Reiner Kunze

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007

PoEstate Silva #49: Reiner Kunze, gioventù viennese prima del concerto

Reiner Kunze, foto di ©Jürgen Bauer, da qui

 

GIOVENTÙ VIENNESE PRIMA DEL CONCERTO

Sul podio dormono i contrabbassi,
pingui burattini, i fili
al di sopra del ventre,

e le tavole del palcoscenico sotto le sedie dei fiati
sono ancora nauseate dall’ultima volta

Ma loro, figlie e figli della loro città, tengono
i posti più convenienti tra quelli più a buon mercato
già occupati
come una fortezza espugnata

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

proSabato: Reiner Kunze, Clown, muratore o poeta

Clown, muratore o poeta

Ammetto di aver detto: piatto da dolce. E, quando mio figlio mi ha chiesto se doveva mettere tutta la torta nel piatto, ammetto anche di aver risposto: tutta. E non contesto che la torta prendeva tre quarti del piano del tavolo da cucina. Ma non è logico aspettarsi da un ragazzo di dieci anni che sappia cosa s’intende, quando si dice piatto da dolce? Avevo badato che si lavasse le mani, poi ero uscito per accogliere gli amici che avevo invitato a mangiare la torta di patate. Una torta di patate del nostro panettiere,  appena sfornata,  è una squisitezza.
Quando tornai in cucina, mio figlio era inginocchiato sul tavolo. Su uno dei piatti da dolce, che sono appena più grandi di un piattino da caffè, aveva innalzato una torre di torta di patate, vicino alla quale la torre pendente di Pisa sarebbe sembrata verticale. Mi feci sentire.
Non vedeva che il piatto era troppo piccolo?
Appoggiò la guancia sul tavolo, per considerare il piatto da questo punto di vista completamente nuovo.
Doveva pur vedere che la torta non c’entrava su quel piatto.
Ma la torta c’entrava, replicò. Una delle forme era appoggiata alla gamba del tavolo, e anche l’altra era vuota.
Cominciai a chiedermi ad alta voce che ne sarebbe stato di un essere che ammucchia un metro quadrato di torta su un piattino, senza dubitare neppure un istante se esso poteva essere grande abbastanza.
Gli amici erano già sulla porta.
«Che ne sarà del ragazzo?» chiese il primo, riprendendo le mie parole. Osservò la disposizione della torre. «Questo ragazzo manifesta un senso sorprendente per l’equilibrio. Finirà in un circo, o diventerà muratore». (altro…)

Un libro al giorno #23: Reiner Kunze, un giorno su questa terra (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

 

 

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da qui

NOVEMBRE

Il cielo nero di neve,
e nello stagno comincia
a nevicare

Senza un suono

Come in noi, quando ci incanutiamo

 

Reiner Kunze

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

NOVEMBER

Der himmel schneeschwarz,
und im teich beginnt’s
heraufzuschneien

Lautlos

Wie in uns, wenn wir ergrauen

Reiner Kunze, da: Reiner Kunze,  ein tag auf dieser erde, Fischer 1998

Un libro al giorno #23: Reiner Kunze, un giorno su questa terra (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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foto: dpa

 

 

IL CIELO

Schermo degli schermi, ornato
di stormi di uccelli migratori

Pezzo a pezzo
noi separiamo
dalla seta azzurra

 

Reiner Kunze

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

DER HIMMEL

Schirm der schirme, geschmückt
mit vogelzügen

Stück für stuck
trennen wir heraus
aus der blauen seide

da: Reiner Kunze,  ein tag auf dieser erde,  Fischer 1998

Un libro al giorno #23: Reiner Kunze, un giorno su questa terra (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Reiner_Kunze_ein_tag_auf_dieser_Erde

 

In primavera piovono pesci nel ruscello

Nubi di piccole trote
scuriscono la ghiaia, con le code
la spazzeranno fino a renderla dorata

Scrosciano salmerini alpini, con i fianchi verdi chiazzati
dal gioco di luci e di ombre
nel giorno della creazione (disseminati qua e là
fuochi fatui, purpurei
con corte azzurra)

Colate di temoli ricoprono di stagno il fondo delle conche

Tu distribuisci mitili
e granchi rosa

In primavera dai una mano alla creazione

 

Reiner Kunze

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Im frühjahr regnet’s fische in den bach

Wolken kleiner forellen
verdunkeln den kies, ihre schwänze
werden ihn zu gold fegen

Saiblinge schüttet’s, die grünen flanken gesprenkelt
vom licht- und schattenspiel
am schöpfungstag (verstreut
irrlichter, purpurn
mit blauem hof)

Güsse von äschen verzinnen die kolke

Muscheln teilst du aus
und rosa krebse

Im frühjahr gehst du der schöpfung zur hand

Reiner Kunze (da: Reiner Kunze, ein tag auf dieser erde, Fischer 1998, p. 99)

Nuovi giorni di polvere di Yari Bernasconi. Nota di Federica Giordano

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Yari Bernasconi apre la raccolta poetica Nuovi giorni di polvere (Edizioni Casagrande, 2015) con un tono che si impone all’attenzione e che colpisce per maturità espressiva, soprattutto se riscontrata in un autore nato nel 1982.
Il prologo della Lettera da Dejevo pone il lettore nel bel mezzo di una narrazione storica che, per la sua essenzialità, sembra guardata da molto lontano e con occhi puliti. Questo testo mi ha ricordato moltissimo il gusto del poeta Reiner Kunze, in particolare la poesia Die Mauer. Come per Kunze, anche per Yari le architetture fisiche, i muri e le loro ombre sembrano diventare metafore della condizione esistenziale dell’uomo e delle sue esperienze.

Un muretto si tiene in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

La prospettiva neutra da cui Yari guarda e racconta è quella di una Svizzera osservatrice e mai partecipe, di cui l’io narrativo è portavoce. Si oppone a questo, un “tu” impersonale multiforme, un altro da sé che continuamente porta alla vista i resti delle devastazioni, mostra come una guida gli itinerari altri che hanno portato alla morte. Si rileva dunque in questo confronto una colpa, una malcelata condanna di questo comportamento che si potrebbe definire “politicamente omertoso” e di cui il singolo porta il peso.

M’accompagni fra le macerie come si fa con i bambini:
lo sguardo teso ad una mia colpa vaga,
levigata dal tempo e dai luoghi. Non vedi?

Il freddo della città estone e il suo viso deturpato vengono rievocati con la semplice elencazione delle strutture devastate, quasi come se l’autore riuscisse a descrivere le cose semplicemente nominandole. Emerge da queste pagine una cittá-corpo, i cui pezzi vengono passati in rassegna chirurgicamente, in modo che il resto non sembri mai fossile, bensì pezzo macabro e mutilato. Leggiamo di “costole di case”, “esofago di terra”, “tubature sradicate” etc. Anche a questo proposito tornano alla memoria delle pagine di poesia tedesca: mi sembra pertinente il riferimento a Porzellan – Poem vom Untergang meiner Stadt del tedesco Durs Grünbein. Anche per questo episodio poetico, l’autore si avvale di immagini geografico-corporee che hanno come fine quello di enfatizzare efficacemente il senso di morte della città, e quindi, di morte collettiva. Il popolo muore insieme con il suo luogo.
Grünbein e Bernasconi condividono anche il movimento pendolare della memoria, passando da un prima ad un dopo il momento della tragedia, che rappresenta la cesura storica e personale. Per Durs, il momento viene stigmatizzato dal crollo della Frauenkirche, la più bella chiesa barocca di Dresda, che era rimasta “in piedi con la spina dorsale rotta” dopo il bombardamento. Per Bernasconi la visione è invece quasi sempre postuma, guarda con gli occhi di chi sopraggiunge dopo, e può solo ricordare o ricostruire uno scenario precedente.
Leggendo questi versi, ho ripescato dalla mia memoria musicale la Trenodia del compositore polacco Penderecki. Questo musicista realizza una musica bifronte: dissotterra la storia descrivendola come una cronaca e scandaglia pericolosamente la psiche. Il procedimento e la scelta espressiva, a mio parere, non sono dissimili dagli intenti di Bernasconi, che usa parole anziché suoni.
Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo e Sul treno per Zurigo sono a mio parere i testi dove meglio si interpreta l’origine dell’autore. Al di là del contenuto, qui Yari lascia liberamente affiorare il carattere svizzero, sale leggermente la temperatura affettiva dello scritto. C’è un legame particolare con i treni e con le case che si vedono dal finestrino. Yari stesso mi dice che è proprio nei treni che gli svizzeri trascorrono la maggior parte della loro vita. E proprio questo aspetto colpisce se si pensa a quanto nel treno si sia spettatori e null’altro del viaggio che si staglia davanti a noi. Notevole il testo Warschauer Strasse, dove l’autore scrive:

senza tornare né arrivare:
essere a casa, qui con te, sentirlo
da una lingua straniera.

La dimensione dell’andare diventa radice di appartenenza al punto tale da trovare l’Heimatgefühl in una lingua straniera. A proposito di ciò, va detto che il bagaglio espressivo degli autori sembra arricchirsi della lingua straniera che padroneggiano, quasi come se prendesse voce in qualche modo anche il “possibile dire in altro modo”. In Nuovi giorni di polvere i fantasmi delle lingue straniere appaiono spesso tra i versi dello svizzero Bernasconi.
L’atmosfera è morigerata in tutto il libro. La lingua di Yari non cede alla seduzione estetica, è una lingua che ricorda a tratti la prosa di Fleur Jaeggy, solo meno delicata e più maschile, con qualcosa di più perentorio. La cifra irrinunciabile di queste pagine è la sospensione dell’effetto speciale e il coraggioso abbandono del morboso per destare nel pubblico\lettore\fruitore una reazione immediata, a vantaggio di una lucida osservazione che non rinuncia tuttavia al commento. In altre parole, l’asetticità dello sguardo di Yari non cade nell’afasia, anzi riduce il pensiero all’essenziale. Ed è proprio in questo aspetto, che trovo Bernasconi abbia dato un interessante contributo: mi sembra molto onesto avvicinarsi alla storia in questo modo e credo che come tutta la buona Letteratura, questo libro ci porti all’attenzione un importante atteggiamento etico che per sua natura, sfugge dal singolo per risuonare nella sfera dell’universalità.

© Federica Giordano

Poesie per l’estate #42: Reiner Kunze: A Erlau, con i sensi destati alla parola

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Reiner_Kunze_ein_tag_auf_dieser_Erde

IN ERLAU, WORTFÜHLIG

Wir schlafen, die wange am fluß,
an der unbeirrkeit des wassers

Doch immer öfter liegen wir wach
um halt zu finden an der stille

Abseits der wörter
von den wühltischen der sprache

Vor dem haus, in der astgabel der eibe,
brütet die amsel unhörbar gesang aus,

und die glocke von Pyrawang jenseits des stroms
bucht ab von der zeit

A ERLAU, CON I SENSI DESTATI ALLA PAROLA

Dormiamo, con la guancia al fiume,
all’incrollabilità dell’acqua

Eppure sempre più spesso vegliamo, stesi,
per trovare appiglio nel silenzio

Lontano dalle parole
dei banchi di merce in svendita della lingua

Davanti alla casa, nella forcella del tasso,
il merlo, impercettibile, cova canto,

e la campana di Pyrawang al di là del corso d’acqua
addebita sul conto del tempo

(traduzione di Anna Maria Curci)

©Reiner Kunze, da Ein Tag auf dieser Erde (“Un giorno su questa terra“), Fischer Verlag 1998, p. 9

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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. (altro…)

An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

biennale arte - foto gm

biennale arte – foto gm

 

An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

 

Quando l’esercizio della memoria (Andenken), il monito sul tempo si fa pensiero diverso e divergente (anders denken): cinque testi poetici, cinque autori di lingua tedesca. Scelta di testi e traduzione in italiano di Anna Maria Curci.

(altro…)

Reiner Kunze, Il muro

25 anni fa, alle 19.20 del 9 novembre 1989, dopo la conferenza stampa nella quale Günter Schabowski, rispondendo a una domanda rivoltagli alle 18.53 dal giornalista italiano Riccardo Ehrman se le nuove norme, appena annunciate,  sulla libera circolazione all’Ovest dei cittadini della RDT  sarebbero andate in vigore da subito, dichiarò (il poeta Günter Kunert ha specificato in una intervista di qualche giorno fa: “mormorò”)  «Ab sofort, unverzüglich» (“da subito, immediatamente”), di fronte a una fiumana di persone riversatasi ai passaggi di frontiera proprio in seguito alla diretta televisiva della conferenza, furono aperti i varchi tra Berlino Est e Berlino Ovest. Si parlò allora, e si parla ancora oggi, di “caduta del muro di Berlino”. Oggi 25 anni dopo, vogliamo ricordare quel giorno con un altro sguardo, quello del poeta Reiner Kunze, che già nel 1990 scrisse la poesia Die Mauer, Il muro. La poesia fu poi pubblicata nel 1998 dalla casa editrice Fischer nella raccolta ein tag auf dieser erde.

 

DIE MAUER

Als wir sie schleiften, ahnten wir nicht,
wie hoch sie ist
in uns

Wir hatten uns gewöhnt
an ihren horizont

Und an die windstille

In ihrem schatten warfen
alle keinen schatten

Nun stehen wir entblößt
jeder entschuldigung

IL MURO

Quando lo rademmo al suolo, non avevamo idea
di quanto fosse alto
in noi

Ci eravamo assuefatti
al suo orizzonte

E alla bonaccia

Alla sua ombra tutti
non proiettavano ombra

Adesso stiamo denudati
di ogni scusante

Reiner Kunze, da: ein tag auf dieser erde,  sezione die mauer, Fischer Verlag 1998, p. 60

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

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Reiner Kunze, un giorno su questa terra

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Reiner Kunze, un giorno su questa terra

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, propongo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta ein tag auf dieser erde, “un giorno su questa terra”, pubblicata nel 1998 dalla casa editrice Fischer. (a.m.c.)

dalla sezione: spaziergang zu allen jahreszeiten (passeggiata in tutte le stagioni)

IN ERLAU, WORTFÜHLIG

Wir schlafen, die wange am fluß,
an der unbeirrbarkeit des wassers

Doch immer öfter liegen wir wach
um halt zu finden an der stille

Abseits der wörter
von den wühltischen der sprache

Vor dem haus, in der astgabel der eibe,
brütet die amsel unhörbar gesang aus,

und die glocke von Pyrawang jenseits des stroms
bucht ab von der zeit

(p. 9)

A ERLAU, CON I SENSI DESTATI ALLA PAROLA

Dormiamo, con la guancia al fiume,
all’incrollabilità dell’acqua

Eppure sempre più spesso vegliamo, stesi,
per trovare appiglio nel silenzio

Lontano dalle parole
dei banchi di merce in svendita della lingua

Davanti alla casa, nella forcella del tasso,
il merlo, impercettibile,  cova canto,

e la campana di Pyrawang al di là del corso d’acqua
addebita sul conto del tempo

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione: kreuz des südens (croce del sud)

KIRSCHBAUM IN KIOTO

Von menschenhand
zweig für zweig
eingeflochten in den himmel

Die götter wandeln
auf blüten

(p. 48)

CILIEGIO A KIOTO

Creato dalla mano dell’uomo
ramo per ramo
intrecciato verso il cielo

Gli dei vanno a spasso
su fiori

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione: die mauer (il muro)

DEMONSTRANTEN

In der faust
eine kerze

Für den sturz!

Bedacht,
daß aufs Straßenpfaster
kein wachs tropft

Niemand
soll stürzen

(p. 59)

MANIFESTANTI

Nel pugno
una candela

Per la caduta!

Attenzione,
che sul selciato
non goccioli la cera

Nessuno
deve cadere

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione: komm mit dem Cello (vieni col violoncello)

MÜNZE IN ALLEN SPRACHEN

Wort ist währung

Je wahrer,
desto härter

(p. 83)

MONETA IN TUTTE LE LINGUE

La parola è valuta

Quanto più vera,
tanto più forte

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione:  ein tag auf dieser erde (un giorno su questa terra)

I
Früh, vor dem offenen fenster,
läutet der rehbock, das seil im maul,
den apfelbaum

Du störst den fledermausschlaf
der watestiefel, die an der wand
schaftüber hängen,

und schulterst den fischkorb

Die rute, das wünschelholz,
schlägt aus
nach dem bach

In den wiesensenken steht
ein äschenschwarm von nebeln, die hohen
rückenfahnen wehn

Die mannshohe nessel
brennt dir ein, daß du lebst

(p. 95)

I
Presto, la mattina, davanti alla finestra aperta,
il capriolo suona, con la fune in bocca, il campanello
dell’albero di mele

Tu disturbi il sonno da pipistrello
degli stivali da pescatore, appesi alla parete
per i gambali,

e metti in spalla la cesta per il pesce

la bacchetta, il legno del rabdomante,
devia
verso il ruscello

Negli avvallamenti dei prati sta
un banco di temoli di nebbie, le alte
bandiere dorsali sventolano

Ad altezza d’uomo l’ortica
ti imprime a fuoco che tu vivi

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Reiner Kunze, «nato a Oelsnitz in Sassonia nel 1933 da famiglia operaia, era già in dissenso con il regime dal 1959, quando per motivi politici era stato costretto ad abbandonare la carriera accademica. La trasmissione alla radio di alcune poesie d’amore scritte da Kunze aveva costituito il pretesto per organizzare una campagna diffamatoria contro l’autore, all’epoca giovane assistente all’Università di Lipsia. Kunze fu accusato di attività controrivoluzionaria e di tradimento della patria socialista e sottoposto a un vero e proprio linciaggio: in un’assemblea, uno studente che si era sempre mostrato devoto verso il maestro, aggredì Kunze con gli sputi; durante il discorso in propria difesa, Kunze perse i sensi e restò malato per mesi; studenti e assistenti che avevano simpatizzato con lui furono sottoposti a rappresaglie. Secondo le parole dell’autore stesso, il 1959 costituì per la sua biografia ‘l’ora zero’: in quell’anno egli sperimentò in prima persona l’irredimibile violenza ideologica del nuovo regime e, al contempo, grazie a un felice evento inaspettato, entrò in una nuova fase della propria esistenza. Grazie a quella fatale trasmissione radiofonica, Kunze ha infatti modo di conoscere la propria moglie, la dentista ceca Elisabeth Littnerová: l’autore soggiorna tra il 1961 e il 1962 in Cecoslovacchia, dove frequenta il vivace ambiente letterario locale, inizia a tradurre poeti cechi contemporanei (Jan Skácel, Vladimír Holan, Antonin Brousek) e ha modo di risollevarsi dalla grave crisi che aveva vissuto dopo l’allontanamento dall’Università di Lipsia. «Il mio debito verso la Cecoslovacchia è quasi incalcolabile. All’epoca significò per me una sorta di risurrezione umana», ebbe a confessare più tardi l’autore in un’intervista. È comprensibile, pertanto, che Kunze abbia vissuto la repressione della Primavera di Praga con particolare intensità emotiva e intellettuale: Kunze, che dal 1962 risiedeva con la famiglia a Greiz, in Turingia, esce in segno di protesta dalla SED dopo l’ingresso delle truppe del patto di Varsavia a Praga il 21 agosto 1968. Da quel momento le sue poesie scompaiono dalle antologie, gli incarichi di traduzione dal ceco vengono revocati e il suo nome è completamente ignorato». (da: Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole» La scuola socialista nella letteratura della DDR. Aracne, Roma 2011, pp. 139-140)

Reiner Kunze (foto dpa)

Reiner Kunze (foto dpa)