa, e la nipote ricorda che la zia si rifiutava di andare in chiesa perché non c’erano le sedie a dondolo. Però, quasi fosse una cosa normale, all’interno c’è un tavolo da biliardo, e a un certo punto zia Alma rastrella le biglie e le sistema “in un triangolo perfetto”. Mentre la zia si piega sul tavolo verde, Dorothy si volge indietro e la ritrae come una donna generosa e sui generis. Già, la sorella della madre gestiva una trattoria e le piaceva giocare, tanto che non andava mai a casa senza farsi “prima tre o quattro partite, da sola”. Facendo una digressione, appare chiaro che l’avere messo al centro del racconto il tavolo da biliardo è qualcosa che va al di là della mera trovata narrativa, nel senso che zia Alma si può a tutti gli effetti considerare il prototipo della donna in grado di competere in un campo tradizionalmente appannaggio o, se così si può dire, culturalmente fatto su misura per l’universo maschile. Tuttavia, è una donna “vecchio stampo” e il cruccio che l’ha portata a far visita alla nipote è racchiuso nella domanda: «Hai pensato ai figli?». Nel leggere il racconto, tanto per cambiare, ci sono venute subito in soccorso le raccomandazioni della madre già esposte e trascritte da Dorothy, ovvero: «Non dire a nessuno che il patrigno ti picchia. Succederebbero cose terribili che non si possono neanche dire». Come la stessa autrice ha ammesso, però, lei non è come la madre, non ha la sua stessa forza e ora non sveleremo la storia che racconta a zia Alma. Pensando al lettore, ci limiteremo ad aggiungere che l’autrice contravverrà alla regola materna di mantenere il massimo riserbo in merito a ciò “che succede veramente”.

(altro…)

Thierry Metz , Diario di un manovale

31f0cq2fn2l-_sx195_

Thierry Metz, Diario di un manovale

Titolo originale Le journal d’un manoeuvre (Gallimard, 1990)
Traduzioni di Renzo Favaron

*

16 giugno –  L’agenzia di lavoro temporaneo mi ha trovato un impiego in una cooperativa. Otto ore al giorno. Salario minimo.

Dopo mattatoi, fabbriche, torno in un’impresa edile.

Il cantiere si trova in una piccola via a senso unico. C’è da ristrutturare un calzaturificio in un residence di lusso. Non ci sono che i muri. L’interno è vuoto, né impiantito né solai. È fatiscente. Bisogna rifare tutto: rinforzare le fondamenta esistenti, aprire gli accessi dei garage, posare i pavimenti, costruire le gabbie degli ascensori, portare le scale. Tutto. Ci sarà da lavorare sodo.*

     16 juin – L’agence de travail temporaire m’a trouvé un emploi dans une
coopérative ouvrière. Huit heures par jour. Salaire minimum.

Après les abattoirs, l’usine, je retourne dans le bâtiment.

Le chantier se trouve dans une petite rue à sens unique. On va transformer une
fabrique de chaussures en résidence de luxe. Il ne reste que les murs. L’intérieur est
vide, nì plancher nì cloison. C’est vieux. Il faut tout refaire: consolider le fondations
existantes, ouvrir les entrées des garages, poser les planchers, bâtir la cage
d’ascenseur, coffrer l’escalier. Tout. On a du travail.

*

Come è arrivato quello? Per quale via? Quale strada? Chi lo ha portato?
L’acqua? Il vento?
Chi può saperlo?
Cammina, si muove. Da un cantiere all’altro, dalla mattina alla sera. In un paese
di allineamenti e di crocevia.
Una sola direzione: riunirsi con il capomastro. Il dormiente. E tutt’intorno costruire
la sua opera.*

Comment est-il venu celui-là? Par quel chemin, quelle autoroute? Qui l’a amené?
L’eau? Le vent?
Comment savoir?
Il marche, il va. D’un chantier à l’autre, d’un lever à un caucher. Dans un pays
d’alignements et de carrefours.
Une seule direction: rejoindre le maître d’oeuvre. Le gisant. Et construire autour
de sa pierre.

*

(altro…)

“Pasque: sigillo di un engagement”. Su Andrea Zanzotto (di Renzo Favaron)

Serpente

Disegno di Renzo Favaron

“Pasque: sigillo di un engagement”

di Renzo Favaron

Come ha ben evidenziato Stefano Agosti, Pasque (Milano, Mondadori, 1973) non introduce un tema nuovo nella già cospicua varietà di motivi presenti in tutta l’opera precedente di Zanzotto. Tuttavia, al di là di un richiamo che affonda le sue radici in Dietro il paesaggio, dove sono introdotti alcuni nuclei paradigmatici (la ripresa su uno sfondo sacramentale già istituito della passione di Cristo e i riti della germinazione e della veglia) che riaffioreranno più tardi in immagini più martoriate e sempre più espressione di un universo ctonio, Pasque si configura in termini innovativi soprattutto sotto il profilo della deflagrazione grammaticale, già inaugurato con la Beltà, segnando, a sua volta, una svolta più decisiva nel consolidare un sistema di composizione che non appare più soltanto percussivo, ma anche diffusivo, e che dimostra addirittura una certa affinità con il discorso musicale più prossimo alla dodecafonia. In effetti, gli elementi che compongono la pagina scritta non si congiungono in serie armoniche proporzionate e convenientemente intervallate, ma sono organizzati in una sequenza intermittente di scatti fonico-ritmici che trasbordano dai modi usuali di segnare e combinare accordi e nessi tonali, per dare vita a una partitura che si costituisce in un rapporto con la realtà capace di accogliere tutte le modulazioni e qualità sonore in esso presenti; non solo, come è stato più volte sottolineato, ha luogo in Pasque il passaggio tecnico dal monologo alla polifonia (per altro già nelle IX Ecloghe alla voce monologante si alternava il dialogo), ma si assiste altresì a un’ulteriore variazione nella tessitura dell’ordito poetico, dal momento che la dislocazione dei versi procede sulla scorta di un continuo sbocciare e scoppiare, per quanto sia altrettanto evidente l’operare di una forza che esercita un ferreo controllo nell’ordinare il magma composito scaturito dalle ripetute deflagrazioni verbali. Lo stesso Zanzotto asserisce che lo spessore polifonico e polidisfonico della poesia si riversa nella messa in scena del luogo-lingua e, contemporaneamente, nel suo essere, in quanto testo, “potenziale sovrapposizione di tutto su tutto”; in questo senso la poesia di Pasque si snoda tralasciando qualsiasi forma sequenziale, costituendosi anzi come contrappunto di voci che esprimono ciascuna una speciale melodia, dove appunto i molteplici elementi trasposti sul testo si dispongono seguendo una “mobilità pendolare” che gravita nell’ambito di “un punto onnivoro”, ossia esigendo un riscontro sincronico sul piano sia spaziale che temporale. L’esempio di Pasque a Pieve di Soligo è forse quello più significativo nel rendere conto di una simile operazione poetica: nella poesia in questione l’autore recupera infatti una forma di componimento in cui le iniziali dei periodi di versi si succedono in modo da formare dei nomi, ciascuno dei quali designa l’avvio di un’azione che in sincronia si giustappone alle altre senza trapasso, come se si trattasse di un frammento che va a comporre un eterogeneo collage. Lungi dal prendere le forme di un discorso dialetticamente risolto, il lavoro di Zanzotto risulta strutturato da mille pointillés, o incrinature entro cui si apre il discorso delle letture, degli avvicinamenti, i quali, a ben guardare, una volta avviati sulla strada di un possibile incontro, di un sospirato imbattersi tra loro, assumono all’improvviso direzioni opposte, divaricanti, come di punti di fuga. (altro…)

Questo Natale #20: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Fonte Archivio online Corsera

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

 

Non mi pento di aver fatto il militare,

me ne pentirei se a militare non avessi

fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.

               Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.

Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.

               Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.

               Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.

               L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.

La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.

(altro…)

“Tabucchi: tanti in uno”. Nota di lettura di Renzo Favaron

antonio-tabucchi

“Tabucchi: tanti in uno”
(Il filo dell’orizzonte: una storia che ha come termine l’infinito)
di Renzo Favaron

In una visione che potrebbe sembrare peregrina, dettata da una confidenza eccessiva con un secolo di letteratura che non si è risparmiato nel mostrare le cuciture nascoste e i tessuti lacerati dell’uomo e del mondo (colti in quella operazione che consiste nel rovesciare la superficie esteriore della loro abituale veste), Tabucchi appare scrittore d’invenzione e di finzione. Egli è bravo fino al punto di farci credere inventata la realtà che obiettivamente vede.
A ben guardare, come nel cinema, così Tabucchi traspone sul piano della finzione aspetti che sono poi corrispondenti con nuclei di verità profonda ravvisabili oggettivamente nei sotterranei dell’io: calando lo sguardo tra le righe della sua opera, la quale non scende mai al di sotto della lucida testimonianza di un uomo che talvolta dà l’impressione d’essere sfuggente fino all’inconsistenza, emerge il sospetto che la dimensione dell’invenzione serva allo scopo di dare piena cittadinanza alle nascoste pieghe di un’esistenza dominata dall’insopprimibile coscienza della sua possibile molteplicità, o quanto meno alterità, rispetto a quello che appare. Tabucchi, in altre parole, ci fa testare con mano il carattere plurimo della nostra vita, ci avvisa che essa è la sommatoria di molteplici esistenze, anzi qualcosa di più della loro semplice somma.

Prendendo ora in esame la nutrita produzione di racconti, colpisce a tutta prima la singolarità delle situazioni. Soprattutto il carattere aperto e dai contorni indefiniti impresso alle storie, dove non appare mai chiaro il loro senso intimo e ultimo, tranne per il fatto che potrebbe essere uno dei tanti suggeriti, o immaginabili e possibili. La dimensione del dubbio è la faccia che si offre con più evidenza al lettore, costretto a riprendere di continuo i fili mai districati compiutamente della vicenda; perplessità e interrogazione, del resto, oltre a colpire il lettore, sono intimi elementi che possiamo ricondurre all’origine stessa dell’estro creativo di Tabucchi, in quanto termini non indifferenti alla paurosa scoperta che una certa cosa conosciuta può essere anche profondamente diversa da come si è manifestata (così come si esprime l’autore in Donna di Porto Pim). (altro…)

“Balada incivie, tartufi e arlecchini” di Renzo Favaron. Recensione

baladaincivie

Renzo Favaron, Balada incivie, tartufi e arlecchini, L’Arcolaio, 2015, euro 10,20

Negli ultimi anni la poesia dialettale veneta ha trovato in alcuni autori, spesso ospitati anche sul nostro lit-blog, un’energia letterariamente nuova o rinnovata: tra questi si possono ricordare, ad esempio, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Ma Renzo Favaron (già ospitato qui e qui), a differenza delle voci citate, si esprime in un dialetto veneto che potremmo definire misto, di provenienza varia. Spiega Anna Toscano: «La sua caratteristica poetica è la lingua che è un dialetto non di una città precisa, non di una zona particolare, ma un dialetto intimo. Il suo dialetto è un viaggio, nella poesia e nell’esperienza, con una cifra personale e una voce, appunto, intima. Ed è molto corposo, ricco, raccoglie varie particolarità e varie espressioni; tutto ciò rende la sua poesia una sorta di invocazione alle cose di tutti i giorni, alle piccole e grandi quotidianità che ci legano alla vita, soprattutto quando la si mette spesso in discussione. Vita sentita: i battiti, il polso, sono in ogni poesia. Ma anche vita in presenza della morte» (in Virgole di poesia, prima stagione).
I ricordi e il passato, la forza del conoscere (e del volere e saper conoscere), il dialogo con uno ieri che non c’è più o che c’è in una forma diversa, sono il filo conduttore anche dell’ultima raccolta di Favaron Balada incivie, tartuffi e arlecchini edita dai tipi de L’arcolaio. È fin troppo facile affermare che il dialetto ricarichi la parola della sua intrinseca potenza e tuttavia la poesia di Renzo Favaron “dice tutto” con il dialetto che non è reliquia ma una scelta etica e anche l’unico strumento linguistico in grado di proclamarsi il più fedele possibile ai temi, non ultimo l’unica figura possibile di una memoria con la quale non solo l’autore ma anche il lettore cerca di fare i conti, con la quale pare necessario riconciliarsi. (altro…)

Il demone o l’angelo verde di Landolfi. Nota di lettura a “Racconto d’autunno”, di Renzo Favaron

landolfi con uccello

Il demone o l’angelo verde di Landolfi.
(Racconto d’autunno: storia di una breve felicità)
Nota di lettura di Renzo Favaron

Vivere a caso fu già affermato unico verso per vivere: perché dunque, del pari ed anzi a maggior ragione (il meno essendo contenuto nel più), non scrivere a caso? Con lacrime di commozione, si pensa a quei poeti del primo ottocento che in un poemetto raccontavano sì una storia, ma tratto tratto intermettendovi considerazioni, fatterelli personali e via discorrendo, sì che alla fine non si capiva più di cosa poetassero… Be’, a qualcuno potrebbe venir voglia di imitarli, o meglio di riconoscere, nel loro, il solo modo accettabile o meno falso di scrittura.

T. Landolfi, A caso

racconto-dautunno

Reale e fantastico, visionarietà e fisicità dell’esistenza, considerati e spesso trattati come categorie inavvicinabili, in Tommaso Landolfi coesistono: addirittura, contrariamente a quanto si potrebbe dire per un E. T. A. Hoffmann, simili piani o livelli sono in lui talmente interscambiabili e complementari l’uno all’altro, che è difficile ascrivere al puro immaginario anche uno solo dei suoi racconti. Le presenze sensibili e inanimate, frammenti di identità ed esistenze determinate, esperite realisticamente o in forma fantastica, ne incalzano la coscienza, ossessionandola e condannandola a sopportare la quotidiana onnipotenza della loro natura irriducibile. Privato del sostegno delle “misere” entità del mondo sensibile, anzi afflitto dall’universo convenzionale, ma spaventoso, delle bagatelle e cose insignificanti di tutti i giorni, Landolfi dà voce al suo desideri di evadere in fantasie liberate della loro concretezza e viceversa sembra soffrirne per il disagio di doverle rappresentare con le immagini delle forme empiriche. D’altra parte, se egli è autore che ha costruito la sua arte su un retroterra nutrito di molteplici categorie letterarie, altrettanto evidente ci pare il suo totale distacco da una concezione della letteratura in cui era possibile credere a una sua funzione di dare pienezza alla vita e di riuscire, mediante essa, a raggiungere la coscienza.
Gran parte dell’opera di Landolfi è caratterizzata da una certa eccentricità, entro la quale si intuisce il chiaro sentimento di perdita di ogni certezza, di ogni valore morale capace di guidare la totalità del mondo: nel dare vita a racconti dove regna la libera proliferazione delle pulsioni e degli istinti, dove è di scena l’abolizione di ogni decalogo, Landolfi elabora delle storie nelle quali non si cogli più la pienezza e l’integrità della rappresentazione dell’esistenza, nelle quali l’intreccio si dipana in maniera da far risaltare il destino di degradazione che investe la specie umana, laddove i suoi atti si collocano al di fuori di gerarchie di valore. In questo quadro di delinea altresì un punto di vista consapevole del fatto che non si può più abbracciare nel suo insieme una realtà ampiamente frantumata, e che in ogni caso allo scrittore non restano che le parole di un superstite soliloquio, come ebbe a dire Walter Benjamin, una volta messo di fronte alla dissoluzione di una tradizione non più integrabile nel nuovo mondo.
Senza fare di Landolfi un avanguardista, il discorso ora pronunciato possiamo riallacciarlo a un altro nodo cruciale, peraltro non estraneo ad altri autori che hanno sviluppato un modulo narrativo moderno già durante i primi trent’anni del nostro secolo (per esempio: Svevo e Pirandello). Messi in soffitta gli stereotipi della stagione naturalistica, i temi collaudati del romanzo sociale ed epico di cui è piena di esempi la letteratura dell’Ottocento, il nostro autore, da un lato, reca in sé la crisi del pensiero razionale e positivista, e, dall’altro, è teso a seguire le vibrazioni di un diapason interiore, senza obbligarle a nessun principio di oscillazione. Landolfi è da considerare un moderno in quanto ha sperimentato i limiti dell’uomo a capire il mondo, in quanto ha rinunciato al diritto di giudicare e condannare, smaliziato al punto da sapere che la vita non si lascia plasmare e ridurre nell’onda del proprio narrare. I suoi personaggi e le sue storie non si subordinano a trame lineari, non seguono un filo che si sbroglia secondo una progressione e direzione rettilinea. Imprevedibile e mai scontato, Landolfi lavora senza ridurre la narrazione al semplice calco di una strategia precostruita, così come recede dall’operare sintesi in cui sia abbracciata una visione unitaria e organica della realtà. Gettate entro un sentiero interrotto da deviazioni improvvise, le creature rappresentate sono esposte a ogni imprevedibile caso che si affaccia sulla strada della loro sorte, quasi l’autore denunciasse la scomparsa dello scrittore onnisciente e desse spazio a un punto di vista che definisce la letteratura, uniformemente a quanto Claudio Magris descrisse per Joseph Roth, “quale incerta e parziale approssimazione”. Dobbiamo osservare, tuttavia, che persino nei momenti in cui l’autore sembra fabbricare abbandono, o tace di rivelare dove e a chi mira, procede poi secondo il calcolo di un disegno che sa dosare con estrema precisione i colpi di scena.
Maestro d’acrobazie, Landolfi è pur anco capace di strabiliarci per l’uso disinvolto che riesce a fare dell’inverosimile, per la sua abilità nel ridurre argomentazioni d’ardua soluzione a dimostrazioni per tutte le persone dotate di buon senso.

(altro…)