Renato Guttuso

Riletti per voi #3 – Elsa Morante, L’isola di Arturo

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Copertina della prima edizione del romanzo, del 1957: particolare di “Ragazzo addormentato” di Guttuso.

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La terza puntata è dedicata a L’isola di Arturo di Elsa Morante, nella lettura di Fernando Della Posta.

Riletti per voi #3 – Elsa Morante, L’isola di Arturo

Una grandiosa epopea del gioco delle parti L’isola di Arturo di Elsa Morante. I personaggi e il loro carattere non cambiano, dalla prima all’ultima pagina del romanzo. Tutti ostinatamente uguali a sé stessi, nonostante Arturo, dal nome della stella della costellazione di Boote, e Nunziatella, sua matrigna, siano poco più che adolescenti. La matrigna, sedicenne, è già pienamente, risolutamente e fermamente consapevole dei propri ruoli di madre premurosa senza ricambio, in quanto giocoforza surrogato della vera madre di Arturo, e di moglie accondiscendente e sottomessa del padre di lui, il misterioso Wilhelm Gerace. Madre e moglie responsabile e inflessibile, compressa nel suo ruolo di servitrice, custode e consigliatrice degli “uomini” di casa. Senza sesso per Arturo, che nel romanzo scopre quasi per inciampo di essere infatuato di lei, una figura che, superficialmente, scambiando la gelosia per disprezzo, ha sempre odiato, sin dalla prima notte della “sposa” nella “casa dei guaglioni”. La casa dei guaglioni, maniero solitario situato ai margini di tutte le contrade dell’isola di Procida, sin dalla sua prima edificazione abitato solo da uomini, prima convento, poi residenza di una coppia la cui moglie morì di parto e poi residenza signorile di uno scapolo cieco, l’Amalfitano, misogino e pieno di soldi, che aveva adottato Wilhelm Gerace presso di sé, anche lui a sua volta vedovo della madre di Arturo per complicazioni di parto.
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Goffredo Parise – Il ragazzo morto e le comete (recensione di Martino Baldi)

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Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, Adelphi, 2006 (prima edizione Neri Pozza, 1950); € 17,00; ebook € 8,99

Di tutti i meriti letterari che si possono ascrivere all’eclettico Neri Pozza – partigiano, scrittore, editore, artista, collezionista e grande protagonista della cultura veneta del dopoguerra – uno dei maggiori è stato sicuramente il coraggio con cui ha condotto la sua casa editrice. Un’indipendenza che ci ha regalato opere grandi ed anomale che forse non avrebbero visto la luce senza di lui, come Il primo libro delle favole di Gadda o la Farfalla di Dinard, esordio in prosa di Eugenio Montale. Ma fra tutti i regali di Neri Pozza il più grande è stato, probabilmente, quello di averci donato dal nulla uno scrittore tra i più indipendenti, poetici, innovativi della letteratura italiana del dopoguerra quando, nel 1950, prese in considerazione la proposta di pubblicazione giuntagli da un ventenne assolutamente sconosciuto e fin troppo spavaldo che qualunque altro editore avrebbe sicuramente rifiutato. Il ventenne si chiamava Goffredo Parise e il libro era Il ragazzo morto e le comete.

Il testo di Parise era quanto di più “fuori tempo” si potesse immaginare nell’Italia degli anni Cinquanta, soprattutto nell’ambito letterario, dominato dalle esigenze sia tematiche sia stilistiche del cosiddetto neorealismo: l’antifascismo, l’impegno politico, le tematiche sociali, la narrazione piana, una lingua oscillante tra la neutralità e il localismo, un’ideologia di fondo di stampo populista, l’inclinazione dell’opera d’arte a farsi documento, ecc. In nome di questo “clima generale”, come lo definì Calvino, furono molti gli artisti sottovalutati, ignorati o addirittura contestati apertamente e accusati di essere reazionari e conservatori (come capitò notoriamente ai pittori non figurativi, presi di mira dal violentissimo anatema di Palmiro Togliatti e Renato Guttuso contro “gli scrabocchi, le cose mostruose, gli errori e le scemenze”).

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