recensioni

Elena Ramella, Anatomia di un’assenza (rec. di Sabatina Napolitano)

Anatomia di un’assenza (di Elena Ramella, Ensemble 2019) è un corpus lirico di poesie che a un primo sguardo potrebbe dirsi “confessional poetry” ma che invece è capace di rivelare molto della condizione del poeta oggi, e in questo caso anche dello scrittore. È ben raro infatti trovare giovani autori che siano anche degli accattivanti scrittori, nel caso di Ramella è evidente che la sua voce riesce a distinguersi in modo intelligente all’interno dell’arena del campo poetico e narrativo. Questo perché la sua poetica ruota intorno a immagini nette, definite, sedi di una collocazione precisa tra la narrativa e la lirica. Ramella, torinese, ha vissuto in Francia e ha dedicato parte dei suoi studi all’opera di Raboni. È perciò impreciso parlare della sua tessitura senza considerarne le motivazioni: la sua speculazione non è infatti solo uno dei primi passi della pedagogia letteraria ma è soprattutto il percorso erotico che si svincola per l’amore dell’arte intesa come letteratura, traduzione, poesia, perché l’autrice è una giovane assennata e di forte intuito che ha compreso quasi come una norma che in letteratura l’intenzione è sempre mascherata. Quindi l’assenza non è semplicemente il campo di una distanza ma è piuttosto la ragione intorno alla quale ruotano i fiori della letteratura e del tempo. Così come l’autrice stessa afferma in una nota in esergo, l’assenza è la musa stessa, più precisamente l’allegoria dell’ispirazione. In questa immaginazione felice è evidente che l’opera di Ramella merita di essere contestualizzata e citata. È lei stessa infatti a definire la sua poetica come dialogo; “l’assenza è un dialogo”. Con questo si intende l’amore non solo per il riempimento delle scene puramente scenografico del poeta ma il sentimento perturbante e realistico, nonché autentico, del “sentire” sulla pelle la sensazione. (altro…)

Maria Allo, La terra che rimane (nota di Franca Alaimo)

Maria Allo, La terra che rimane, Controluna edizioni 2018

La poesia di Maria Allo è attraversata da una densa enigmaticità che viene generata da un costante slittamento delle cose da una dimensione quotidiana ad un’altra in cui le stesse diventano simboli e visioni. Così il mare o l’alba o l’ombra che a volte fanno parte di una scenografia reale, in cui è facile identificare il territorio catanese, a volte, invece, metaforizzano l’assoluto, la libertà, la speranza, la morte, quasi testimoni “di un’intera vita nella vita in sé”; forse perché, come recita un altro verso, “per nascita camminiamo in volo”, dove il verbo “camminare” e il sostantivo “volo” costituiscono un ossimoro (terra-aria)  che potrebbe significare e la temporaneità del sostare di ogni uomo sulla terra e la persistenza di un interiore slancio conoscitivo- spirituale verso l’ignoto.
La sua voce poetica, infatti, nell’interpretare il flusso costante della vita dall’essere allo sparire, nell’accettare l’ “ombra che ti chiama”, se implica una partecipazione vibrante alla realtà, allo stesso tempo indica una struggente consapevolezza di essere, come tutti, “in pasto al mistero”.
Ma i baluginii dell’oltre non distraggono Maria Allo dall’impegno esistenziale: turbata dalla barbarie di questo mondo, (“Ecco, ancora una tragedia del mare,/ un altro stupro a Roma”, p. 21), l’autrice oppone al dolore, alla violenza, al vuoto, la pietas storico-creaturale, all’oscurità del male il gesto del perdono; al silenzio dell’indifferenza quello della poesia stessa, che ha in sé tutte le parole […] l’universo intero, tutto e tutti”; alla morte la bellezza, perché “Tutto si dissolve, ma la bellezza dura” (p. 46). (altro…)

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque. Appunti spirituali, Tau Editrice 2019

Principio queste mie considerazioni su Diario segreto di un uomo qualunque di Massimiliano Bardotti invocando quel silenzio di cui il poeta Sergio Corazzini si nutriva «cotidianamente, come di Gesù» (citazione che figura per prima tra quelle poste in epigrafe). È il silenzio che fa percepire anche il più piccolo rumore («E i sacerdoti del silenzio sono i romori», Corazzini), è il silenzio che illumina l’oscurità e sbroglia il malinteso. Dal silenzio “un uomo qualunque”, l’autore del “diario segreto” ci viene incontro non certo come rappresentante del tristemente diffuso vivere barcamenandosi, del qualunquismo, bensì come Everyman, Jedermann, Ognuno, l’individuo, l’umano del Morality Play, ciascuno di noi, donne e uomini nel tempo «feroce e furibondo».
Nella sua Introduzione agli appunti, Massimiliano Bardotti richiama apertamente l’esperienza e la testimonianza di Etty Hillesum, il “cuore pensante della baracca” nel campo di transito di Westerbork. Il diario di Etty Hillesum rivolge un invito esplicito a ciascuno: “Che ognuno rientri in sé stesso” (riecheggia qui l’esortazione di Rilke nella prima delle Lettere a un giovane poeta: “Gehen Sie in sich hinein”, “vada in sé”) e prosegue così: «e in sé stesso sradichi e distrugga ciò per cui pensa di dover distruggere gli altri».
È un invito all’introspezione e alla costruzione di pace, alla contemplazione e all’azione di bene, nel segno della scelta e dell’assunzione di responsabilità; è un invito che viene colto, raccolto e disseminato da Massimiliano Bardotti in tutte le pagine, appunto per appunto, del suo Diario segreto di un uomo qualunque.
Dal silenzio e dall’attesa dell’alba le riflessioni dell’autore arrivano con chiarezza a chi legge e i concetti enucleati vanno a comporre un ideale glossario, del quale indico l’abc, vale a dire le voci corrispondenti alle prime tre lettere dell’alfabeto. (altro…)

Renato Fiorito, Andante con pioggia

Quale può essere la cadenza di un canzoniere, Andante con pioggia, che attraversa più epoche di composizione nel percorso poetico di un amato amante della poesia come Renato Fiorito?
Non può essere, quella cadenza, che mutevole, e non per volubilità dell’autore, quanto piuttosto per un armonico voler assecondare le diverse fasi, le variate condizioni, i paesaggi in movimento così come i paesaggi dell’animo differenti.
Le variazioni della cadenza – nel suo duplice movimento del risuonare e del trafiggere, così come si manifesta compiutamente in Cadono le parole – si accordano, inoltre, al variare di interlocutori e destinatari in questo canzoniere che, per essere precisi, è ‘canzoniere all’amore’ ancor più che ‘canzoniere d’amore’.
Se infatti sono in gran numero i componimenti rivolti a un’amata, non mancano, tuttavia, canti d’amore a paesaggi (Squarcio, Azzurrità, Le nuvole), a scorci urbani (Inverno leccese, Caruggi, Lungotevere, Vicoli), a epifanie che si addensano attorno a visioni (Una donna-cigno) oppure a incontri fortuiti (Treni).
Cadenza varia, dunque, alternarsi di accelerazioni e rallentamenti, cambio di tempi, dal moderatamente lento dell’andante del componimento – Andante con pioggia, appunto – che dà il titolo alla raccolta, al moderatamente veloce di un ‘allegretto’, alla rapidità di un Vivace con brio, come recita il titolo di una delle sezioni che compongono la raccolta.
Così come cambiano i tempi, cambiano anche le tipologie dei singoli brani, nei quali l’aspirazione a fondere musica e poesia – «De la musique avant toute chose»! – si incontra con un lavoro rigoroso sulla nitidezza del dettato, che si distende tra la profusione delle immagini e il coraggio della sottrazione. Così, tra sezioni e composizioni singole, troviamo Notturni, Rapsodie, pastorali, ballate, romanze, Chiaro di luna.
È qui, nel variare le tipologie così come nella ricerca attenta e appassionata della perfetta esecuzione, che l’amato amante della poesia dispiega la sua fidata e fedele consuetudine all’ascolto delle voci altre.
Se dunque, e non soltanto per le origini partenopee dell’autore, più di una volta risuonano echi della poesia di Salvatore Di Giacomo, non di rado ci imbattiamo in suggestioni provenienti da altre lingue, da altre culture: Paul Verlaine poc’anzi menzionato, Wilhelm Müller di Fiori secchi da La bella mugnaia e Heinrich Heine di Quieta è la notte dal Libro dei canti (entrambi i componimenti furono musicati da Franz Schubert). Inatteso e tanto più sorprendente è, rivelato già dal titolo di un componimento, vale a dire Azzurrità, il risuonare di passaggi e paesaggi della poesia di Georg Trakl. Di un testo di Trakl, in particolare, il suono affine giunge con particolare intensità. Quel testo è Canto della sera e i due versi conclusivi, che riporto nella mia traduzione, sembrano essere stati interiorizzati e messi a frutto da Renato Fiorito: «Eppure quando scura melodia l’anima affligge,/ Bianca tu appari nel paesaggio autunnale dell’amico.»
Appaiono degne di nota, accanto alle scelte su cadenza, timbro, velocità e coloritura della parola, quelle su linee prospettiche, inclinazioni dei raggi, moti complementari nel velare e nel disvelare la luce.
Si tratta di scelte oltremodo efficaci nel rendere sia i rari trionfi, sia le frequenti sconfitte d’amore, nella tensione e nella tenzone dell’incontro e dello scontro, nel travaglio dell’abbandono come distacco, separazione, e nell’appagamento donato da un altro tipo di abbandono, quello fiducioso a un’entità che si riconosce come oltreumana, oppure al cosmo, dove  immergersi, smarrirsi felicemente, è motivo di gioia (e se non di gioia, almeno di acquietamento del dolore, come in Più nulla ci serve), o, ancora, alla meta, al bersaglio, all’approdo del sentimento amoroso.
La poesia passa, e non può fare altrimenti, per la cognizione del dolore: di questa universale constatazione l’opera tutta di Renato Fiorito ha fatto tesoro di espressione. Sotto questo aspetto Andante con pioggia è nel segno della continuità, non della rottura.
Nonostante la consuetudine con lo scomodo, aspro, cocente compagno inseparabile, il dolore, la poesia non si insabbia, non si disperde. Così, dal parco a Piedigrotta, dove riposano Virgilio e Leopardi, la poesia riparte, consapevole del mutare delle sue vesti, delle sue visioni e delle sue cadenze, con uno slancio considerevole. Essa si nutre e si fa grande, non uguale nel tempo eppure fedele alla sua forza di testimonianza: «Per questo la poesia, se si fa grande/  non resta uguale nel corso dei decenni/  ma si riempie del dolore altrui,/  di quelli che leggendola hanno pianto./ Allora è la poesia che si rigonfia/ come un fiume che cresce con la pioggia,/ diventa forte e tumultuosa e bella/ si fa parola in bocca della gente» (Piedigrotta).

© Anna Maria Curci

 

Lungotevere

Tra il fiume e la gente
passa senza rumore
la vita sotto i platani.
Risuonano segrete le parole
che un tempo mi dicevi.
Ci ritroveremo una sera
a raccontarci con gli occhi
il dolore di questa vita
passata senza cercarci.
Un fanale si accende contro la notte
e questo ci basta o ci uccide.

 

Andante con pioggia

Cade in baci
la piccola pioggia di marzo,
ha bocche di gelo
che inzuppano il cuore.
Alza le mani la sera
e le passa tra i capelli.
Tira fuori i remi la luna
per attraversare il cielo.
Accartoccio il mio amore
e ne faccio una bolla
per conservarne la luce.
I miei piedi
incontrano i tuoi
e se ne vanno via
senza voltarsi. (altro…)

Francesco De Napoli, Ventilabro – Scotellariana (rec. di Tommaso Di Brango)

 

Francesco De Napoli, Ventilabro – Scotellariana. Prefazione di Emerico Giachery, Roma, Edizioni Graphisoft, 2019

Al termine di Ventilabro – Scotellariana (Roma, Edizioni Graphisoft, 2019) si legge: «Cervaro, 2012-2019». Si tratta di un’annotazione paratestuale molto interessante: con essa, infatti, Francesco De Napoli mostra che questo pur agile poemetto lo ha impegnato per un lungo periodo di tempo e comunica indirettamente l’importanza che gli attribuisce.
I temi toccati in Ventilabro, del resto, sono tra i più ricorrenti e problematici dell’ormai lungo percorso letterario del poeta lucano-cassinate. Il rapporto con la Lucania e il modello costituito da Rocco Scotellaro animano infatti la scrittura di De Napoli almeno dagli anni Ottanta. Con questo poemetto, tuttavia, l’autore non si limita a far ritorno a questi problemi, ma al contrario intende risolverli una volta per tutte.
Finora, infatti, la Lucania era apparsa a De Napoli come una sorta di “terra di mezzo” tra realtà e fantasia, mentre Scotellaro era stato parte di un suo personale ed eterogeneo Pantheon etico-civile e letterario. Con Ventilabro, viceversa, il poeta non ha più dubbi: l’universo antropologico che lui finora aveva identificato con la sua terra natale ha consistenza esclusivamente nella sua fantasia («In labirinti di svelati non luoghi l’anima vinta / si perde e si sazia. Placata, è resa alla terra»), mentre a Rocco Scotellaro occorre riconoscere una priorità rispetto agli altri, pur valenti maestri incontrati lungo il cammino (e da questa presa d’atto deriva il sottotitolo di Ventilabro).
Per ciò che concerne la Lucania, il discorso consegnato a Ventilabro affonda le sue radici nel vissuto biografico di un autore deciso a non recidere il legame con la sua terra natale ma, al tempo stesso, costretto dalle circostanze a non essere partecipe delle sue vicende («“È il Sud”, / sbagli. T’ingannò / il lungo errare», Carte da gioco). Ricondurre il tutto entro il recinto del biografismo, tuttavia, sarebbe un errore perché comporterebbe un’indebita sottovalutazione della densità ideologica e storico-antropologica della riflessione di De Napoli, che in Ventilabro trova significative consonanze con l’accorata denuncia del genocidio culturale in atto nella società dei consumi fatta dall’ultimo Pasolini.
La condizione di fatto fantasmatica che egli attribuisce alla Lucania è infatti diretta conseguenza di una globalizzazione capitalistica che ha spazzato via le antiche identità locali – con tutte le loro contraddizioni, ma anche con tutto il loro spirito comunitario – per sostituirle con un’umanità spaesata, priva di punti di riferimento culturali e valoriali. In proposito penso soprattutto al Canto II del poemetto, dove De Napoli offre una vera e propria panoramica dei veleni prodotti dal Terzo Millennio nella sua terra: dai «gratta e vinci» rifilati da una «discinta megera» ai «naviganti gai // terracquei e satellitari» fino ai «tossici // sversamenti» della malavita organizzata, dai «cascami di petroli e acque minerali» ai «pronipoti / dei briganti scolalagane» che si atteggiano a «borgatari industriosi» ed esibiscono «abiti griffati, unghie curate, dorati bracciali». La Lucania post-bellica, rimasta impressa «sulle oleate tele e fruttate carte di Levi Carlo», è, insomma, solo un ricordo d’infanzia: di essa non rimane traccia nel presente.
In merito a Rocco Scotellaro, il favore riconosciuto da De Napoli ha una matrice essenzialmente etico-civile. Come emerge chiaramente dall’incipit del Canto I di Ventilabro, infatti, il poeta di Tricarico appare ai suoi occhi come un modello culturale e valoriale da contrapporre a un’umanità rapace e priva di scrupoli, stolidamente dimentica della sua lezione: «La terra noi consumiamo da protervia / infame appagati, indegni e vili mietitori, // dissipatori incauti di memorie e valori / senza espiazione né remissione. // Taccio se mi figuro la tua sorte, d’idee / e carne a sembianza dei padri, // esempio numinóso d’inconsunti tributi».
Quella in favore di Rocco Scotellaro non è però, per De Napoli, una scelta indolore. L’immaginario poetico e civile dell’autore de La dinamica degli eventi (1983) ha infatti sempre attinto a una gran quantità di fonti e modelli, tra cui figurano personalità del calibro del già menzionato Pier Paolo Pasolini, di Paolo Volponi, Evgenij Evtushenko, Cesare Pavese ecc. Ma, soprattutto, a contendere il ruolo di nume tutelare al poeta di Contadini del Sud c’è Leonardo Sinisgalli, che oltre a essere l’altro grande poeta lucano del Novecento è, agli occhi di De Napoli, un modello a tutti gli effetti alternativo a quello di Scotellaro. (altro…)

Nadia Tarantini, Amore inquieto (recensione di Floriana Coppola)

Amore inquieto di Nadia Tarantini

Recensione di Floriana Coppola

Romanzo dell’io, autofiction, flusso di coscienza, racconto della memoria del corpo, sperimentazione narrativa ma soprattutto esperienza esistenziale in prosa, con momenti di assoluta e profonda poeticità. Nadia Tarantini nel suo secondo romanzo affronta l’epica decostruzione e ricostruzione del sentimento che ci lega alla madre, tracciando la sua cifra, il suo percorso interiore che porta verso il permesso di vivere e di scrivere.
“Se c’è qualcosa aldilà tu mi verrai a trovare, io ti riconoscerò.” Ci credevo più di te, ma non immaginavo il sigillo gioioso del ricordo, dopo gli anni del dispiacere.
Di solito ogni narrazione, anche autobiografica, gioca su un mosaico di tessere che non possono imprigionare la complessità del reale. Non esiste una sola verità, ognuno inforca il suo paio di occhiali, citando Anna Maria Ortese. In questo romanzo, il legame con la madre e con le altre figure familiari femminili disegna una costellazione parentale fatta di permessi e ingiunzioni, impliciti ed espliciti, che possono rallentare, paralizzare, oppure spingere verso la realizzazione della propria segnatura artistica ed esistenziale. Direbbe Hillman, la ghianda può diventare quercia, solo se viene vista. Esiste uno sguardo materno che omette, pur amando, il genio della figlia. Soprattutto nella nostra generazione, l’emancipazione delle figlie veniva vissuta come una minaccia, un pericolo per l’equilibrio del sistema familiare, un segno di divergenza dal binario solito della zona comfort, accettato dal gruppo delle donne. Ogni famiglia è un clan, con le sue leggende e i suoi segreti. Nadia ci permette di entrare in punta di piedi nella sua memoria, per restituire vita e voce a ciò che può andare perduto con il tempo.
Batti le dita sul risvolto del lenzuolo, le premi una ad una, come se stessi suonando tasti di pianoforte. Anche stanotte ti ho sognata. Eri in cima a una scogliera e mi chiedevi aiuto.
Non è importante veramente ciò che è stato, ciò che poteva essere ma il ricordo incarnato nel corpo che genera il senso di un universo emozionale. Ogni dettaglio sfugge nella sua interezza e può essere richiamato solo per frammenti. L’autorizzazione a scrivere di sé, il permesso di liberarsi dai ruoli a cui viene destinata la donna, il bisogno di spezzare una catena infinita di atti di rinuncia che passa attraverso l’intera genealogia femminile sono punti nodali della narrazione. Ma la stessa struttura narrativa del romanzo di Nadia è un movimento di emancipazione letteraria, perché riprende e porta avanti in modo originale e sperimentale la volontà di superare il canone letterario. Il confine tracciato da Virginia Woolf tra flusso di coscienza e monologo interiore viene arricchito da altre contaminazioni. Non solo prolessi e analessi, discorso diretto e indiretto, l’uso della lettera e del diario, ma continui slittamenti della memoria che generano un corpo fluido e magmatico, dove presente e passato si mescolano, in un gioco psicofisico di percezione e coscienza. La memoria delle donne funziona così, vuole dire sottovoce l’autrice. Niente di razionale e di classificatorio ma un linguaggio che tenta di registrare con puntualità ossessiva il moto ondoso del ricordo.
“C’è sempre qualcosa che ti trattiene”. La frase le riecheggia nella mente, emergendo dai rumori dell’ospedale. “C’è sempre qualcosa che ti trattiene.”. Gliel’ha detto sua madre, quasi trent’anni fa prima di morire. “C’è sempre qualcosa che ti trattiene”. (altro…)

Matteo Bianchi, Fortissimo (recensione di Sandro Abruzzese)

Fortissimo

La differenza, quando passavo la sera con l’auto sul cavalcavia dietro casa, stava tra chi credeva che i lampioni fossero solo singoli lumi, alla stregua di soldati messi a forza in riga, piegati sotto il peso del loro cieco obbedire, e chi sceglieva di proseguire, invece, e li vedeva uniti senza i margini degli elmi, o i fili delle lampadine; un flusso indistinto fuori dagli schemi e dall’opposizione cava dell’acciaio.

Dei versi di Matteo Bianchi una volta ho scritto, riferendomi a La metà del letto (Barbera 2015), che hanno il dono di liberarsi subito dell’autore. Il filo dei pensieri, l’ondeggiare di particolare e universale, le lente litanie e le vertiginose accelerate, tutto dopo poche righe diviene nostro e ci lascia proseguire in compagnia di quel filo. Anche Fortissimo è un solco che diventa subito nostro, fatto di labili confini attraversabili, di brevi passaggi leggeri o intensi.
C’è nei versi di questo autore, lo dicevo e va confermato, quell’idea di eterno consapevole che tutto è “uno scherzo, uno sbalzo di stagione”, e pure che ogni inezia relativa all’amore, nella nostra perpetua questione privata che è la vita, rimane tutto.
C’è poi lo sguardo che si fa tangibile e traduce nelle forme plastiche un mondo fatto di oggetti quotidiani e luoghi dall’apparente insignificanza: bollitori, suppellettili, treni.
Bianchi conserva, a distanza di anni, il senso della misura, l’equilibrio, ma in Fortissimo (Minerva 2019) la mescolanza di brevi prose diaristiche e poesie segna un’altra tappa del suo percorso, una sorta di lenta emancipazione, sincera e convincente, dalla forma. O meglio, l’equilibrio della sua frase regge l’assenza di argini e gerarchie, e forse in questo caso riesce ad accentuare ancora quell’oscillare tra profondità e superficie che resta uno dei suoi tratti peculiari. (altro…)

Andrea Accardi, Frattura composta di un luogo (nota di A. Castrovinci)

Andrea Accardi, Frattura composta di un luogo, Giuliano Ladolfi editore 2019

Nota di Andrea Castrovinci Zenna

Tripartita in sezioni di trenta capitoli ciascuna, l’opera di Accardi vorrebbe darci il senso di un geometrico ordine; già la copertina, consistente in una carta geografica, pare voglia assolvere quel ruolo, così come l’incipit del primo capitolo: «La cittadina è stata costruita negli anni settanta, interamente per i pedoni, tutta salite e discese, scalinate e scivoli». Ma al suo termine, nella brevitas aforistica di cui vive l’intera collezione di asserzioni immediate, icastiche, gelide a tratti, viene svelato “l’inganno” (“Di notte le luci delle auto fuori del perimetro mostrano però l’inganno”), la distanza celata dietro l’apparente perfezione, il fulmen in clausola capace di illuminare e sorprendere amaramente il lettore sulla realtà allucinatamente ordinata di luoghi, nomi, voci.
«Sparisce una ragazza e spuntano ovunque manifesti. La foto però è scelta bene, proprio un sorriso che diresti un futuro radioso. Dopo le prime volte non ci fai più caso, e intanto dentro una casa lontana qualcuno fa già i conti con il vuoto. Al cinema multisala c’è lo sconto il mercoledì.»
Si ritrova una visione morale degli eventi, delle persone e delle parole che popolano il luogo, frustrata dalla realizzazione pratico-quotidiana della vita slabbrata dello studente fuori sede, che da un lato prova il brivido della novità, dall’altro l’accorata nostalgia di casa e degli affetti.
«Il centro commerciale ha vetrine e musichette da centro commerciale, ci vai per sentirti altrove. Ogni tanto parte una canzone di prima che tu nascessi, e ti prende uno struggimento senza un perché» (altro…)

Nefeli Misuraca, La solitudine maestosa (nota di Stefania Di Lino)

Nefeli Misuraca, La solitudine maestosa. Poesie. Introduzione di Rita Pacilio. Prefazione di Guido Oldani, La Vita Felice, 2018

Nota di lettura di Stefania Di Lino

 

Una cosa sola è necessaria: la solitudine. La grande solitudine interiore. Andare in se stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno; a questo bisogna arrivare. Essere soli come è solo il bambino.

(Rainer Maria Rilke a Franz Xavier Kappus, 1903; da Lettere a un giovane poeta, a cura di Marina Bistolfi, Arnoldo Mondadori Editore, 1994)

Il coraggio richiesto dallo scrittore invece è una sorta di coraggio “cronico”, uno “stato di coraggio” persistente, quotidiano, discreto e non sempre riconoscibile. Non un’effimera vittoria sui propri limiti ma una modalità stabile dell’essere, la conquista definitiva di un territorio che non conosce limiti.

(Julio Monteiro Martins, Sagarana, editoriale N. 50, gennaio 2013)

C’era un muro… Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava.

(Ursula Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, “Quelli di Annares”, Dispossessed- An Ambiguous Utopia, 1974)

La scrittura è essenzialmente un atto d’amore che tenta di dare voce alla parte più ferita e più fragile di noi. Parte che, forse, non troverebbe espressione se non in quel luogo, ‘altro’ e parallelo, di difficile definizione, in cui sia resa possibile una funzione riparativa – e in qualche misura anche restitutiva – rispetto a ciò che si ritiene sia stato sottratto.
Questo luogo ‘altro’ è la poesia.
Secondo Borges è la poesia a trovare il poeta, non viceversa, perché le radici della poesia affondano in una sorta di memoria universale che riguarda l’intera umanità, passata, presente e, verosimilmente, futura, insieme, a mio avviso, alle esperienze e ai passaggi che hanno, in modo più o meno fortuito, attraversato e segnato le nostre esistenze, poiché se si irrompe a caso nella vita di qualcuno, mai a caso si continua ad abitare nei ricordi, talvolta struggenti.
Borges inoltre afferma che la poesia trae origine più dal dolore, dalla tristezza, dalla mancanza, che dall’allegria o da un eventuale senso di soddisfazione della propria vita, poiché la felicità è il punto d’arrivo, non il dolore che, in quanto tale, necessita di una elaborazione atta a lenire la sofferenza. Da questo lavorio interiore trarrebbe origine la poesia.
Nella Solitudine maestosa di Nefeli Misuraca, “l’amabile solitudine”, come titola la nota introduttiva di Rita Pacilio, non c’è davvero nulla di ‘accidentale’, sottolinea Guido Oldani nella prefazione. Si tratta, infatti, di una solitudine necessaria, anzi ‘essenziale’, come Blanchot la descrive ne Lo spazio letterario, che non è isolamento nell’eremo, non è compiacimento autoreferenziale e narcisistico.
La Solitudine maestosa di Nefeli non è esercizio solipsistico, ma luogo densamente abitato, è conditio sine qua non dello stesso atto creativo, e, al contempo, è anche il suo elaborato, una fune lanciata nell’abisso, direbbe Agamben, ovvero un ponte in grado di mettere in comunicazione profonda e sintonica il dentro e il fuori da sé. Un atto generoso, quindi, capace di collegare e collegarsi con solitudini altrettanto ‘essenziali’, compresa, ovviamente, quella del lettore.
Ma è anche, e soprattutto direi, la dimensione che più favorisce l’incontro per eccellenza: quello con se stesso e con ‘l’altro’, lo sconosciuto, lo straniero che ci coabita – insieme ad altri fantasmi – a volte senza incontrarlo mai.
Condizione imprescindibile quindi la solitudine, per creare spazio dentro di se ai fini di consentire l’ascolto che il dolore richiede, per elaborare il lutto, fosse riferito anche ‘solo’ alla primigenia separazione. (altro…)

Luigi Bressan, Quetzal (nota di Renzo Favaron)

Quetzal o quando non ci sono più gli uccelli di una volta

Qualche anno fa scrissi una recensione per Luí (Einaudi editore, 2003) di Giancarlo Consonni, una raccolta di poesie in cui si percepiva acutamente lo stridore, l’urto della civiltà urbanizzata a detrimento della secolare e indifesa natura. Ricordo le immagini perturbanti (ad esempio, l’iguana venduta in un negozio della metropoli milanese) e la malinconia che portavano con sé e suscitavano proprio per le loro incongruenze, anche se erano lo specchio di un gusto ormai generalizzato e rispondente agli strumenti mediatici che ci fanno apparire vicino ciò che è lontano. Nella raccolta Quetzal (Il Ponte del Sale, 2019) di Luigi Bressan ad avvicinare il passato al presente, i luoghi di ieri a quelli che ora ci sono più prossimi, è invece la memoria e una vivida immaginazione. All’origine di ogni testo c’è un uccello o una schiera di uccelli (gabbiani, colombi, storni, eccetera) e va detto subito, anche se può apparire un accostamento un po’ arbitrario, che le immagini tratteggiate da Quetzal, per lo più riconducibili a un territorio circoscritto e delimitato, contengono in sé elementi plastici e rimandano a certe atmosfere che riportano all’occhio della mente alcune opere dell’artista americano Edward Hopper; Cape Code Evening (Sera a Cape Code), tanto per dire, opera in cui è ravvisabile una vegetazione che travalica i confini abituali e minaccia di usurpazione ogni altra cosa; oppure Early Sunday Morning (Domenica mattina presto), dove l’artista americano si sofferma a mostrare e dipinge l’avanzare dei palazzi moderni che minacciano le case più vecchie. Ecco, ci sembra che l’invasione sia una delle chiavi principali per interpretare la narrazione (in versi) sottesa a Quetzal. Di certo, è all’interno di un paesaggio in cui il rapporto tra uomo e natura non è più razionale e rispettoso, per quanto siano presenti toccanti eccezioni di segno opposto, quello in cui respirano, fischiano e volano gli uccelli di Luigi Bressan. Al tempo stesso, passeri, gabbiani, cornacchie si presentano come entità antropomorfe, animali in cui sono stati travasati sentimenti e tratti che appartengono a una specie umana ‒ se così si può dire – in cui è ancora vivo il dialogo orante fatto di gratuità e responsabilità. In fondo, gli uccelli di Luigi Bressan sono un’incarnazione dell’altro, cioè del prossimo come portatore di un’ordine e di un’obbligazione non solo nei confronti degli altri esseri umani, ma anche di tutte le cose create da Dio. In questo senso, il poeta ritesse i fili di una tradizione scomparsa e lontana, come quando un uomo ormai vedovo si ritrova faccia a faccia con la moglie defunta, una moglie che ora ha le sembianze di una civetta e che, dopo avere ripreso posto in lui, risveglia un’affettuosità che si era assopita da tempo immemorabile (Chiuse la porta e depose sul letto/ la cara bestiola con ali spante/ la vegliò per tutta la notte/ la vegliò con tutto il suo amore). (altro…)

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante. (altro…)