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Reloaded – riproposte natalizie #13 – UN PROFONDO TURBAMENTO: LA POESIA DI VITTORIO SERENI NELLE PAGINE DI FRANCO FORTINI

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

Franco Fortini è stato il critico di Vittorio Sereni nella stessa misura con la quale Vittorio Sereni è stato il poeta di Franco Fortini. Sembra un bisticcio di parole dove gli elementi si offrono a un gioco di ruoli intercambiabili, secondo la situazione che si presenta. Ma non è cosí semplice come appare, e le due ‘componenti’ del bisticcio iniziale non sono affatto intercambiabili: Sereni non è mai stato il critico di Fortini e Fortini non è mai stato il poeta di Sereni, per quanto alcune formule stilistiche e un certo gusto nell’uso dell’iperbato, per esempio, siano riconducibili a Fortini (senza per questo considerarle delle mutuazioni stilistiche obbligatorie).
Sta di fatto che nessun critico è entrato nell’universo poetico di Vittorio Sereni come vi è riuscito Fortini,[1] e Fortini vi è riuscito, a mio avviso, nel piú ovvio dei modi: leggendo la ricca, misurata, mirata, produzione del poeta di Luino.
Ciò che mi propongo d’ottenere con questo breve attraversamento delle molte pagine che Fortini ha dedicato a Sereni non è certo scovare chissà quale sconvolgente verità mai rivelata dai diretti interessati, quanto piuttosto dimostrare che ciò che ha affascinato Fortini della poesia di Sereni è stato quel suo tratto di compiuta originalità nutrita della tradizione piú illustre della lirica italiana e europea [2] (almeno fino a Gli strumenti umani),[3] e quel suo modo di offrire uno spaccato della società da non-militante, quel suo “essere in ritardo” per costituzione naturale che, però, gli permette di “dire la sua con il senno di poi”.
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Reloaded – riproposte natalizie #12 – SU “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” DI GOFFREDO PARISE

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

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dobbiamo-disobbedire-goffredo-parise

Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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Reloaded – riproposte natalizie #10: CON LENTEZZA: INTERVISTA A ELISA RUOTOLO

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

elisa ruotolo / ovunque proteggici fonte kataweb.it

elisa ruotolo / ovunque proteggici
fonte kataweb.it

 

Incontro per la prima volta Elisa Ruotolo al Festivaletteratura di Mantova, una mattina di sole. La seconda frase che scambio con lei riguarda il concetto di “lettura lenta”, l’unica possibile, per me, di fronte al suo romanzo Ovunque, proteggici, edito da Nottetempo nel 2014. Per un attimo temo di star dicendo la cosa sbagliata, che sarebbe forse carino tenere per me (perché sto dicendo anche questo, mi accorgo) il fatto di non aver superato le poche pagine al giorno, e di essere spesso tornata indietro con la lettura, accorgendomi di essere rimasta impigliata in una parola come si ruzzola su un sasso in un viale. Scopro invece che Elisa Ruotolo coglie benissimo quello che intendo, che il mio è rispetto nell’incontro con una prosa densa e incendiata, chiara ma non semplice, una lingua in grado di sterzare tra un’immagine e la successiva con il polso fermo della migliore poesia.
Quello stesso pomeriggio seguo il suo incontro con il pubblico, e siamo in molti, scopro con piacere, a condividere quest’esperienza di rallentamento, di concentrazione, di dedizione alla pagina di un libro con la volontà di addentrarsi a occhi aperti nelle parole. Da questo, e dal suo modo di annuire, ho l’impressione di ricevere una chiave importante per comprendere la particolarità della scrittura della Ruotolo, porosa e minerale come una zona flegrea: l’abilità e la pazienza di saper decantare.

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Per noi che leggiamo, è questo che si avverte: una sapienza nel gesto, ma anche una sapienza nell’attesa. Cos’è, per te, il legame con le tue parole?

Le parole per me sono tutto, sono la voce di ogni storia, perciò non vanno usate o scelte a dozzina. C’è qualcosa di sacro nel loro utilizzo, unitamente alla consapevolezza che l’interscambiabilità sinonimica non è mai perfetta, assoluta: cioè ogni parola in una frase deve avere la sua collocazione più esatta, la sua necessità; può sembrare strano, ma a volte lo spostamento di un avverbio o di un aggettivo ha il potere di migliorare un periodo o di farlo collassare. Scrivere mi è sempre parso un lavoro molto simile a quello dell’artigiano, quanto alla cura, ma richiede anche l’irripetibile accoramento della madre. Il senso d’attesa, poi, cui molti fanno cenno mi pare una naturale conseguenza del riguardo applicato in fase di scrittura: come se chiedessi al lettore un ricambio, in termini di concessione di tempo. I libri dovrebbero fare questo: chiederci le ore della giornata, invaderle, occuparle con una determinazione legionaria.

Nei tuoi libri (penso anche alla raccolta Ho rubato la pioggia, uscita per Nottetempo nel 2010) lo sfondo è una provincia non meglio identificata ma chiaramente identificabile, un Sud guardingo e superstizioso, di roccia più che di costiera. Si avverte, nonostante siano praticamente assenti le descrizioni, come si avvertono tutte le dinamiche di una piccola comunità di provincia. Mi chiedevo, leggendo, se ti sei posta il problema di entrare in comunicazione con chi ha avuto altri imprinting, i lettori abituati all’occhiata più vasta della città, o se costruire una dimensione così credibile ti è venuto naturale nel corso della scrittura.

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Reloaded – riproposte natalizie #8 – KURT COBAIN, PER QUEL CHE NE SO (A VENT’ANNI DALLA MORTE)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

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Reloaded – riproposte natalizie #6 – PURGATORIO DANTESCO: IL PARADISO DEGLI INVIDIOSI

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

dante

Qualche mese fa avevo proposto una riflessione sulla prima cantica della Divina Commedia, nel solco di alcune suggestioni di Auerbach (per rileggerla, qui). Affrontavo in definitiva un problema centrale dell’Inferno, il contrasto tra ragioni umane e ragioni divine, cercando di mostrare come la dignità poetica dei personaggi finisca per sottrarli utopicamente alla dannazione eterna. In altre parole questi personaggi, per quanto dannati e perdenti, non possono che sembrare belli e vincenti agli occhi di noi lettori, proprio grazie alla poesia di Dante. Questo discorso vale molto meno nella seconda cantica, perché nel Purgatorio il divario tra le anime e Dio verrà presto o tardi colmato, e non esiste un’opposizione irriducibile tra dannazione e beatitudine, tra debolezza degli uomini e perfezione celeste. Il pellegrino stesso si stupisce per i canti soavi che accompagnano il transito da una cornice all’altra («Ahi quanto son diverse quelle foci/ da l’infernali! Ché quivi per canti/ s’entra, e là giù per lamenti feroci», cantoXII, vv.112-4). I profili umani risultano dunque molto più sfumati e chiaroscurali, com’è d’altra parte l’atmosfera prevalente di questa cantica. La rappresentazione di alcune anime rimane tuttavia potentissima, come nel caso di Pia de’ Tolomei, morta di morte violenta, da ricordare soprattutto per quel verso («Siena mi fé, disfecemi Maremma», canto V, v. 134) che sembra la più essenziale delle epigrafi. Nascita e morte, a rievocare pure qui nel Purgatorio il tempo troppo breve della vita umana.

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Reloaded – riproposte natalizie #5 – ALTRI DOVE E RITAGLI # 4 – AYSEL

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

spine

La delusione, l’insoddisfazione e la tristezza, questa mattina la fanno da padrone dentro e fuori Clementina. Potremmo definirla fantasma.
Fantasma vitale.
Si muove velocemente: capelli riavviati a casaccio, niente trucco, piega amara alle labbra.
Finito il suo lavoro, si prepara per uscire lasciando il resto da completare a chi ha più ore da fare.
Come sempre passa dall’entrata principale, dove solitamente incontra Aysel, una signora sulla cinquantina di nazionalità turca; lei che, nel corso delle ultime settimane, era riuscita con perseveranza e nonostante il suo tedesco incerto, a dirle di sé in brevi spezzoni mattutini inseriti tra i saluti di rito.
Le aveva raccontato dei suoi cinque figli rimarcando quel numero con il palmo della mano aperta e affannandosi, contando dito per dito, a precisarle con orgoglio di come già tre di loro stessero lavorando: uno in banca, pollice, uno in una grande catena di negozi, indice, e l’altro, dito medio, alla Ford.

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Reloaded – riproposte natalizie #3 – L’ANGELO CHE È STATO

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

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Elegie duinesi di Rilke, inizio della Prima Elegia:[1]

Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

Nel suo Esserci («presenza», nella traduzione di Rella) l’Angelo è tremendo. Ognuno di loro lo è. Come ombre distanti, alte su di noi, a guardarci dall’orizzonte della bellezza. Ci spaventano, nel loro carico di mistero, ci fanno tremare.[2]
Riconducibile più al Satana della tradizione islamica, Iblīs,[3] che non alla figura di un custode che ci accompagni nel nostro cammino (com’è per l’Islam Jibrīl, il rivelatore, o il Gabriele cristiano, l’annunciatore),[4] l’Angelo di Rilke non si cura di noi. È una forza come dire straniera, che semplicemente sta, in assoluta trascendenza.[5]

Eppure c’è, sta appunto, nel suo fortissimo Dasein. Rispetto all’Angelo, siamo noi piuttosto aesserci debolmente, capaci di estraneità a noi stessi, proprio perché paradossalmente costretti in noi stessi, dispersi come sempre nell’attesa (Erwartung), di amore o di tempo finalmente realizzato.[6]
A noi resta un compito, il compito che fu essenziale per l’arte di Rilke e che sembra imporsi di nuovo ai nostri occhi, oggi: imparare a vedere, qui, nel mondo già interpretato (in der gedeuteten Welt).[7] Con coraggio, fuori dalla strada dell’abitudine. Vedere, certo, e saperlo anche dire, perché «tutto congiura a tacere di noi».[8] Con quali armi affrontare questo compito? Pietà di sguardo e misura di linguaggio – potremmo forse dire – in grado di rivolgersi sia al passato sia al futuro, affrontando in ogni caso, nell’una o nell’altra direzione, una tensione drammatica.
Compito dell’uomo, e della storia. Attraggono ancora, in questo senso, e a proposito di questa inevitabile tensione, le celebri parole di Benjamin riferite all’Angelus Novus di Klee:

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Reloaded – riproposte natalizie #2 – TUTTI I GIORNI NATALE – DI HEINRICH BÖLL

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Heinrich Böll scrisse il racconto Nicht nur zur Weihnachtszeit (tradotto in italiano con il titolo Tutti i giorni Natale) sessanta anni fa. Trenta anni fa l’ho letto per la prima volta e torno spesso a scorrerne le pagine, sempre spiazzata dalla attualità della sua satira, nella duplice dimensione pubblica e privata. Allora largo a zia Milla e alla sua strampalata famiglia, chissà che qualcuno non si riconosca e riconosca qualcuno.
Dal racconto riporto i primi due dei dodici capitoli e invito tutti a leggerne il seguito nel volume Racconti umoristici e satirici (Aus: Gesammelte Erzählungen von Heinrich Böll.© 1981 Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln; Die Schwarzen Schafe © 1983 Lamuv Verlag, Bornheim-Merten. Traduzione di Lea Ritter Santini; Qualcosa accadrà Diario della capitale sono tradotti da Marianello Marianelli; © 1964 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano) (Anna Maria Curci)

Tutti i giorni Natale
1

Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti alle orecchie dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio. Le muffe della decomposizione si sono annidate sotto la crosta spessa e dura del decoro, colonie di mortali parassiti che annunciano la fine dell’integrità di tutta una razza.
Oggi dobbiamo rimpiangere di non aver ascoltato la voce di nostro cugino Franz, che cominciò presto a farci notare le terribili conseguenze che avrebbe avuto un fatto “di per sé innocente”.
Un avvenimento in sé così irrilevante che la misura delle sue conseguenze ora ci spaventa; Franz ci aveva avvertiti in tempo. Purtroppo godeva di ben poca reputazione. Aveva scelto una professione che non era mai comparsa sino allora in tutta la nostra parentela e che non avrebbe nemmeno dovuto comparire: Franz fa il pugile. Melanconico già nella giovinezza, e di una devozione che venne sempre definita: “esagerato fervore” prese presto strade che diedero non poche preoccupazioni a mio zio Franz – uomo dal cuor d’oro. Quel figliolo aveva la passione di sottrarsi ai suoi doveri scolastici, in una misura che non può venir definita normale. Si incontrava con equivoci compagni in parchi fuori mano ed in folti cespugli di periferia. Là si esercitavano nelle dure regole dei pugni e delle lotte, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che il retaggio umanistico venisse così trascurato. Questi “duri” mostrarono ben presto i vizi della loro generazione, che ha già dimostrato nel frattempo di non valere nulla. Le eccitanti battaglie spirituali dei secoli passati non lì interessavano, occupati com’erano con le dubbie eccitazioni del proprio secolo. All’inizio mi sembrò che la devozione di Franz fosse in contrasto con questi regolari esercizi di attiva e passiva brutalità. Pure oggi comincio a capire qualcosa: dovrò tornarci sopra.

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Reloaded – riproposte natalizie #1 – Intervista a Milo De Angelis e un inedito

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?

Ho sempre amato, nella parola poetica, la presenza di un pensiero capace di nutrirla e di scorrere insieme a lei. Ma deve essere un pensiero impregnato di vita, pulsazione, tremore, ferita, spaesamento, un pensiero inondato dal sangue. Non un’idea condotta passo dopo passo verso la sua meta, ma qualcosa che si spacca e si lacera, crea irruzione e imminenza. Un pensiero tragico dunque. Quello di Pavese o di Artaud, di Nietzsche o di Marina Cvetaeva, una potenza deduttiva che può incontrare sulla sua strada l’indeducibile e rimanere senza parole.

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Reloaded (riproposte estive) #10: Costanza Quatriglio e l’impresa Terramatta

 

costanza_quatriglio

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

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Accadono fatti importanti la cui narrazione mediatica sempre più spesso lascia il posto all’ironia (anche se spesso ci sarebbe da piangere), davanti alla presa di coscienza dello sfalsamento del punto di vista e un montaggio prevedibile che evidenzia il contrappunto della retorica. E’ diventato allora quasi “inevitabile” (e si svelerà presto il virgolettato) rivedersi “Terramatta” di Costanza Quatriglio, non solo alla luce dei meriti e dei riconoscimenti che il film e l’autrice hanno ricevuto e continuano a ricevere (è di questi giorni la programmazione del film al festival del cinema europeo di Buenos Aires, oltre alla candidatura del recente “Col fiato sospeso” ai Nastri d’Argento), ma soprattutto dopo una chiacchierata con la regista durante il nostro incontro a Latina, in quanto entrambi autori invitati da Satta e Esposito dei Tetes de Bois  per la presentazione di “Munnizza” e dei cento pizzini dedicati a Peppino Impastato . Anche in quel caso, l’inevitabilità di una memoria da tenera viva col linguaggio.

Vincenzo Rabito era uno dei ragazzi del ’99, nato in Sicilia e mandato a combattere a Gorizia, quella terra tanto lontana e “aldilà dei confini”, “inafabeto” si’ ma con occhi e orecchie così lucidi e attenti su una contemporaneità da cui sembra aver succhiato quelle parole per poter narrare attraverso una lingua inventata tutto ciò che la vita sembrava gettargli addosso. Finita la guerra infatti tornerà poi a Chiaramonte Gulfi per iniziare a scrivere le sue storie, quelle che poi saranno raccolte in un diario dattiloscritto di 1027 “pagene” unite in 7 quaderni da uno spago. milioni di parole unite da una punteggiatura estenuante in un italiano arrangiato, adeguato al sentire, un significante che assume significato nella sua complessità vocale, nel suo essere esclusivamente narrazione interiore in relazione vocale col mondo esteriore; necessità di raccontare e presa d’atto consapevole della necessità di svincolarsi da quell’ignoranza, endemica come la fame, che è volutamente l’alibi per una storia (sia essa sociale, politica, economica, geografica) che si lascia subire dall’umanità intera. Vincenzo Rabito condurrà così la sua guerra all’ignoranza, arrivando a prendere la licenza elementare a 35 anni e portando i suoi figli alla laurea; muore nel 1981 e le sue memorie, premiate nel 2000 nel concorso diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano sono state poi pubblicate da Einaudi.

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Reloaded (riproposte estive) #6: Corpo a corpo # 1- Epitaffio, di Giorgio Cesarano

cesarano

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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Gli altri che t’amano e io
— «è finita, finita, finita» —
gli altri che t’amano e tu e io
giustamente per sempre feroci,

noi che ci perdiamo sempre
apparendoci in lunghi corridoi,
noi siamo — tu bene della terra
inguaribile e noi di tanto niente

gli eroi, vivi le anime del niente —
siamo noi, gli altri che t’amano e io
— «così finita finita finita» —

i morti della vita, e tu la tersa
faccia, che ci trattiene veri di dolore,
della sorte, della vita che è persa,

ultimo crampo di inguaribile amore.

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Reloaded (riproposte estive) #1 – Su ‘LA DOPPIA IMMAGINE’ di Anne Sexton

 

anne sexton 1967 - foto bettman corbis

anne sexton 1967 – foto bettman corbis

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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I, who was never quite sure
about being a girl, needed another
life, another image to remind me.
And this was my worst guilt; you could not cure
or soothe it. I made you to find me.

(Io, che non sono mai stata davvero sicura
riguardo all’essere una donna, ho avuto bisogno di un’altra
vita, un’altra immagine per ricordar-mi [per ricordare me stessa].
E questa è stata la mia colpa peggiore; tu non potevi curarla
o lenirla. Io ti ho fatta per trovarmi.)

(da The Double Image in To Bedlam and Part Way Back [Manicomio e parziale ritorno], 1960)

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Basterebbe una citazione soltanto, una citazione da una poesia soltanto, ad avvolgere tutti noi lettori, a trascinarci nelle domande che torturano un’esistenza. Lasciarsi condurre in versi che indagano un sé tormentato eppure preciso e analitico, com’è quello di Anne Sexton, che è stata una delle più grandi poetesse americane del secondo Novecento, assieme a Maxine Kumin e Sylvia Plath, voci coeve e forti, è intraprendere un viaggio anche nel proprio sé, specialmente se chi legge è una donna. Riconosciuta da tutta la critica come autrice di una confessional poetry intima e sagace, Anne Sexton è stata probabilmente anche un’acuta cacciatrice del mot juste, una scrittrice attenta a dove posare l’orecchio: leggere i suoi testi ad alta voce è immergersi nella bellezza della musica, è scavare nel suono assieme al senso. Il senso sta tutto nei suoi temi: da un lato la religione in un momento in cui le priorità della società viravano verso temi laici e politici, dall’altro i motivi familiari e femminili, intensi e fisici, dove il corpo, la sessualità tutta, la maternità, le frustrazioni delle donne, il rapporto coi genitori, le convenzioni sociali sono spigoli d’un poliedro di vetro che riflettono di continuo la luce del verso e della sostanza poetica, luce che colpisce talvolta violentemente il volto e accieca la vista (e la lettura). Cos’è altrimenti un verso in cui l’enjambement (forma) si applica a tagliare la carne viva della poesia, separando another / life, dove in ultima casa stanno sure /cure, invocazioni, desiderio di guarigione – anche dalla sua propria, stessa bipolarità? Cos’è un verso che pone il ‘me’ in rima con se stesso, duplica anzi moltiplica l’identità, l’essere e l’esistere?
Anne Sexton trafigge con pochi segni, pur restando all’interno di quella che è l’esplorazione del quotidiano anche attraverso l’inconscio; eviscera la vita, la scompone a puzzle, in forme nuove perché lontane dal tradizionale passo della poesia angloamericana, dando però la misura della sua distanza nel camminare-scrivendo. La sua è una poesia che arriva dritta sino alla profonda complessità dell’essere, analizza anzi si auto-analizza sempre ed è perciò anche una poesia di terapia che opera anche a livello di catarsi.
È facile perciò riconoscersi ancora oggi nei suoi versi, perché la sua doppia immagine che è anche poliedrica in termini di varietà stilistica, rimarca la capacità di dire e dirsi: The Double Image è proprio questo: affondare nelle crepe d’un rapporto edipico irrisolto per perimetrarsi, sciogliere i nodi, collocarsi e (tentare di) comprendersi appunto. C’è tutta Anne Sexton qui: c’è la sua malattia; ci sono i tentativi di suicidio; c’è la maternità difficile; c’è il ripensarsi attraverso il tormentato rapporto con la madre: «stranger. And I had to learn/ why I would rather/ die than love, how your innocence/ would hurt and how I gather/ guilt like a young intern/ his symptons, his certain evidence» («sconosciuta. E dovevo imparare/ perché volevo morire invece che amare, /perché mi faceva male la tua innocenza,/ e perché accumulo le colpe/ come una giovane internista/ rileva i sintomi, e la certa evidenza»). Nella strofa precedente, la [splendida] sconosciuta è la figlia Joyce, che qui può essere confusa con la madre stessa in questo continuo scambio di ruoli, attribuzioni inverse e perverse percezioni della realtà da un letto di manicomio. Come avviene nella strofa che conclude la poesia, anche questa sezione s’incrina, si spezza laddove c’è bisogno di sottolineare una mancanza, e allora la Sexton impone l’enjambement rather / die, e poi pone in posizione finale di verso ‘intern’, e ‘innocence’ e ‘evidence’ che fan rima; il suo è un mescolare le carte, è un eterno gioco dello specchio, che in questa lirica trova compiutezza e intensità notevoli.
La scelta di questa poesia tuttavia, si lega anche ad un’intuizione, poiché Sexton qui riesce a tradurre i propri moti dell’animo ad ogni capoverso, puntellandoli e ricucendosi così: in questo ricorda un’esperienza di internamento narrata molto bene nel film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2002), che racconta la vicenda della madre Liseli Hoepli tragicamente scomparsa a seguito del suicidio nel 1972. Non c’è nulla che leghi Sexton a Liseli apparentemente, se non l’estrazione sociale altoborghese, eppure ricorda Marazzi (nel volume allegato al dvd Rizzoli), la loro vita sembra un tentativo precoce di rifiutare una condizione imposta, quella d’incarnare il prisma del femminile in tutte le sue accezioni (madre-figlia-moglie-etc.) senza spirito critico, per legge naturale, quella legge che sarebbe stata messa in discussione dal Femminismo di lì a poco – o che era in quel momento in revisione. Riguarda dunque l’accettazione di ruoli, riguarda la scelta della follia come arma di difesa dal mondo e d’autodifesa da sé, che può portare anche alla distruzione (o auto-distruzione). C’è nei diari di Liseli come nelle poesie di Sexton questo pensarsi nudo, un pensarsi-oltre, oltrepassando dunque le soglie d’un ‘essere donna’ chiuso (e rinchiuso), ancora troppo poco declinato, rovesciando a ragione i parametri.

© Alessandra Trevisan

Articolo pubblicato in origine il 3 aprile 2012

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Nota: Nata nel 1928 in una famiglia altoborghese del New England, Anne Sexton ha trascorso tutta la sua vita a Boston, dove s’è suicidata nel 1974. Suo per Live or die nel 1967 il premio Pulitzer. Suoi testi sono usciti in volume per la casa editrice Le Lettere; Crocetti ha pubblicato invece L’estrosa abbondanza nel 1997, con traduzioni di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin (Aldo Nove), Edoardo Zuccato, qui con variazioni mie. Per una versione completa della lirica, qui: http://www.americanpoems.com/poets/annesexton/622.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56538