recensioni

M. Grazia Lenisa, Il canzoniere unico (recensione di Rosaria Di Donato)

Maria Grazia Lenisa, Il Canzoniere Unico, Ed. BastogiLibri/Poesia, 2016

Il Canzoniere Unico, a cura di Angelo Manuali, raccoglie le opere poetiche edite ed inedite di M. Grazia Lenisa dal 1998 al 2008.  L’imponente antologia contiene anche alcune importanti pagine critiche di autori che hanno seguito nel tempo la produzione della poetessa di Udine e alcune testimonianze della stessa.
Un lettore appassionato trova in tale volume notevole materia di riflessione e di studio, ma come scrive l’autrice nel testo L’Inedito Postumo:

Volge le spalle Antico al suo futuro, la forma
scende
dal ripido foglio che s’avvicina il giorno
del cordoglio e come bara la letteratura risucchia
il nome,
lo risputa fuori in lunghi elenchi, nutriti di morti.
L’inedito,
o poeta, che lasciasti, a crescere il tuo nome,
la tua storia, è solo un espediente editoriale
e le parole come mosche intorno alla trappola
oleata della morte sono quel ‘niente’ che ti rese
in vita importante per gli altri.
Ed ancora
t’attardi per un prima, non sai per quanto, finché
serve al gioco
d’un potere importante e non vale per molto la tua
‘gloria’, valse quel tanto che ti tenne in vita, dono
d’amore per cui si riattiva solo se altri ti ama
o s’avviva un bisogno d’amore.[1]

Leggendo la fiorente produzione della poetessa negli ultimi dieci anni della sua vita, ancora più intenso fluisce l’amore per la sua scrittura e dalla sua scrittura che mai si è risolta in un mero esercizio stilistico o in un vuoto sperimentalismo linguistico.  La poesia della Lenisa scaturisce a pieno titolo da l’amor che move il sole e l’altre stelle e accende nell’animo il desiderio dei versi, di bellezza, di contemplazione alta che solo l’arte può soddisfare.  Non si tratta di estetismo, né di eccentricità, ma piuttosto di originalità e di eclettismo nell’ambito di un percorso poetico unico e denso sia dal punto di vista artistico che umano. (altro…)

Sonia Giovannetti, Dalla parte del tempo

 

Sonia Giovannetti, Dalla parte del tempo, Genesi Editrice, Torino 2018

Dalla parte del tempo di Sonia Giovannetti è un libro animato da “poesia e verità” nel senso goethiano dell’abbinamento, ché stare dalla parte del tempo è innanzitutto riconoscersi umani, precari e limitati per definizione.
I perennemente assetati di bello e vero, tuttavia, sono i poeti –  il riferimento al celebre passaggio da L’idiota di Dostoevskij è armoniosamente inserito nel libro – e sulla natura e sull’anelito di chi cura la poesia, la nutre e se ne nutre, l’io lirico ritorna a più riprese.
Stare dalla parte del tempo, tuttavia, significa in questo libro sia comprendere e accettare Chronos sia cercare e saper intercettare Kairos. I tre capitoli che compongono la raccolta – Il tempo dell’io, Il tempo del noi, Il tempo dei luoghi – ampliano lo spettro delle possibilità di ricerca.
Si tratta di una ricerca che manifesta ri-conoscenza sotto forma di attenzione, talvolta anche in forma di vero e proprio tributo, a stili, tecniche e metri della tradizione poetica italiana. Dal Novecento di Luzi – L’uomo del faro – si risale al sonetto petrarchesco, reso in più di una composizione, a partire dalla poesia iniziale e introduttiva, Il tempo,  con rigorosa osservanza della rima, tanto da far pensare che l’intento di Sonia Giovannetti sia, accanto al tributo di riconoscenza, anche quello di una garbata provocazione ai falsi iconoclasti e veri forzati della moda del momento.
L’omaggio alla poesia-pane non può non passare per Shakespeare della Tempesta e per Omero dell’Odissea; è un omaggio schietto, vissuto, cantato. (altro…)

Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere (rec. di D. Capello)

Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere, Il Leggio, 2018

È il libro di un poeta che da sempre conosce il senso della vertigine, del doppio movimento, imprendibile, delle cose e della lingua  che le nomina. La parola di Marco Ercolani è qui scagliata, scagliata fuori dal suo stesso fluire ritmico, dopo essere stata a lungo macerata, febbrilmente meditata.
Penso in particolare a una serie di testi contenuti nella prima sezione del libro, penso a una poesia intensissima, impetuosa, che pare dettata dal pulsare del “demone accanto”. È quella che andrebbe riportata per esteso, e che ha come incipit: “Tolta dalla terra scavata dal buio”. Una sola ondata, che “sprofonda risale e discende”, una spinta inesorabile in avanti che non tollera punteggiature. La veemenza sicura di sé. Non cerca graziosità né indulgenze. Freccia o fulmine di Zeus. Sfocia qui, letteralmente, un energia linguistica potenziata dagli infiniti, pazienti esercizi di eresia cari al poeta.
Ma non per caso ho accennato a Zeus. Nel fermo centro di polvere ospita infatti l’alleanza della vertigine con la misura. E sono queste parole chiave, cardinali, nell’universo della scrittura di Marco Ercolani. “Trovare il modo di andare fuori misura nella misura”. Questo esergo, tratto da Camus, è il telos, in sintesi, della poetica ercolaniana. E proprio qui, nell’idea di “misura”, si trovano spie linguistiche e tematiche evocatrici di un pensiero classicheggiante. Meglio, un’idea di classicità. Sono richiami all’anima dei miti, tra l’assedio e il ritorno, tra “odissee e ciclopi” dove fa capolino anche Orfeo (colui che, voltandosi per un attimo, ha visto) oppure diventano citazioni trasparenti, come le virgiliane “lacrimae rerum”, o il topos della “misura delle cose”. (altro…)

Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista

 

Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista, Giuliano Ladolfi Editore 2018

Il poeta equilibrista, funambolo sulla corda del disincanto, corda tesa consapevolmente oltre ogni immaginabile delimitazione, è sospeso, solo e a ‘ciglio asciutto’. Senza rete sulla pista del circo, sotto il tendone che chiamiamo mondo, rischia di schiantarsi nel vuoto delle etichette.
Guglielmo Aprile corre questo rischio, rasenta la posa del nichilista, e – in questo scorgo Il talento dell’equilibrista del titolo della raccolta – se ne ritrae. Costeggia il baratro e non sprofonda, in grazia di un atto di volontà, che scansa l’autocompiacimento e sceglie di proseguire l’azzardo della composizione poetica.
Ravvedo i due elementi fondamentali del talento dell’equilibrista nella sapienza compositiva e nella capacità di accostare immagini che la letteratura ci ha reso familiari ad altre inattese, di una bellezza spiazzante.
Per quanto riguarda la sapienza nel comporre questa raccolta poetica, non sfuggirà al lettore la esplicitazione di un programma poetico nei titoli delle tre sezioni, rispettivamente in latino, in tedesco e in italiano: Nequiquam, Bildungsroman e L’ignoranza.
Nequiquam sta per l’italiano “invano” e invano l’umanità si agita contro la propria caducità. Guglielmo Aprile sottopone all’attenzione di chi legge una galleria di quadri sulle cocciute cantonate che ci irretiscono in binari di sogni e vane aspettative; sono binari sui quali corrono treni il cui tragitto non potremo mai determinare, alla cui guida, soprattutto, non saremo mai. Luoghi e oggetti si caricano di energia espressiva: bagnasciuga e castelli coi tappi dei succhi di frutta, stazioni ferroviarie e bidoni dell’indifferenziata, sale d’attesa e cruciverba.
Come in un Bildunngsroman, in un romanzo di formazione, dunque, la seconda sezione ripercorre i momenti salienti del percorso umano, o, per esser più precisi, del percorso dell’io poetico, dall’ingenua e ingorda interrogazione alla propria esistenza, agli altri e al ‘mondo’, alla constatazione dell’eterna sfasatura (così il titolo di un testo) «tra le parole del banditore/ e l’interno della scatola colorata;», giacché «i denti caduti e seminati non daranno raccolto».
L’ignoranza, pare suggerire la terza sezione, è la causa dello ‘stato di minorità’ ovvero della «sindrome di Stoccolma» (Ostaggi), in cui la gran parte degli umani si ostina a vivere, prigioniera com’è  di desideri indotti e di involucri mendaci.
Il talento dell’equilibrista, ho affermato poc’anzi, si manifesta nell’arguto accostamento di immagini non inconsuete – tra queste, ne evidenzio due: il trasloco, che fa pensare allo Sgombero dell’omonima poesia di Michael Krüger; il ghiaccio che blocca e condanna alla fine – ad altre, inusuali e inaudite. Una per tutte: il varano, la cui presenza, negata socialmente eppure persistente nel chiuso dell’abitazione privata, esprime con notevole efficacia il dominio di forze sterminatrici (si pensi al varano di Komodo) sull’asfittico ecosistema dell’esistenza umana sulle piazze e nelle stanze segrete: «ma rientrato a casa/ i resti del pasto del varano sul pavimento// sono ancora là.»

© Anna Maria Curci

 

Orma di sabbia

Me ne intendo di cose che finiscono.
La pioggia laverà
senza troppa fatica né scrupolo
dichiarazioni d’amore e scritte oscene
sui muri della stazione;
dove oggi la città innalza i suoi gonfaloni
rinverranno fra qualche tempo
la vertebra di un pesce preistorico;

lo scorpione sopravvivrà all’uomo
di parecchi deserti:
è molto più incline a venire a patti
con la sabbia e il vento, e ne sarà risparmiato.

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Anteprima: Roberto Maggiani, Angoli interni

Il volume sarà nelle librerie il prossimo 26 luglio 2018

Roberto Maggiani, Angoli interni. Prefazione di Roberto Deidier, Passigli Editori 2018

La raccolta più recente di Roberto Maggiani, Angoli interni, parte dalla constatazione, sedimentata nel tempo e gravida di conseguenze, che a essere messa nell’angolo è la diceria circa il mandato del poeta a farsi guida.
Messa nell’angolo, la poesia non rinuncia cionondimeno a ricercare, a esplorare campi di forze e luoghi di congiungimento e intersezione di punti, a tracciare linee, a raccogliere indizi, a misurare, a rilevare, come avviene nella poesia che dà il titolo alla raccolta, che i conti non tornano. Moti e azioni in tal senso vengono dispiegate proprio risalendo dagli Angoli interni.
Che cosa occorrerà intendere, allora, per «angoli interni»? Con buona approssimazione, a me pare che il nome indichi sia l’insieme dei dati sensibili ed empirici a disposizione, sia lo spazio che l’umano – pensiero carne ossa pulsioni – dilata e condensa in dialettica perenne, non di rado ironica (Invenzione) con il divino, o meglio, con i poli di causalità e casualità, cosmo e caos.
Cardine e motore sarà dunque l’apparente dualità di scienza e poesia, sintetizzata, come rivela il titolo della terza delle dodici sezioni che compongono il libro, dalla platonica (Simposio) immagine della mela, delle sue metà divise e dell’anelito a ricongiungerle, a ricongiungersi:

«Vado da Scienza e Poesia.
con una mela tra le mani divisa a metà –
è la mia offerta alla loro unione.»

L’umano – Homo, come recita il titolo della seconda sezione – è cacciatore e raccoglitore, la distanza con l’uomo del paleolitico sembra soltanto siderale. Il poeta misura – una manciata di minuti di una giornata di ventiquattro ore la presenza umana sul pianeta – e considera, accomuna, affianca negli affetti, come esprime limpidamente il testo, dedicato al nipote Pietro (al quale è intitolata, inoltre un’intera sezione, la settima) «e a suo nonno Nando», I tre cacciatori-raccoglitori.
Sintesi esemplare delle considerazioni circa distanze e affinità, dell’arco teso tra i segni sulle pitture rupestri e l’angolo nel quale sono stati scaraventati ragione e poesia, la scienza come la fede,  sono i versi conclusivi di Contatto a Canada Do Infierno: «A ben pensare – fuori di qui – / il delirio della modernità/ ha i tuoi geni.»
Fuori dall’illusione di essere vate, il poeta resta dentro la coscienza nell’oggi, consapevole di ieri e pensoso sul domani: «Rimango sulla roccia della storia/ esposto al vento delle possibilità/ mentre altrove si è ostaggi/ a un passo dalla morte»: le sezioni ottava e nona, Disinnesco e Fanatismo (da quest’ultima è tratta la poesia Oggi – non domani) declinano le possibilità di coscienza ed esistenza. Disinnescare bombe atomiche, anziché armarle: in questo si racchiude il senso del vivere dell’io, che proprio così si presenta.
La carrucola, titolo della decima sezione, è una sonora («cigola la carrucola») metafora dell’avvicendarsi di cicli e fasi.
Il titolo dell’undicesima, La disfatta, non lascia adito a dubbi circa l’affanno del mondo, il delirio della modernità; la disfatta, tuttavia, si evince proprio dal dato sensibile e la ricostruzione del ragionamento viene così, dalle ‘sensate esperienze’, restituita: «Dove s’addensa l’ombra/ si scolora la materia/ s’evince una disfatta.»
È proprio nella sezione conclusiva, La minestra, e nella poesia omonima, che la consapevolezza del ‘mestiere’ del poeta, a dispetto della dismissione delle illusioni o forse proprio grazie a una salutare indagine chiarificatrice, si esprime nella vivace similitudine dello chef: «Come uno chef/ raccoglie affétta e rimescola/ nature animali e vegetali/ nello spazio di una cucina/ così un poeta raccoglie/ tutto il Cosmo in un solo verso.»

© Anna Maria Curci

 

Invenzione

Oggi voglio usare l’intelligenza
per inventare qualcosa di mai visto
che lasci a bocca aperta e del quale si dica:
«Che ovvio, perché non ci ho pensato prima?»
Una favolosa idea nuova
che neppure io so da dove l’ho presa
da quale parte dell’intricata
rete di neuroni e sinapsi –
se tra i ricordi e le intuizioni. (altro…)

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Raffaelo Utzeri, Crisi e Parola

Raffaello Utzeri, Crisi e Parola. Composizioni metroritmiche. Postfazione e intervista all’Autore di Marco Onofrio, EdiLet 2018

«Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato, quest’ultimo, per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur,  di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine.»: ciò che ho affermato in riferimento al mio intendere l’esercizio della scrittura può, anzi dovrebbe essere esteso al libro intorno al quale mi accingo a esporre considerazioni e impressioni di lettura.
In Crisi e Parola il passatore, Raffaello Utzeri, si avvale di una forma di sapienza ricca di predicati, a cominciare da quello legato al significato originario del verbo latino sapio. La Parola che ricerca e che trova, che coniuga per rispondere alla Crisi, è innanzitutto parola che va percepita, gustata nella sua corporeità, nei suoi patimenti (Le nostre algie), nelle sue molteplici dimensioni sensoriali. Bene fa Marco Onofrio, nell’intervista, a parlare di “sapori-saperi” della lingua.
La sapienza della parola di Raffaello Utzeri è anche spiccata sapienza compositiva. Il poeta si presenta come “compositore verbale” e introduce i propri testi come “composizioni metroritmiche”. La composizione riguarda sia la costruzione di un continuum, l’evidenziazione di un filo conduttore in testi raggruppati a mo’ di poemetto – Parodia della crisi, Cantata popolare per i 50 anni di Carbonia, Per Elettra, Ave Agave sono solo alcuni titoli – sia la tecnica della “eco a capo”, vale a dire della rima che ‘aggetta’ sull’inizio del verso successivo: «Speculatori dello yen/ iene tra dollari e sterline,/ le linee della vostra crescita/ mescita tra profitti e tassi/ bassi dell’interesse in calo/ colano alla virtuale poppa,/ coppa di economie travolte/ tre volte in morte a tante vite.» (Il gran coniglio).
La sapienza della parola si presenta, inoltre, come sapienza del gioco, cosicché la poesia si intende come creazione di un homo sapiens che è anche homo ludens, come sottolinea l’autore nell’ampia, illuminante intervista a Marco Onofrio.
Passeur, passatore nell’accezione sopra indicata del termine, Raffaele Utzeri si conferma anche nella versione, altissima per resa, impeccabile nella metrica in endecasillabi, di dodici sonetti di Shakespeare tratti dal volume dei Sonetti pubblicati, sempre nella sua traduzione e sempre per i tipi della casa editrice EdiLet, nel 2009. Un intermezzo, questo Incontro con William Shakespeare, che restituisce sonora la stupefacente attualità dei sonetti shakespeariani.
La raffinatezza e il divertissement elevato a potenza che vengono sprigionati dai componimenti nulla tolgono al vigore della resistenza a brutture e storture, alla vibrante restituzione storica, all’equilibrio tra lirismo e drammaticità raggiunto nel “teatro interiore” (formula coniata dall’autore) al carattere creativamente sovversivo di una parola poetica tra le più lucide e più compiute di questi tempi.

© Anna Maria Curci

 

 

In limine

Con chi sa opporre insieme a noi
contro lo scatto del fucile
lo scatto della penna a sfera.

CIMENTI VANI

Esco, e m’inurbo
curvo qui tra i cementi,
cimenti vani o grattacieli,
e c’è lì la savana
vana delle baracche;
accolte da bitumi
tumidi sull’asfalto
si esaltano vetture bracche
che agitando nel folto
code di fiumi
vanno all’assalto
di metalliche vacche
neri branchi delle utilitarie:
arie in liuti di motori
monotonali, un’ode
lode a meccanici odii amori,
orifici a sussulti
di pompe di alimentazione
tantazione a risucchi
succhi di chimica minzione
da iniettori congiunti,
unti da muchi
buchi e snodi di giunti,
sunti di sintomi
intimi da silenziatori
o ritardi da turbo
rubati ad accelerazioni.

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Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Salvatore Bommarito, Cantunera sciroccu (rec. di Ombretta Ciurnelli)

 

Quando lo scirocco soffia a frevi dâ quarana
Cantunera sciroccu di Salvatore Bommarito

 

Non fa nemmeno sudare,
ma stringe dentro un pugno il cuore,
scaglia le rondini a rompersi contro la sciara […]
seminando sabbia africana in ogni piega della pelle e del suolo.
(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore)

 

La poesia di Salvatore Bommarito evoca una Sicilia arcaica, sospesa tra realismo e trasfigurazione. Nella sua prima raccolta, Vinnigna d’ummiri (2012), il racconto poetico si condensa attorno alla notte di Ognissanti, quando, secondo una tradizione che risale ad antichi culti pagani, i defunti della famiglia tornano a visitare i vivi, lasciando doni ai bambini; mentre nella seconda opera, Cantunera sciroccu (2016), a dominare è lo scirocco che lega tra loro leggende, memorie e racconti.
Lo spirare di venti dominanti segna profondamente la cultura di una terra e può accadere che nell’immaginario popolare lo stato di prostrazione provocato dallo scirocco si colleghi a credenze e superstizioni. Nella poesia U sciroccu ca portàu me figghia un padre, affranto per la fuga della figlia, ne attribuisce la colpa allo scirocco, «nsurtusu a ciusciari a frevi dâ quarana» [insistente a soffiare la febbre della caldana] e il leggendario Colapesce, dal profondo degli abissi, lo sente n-capu [sul capo], mentre ai suoi piedi crepita l’altro fuoco. Altrove è «u re e ciùscia» [il re e soffia], sollevando il mare e scrivendo «littri a tutti/ e ’un c’è versu ’i fàrici calari a frevi» [lettere a tutti/ e non c’è verso di fargli diminuire la febbre]. In Cantunera sciroccu il caldo vento del deserto è richiamato da intense immagini che ne sottolineano la forza impetuosa, significando anche l’impotenza dell’uomo rispetto a destini ineludibili.
Al fuoco dello scirocco si collega anche la riflessione metapoetica. Nella lirica Palori ca ’un mi làssanu il poeta, per non perdere le parole e per avere da loro risposte, oltre a cunurtari [confortarle] o «dàrici a manciari/ farli trippiari» [dare loro da mangiare/ farle ballare], deve «jìrici appressu ntu focu du sciloccu» [andarci dietro nel fuoco dello scirocco]. È una concezione severa del fare poesia in cui si esprime anche il rapporto dell’Autore con il dialetto, lontano da tentazioni vernacolari e dalla ricerca di facili effetti. Le parole della poesia sono parole-memoria e accompagnano la nostra vita bisognose di cure. Possono essere dolci, come le memorie di un tempo passato, ma anche pesanti, «comu u chiummu/ pi tagghiarini a facci» [come piombo/ per tagliarci la faccia]. Bommarito vive la scrittura poetica in una condizione di umile e paziente attesa, come emerge nell’ultima lirica della raccolta, L’aju vistu fari, in cui attraverso la metafora della ricotta che non caglia, nonostante il fuoco, le cure e il riposo della notte, vuole significare che la poesia è come una creatura che «’un senti ammuttuna» [non sente solleciti], che «certi voti mancu l’arma ci abbasta» [certe volte nemmeno l’anima ci basta] e «sulu quannu ci cummeni assumma» [solo quando le conviene viene a galla] e «quasi ’un ci criremu quannu/ c’u mmiràculu…/ ni jinchemu i fasceddi» [e quasi non ci crediamo quando,/ col miracolo…/ ci riempiamo le fiscelle]. È un atto di fede «da non intendere in senso propriamente religioso, […] ma “laicamente umano”», come scrive Salvatore Di Marco nella prefazione alla raccolta.
Compito del poeta è non solo ricercare, curare e nutrire le parole, ma anche Arriciuppari ’u cuntu [Racimolare il racconto], come recita il titolo di una sezione di Vinnigna d’ummiri, e in tutto ciò il dialetto diviene forma e sostanza della memoria, nel continuo intrecciarsi di storie che compongono un ricco mosaico di umanità attraverso ricordi che testimoniano un rapporto intenso e profondo con le tradizioni e le leggende di cui si nutre la cultura popolare. (altro…)

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati

 

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati. 11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia. Postfazione di Carlo D’Amicis, Musicaos editore, 2018

Il Libro dei dispersi e dei ritornati di Lea Barletti colpisce per la sua prosa insieme nitida e ardita nello slanciarsi sempre oltre gli steccati delle divisioni artificiose – prosa e lirica, filosofia e poesia, sguardo acuto e profondità (e oscurità) onirica.
Procede a ritroso e torna al presente, la mente che riflette un’impressione al suo rovescio, che rovescia il rovescio, torna al dritto e ricompone, tessendo, disfacendo, rammendando, la tela di indizi.
È la stessa mente che ricostruisce e, come spiega l’autrice nella premessa, per essere più precisi, costruisce, crea il ricordo. Ha ben chiari due principi che sembrano apparentemente opposti e che qui vengono affiancati, in una forma faconda e feconda di coesistenza: il principio di una navigazione consapevole, guidata da chi scrive, nel magma di situazioni,  sensazioni e schegge di vita affioranti dal reperto dell’esistenza (baule scrigno cassapanca di tracce visive impresse – «I found a picture of you», cantava Chrissie Hynde con i Pretenders in Back on the Chain Gang – e il principio della perenne trasformazione del dato sensibile nella coscienza individuale, trasformazione i cui esiti non possono e non vogliono, forse, essere previsti.
Il Libro dei dispersi e dei ritornati è diario di bordo, dunque, e insieme resoconto di un fruttuoso vagabondaggio del pensiero, nel quale il nostos assumerà fogge, forme e melodie inattese. E se le melodie saranno dissonanti, se il ritorno sarà la deflagrante narrazione di un buco nero di ingorda ineffabile paura o se, al posto del ritorno, si narrerà, come in Eveline di Joyce, il perpetuo rimandare una partenza, una fuga, una improbabile salvezza, se il gelo invaderà l’assenza o il «fiero pasto» dantesco tornerà con pelli maculate e da altezze inattese, tutto questo terrà chi legge allacciato al quesito: «Che cosa sarebbe potuto avvenire e divenire se non avessimo distolto lo sguardo, se non lo avessimo acquietato con la prima, banale, scontata, tranquillizzante e superficiale interpretazione?»

© Anna Maria Curci

 

Premessa
(Ovvero com’è andata)

Gli undici racconti del Libro dei dispersi e dei ritornati prendono spunto da alcune fotografie di sconosciuti trovate nel baule di un rigattiere a Berlino, la città nella quale vivo da qualche anno. È andata così. In un pomeriggio invernale di qualche anno fa, bighellonando con un amico in un grande robivecchi pieno di cianfrusaglie di ogni tipo, abbiamo trovato un baule di vecchie fotografie, interi album, singole foto: il mio amico ha dato un’occhiata e poi ha proseguito la visita, io invece mi sono seduta per terra e ho cominciato a guardarle tutte, una per una. Ero incapace di staccarmi, letteralmente inchiodata: dal momento che avevo cominciato, dovevo continuare a guardarle. Tutte quelle foto, finite lì chissà come, quelle persone sconosciute,  di cui ignoravo qualsiasi cosa ma di cui in quel momento, per caso, mi ritrovavo a spiare volti, espressioni, pose: uomini, donne, bambini, vecchi, foto di famiglia, ritratti, foto di gruppo, gite, feste di compleanno, matrimoni, vacanze al mare, le guardavo senza saperne niente. Ad un certo punto il negozio doveva chiudere, avevo passato un sacco di tempo in quella sorta di ipnosi, allora d’impulso ne ho prese tre, tre foto della stessa donna. Le ho comprate così, senza una ragione plausibile e le ho messe nella borsa, dove sono poi rimaste per diversi mesi. Un giorno, era ormai estate, le ho tirate fuori. E ho capito che volevo scrivere: mi è sembrato di doverlo a lei, la sconosciuta che era ritratta nelle foto; era una sensazione molto forte, la sensazione di avere contratto un debito. Avevo sbirciato nella sua vita e ora le dovevo qualcosa. (altro…)

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

Gregorio Magini, Cometa

 

Le comete sono cicliche, lo sanno anche i bambini e hanno questa bella peculiarità di tornare a tracciare il nostro arco di cielo a differenza di noi che solo in casi rarissimi abbiamo la possibilità di assistere al ritorno. L’altra peculiarità, ancestrale, radicata è quella che l’arrivo della cometa è sempre foriera di novità, spesso più disgrazie che fortune. Ecco, partiamo da qui per provare a spiegarvi che cosa è veramente Cometa, il ritorno spiazzante di uno scrittore come Gregorio Magini per NEO, una casa editrice che difficilmente (e meno male) offre una letteratura “accomodante”. A proposito, istruzioni per l’uso: questo è un romanzo da assaporare con cautela e possibilmente da non agitare prima del consumo, perché il flusso narrativo è già di per sé qualcosa di estremamente preciso ma sospeso sul filo sottilissimo dell’imprevedibilità; quindi consiglio di leggerlo tranquilli tranquilli senza alcuna aspettativa, ma soprattutto va spazzato dal cervello, perché assolutamente fuorviante, ogni filo di nostalgia per oggetti, mode, riferimenti mediatici pre-facebook. Versatevi quindi un grappino e pensate proprio a quello che c’è nel bicchiere: hanno tolto testa e coda per lasciare il cuore. Ecco in questo romanzo, testa e coda si presentano quasi come storie a sé, ma in realtà il principio è solo l’annuncio, sono le avvisaglie di quanto sta per accadere. Un incipit che spiazza e ci scaraventa nell’infanzia di Raffaele dove sesso e morte si definiranno stabilmente come uniche coordinate per la crescita, l’incontro e lo scambio, e poi il finale, che lascia lì sospesi con lo sguardo verso l’alto, cercando un punto di vista diverso, una coordinata Z necessaria, dopo un continuo vagare casuale tra x e y nell’attesa di capire se quello che doveva essere raccontato, detto, fatto è già atto compiuto o no. Quanto resta nel mezzo è la narrazione intensa, asincrona di personaggi i cui pensieri vanno sempre fuori tempo rispetto alla vita che gli succede attorno. (altro…)