renata morresi

[Rinviato al 22 aprile 2018] ‘Donne e critica letteraria’. Il 3 marzo a Sasso Marconi – Le Voci della Luna

EVENTO RINVIATO A DOMENICA 22 APRILE 2018

Donne e critica letteraria in Italia oggi 
Un punto sulla critica letteraria di poesia prodotta da donne o su opere di donne in Italia oggi.
 
Dialogheranno con noi:
Liana Borghi, Giusi Montali, Renata Morresi, Alessandra Trevisan
 
Letture e riflessioni sulla poesia delle donne, anche a partire dagli interventi del pubblico.
 
L’incontro si svolgerà sabato 3 marzo alle ore 16.00 presso la Sala Giorgi in via del mercato 13 a Sasso Marconi. 
 

Non si dovrebbe ricorrere a questi espedienti, se ci fosse parità e intesa cristallina tra i sessi, se gli esseri umani non vivessero anche di scontri, conflitti e soprusi legati proprio a quella differenza, se il potere non avesse preso e prendesse quasi sempre dimora presso una delle due parti. Ma così è, e allora eccoci a un altro 8 marzo, a un altro numero della nostra rivista dedicato esclusivamente alle donne: quelle che si occupano di poesia, scrivendola; quelle che la studiano dal punto di vista critico; quelle che sperimentano la scrittura a trecentosessanta gradi; quelle che, con uguale passione, fanno arte.


Michela Turra dall’editoriale del numero 70 de “Le Voci della Luna”, numero della rivista che sarà presentato proprio in occasione di quest’evento

Qui l’evento Facebook

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Marco Giovenale, Strettoie

Marco Giovenale, Strettoie, Arcipelago Itaca, 2017

*

da Soluzione della materia

*

Non sa se glielo deve dire
della cotta di metallo del crociato andata.
Più una madonna, del Seicento, pare. Via
in due giorni differenti, come poi possono
differire i giorni nella scatola zincata.

(Fa il morto. La casa è zitta il doppio).

Decide di no. Non parla. Con le tronchesi piccole
si mette un intero pomeriggio alla finestra, cup of tea
inclusa. Gentilizia, fa. Armeggia su ferrite

(è l’antenna che è guasta, non è la trasmissione).

Il tempo passa fino alla fine, che continua, fino
alle minutaglie della gomma pane.

«E adesso?», «Sembra notte»,

ne ride, per quanta ne viene giù,
per quanto diluvia

 

Cadranno dal tetto, saranno senza impalcature.
Non è sicuro, potrebbero salvarsi. Facciamogli una foto.
Sull’affresco o sull’arazzo?
Cosa?
Dico il giro dei delfini.
Quelli, araldici cocciuti, quelli. Diario di quando va bene.
Quando va male non la raccontano.
I preti dopo spruzzano un po’ d’acqua,
se ne vanno col vino.

 

da A mille ce n’è

*

a/da Carlo

d’annunzio non aveva l’illuminismo a Pescara allora
poi fecero un’Illuminotecnica. e per vedere vendere le doppie prese. (a
pensarci) (sono sempre) maschio femmina attaccati sterili, si attaccano che
pigliano.

si “accese” (questa lampadina) passando un mattino per non rimare tutti
in gita in sei-sette, con Carlo, lasciato l’asfalto per un chiosco di limoni
marca Barricata.

la maglia tira alle braccia dove passano le ragazze compulsive loro vanno
verso il mare degli orsi dove hanno stabilizzato il cd, il laser. non fa ballare
il suono alle buche. non c’è campo, qui, è pieno di campi, qui, intorno fino
al mare sembra intorno al mare.

prendere appunti.

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Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

Letture cover

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

di Cristina Babino

 

La parola “bagnanti” mi riporta alla mente, in modo quasi automa­tico, l’immagine di un quadro di grandi dimensioni, ammirato or­mai molti anni fa alla National Gallery di Londra. Più che le nudità opulente e allegre di Renoir, o la grazia levigata d’Ingres, o la cere­brale sintesi geometrico-cromatica di Cézanne, sono i Bagnanti ad Asnières dipinti da Seurat nel 1884 che mi risalgono agli occhi, quel­la loro calma distesa e distratta, quel ristoro mai troppo languido o accaldato tipico delle domeniche d’estate passate sui lungofiumi nordeuropei. Hanno colori tenui e concilianti, questi bagnanti – tutti maschi, adulti o bambini, della classe operaia ritratti in un giorno di vacanza – colori pastello accesi solo da un paio di dettagli arancio più marcati, rimaneggiati in anni successivi (il cane in primo piano, il cappello del bambino immerso in acqua sulla destra).

seurat-bagnanti-a-asnic3a8res-1884

Una scena rassicurante, placida, non proprio e non del tutto serena soltanto perché nessuno dei personaggi interagisce, nessuno comu­nica in una qualche reciproca attività: ognuno è compreso nel suo isolamento, monadi slegate – fatte dell’accostamento di colori com­plementari in pennellate finissime, precorritrici di un pointillisme ancora in nuce – che con disinvoltura quasi ineluttabile si danno le spalle in un’assorta teoria di solitudini.
Un’atmosfera di calma surreale, dilaniata dalla luce, in cui le figure sembrano destinate a un’incomunicabilità statutaria, immedicabile (qualcosa che ricorda da vicino l’inquieta, metafisica immobilità di Piero della Francesca) che sottilmente ci mette a disagio, a cui sen­tiamo, in fondo, di non poterci rassegnare.
«Non credo che siamo esseri separati, soli» recita il passo di Virginia Woolf tratto, per coincidenza marina evidentemente non casuale, da Le onde e posto in epigrafe d’apertura alla raccolta Bagnanti di Rena­ta Morresi. Questo libro di poesie ci invade e ci scuote con la forza di un continuo – forse involontario ma potente – cortocircuito: sono bagnanti, nell’accezione piana (e quasi sempre piatta) di villeggian­ti, nelle intenzioni dell’autrice, quelli che si muovono, nella prima parte del libro, più o meno mollemente tra un tuffo in mare e una so­sta sul bagnasciuga. Ma le medesime azioni, i medesimi termini im­piegati nei versi possono applicarsi allo stesso modo al popolo dei vacanzieri come, con uguale e anzi maggiore e quasi automatica suggestione, al popolo dei migranti. Così le due dimensioni umane, apparentemente tanto diverse, contrapposte, quella svagata e però mai immune da nevrosi dei vacanzieri e quella tragica di chi fugge in cerca di rifugio, si sovrappongono inevitabilmente nella mente del lettore – complice una cronaca drammatica che da tempo ormai troppo lungo ci viene raccontata ai notiziari – e senza sosta si richia­mano, convergono, s’affratellano.
Bagnanti perché colti nella sospensione attonita e sovraffollata della vacanza, quindi. E bagnanti perché caduti in mare, a volte pure getta­ti, che il mare attraversano in barconi, e loro malgrado se ne bagnano, bagnanti come participi presenti, che se s’avvicinano a una qualsiasi idea di “vacanza” è solo nella mancanza di una terra, nella sua sot­trazione tragica, violenta. Profughi. Migranti. Dispersi nell’«ufficio degli scomparsi / ampio mar mediterraneo»1. E chiamarli bagnanti non è certo facile ironia, semmai il più puro, com-patito sentimento del contrario − è forse persino esorcismo, necessità d’oggettivare una condizione altrimenti troppo feroce, insostenibile. Incomprensibile.
L’essere umani, l’appartenenza comune a questa specie ci chiama, tutti, a sentire, a comprendere (a prendere con sé, e su di sé), la tra­gedia consumata a Lampedusa, come in ogni altro suolo d’approdo di un’umanità stremata, a scendere in quella stessa acqua, ad im­maginarci noi stessi, fluttuare come anemoni disancorati, riemersi in quelle onde, in quello stesso mare: «essere molti e saline / vive e più mobili / del mare, abitanti / confusi a risalire / all’indietro, ad uno / stile nobile, le antiche / genealogie anfibie»2 (di nuovo, un essere plurale che se vale per la gente in vacanza può valere anche per quella in cerca di salvezza).

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Nadia Agustoni, Lettere della fine

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Nadia Agustoni, Lettere della fine. Prefazione di Renata Morresi, Vydia editore 2015

Nota di lettura di Anna Maria Curci

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Finis, fine, termine, confine, frontiera: lì si situa il punto di vista di Nadia Agustoni. L’osservatorio prescelto, segno caratteristico della sua poesia e qui manifesto sin nel titolo, Lettere della fine, non va tuttavia mai inteso nel senso comune del termine, quello che la consuetudine dà per immediato. Colonne d’Ercole, approdo, pietra miliare e d’angolo, la fine declinata in queste Lettere si palesa, più che come conclusione (e sicuramente non come interruzione del dire, come vuoto o afasia), come apertura a un altro orizzonte percettivo e visionario. Non è da rigettare del tutto l’ipotesi, al contrario, che la fine di cui si narra, da cui si narra, dischiuda un inizio, completamente diverso. C’è, infatti, nei Biglietti tondelliani esplicitamente richiamati da Agustoni, un duetto dell’autore con Ingeborg Bachmann dei racconti de Il trentesimo anno. Lì, nel racconto Tutto, proprio dinanzi a una fine, a un limite drammatico, si parla a ritroso e in avanti della speranza di ri-dire tutto con parola nuova, inusitata e veritiera. Illusione, forse, e insieme strada percorsa e da percorrere. (altro…)

Bologna in lettere 2015

Venerdì 15 al Cassero LGBT center si dà il via alle iniziative legate a Bologna in lettere  con la performance di Monalisa Tina, Pinina Podestà Nicola Frangione, il gruppo di OBLOM Poesia e chiusura con il recital “La macchina miracolante” dedicato a Pier Paolo Pasolini e prodotto dallo staff del festival. Il Festival si svilupperà in tre weekend nel mese di Maggio 2015: Ven. 15, Sab. 16, Ven. 22, Sab. 23, Ven. 29, Sab. 30.

gic-4-1-cop-defQuesta edizione del Festival è dedicata alla complessa ed articolata figura di Pier Paolo Pasolini. Lo staff del Festival, operando secondo l’ottica dei “Sistemi d’Attrazione” (gli spazi di confine e le linee di intercomunicazione tra i vari linguaggi artistici ed espressivi), ha inteso concertare e strutturare un focus pasoliniano  che si articolerà nelle prime 5 giornate.

Ven. 15, La macchina miracolante, recital ispirato alla corrispondenza epistolare tra Pasolini, Leonetti e Roversi, dalla quale è scaturita l’esperienza della rivista letteraria bolognese “Officina”, testi e regia Enzo Campi, musiche Mario Sboarina, con Alessandro BrusaEnea Roversi.
Sab. 16, Bologna, le contraddizioni di una città pasoliniana per caso, un intervento di Stefano Casi.
Ven. 22, la proiezione del video della performance “Intellettuale” di Fabio Mauri, con Pasolini come attore, con un’introduzione di Roberto Chiesi; Supplica a mia madre, lectio magistralis di Antonella Pierangeli. Sab. 23, le premiazioni dei due concorsi letterari dedicati a Pasolini banditi dallo staff; la presentazione del volume “Pasolini, la diversità consapevole”, a cura di Enzo Campi, edito da Marco Saya Editore.
La kermesse pasoliniana si concluderà Ven. 29 con un vero e proprio focus che comprenderà un intervento di Roberto Chiesi sui luoghi bolognesi del cinema pasoliniano, la performance “Io non ritratto” di Dome Bulfaro, la presentazione – a cura di Daniele Poletti, Ermanno Moretti e in anteprima nazionale – del saggio “Sulla rivoluzione incompiuta di Pasolini” di Peter Carravetta (Diaforia Edizioni), la proiezione del documentario “Pier Paolo Pasolini” di Carlo Di Carlo (aiuto regista di Pasolini in Mamma Roma, La Ricotta, La Rabbia), un’affabulazione di Sonia Caporossi, un intervento di Antonella Pierangeli e la kermesse Oltre ogni possibile fine: Versi per PPP, a cura di Claudio FinelliCarmine De Falco, con Bruno GalluccioFerdinando TricaricoOmar GhianiCostanzo Ioni.
Nell’arco del Festival avranno luogo altri due focus di approfondimento dedicati a Elio Pagliarani Patrizia Vicinelli, e un focus tematico sulle riviste letterarie in Italia con un incontro coi redattori di “Anterem” (rivista attiva da circa quarant’anni).
Ven. 22, Proseguendo un finale, focus su Elio Pagliarani, a cura di Francesca Del Moro in dialogo con Maria Concetta Petrollo; Relatori Luigi BalleriniBiagio CepollaroFrancesco MuzzioliVincenzo FrungilloSonia Caporossi, Luciano Mazziotta; Letture e testimonianze Maria Concetta PetrolloRosaria Lo RussoCarla ChiarelliSara VentroniRita GalbucciNadia Cavalera. Nel corso della serata verrà proiettato un estratto de “La ragazza Carla”, regia Alberto Saibene, un film di Carla Chiarelli, Carlotta Cristiani, Gianfilippo Pedote, Alberto Saibene, con Carla Chiarelli, fotografia Luca Bigazzi, Simone Pera.
Sab. 23, Focus su Patrizia Vicinelli, a cura di Daniela Rossi, con Niva LorenziniCecilia Bello MinciacchiRosaria Lo Russo, Jonida Prifti, Patrizia Mattioli. 
Sab. 16, Anterem – 1976/2015 – Quarant’anni di poesia e pensiero, a cura di Enea RoversiAlessandro Assiri, con Flavio ErminiRanieri TetiGiorgio BonaciniRosa PiernoLaura CacciaDavide CampiMarco FuriaMara Cini.
Gli spazi dedicati ai focus culmineranno con un approccio ad una delle poetiche imprescindibili del panorama contemporaneo: Ida Travi, che sarà introdotta criticamente da Alessandra Pigliaru nella giornata di Sabato 23.
La rassegna nella rassegna quest’anno prende il nome “Vetrine del nuovo millennio – Macchine e macchinazioni”, ed è rivolta a presentare alcuni degli artisti più rappresentativi del panorama contemporaneo che operano sugli spazi di confine dei vari generi.
Ven. 15, Pinina Podestà (video-arte), Nicola Frangione (recital), Mona Lisa Tina (performance), e il gemellaggio con il Festival “Oblom Poesia” di Torino, con azioni di Ivo De PalmaIvan FassioFabrizio Bonci,Salvatore Sblando.
Sab. 16, Andrea Inglese & Stefano Delle Monache (performance/installazione), Tiziana Cera Rosco (performance), Maria Korporal (video-arte), Nina Maroccolo & Emiliano Pietrini (performance). Sab. 30, cortometraggi, azioni, recital, performance, sonorizzazioni, proclami e varie artisticità con Marion D’AmburgoFrancesco ForlaniJulian ZharaSolidea RuggieroRita BonomoBarbara PinchiGiovanni CampiMarthia CarrozzoVanni SchiavoniChiara CossuSilvia Benedetti.
Il Festival si concluderà Sabato 30 con la consueta maratona non-stop di eventi dalle 11.00 alle 23.00, dove tra reading, letture, approfondimenti e performance, troveranno spazio anche alcuni progetti tematici: una tavola rotonda sull’editoria di poesia e sul pensiero pratico curata da Luca Rizzatello (Prufrock spa), Mariangela Guatteri (Benway Series), Daniele Poletti (Diaforia), la presentazione dell’antologia italo-rumena “Père-Lachaise – Racconti dalle tombe di Parigi” (Edizioni Ratio et Revelatio), curata da Laura Liberale, la presentazione dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya Editore), curata da Antonella PierangeliSonia Caporossi, il progetto “Umafeminità” (Edizioni Joker) ideato e curato da Nadia Cavalera, la presentazione del numero 60/61 della rivista “Le Voci della Luna”, a cura di Maria Luisa VezzaliMarinella  PolidoriLoredana Magazzeni, Roberta Sireno, la presentazione dell’antologia “Femminile Plurale” (Vydia Edizioni), curata da Cristina Babino, e altre due anteprime assolute: la presentazione di “Il pane del giorno prima” (Ladolfi Editore) di Valentina Pinza, la presentazione di “Spazio di Destot” (Edizioni Diaforia) di Fabio Teti. Nel corso della maratona finale saranno coinvolti più di un centinaio di autori.
Informazioni e programma specifico su: https://boinlettere.wordpress.com/

Direttore artistico Enzo Campi
Staff: Luca Ariano, Alessandro Assiri, Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Serenella Gatti Linares, Agnese Leo, Loredana Magazzeni, Iacopo Ninni, Marinella Polidori, Sergio Rotino, Enea Roversi, Mario Sboarina, Maria Luisa Vezzali
Collaboratori: Vincenzo Bagnoli, Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Silvia Comarella, Laura Liberale, Renata Morresi, Antonella Pierangeli, Maria Concetta Petrollo, Daniele Poletti, Luca Rizzatello, Daniela Rossi.

Lo sguardo delle donne de-scrive le Marche – per una lettura dell’antologia “Femminile plurale”

di Marco Di Pasquale

femminile plurale

Quando si parla di un’opera letteraria che sfugge alle solite categorie sembra fuor di luogo iniziare introducendo uno dei più vieti luoghi comuni, ma è un fatto acclarato che le Marche sono contemporaneamente una ed innumerevoli regioni, intrecciate come una trama tessuta da un pettine di colline digradanti verso il lago-mare Adriatico che a noi, suoi abitanti, fa da consolante confine e rampa di lancio verso il futuro. In questa variabilità di paesaggi e di contesti, chi vi abita finisce per assumere caratteri diversi e acquisire molteplici prospettive, come innumerevoli e disparati sono gli sguardi e le sensibilità che la poeta e studiosa di letteratura marchigiana Cristina Babino, ha voluto raccogliere nel volume antologico Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche, uscito sette mesi fa per la casa editrice maceratese Vydia, riunendo in queste pagine diciassette voci di donne che vivono e riflettono quotidianamente sui simboli, i caratteri e su un’ipotetica comunità antropologica, sociologica e culturale di questa terra.

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L’umano che resiste. Recensione a Bagnanti di Renata Morresi. Di Martina Daraio

bagnanti, morresi

L’umano che resiste.
Recensione a Bagnanti di Renata Morresi

La seconda raccolta di poesie di Renata Morresi, pubblicata a distanza di tre anni da Cuore comune, si intitola Bagnanti (Perrone, 2013). Scevra da performative e concitate denunce della situazione contemporanea tanto quanto, all’opposto, da nichiliste e sdegnose forme di distanza ironica, Bagnanti rappresenta un’operazione piuttosto originale nel panorama contemporaneo proprio per il suo candore conoscitivo, volto a calarsi senza preconcetti nella realtà liquida della contemporaneità e a restituirla nei suoi limiti e nelle sue potenzialità.
L’onestà intellettuale di questa operazione trova la prima conferma nella postura stessa della voce poetica, consapevole della sua relatività al punto di rinunciare a qualunque soggettività assertiva, parodica o moralista, a favore di un io depotenziato di ogni privilegio o centralità. Non si tratta però del canto di una “marginalità” quanto piuttosto di una poesia biologica, che riguarda tutti gli esseri umani in quanto abitanti del pianeta, bagnanti di uno stesso mare eletto a sipario di secoli di vite e di morti.
La prima sezione si apre infatti coralmente con la constatazione d’«essere molti» ed essere arrivati al punto di dover «risalire all’indietro» alla ricerca di una dimensione primitiva, placentare. Ma le «antiche genealogie anfibie» lentamente riscoperte e raccontate, se da un lato difendono l’uomo restituendogli una tradizione e una forza storica, dall’altro lo privano di ogni privilegio ontologico rispetto a tutte le altre specie animali. Analogamente chi scrive, forte di una tradizione poetica confermata dalla scelta di epigrafi e forme metriche ben definite e coerenti in ogni sezione, preannuncia sin da questo primo testo l’esigenza di una partecipazione vitale e biologica alla vita, completamente estranea ad atteggiamenti di prevaricazione o dominio. La prima sezione della raccolta si costruisce proprio all’insegna di questa con-fusione tra umanità e naturalità animale, descrivendo corpi che come larve si muovono sugli scogli e sulla sabbia confondendosi col contesto circostante:

scendono caldi sulla sabbia
i corpi lenti molli
dischiusi tutti storti e
terra,
rinati tutti a caso
uomo, donna –

scendono gli uccelli

La divisione strofica e la pausazione del periodo sintattico creata attraverso l’uso di forti enjambament spesso stranianti, assieme alla lentezza locutoria imposta dalle sequenze allitteranti e dall’alta densità simbolica della scrittura, conferiscono a tutta questa prima sezione un ritmo strisciante, posato, anch’esso partecipe di quella dimensione primordiale e assoluta; e mentre il tempo della scrittura diventa esso stesso parte di questa visionarietà cosmica, il tempo e lo spazio rappresentati si relativizzano a loro volta: il ritmo delle lancette si perde, ad esempio, nella fatica di quel «secolo di settimane» lavorative che precedono l’agosto, o la distanza territoriale si contrae nello spazio di un abbraccio:

ciascun erede della casata
sparso nella sua longitudine

se allarga le braccia, se abbraccia
è una cala

entrata naturale

ma come, cosa, chi altri
che l’aria

Se da un lato il comune destino umano, e soprattutto il comune passato, suggeriscono un senso di fratellanza e vicinanza tra gli uomini, dall’altro si profila quell’incomunicabilità e il senso di un “abbraccio vuoto”.
Nel tentativo poetico di ritrovare nella liquidità un habitat e un’idea di uomo possibile, l’ambito delle relazioni interpersonali emerge infatti come una delle maggiori problematicità, a cominciare dal livello di scambio dialogico e dunque anche linguistico. La scrittura si popola di voci catturate nell’ambiente e riportate sulla pagina per metterne in evidenza la potenzialità di significazione: i discorsi sul treno, l’estreneità e insieme la somiglianza coi vicini di ombrellone, i silenzi delle case e dei luoghi familiari, i rumori del traffico e dei non-luoghi, gli annunci pubblicitari e i messaggi televisivi.
Si apre così una profonda ferita tra la realtà e il linguaggio, tra la corporeità concreta delle cose («s’arrende la pioggia / condensa a contatto col vetro») e la parola mediatica («“acqua in centro Italia” / fa il meteo»). A questo tema è dedicata in particolare la terza sezione, Vendesi, che attraverso una serie di ottave descrive appartamenti, elementi d’arredo e abitanti di luoghi il cui sapore di “casa” sembra attutirsi nel valore economico soggiacente.

All’ultimo piano 3 vani 2 bagni
soggiorno ampio con angolo cottura
panorama sulla valle momentanea
sospensione degli allacci possibile
ricavare altra stanza-studio poco
rumore dagli appartamenti – ma no
non m’oriento troppo vuoto troppo nord
un vento che il muro non sa confinare.

Il tema dei non-luoghi entra così anche nell’intimo degli spazi della quotidianità, riprendendo quelle stesse caratteristiche che, nella seconda sezione della raccolta, avevamo incontrato nello spazio anonimo della realtà aeroportuale. In un unico lungo poemetto che restituisce il senso e la fatica di un attraversamento, la sezione Aeroporto insiste infatti su immagini di vetro e di bianco, come per ricostruire sensorialmente la spersonalizzazione di quell’ambiente in cui anche la memoria e i “ricordi” diventano merce da scaffale. L’atmosfera è surreale, permeata da una robotica perfezione di marketing e marchingegni, all’interno della quale l’amarezza stessa della solitudine di ognuno appare imbellettata e bianca, inarrivabile. Il senso della bellezza e della storia sembrano scomparire nella serialità, il tempo e lo spazio tornano esatti e tutti i corpi si confondono.

Non avere mai più fame col fermino
delle nove e andare in bagno dove trovi
altra attesa di persone di varia dimensione
signore sempre alte bambine sempre bionde
vecchine dalla tale e tale storia.
Vago odore di ciclo anticipato papilloma
interno singolare. Così che tutti insieme
sembra quasi ci spostiamo andando
a tempo chierichetti ben disposti pastorelli
del presepe pasteggiando un certo numero
di paste sorseggiando un certo numero di sorsi
disponendoci in file di gruppetti spirali di tre
o di sette continue in rispetto dei rapporti.
[…]
In coda per entrare dondoliamo
le prolisse identità a tracolla
con il peso sull’una o l’altra gamba siamo
ritagli di volumi di un uomo ed una donna
le forme del loro intervallo. Avviseranno
che spegniamo i cellulari ci spoglieranno
controlleranno che portiamo solo carne
sotto stoffe o altre guaine e nel bagaglio
vietati gli acidi le armi, i tagliaunghie.

Esperienze visive, uditive, tattili, olfattive: nessun livello della sensorialità viene risparmiato nell’immersione nella realtà circostante. Lo stesso dicasi per l’ultima sezione della raccolta, Trenitalia, che raccoglie la coralità delle voci dei passeggeri alternando fedeli registrazioni dialogiche a commenti anonimi e impersonali di ciò che accade. L’idea stessa del luogo e del non-luogo si esaurisce in un collettivo lasciarsi trasportare inconsapevole.

«Dov’è Cesena?»
«dopo Faenza»
«no Faenza è subito prima di Bologna»
«ci sarà Forlì allora»
«forse Cesena»

fa pena la notizia del cane rubato all’uomo cieco
di Montallegro (Agrigento)

saper vedere tutte le torture
in successione

e

saper non-vedere

Eppure, dinanzi agli evidenti limiti della vita contemporanea, dinanzi alle tragedie accumulate, alle illusioni disilluse, e dinanzi all’apparente incomunicabilità, nella raccolta Bagnanti l’umano ancora esiste e resiste. Anzi: nasce proprio dal mistero di scoprirsi nudi, allo stesso tempo simili e alieni anche a noi stessi. Renata Morresi ci immerge completamente nell’acquario del presente cercando in esso di ritrovare una dimensione di abitabilità, provando senza pregiudizi antropologici ad orientarsi nel caos liquido, e lo fa avendo massima cura delle percezioni; così che proprio da quest’attenzione e premura di accudire il gesto e la sua ordinarietà ricava spazi di pensiero e di sublimazione di una realtà stravolta, tanto dal punto di vista spaziale quanto da quello interpersonale, ma non per questo meno potente. Neanche nei momenti di maggiore tragicità, infatti, il divenire dell’umano si priva totalmente di riconoscibilità, e della costellazione caotica dei discorsi di Trenitalia ci resta, in fondo, la rappresentazione di passeggeri mossi da un autentico desiderio di incontro, di contatto, di comunità, di genealogia.

ognuno ti tocca del tutto
d’una piena mancanza
ognuno da un’unica polla
di aria ti invita
nella sua stella nana

© Martina Daraio

Una questione di Salute (da ARGO H2O)

Argo 18_H2O

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Una questione di Salute

 

(a Anna Toscano)

 

È una bellissima notte di giugno dell’anno 2012, l’ora in cui si accendono tutti i lampioni è passata da un po’. A Venezia, nei pressi della Salute, un uomo e una donna passeggiano tenendosi a braccetto. La donna indossa dei pantaloni blu scuro e una maglia in cotone dello stesso colore. L’uomo, una camicia azzurra e pantaloni chiari. La donna è la scrittrice americana Susan Sontag, l’uomo è il poeta russo Iosif Brodskij. Entrambi sono morti da diversi anni. Morti, almeno, nella maniera più tradizionale del termine. Quella che segue è la fedele trascrizione della loro conversazione.

Susan: Mio caro Iosif, l’avresti mai detto che ti saresti ritrovato in questa città, in piena estate?

Iosif: No, naturalmente. Conosci la mia insofferenza al caldo e la mia avversione per i turisti che girano seminudi per le calli. Troppo mobili rispetto a tutto questo marmo. Anatomicamente inferiori alle statue.

Susan: Ricordo, scrivesti di preferire la scelta al flusso e che la pietra è sempre una scelta. E l’acqua?

Iosif: L’acqua, dici? L’acqua è tutto. L’acqua è l’unica cosa che vince sul tempo. O, forse, è il tempo stesso. L’acqua può tutto e, qui, tutto riflette. Così come, a una certa ora del giorno, ogni meraviglia sul Canal Grande è restituita al suo doppio; allo stesso modo, l’acqua non può scegliere (nemmeno qui) di riflettere ciò che vuole ma soltanto ciò che può: ogni cosa.

Susan: Allora spiegami perché tornarci anche in questa stagione?

Iosif: Non ci torno, ho scelto di rimanerci. Tu piuttosto perché ci vieni ancora?

Susan (sorride): Dovresti saperlo, un anno intero a Parigi può essere noioso. E poi, ogni volta, torno a prendere una cartolina.

Iosif: Qualcosa che l’occhio possa contenere?

Susan: Qualcosa di più. Tutto ciò che l’occhio escluderebbe e che la laguna moltiplica per due. L’istante in cui un riflesso, o l’alzarsi e ritrarsi di marea, ti mostrano la meraviglia.

Iosif: Meraviglia già esistente, non trovi?

Susan: Sì

Iosif: Forse sarebbe meglio dire, piuttosto, che torni qui a riprenderti (o a registrare) un pezzetto di meraviglia.

Susan: Potremmo dire così, mio puntiglioso poeta, ah ah ah

Iosif: Ah ah ah. Hai ragione certe volte sono insopportabile. Quasi sempre, in realtà.

Susan: Non per me.

(I due amici passeggiano tra le piccole calli che si confondono tra la Chiesa della Salute e la Guggenheim.)

Susan: Hai visto in che calle siamo finiti? Ti viene in mente chi viveva qui?

Iosif: Oh, mio dio, sì! La moglie di Pound. Mi ricordo quando mi chiedesti di accompagnarti a casa sua. Il pistolotto che Olga Rudge ci fece in difesa (non richiesta) di suo marito, di come non fosse nazista e nemmeno antisemita; ma mi pare che ci salvasti con una battuta splendida.

Susan: Dici? Non ricordo bene. Ricordo, invece, come il suo tè non fosse un granché.

Iosif: Americani…

Susan: A chi lo dici…

(Ridono)

Iosif: Si sta bene stanotte, passiamo da Punta della Dogana?

Susan: Volentieri, adoro passare da lì. Non so perché mi viene in mente una tua poesia, una della serie di “Laguna”. Dunque, era così, se non sbaglio:

E, come un tintinnio di servizi da tè,

si sente il suono delle chiese veneziane

in una scatola di vite casuali.

Il polipo di bronzo del lampadario

nella specchiera fiorita d’erbe lacustri

lecca il letto umido, rigonfio

di lacrime, carezze, sogni sporchi

La ricordi, Iosif?

Iosif: Sì. Le poesie che hanno a che fare con Venezia sono quelle che ricordo meglio e più volentieri.

Susan: Ho sempre trovato geniali questi versi. Il come tu sia riuscito nominando oggetti, descrivendo una stanza d’albergo, a far sentire, a riprodurre il suono dell’acqua. Come se l’acqua fosse in quella camera.

Iosif: E c’era, Susan, eccome. L’unicità di questo posto, queste mura umide, i mattoni che amo più delle pietre, il dondolìo. Sentire che l’acqua fosse ovunque, sotto al letto mentre dormivo o sotto i tacchi mentre passeggiavo, mi ha mostrato con chiarezza la mia precarietà. Sensazione confortante. Siamo instabili come l’acqua. Sapere che in questo posto tutto dipenda ed è dipeso dall’acqua, ti si ficca dentro come un chiodo di ghiaccio. Qualunque cosa tu pensi o scriva, lo farai con l’acqua.

Susan: Una continua vibrazione, no? Ogni volta sei costretto a pensare che un niente basterebbe a portarti via. Anzi, venire qui è sempre stato portarsi via. Venire a Venezia è, contemporaneamente, scegliere la bellezza, raddoppiarne la visuale e poi farsi prendere alla gola, sgomenti, sapendo che ciò che amplifica lo stupore potrebbe sottrartelo in ogni istante. Dio mio, che luce che c’è su San Marco, da qui.

Iosif: E San Giorgio? Non bastano molte vite per meritarsi questa vista. Questo posto è immune a tutto e a tutti, fuorché a se stesso. Fossi rimasto in vita avrei continuato a venirci, ogni inverno, fino alla fine. San Pietroburgo non mi è mai mancata veramente, Venezia sì. E a te cosa manca, ti manca Annie? Tuo figlio?

(Mentre chiacchierano, superano Punta della Dogana e vanno verso le Zattere, passando davanti ai Magazzini del sale. Siamo a Fondamenta degli incurabili).

Susan: Terribilmente, ma più di tutto mi manca poter scrivere. Perché ogni volta che ho scritto anche una sola parola ho scritto anche a loro.

Iosif: Allora gli hai parlato per sempre.

(La Sontag sorride e si volta verso il Canale della Giudecca)

Susan: Sei caro. Lo spero, lo spero. Guarda come è piatto stanotte, guarda la luna sopra il Redentore. Stasera si riflettono le stelle.

Iosif: Una volta mi hai detto che Venezia ti fa piangere, pensavi a notti così?

Susan: Scrissi quella frase sul taccuino, una mattina presto, dopo aver ascoltato la Messa a San Marco. Credo sia stato il risultato reale della sensazione di tranquillità, del silenzio della Basilica e della piazza. Con me solo la liturgia della bellezza. E la pace. Venezia mi metteva in pace.  E se fosse il pianto l’unico inchiostro plausibile per raccontare, insieme, la pace e la bellezza?

Iosif: La pace e la bellezza stanno in una lacrima sola. Torniamo all’acqua.

Susan: Che è da dove veniamo.

(Ridono entrambi. Ora lasciano le Zattere e svoltano a destra verso Sant’Agnese, vanno verso il ponte dell’Accademia).

Iosif: Esiste, secondo te,  una fotografia – ideale – che possa raccontare Venezia?

Susan: Può darsi. L’ideale, però, sarebbe soprattutto tutto ciò che è rimasto fuori dallo scatto. Tutto fermo da millenni eppure mutato prima della foto successiva.

Iosif: Tutti i versi che ho scritto su Venezia (anche quelli dedicati a te) hanno tentato quello scatto.

Susan: A te lo scatto è riuscito.

Iosif: Qualche volta l’ho pensato. Più onestamente, mi sento di dire che il pensiero di riuscire in quello scatto mi abbia tenuto in vita più a lungo. L’ansia di mancarlo, d’altro canto, mi ha spinto a tornare qui, tutti gli inverni, per quasi vent’anni.

Susan: C’è un’altra tua poesia che amo particolarmente, mi ci hai fatto pensare adesso

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

 

Iosif: Il punto è proprio questo. Venezia può fare a meno di chiunque, nemmeno l’assenza di chi l’avrà più amata potrà intaccarne la bellezza e l’essenza. Io, invece, ne avvertivo la mancanza ancor prima di venirci la prima volta.

Susan: I tuoi inverni, starei ore ad ascoltarti mentre mi parli dell’acqua alta, della nebbia, dell’odore delle alghe ghiacciate. Vuoi farlo ancora una volta Iosif?

Iosif: L’odore di alghe marine sotto zero, per me, è sinonimo di felicità. Ognuno si lega a un odore, quello è il mio. Odore che conoscevo prima di sentirlo, oltre i confini geografici, lo scrissi, al di là della struttura genetica. La nebbia è stata la prima cosa che ho imparato qui, fitta fino ad inghiottirti. Ti costringe a stare in casa a scrivere, con la luce artificiale. Se non sei veneziano, una volta uscito, non sapresti far ritorno. L’acqua alta deborda sulla città come fuoriuscita da una vasca da bagno, ti prende fino alle ginocchia. Il suono dei tacchi lascia posto a un silenzio vivo, interrotto solo dal rumore che fanno gli stivali di gomma. Tutto è fermo, come se nulla esistesse più. Il niente davanti e, dietro di te, solo la breve scia che lasci.

Susan: Grazie. Ora ci vorrebbe qualcosa da bere.

Iosif: A patto che non si tratti di acqua.

Susan: Promesso.

Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

Nota al testo: Susan Sontag (New york 16 gennaio 1933 – New York 28 dicembre 2004) è sepolta a Parigi nel cimitero di Montparnasse. Iosif Brodskij (Leningrado 24 maggio 1940 – New York 28 gennaio 1996) è sepolto a Venezia nel cimitero di San Michele.

Il racconto è ispirato alla vita e all’opera dei due autori. In particolare, trae spunti dai seguenti testi:

Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi 1991 (ultima edizione 2012)

Iosif Brodskij – Poesie Italiane – Adelphi 1996 (ultima edizione 2004) – volume che contiene le due poesie citate nel racconto.

Susan Sontag – I diari secondo volume – a cura di David Rieff – non ancora editi in Italia. (un’anticipazione ne è stata data dal quotidiano La Repubblica il 29/04/2012)

Le battute dei dialoghi, le deduzioni, parte della visione di Venezia, sono da attribuire alla fantasia dell’autore.

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La Punta della Lingua – Poesia Festival (programma)

 

 

Qui sotto il bellissimo programma della VI edizione del festival “La punta della lingua”

 

 

 

 

LA PUNTA DELLA LINGUA 2011

Poesia Festival VI edizione

Ancona e Parco del Conero 14-21 giugno

 

Direttore artistico Luigi Socci

Organizzazione Nie Wiem

Responsabile Valeri o Cuccaroni

 

Programma

 

martedì 14 giugno | ore 18.30

Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Le Marche della Poesia

Luigi Socci e Valerio Cuccaroni presentano:

Francesco Accattoli La neve nel bicchiere (Fara, 2011)

Davide Nota La rimozione (Sigismundus, 2011)

Gianni D’Elia Trentennio (Einaudi, 2010)

 

La Punta della Lingua continua la sua ricognizione della poesia marchigiana dando ospitalità alle sue voci più affermate e affiancandole a quelle più promettenti delle ultime generazioni.

 

mercoledì 15 giugno | ore 18.45

Parco Hotel La Fonte (Portonovo)

Le Marche della Poesia

Elisabetta Pigliapoco presenta:

Renata Morresi Cuore comune (Pequod, 2010)

Manuel Cohen Cartoline di Marca (Marte, 2010)

Umberto Piersanti L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008)

Interventi musicali Fabrizio Alessandrini: hang

 

Tre poeti dal nostro territorio, un territorio fatto di campi, fabbriche e cantieri, monti, colline e spiagge, costellato di riserve naturali e parchi nazionali.

 

ore 20.30 Fortino Napoleonico (Portonovo)

Cena a buffet

 

ore 21.45 Fortino Napoleonico (Portonovo)

L’Italia a pezzi

Manuel Cohen presenta in anteprima tre poeti dell’antologia “L’Italia a pezzi” (Cattedrale, 2011).

Concerto per voci dialettali:

Dina Basso (catanese)

Fabio Maria Serpilli (anconetano)

Edoardo Zuccato (alto-milanese)

 

venerdì 17 giugno | ore 18.30

Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Googlism, copia-incolla e poesie cercate

Montaggi e smontaggi testuali ai tempi di internet

Incontro con gli autori Marco Giovenale e Gherardo Bortolotti

 

Due tra i più “spericolati” sperimentatori della poesia italiana contemporanea discuteranno del rapporto tra prosa e poesia e delle ultime poetiche di montaggio internazionali, partendo dalle loro opere più recenti.

 

ore 21.30

Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Thanx 4 nothing

Reading di John Giorno

 

John Giorno (New York, 1936) è uno dei più importanti poeti performer della seconda metà del XX secolo. Figura chiave nel rapporto tra la Beat Generation e la Pop Art, instancabile sperimentatore di nuovi linguaggi e ibridazioni tra letteratura, arti figurative e musica, ha pubblicato versi su scatole di fiammiferi, magliette, tendine da finestra e tavolette di cioccolata. Nel 1965 ha fondato l’etichetta discografico-letteraria Giorno poetry systems, mentre del 1984 è la fondazione dell’AIDS treatment project, che si occupa del sostegno ai sieropositivi e ai malati di AIDS.

Impressionante la lista delle sue amicizie e collaborazioni: William S. Burroughs, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Patti Smith, Laurie Anderson, Philip Glass, Sonic Youth, Diamanda Galas, Keith Haring, Lydia Lunch, Allen Ginsberg…

Reading in inglese con sottotitoli in italiano. Testi espliciti.

 

sabato 18 giugno | ore 23.00

Monte Conero (Badìa di S.Pietro – Pian di Raggetti)

Escursione poetica con Franco Arminio

Interventi musicali Federico Occhiodoro: hang, tamburi a cornice

Loris Baccalà: hang

 

Una passeggiata notturna sui sentieri del Monte Conero, tra osservazione della natura e incisioni rupestri, in compagnia delle parole del poeta, narratore, regista e “paesologo” irpino Franco Arminio.

 In collaborazione con Forestalp

L’escursione è gratuita ma i posti limitati.

prenotazioni: Forestalp | tel. 071 9330066

 

domenica 19 giugno | ore 21.45

Chiesa di S. Maria (Portonovo)

Giovanni Lindo Ferretti Bella Gente d’Appennino

Giovanni Lindo Ferretti voce Ezio Bonicelli violino

 

La controversa voce delle storiche band Cccp, Csi e Pgr in una lettura ritmica, dallo spirito pasoliniano e anti-moderno, in consonanza con lo scenario di una delle più antiche chiese romaniche d’Europa.

 

lunedì 20 giugno | ore 18.30

Atelier Arco Amoroso (Ancona)

La poesia che si vede

Conversazione tra Luigi Socci e Sergio Garau con proiezioni a portata di mouse.

 

Tra poesie visive animate e scrittura collettiva 2.0, tra città virtuali di parole da percorrere in bicicletta e poesie-videogioco, una conversazione con Sergio Garau, performer digitale del collettivo Sparajurij Lab, con proiezioni di alcune delle più innovative opere di poesia digitale internazionale, dalla fine degli anni Cinquanta a oggi. E con un breve assaggio finale dal vivo della performance “I O game over”, già in tour per i festival di mezza Europa.

In collaborazione con Videodromo

 

ore 20.30 Parco Hotel La Fonte (Portonovo)

Cena a buffet

 

ore 22

Sala Chiesetta Hotel La Fonte (Portonovo)

Facebook Poetry 3a edizione

 

Decine di poeti in collegamento da tutta Italia (e non solo) daranno vita, ancora una volta, alla singolarissima disfida in rete della Facebook Poetry. Poche semplici regole: dati il primo, l’ultimo verso e una lunghezza massima di dieci, dato un limite temporale di 40 minuti, produrre un testo per l’occasione e postarlo sulla bacheca della Punta della Lingua. Al pubblico in sala (e a casa) verrà chiesto, oltre che di partecipare, anche di votare, il testo più riuscito. La Punta della Lingua è già su Facebook e cerca amici.

 

martedì 21 giugno | ore 18.45

Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Non possiamo abituarci a morire

Per Luigi di Ruscio (Fermo 1930 – Oslo 2011) poeta, narratore e operaio

Letture di Ascanio Celestini

Intervengono Massimo Canalini, Angelo Ferracuti,

Mariano Guzzini e Giorgio Mangani

Coordina Valentina Conti

 

La Punta della Lingua rende omaggio al grande irregolare Luigi Di Ruscio, scomparso a Oslo il 23 febbraio di quest’anno, città nella quale era emigrato nel ’57 e dove aveva lavorato per 37 anni come operaio in una fabbrica di chiodi.

Un ricordo di uno dei più originali intellettuali marchigiani della seconda metà del Novecento nella memoria di amici, editori e compagni di strada.

Con ascolti di registrazioni inedite della viva voce del poeta.

In collaborazione con Edizioni Affinità Elettive

 

ore 21.30 Mole Vanvitelliana (Ancona)

Fabbrica

di e con Ascanio Celestini

 

Fabbrica è un racconto teatrale in forma di lettera, la storia di un capoforno alla fine della seconda guerra mondiale, raccontata da un operaio che viene assunto per sbaglio.

Questa replica di uno dei più bei lavori di Celestini è dedicata a Luigi Di Ruscio.

In collaborazione con Arci

 

Info:

http://www.lapuntadellalingua.it

lapuntadellalingua@niewiem.org

telefono 335 1099665

 

Renata Morresi – Cuore Comune

RENATA MORRESI – CUORE COMUNE – ED. peQod 2010

«Erompe una battuta netta / da fuori, da un telefono / come se la pioggia di poco prima / battesse ancora nella mente. // Non siamo tutti nello stesso tempo.» Il bellissimo verso, che chiude una delle poesie dell’ultima sezione, di questo libro d’esordio di Renata Morresi, ci dice molto sul significato profondo di questa raccolta. Non siamo tutti nello stesso tempo, stesso momento. Quasi sempre ci sfioriamo appena, troppo presto, troppo tardi. Finiamo perduti perché smarriti in mille altre cose. Quindi, forse, Morresi ci dice che non siamo tutti nello stesso tempo, perché tutti stiamo sempre inseguendo qualcos’altro, quindi, in realtà, siamo tutti nel medesimo scarto temporale ma non sappiamo o possiamo suonare lo stesso ritmo.

Naturalmente è solo una delle chiavi di lettura di questo, che uno dei più bei libri di poesia usciti nell’ultimo anno. Molto atteso, perché chi segue la poesia ha imparato dal web, soprattutto, negli anni, ad amare i versi di Renata Morresi, a saperla aspettare. La raccolta è composta da sei sezioni mai completamente staccate fra loro, il lettore noterà come dalla prima all’ultima si faccia un percorso con l’autrice. La poeta parte dall’intimo, dai ricordi e da qui si apre quasi portandoci per mano, attraverso gli oggetti, gli affetti, i luoghi, le domande, gli straniamenti. Fino ad arrivare all’altro da sé, tanto profondo e oscillante, da diventare parte stessa delle cose, dei posti, quasi una “trasfigurazione del quotidiano” (come dice Massimo Gezzi nella nota di copertina al libro). Renata Morresi alterna momenti di scrittura cristallina dove la purezza del verso incanta, a una grande abilità nel giocare con le parole. «io, too, lieve / nausea e l’uovo e voi / il vov, il lei e lie / to me». O la limpidezza di questi altri versi: «Sulla groppa del bufalo notturno, / costone ricciuto del promontorio, / il mare alto si beve il mio sguardo. // Se lo beve per intero, mi sta / sopra non come a riva dove arriva / schiacciato sotto i fianchi. Chi lo sa / come si vede il mare. Come finge / di stare per una ed essere molte / figure che non una sa capire». Cuore comune rappresenta un debutto notevolissimo dove la capacità di usare il linguaggio e di osservare dietro le cose, ci regalano un viaggio fra i versi che lascia traccia, fortunatamente. «Girandomi verso le stanze / infilate in un mantice di luce / di te risuonano le gambe / il braccio, poi un profilo / concentrato sul pavimento. // Sei paziente col bianco / sai che canta».

Gianni Montieri

Nota biografica: Renata Morresi (1972) insegna presso l’Università di Macerata, traduce e fa ricerca, si occupa di critica culturale e poesia. Ha scritto vari saggi nell’ambito della letteratura anglo-americana. Sue poesie sono incluse in varie antologie e riviste, cartacee e on-line ( Tra le altre ricordiamo   Calpestare l’oblio(Argo/Cattedrale, 2010). È redattrice dei blog letterari La poesia e lo spirito e Absoluteville. Dal 2001 collabora a realizzare la rassegna di poesia Licenze Poetiche.

@recensione di gianni montieri – in precedenza sul sito della rivista Argo (www.argonline.it)