recensioni

Helene Paraskeva, Storie sogni e segreti (lettura di Plinio Perilli)

STORIE, SOGNI E SEGRETI

i miti classici trasgrediti e rimodernati dalla poesia di Helene Paraskeva

Borges, sempre misterioso e alchemico, lucido ma visionario per partito preso, redenzione doverosa, forse, della Realtà nuda e cruda, ha giocato in lungo e in largo coi miti, astraendone o riscrivendoli, variandoli ad libitum, con una grazia visionaria ma ingegneristica, candida e famelica insieme… Apriamo a caso un suo Meridiano, ed ecco un’Altra versione di Pròteo; o il bizzarro sfogo ultra-classicista Parla un busto di Giano; ma soprattutto, la sua magica, eterna dichiarazione di poetica, che è obnubilata e futuribile all’unìsono: Nostalgia del presente
In quel preciso momento l’uomo si disse…
   Nella poesia moderna e gustosamente anti-classicista di Helene Paraskeva, la nostalgia appunto non è dell’antico, andato e consunto, ma semmai d’un presente anticato, sempiterno e casual, e cioè dei nostri cari ed evocanti miti, che andrebbero appunto utilizzati, scomodati, solo quali risorse ribaltate e catartiche del nostro esoso, estroso attimo fuggente… Un hic et nunc, diciamo, che non sta più solo “qui”, e non avviene solo “ora”, ma di certo è già accaduto, ogni volta uguale e diverso, metamorfico eppure fedele, radicato e variato, metà inconscio collettivo – direbbe Jung – metà archetipo perfettamente individuale, in un’altalena divertente e per paradosso drammatica (ma recitata, of course, scenica) di bel Teatro dell’Anima (od operetta di Psiche: prima ancora che “morale”)…
Così era stato coi più intriganti dei suoi libri precedenti: Meltèmi, Lucciole imperatrici, L’odor del gelsomino egeo… Ora con questa sua ultima, preziosa raccolta bilingue, Storie Sogni e Segreti, con l’adorabile testo a fronte in neogreco, Helene ci conduce in un antro platonico primigenio (o è uno studio televisivo – quello presso la via Tiburtina della Gold TV – One TV – da cui ogni settimana trasmettiamo una puntata conversevole di “Arte e Poesia”?), dove come in una riffa da Parnaso più scanzonato, Storie, sogni e segreti coincidono, e non perché i sogni restino segreti, o i segreti implodano sognati, o soprattutto le storie smettano di essere secretate, obliate, censurate (le storie del mondo tutto, dell’intero diorama dell’Immaginario), e tornino o restino patrimonio lirico, ridda ancestrale, gran rimescolìo d’un Inconscio che è – sulla pagina – perfettamente consapevole della maschera comica o tragica con cui a volte recitiamo, camminando alti sui coturni…
Dunque se torniamo a vivere, usciamo e scendiamo via dalla scena, è solo – squisito paradosso – per scappar via col deus (o la dea) ex machina, e avventurarci magari tra le pagine di carne d’un Sogno chiamato vita, sempre molto più lungo del solo, pur interminabile Giorno del famoso film di Coppola con Nastassja Kinski…
Intanto Helene Paraskeva dà il meglio di sé, parodiando il mito eppure adempiendo il realismo: “Afrodite sulla sabbia”; l’appello dei serpentelli che scappano dalla testa recisa di Medusa; il cranio di Yorick che forse esce ed entra da un videogioco: “Prima che l’identità di plastica / nella tomba ritrovi”. “Sublime Icaro”, poi, è addirittura strepitosa. Con questo eroe luminoso e balzano, monomaniaco come un attor giovane americano in un road movie (che decollando lui trasforma in un fervido, cinetico skyline): “Trasgredisci la Legge Naturale. / Non puoi giocare / su questo tavolo per sempre. / Ma neanche smettere. / Trasgredisci.” (altro…)

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia. sfarfallii – armati – sottoluce. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Laura Caccia, Giuliano Ladolfi editore 2018

In Claustrofonia, la raccolta più recente di Doris Emilia Bragagnini, colpisce, fin dal primo percorso di lettura e di ascolto, il situarsi dei testi e, nei testi, dei singoli versi, sulla terra smossa di confini e avamposti, di stazioni e di sentieri al bivio.
È una terra smossa che accoglie e addensa, accostandole e facendone non di rado stridere i contrasti e brillare gli urti, percezioni provenienti da fonti e canali sensoriali diversi. Il componimento che dà il titolo alla raccolta e che la apre può essere considerato a tal proposito un prologo programmatico: «ogni tanto un urto di temperatura/ differente, a porte chiuse ] tolte le dita/ da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali […] la risalita dei ricordi sfida il cemento/ dell’anima in guardiola, divelta e sugosa/  chiaroscuro del Merisi».
In Settima pagina, che, come Claustrofonia, è un testo collocato nella prima sezione della raccolta, sfarfallii – armati – sottoluce, leggiamo: «Si procede con i sandali di gomma». Le suole aderiscono al terreno impervio, la tomaia ci lascia scoperti, la precarietà dell’appoggio fa esplodere l’insofferenza nei confronti di «metafore seriali», dinanzi a snocciolamenti di associazioni prese in prestito e mai realmente attraversate. Restano allora, quelle «– catenazioni –» (tale appellativo accompagna in Settima pagina le «metafore seriali») una tanto chiassosa quanto vana mercanzia, perché, avverte Bragagnini con un «ne ho abbastanza», si è voluta escludere la via dell’attraversamento, del dolore così come dello stupore, della rivelazione così come del  mistero inesausto, del pieno così come del vuoto: «il vuoto manca almeno quanto il pieno».
Aneliamo, scrive Doris Emilia Bragagnini (e riporta chi legge a Freies Geleit di Ingeborg Bachmann) a un lasciapassare, a un Salvacondotto – «come si ottiene una tregua un lasciapassare uno scatto al traguardo» –, ma già sappiamo, anche per ostinata fissazione su un solo punto di vista, quello suggerito dall’autocompiacimento («come si altera un presidio dell’io così non disposto a recedere/ ad ammettersi altro che non identico a sé»), di non avere scampo da tranelli e cadute o, semplicemente, da una agghiacciante stagnazione.
Che cosa resta, allora? Resta L’offerta – così il titolo di una poesia che conclude la penultima sezione, Ricreazione – di rimandi a «visioni di voce notturna/ sedata solo dal tempo distante». La sfida che viene lanciata con Claustrofonia è quella di una scrittura poetica che fa della divagazione un’arma del dissenso e che volge lo sguardo al tratto amatoriale, da alcuni negato, da altri rinfacciato, come si guarda al nutrimento che nasce dalla gratuità, in piena consapevolezza dei muri moltiplicati e degli usci chiusi.

© Anna Maria Curci

 

Claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate  a terra  ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky

 

Settima pagina

si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
– catenazioni – degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi – fuori l’estate sigillava i contorni  (altro…)

Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble 2018

Il titolo della recente raccolta di Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, proietta già verso le due dimensioni dominanti: la verticalità e l’andare oltre, oltrepassare il limite.
A chi conosce e apprezza il percorso poetico di Fernando Della Posta – tra le tappe, Cronache dall’armistizio e, andando ancora più indietro nel tempo, Gli aloni del vapore d’inverno – così come a chi si accosta per la prima volta alla sua poesia, mi preme precisare che Gli anelli di Saturno rappresenta un ulteriore, significativo, passo in avanti nel percorso, non una deviazione.
La poesia di Fernando Della Posta resta, come ebbi modo di affermare qualche anno fa, “fedele e sovversiva”. È fedele all’impegno scelto dall’autore per un dettato preciso e chiaro, per una articolazione, varia nelle forme e nelle misure, ma pur sempre nitida. È sovversiva, perché animata da una “poetica del dissenso” che ha rinunciato alla comoda autarchia del rimpianto per volgere lo sguardo al fuori da sé, anche là dove gli obiettivi sono scomodi, sgraziati, sguarniti di qualsiasi potere consolatorio.
L’elemento nuovo, come sottolineato dalle dimensioni dominanti evidenziate all’inizio della mia nota, è, per così dire, l’aumento della gittata di questo sguardo, il suo sollevarsi verso altezze ardimentose, insieme alla consapevolezza che l’oltrepassare il limite così come il situarsi nella nuda e solitaria “terra di mezzo” di passaggio da una terra a un’altra, da un paesaggio a un altro, da uno stato a un altro, sono scelte che comportano rischi e costi, assunzioni di responsabilità e prezzi da pagare soprattutto in termini di solitudine. Non la comoda autarchia, dunque, non il rassicurante senso di appartenenza e, tuttavia, neanche il “rapimento mistico”, l’uscita di sicurezza, l’evasione, il rifugio. Il tendere alla verticalità si accompagna sempre alla coscienza vigile.
I versi riportati in copertina, quelli del componimento che apre la sezione Spazio profondo, possono essere così considerati una definizione dei ‘luoghi di appostamento’ e dei punti di vista, peculiari e rischiosi entrambi, oltre che un manifesto poetico con apertura di credito allo stupore della scoperta («Scrivere è prima di tutto stupirsi»), anche quando si tratta della scoperta di «un tradimento»:

Stare nei luoghi dei passaggi di stato
non appartenere né all’uno né all’altro
per fare di tutte le fioriture
un’epifania. Un gioco pericoloso:
le corsie preferenziali possono tradire
e i trivi possono fare da falsa prigione,
ma si può scoprire
che non esiste un tradimento più dolce.

Inoltre, è proprio Spazio profondo,  la seconda delle tre sezioni che compongono la raccolta, a porsi come distanza intermedia, nonché, a mo’ di ossimoro, sia come divario sia come congiunzione tra la prima, Saturno, e la terza, Gli anelli di Saturno.
In Saturno lo sguardo spazia su territori diversi, dagli antichi riti arborei della Basilicata in Matrimonio Lucano («Guardo il primo filo d’erba tremulo/ che si staglia in cielo al primo gelo indaco del bosco/ I calanchi fuori dal bosco non hanno la stessa misericordia.»), allo «spiegazzato pentagramma di Ciociaria» che si dispiega Alla Cannataria, antico quartiere popolare a Pontecorvo, città natale dell’autore. Spicca il volo, ma non senza indicazioni dettagliate e, come precedentemente sottolineato, non senza una coscienza vigile. Ecco dunque le Istruzioni per il volo: «Lavora quindi prima sui tiranti e le giunture/ sulla cardatura del piumaggio/ lavora sulla fusoliera al tornio/ così che basti il lancio, armonico/ rispettoso del dettato del mondo.» (altro…)

Tiziana Marini, La farfalla di Rembrandt (nota di Paolo Carlucci)

Tiziana Marini, La Farfalla di Rembrandt, Ensemble, Roma, 2019

Ti rubo l’ombra/ mi va a pennello come un sogno/ a peso zero.
Anche in questi versi, posti in esergo di sezione, alla sua nuova silloge, La farfalla di Rembrandt, Tiziana Marini offre in specchio l’essenza della propria voce poetica.
È infatti nelle vene confuse dell’ombra che la poesia di Tiziana Marini si fa più ardita ed intensa. Versi in fioritura di… globuli d’amore…  Nei suoi testi sempre troviamo preziose quelle stazioni della memoria, che la Marini, ricordando brani di sé, ci dona in fulgide emozioni familiari di vita/sogno. Globuli d’amore, appunto… Ali del suo essere in una poesia, sempre corsa dalla forza dell’ombra, alla cui meta sta un tocco di luce; prima bambina poi in fioritura, da qui la scelta accorta del titolo allusivo ad una formula tecnica utile a catturare, come delinea e rileva con abilità il prefatore Plinio Perilli nell’articolata e complessa introduzione, l’umbratile sogno del fascino segreto della luce. Titolo eloquente. nomen-omen dunque, questo La farfalla di Rembrandt, quarta tappa del percorso poetico di un’autrice determinata nella sua sensibilità di vedere e sentire nel calendario interiore la durata. L’ombra che si rischiara memoria; luce di ricordo che si fa voglia d’eternità, sogno di trattenere nelle maglie delle cose la stoffa d’una carezza/ il bicchiere vuoto/ le labbra.  Durano tre mesi/ le tracce vive d’un gatto/ Il tempo d’una stagione/ tra pleniluni e maree/ sugli stipiti/ nelle coperte / dov’era la ciotola. / E l’uomo dove lascia tracce/ chimiche di sé… o un’idea che gli sopravviva?… E per quanto tempo? / Voglia d’eternità!
In una crepa/ la mappa dei ricordi /quando volevo i capelli lisci / le gambe magre / il naso senza gobba /… E già in chiusa di questa prima poesia, una dichiarazione di poetica, ma quale poesia in fondo non lo è, il vento memoriale si increspa di natura … e io leggevo la scrittura degli alberi sull’acqua. (altro…)

Living with Wolves: Hélène Grimaud, un’impressione

Documentario di Reiner E. Moritz, EMI 2002

C’è qualcosa di selvatico, nell’incipit del documentario Living with wolves dedicato a Hélène Grimaud, girato da Reiner E. Moritz nel 2002 per la EMI. Potrebbe essere l’ululato con cui la pianista aizza al dialogo i “suoi” lupi. Potrebbe essere il Rach2, che sotto le sue mani avanza montante nella sua straordinaria, irripetibile entrée prima che gli archi ne raspino il tema. Potrebbero essere proprio le sue mani, che artigliano gli accordi con un improvviso forte perché siano stabili come perni di un cardine: sono mani che articolano poco rispetto alla resa sonora, come se la forza fosse tutta interna alle falangi, tutta stipata tra il polso e il polpastrello. Sono mani che, durante la Chaconne in Re minore di Bach, corrono come insetti con una prodigiosa pulizia di suono. (altro…)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza (rec. di Emiliano Ventura)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza. Prefazione di Sotirios Pastakas. Postfazione di Elio Grasso, La Vita Felice 2018

Isabella Vincentini ha da poco pubblicato una raccolta poetica dal titolo Il codice dell’alleanza, edizioni La Vita Felice (2018). Bisogna esserle grati, in quanto Isabella ha scritto un libro necessario, come pochi altri, ha tracciato la via per una cura, il codice di Vincentini è salutare.
Partita dal mito modernismo della scuola di Giuseppe Conte, lo ha totalmente superato nella fusione tra logos e mythos; la sua poesia gioca una partita essenziale, è il pensiero e il fondamento europeo più autentico ad essere in ballo, è attestato il destino ettorico della sconfitta, ma è consapevole di aver affrontato Achille.
La Gloria che si fa memoria e canto, una qualità della luce, si ottiene dalla perdita senza sconfitta: «Io Ettore e mai Achille, io sconfitta sulle mura di Troia,/ io nel Tartaro a cercare la luce, io “maniacale”,/ io paziente, tu dottore, tu…»
Mai come in questa raccolta la poesia si fa cura e salvezza, consapevole che dove finisce la poesia inizia la preghiera (lo attestava anche Mario Luzi) «dentro il piccolo astuccio c’è la preghiera?/ Mezuzà, preghiera…/cosa c’è scritto nella preghiera?».
Prima dell’incarnazione di Cristo la salvezza appartiene alla filosofia, alla cura dell’anima, così come per la prima volta la vede Socrate, nelle sue ultime parole un rito di ringraziamento ad Asclepio “dobbiamo un gallo ad Asclepio”, ovvero “sto per morire ma la filosofia ha salvato la mia anima e ringrazio il dio per avermi guarito”. Vincentini non dimentica di citare Epicuro :«Vano è il discorso di quel filosofo che non cura le passioni dell’uomo», ci ricorda proprio la prossimità tra medicina e filosofia, ci si ritrova nella familiare tradizione stoica, da Zenone a Marco Aurelio, passando per Epitteto e Seneca.  «Furono respinte tutte le dottrine e tu, Scolarca, cosa potevi promettere a chi chiedeva da te protezione e benessere? Non lo chiesi, ti raccontai le parole dei Sapienti: “ciò che si muove deve giungere alla meta prima che al termine del tragitto”. Noi non avevamo meta e la meta era il tragitto, ma l’antica dicotomia di Zenone celava che ogni attimo e ogni spazio sono uguali solo a se stessi e la freccia di Achille non raggiungerà la tartaruga».
Il tratto distintivo e dominante dell’Europa è la filosofia, come per l’Oriente il sacro. Anche la ‘prepotenza’ della tecnica e il predominio delle scienze provengono dal logos dei filosofi greci; un pensiero che attraversa il Mediterraneo, arriva a Roma dopo essere stato in Nord Africa e in Asia minore, nelle varie polis e scuole della Magna Grecia. Come ha affermato Heidegger, citando Hölderlin: «dove maggiore è il pericolo cresce anche la salvezza». Quindi che la filosofia torni ad essere cura dell’anima, preghiera come salvezza, logos come farmaco: «Ma se mescoli il bene e il male/ senza il farmaco omeopatico/ che Avicenna prescrisse ad Antioco/ che ne sarà del mio male». (altro…)

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario.  Prefazione di Angela De Leo, SECOP edizioni, 2019

Insudiciarsi di passione: è questa la sorte di chi nasce al Sud. Le parole poste in epigrafe a SUD… ario, la più recente raccolta di Vincenzo Mastropirro nel dialetto di Ruvo di Puglia e, nella traduzione dello stesso autore, in italiano, appena pubblicata per SECOP edizioni con disegni di Giuseppe Fioriello, introducono sia ai quindici testi che ne costituiscono la tessitura, sia alla Weltanschauung di riferimento, una visione del mondo che caratterizza sin dai primi volumi tutta la sua produzione poetica.
Ecco dunque l’epigrafe completa, prima in dialetto ruvese, poi in italiano:

…ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune
e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.

…chi nasce al Sud s’insudicia di passione
e condanna l’anima all’eternità. 

Si macchia, si colora di rosso, infittisce le maglie e, ancora, si lacera e si squarcia questo sudario, sipario e telone, sostrato e immagine di una Passio Christi che culmina con i riti della settimana santa ed è, pure, quotidianamente, Passio Hominis.
Raggiunge una sintesi esemplare, in SUD…ario, la capacità di Vincenzo Mastropirro di portare il dialetto ruvese, ruvido e aspro, a una valenza espressiva universale, cosicché personaggi, momenti, carri e processioni, costumi e simbologie che precedono la Pasqua nel paese delle Murge, elementi pur radicati in una determinata dimensione geografica e culturale, diventano pietra di paragone immediatamente percepibile e trasferibile ad altre realtà esistenziali, ad altro patire, ad altri tormenti, così come – bene fa a sottolinearlo Angela De Leo nell’ampia prefazione – ad altre speranze.
La rievocazione della Passione di Cristo nelle stazioni della via Crucis dal monte degli Ulivi al Calvario assume dunque la veste concreta della passione degli umani in tutti i Sud del mondo.
È una passione plurisensoriale, che si arricchisce delle sollecitazioni del tratto d’inchiostro di china dei disegni di Giuseppe Fioriello, così come del ritmo e delle armonie impresse dalla banda che accompagna le processioni con le sue marce funebri. Vincenzo Mastropirro è, tra l’altro, musicista in quel progetto di rilevanza internazionale che è la Banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra; ricordo bene che la prima volta che vidi il suo nome, diversi anni fa, qualche mese prima di conoscerlo personalmente e prima di conoscere la sua poesia, fu tra gli strumentisti citati – il suo nome era riportato per primo – sul libretto di accompagnamento di un CD della Banda, un album doppio che ricevetti in dono e di cui scrissi con curiosità e riconoscenza, menzionando una processione, la processione degli Otto Santi a Ruvo di Puglia, che riveste un ruolo importante sia nella coscienza di tutti i ruvesi sia tra le pagine di questo libro.
È una passione nella quale, come ha avuto modo di scrivere Mastropirro, «u fiòte s’accàrne», «il fiato s’accarna»; i sensi sono sollecitati, ancora una volta, da termini dialettali che donano straordinaria corporeità alla condizione umana, insudiciata dal male e dalla pena, con il prevalere del suono della zeta: «’nzevote», «zezzàuse», dolente nel prolungato lamento, che si incarna nelle coppie di vocali -ie, (reso talvolta come -je), -iò, -iu, -ue, -uò: «figghje figghjemeje», «streppiòte», «niute», «striusce», «àrue», «ruòbbe».
È una passione, infine,  che unisce i connotati – aperture di luce, ombre sul territorio e sulle esistenze – di una poesia che si è abbeverata ai testi di Vittorio Bodini, a quella giusta collera di cui si era fatto cantore, e raccoglitore di canti, Gianmario Lucini, che fu editore e amico di Vincenzo Mastropirro.

© Anna Maria Curci

 

U munne sotte-saupe

Assèise ‘ngope a re scole de la chisje
tremìénde u munne sotte-saupe.

Inde, stuonne statue de criste e madunne
ca s’onne stangote de danne adìénzie
e s’arrùocchene inde a re nicchje aschiure.

Da-ffore, u munne cange a chelaure ogn-e matèine
ma u core de la gìénde sbiadisce sìémbe de cchjue.

Mo, me vìédene desperòte e ìéssene chione-chione
s’assidene au custe e m’ambàrene a dèisce re reziìune.

Il mondo sottosopra

Seduto in cima alle scale della chiesa
guardo il mondo sottosopra.

Dentro, stanno statue di cristi e madonne
che si sono stancati di darci retta
e si nascondono in nicchie oscure.

Fuori, il mondo cambia colore ogni mattina
ma il cuore della gente sbiadisce sempre di più.

Ora, mi vedono disperato ed escono piano piano
si siedono a fianco e m’insegnano a pregare.

(altro…)

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca (nota di Letizia Leone)

 

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca, peQuod, Ancona, 2019

Nota di lettura di Letizia Leone

I testi selezionati da Ugo Magnanti dal «corpus virtuosamente esiguo» del proprio repertorio poetico, strutturano questo recentissimo libro uscito per i tipi della peQuod e coprono un arco di tempo che va dal 2005 al 2015. Eppure, a parte l’inserimento di poche poesie inedite, ci troviamo di fronte ad un progetto innovativo là dove i testi, ricollocati in altre potenzialità di senso e narrazione, spezzano la rigidità semantica di scritture già edite e aprono alla metodologia del work in progress. Magnanti da autore/artista contemporaneo vede nel tracciato della propria scrittura una «grande riserva di virtualità» e riafferma l’importanza della testualità quale sistema fluttuante. La struttura di un libro esige la consapevolezza della partizione dell’insieme e dunque anche la sua composizione architettonica gode di certe possibilità ignorate. Scrive Guy Scarpetta: «la struttura gioca su forme e funzioni, la composizione può giocare perfettamente (come accadeva in Joyce) su microsignificazioni: ritmi, accenti, timbri, tonalità, condensazioni, allusioni. Si può anche immaginare una struttura apparente (formale o «tematica») doppiata da una composizione segreta, ramificata, microscopica.»
Condensazioni, allusioni: sarà interessante allora studiare i nuovi interscambi, le nuove rimodulazioni formali o la porosità semantica di questa progettualità aperta e in divenire.
In occasione della pubblicazione de L’edificio fermo nel 2015, ora incluso nelle sette sezioni del libro Il nome che ti manca, sottolineavo il grande equilibrio formale e stilistico rivelativo di un lavoro di scavo sulla parola. Peculiarità questa che informa l’intera silloge: dal nitore delle quartine di 20 risacche, ai distici in rime concatenate dei Cantati distici, fino alle stanze di venticinque versi de L’edificio fermo.
Riproponendo qui alcune notazioni critiche relative alla silloge de L’edificio fermo (scritte in occasione dell’uscita del libro) si evidenziano certe specificità della scrittura di Magnanti.
Cos’è questo straniante edificio fermo, iperbole che crea una ridondanza e invita a riflettere sulla valenza allegorica della visione? palazzo fra tanti,/ un prodigio sollevato dal/ deserto… annunciano i primi versi della protasi Entrata che introducono alla galleria delle stanze viventi di questo strano palazzo.
Epifania di un Edificio-Io, disfunzionale e eccedente: È affiorato col vento, come/ un nervo smisurato…, costruzione in fieri che sembra crescere stanza su stanza nell’incedere. E questo incedere è una deriva in una realtà che si dà per apparizioni. Le strofe sono esposte all’apogeo della luce, luce da «glorioso mezzogiorno» montaliano, luce metafisica della rivelazione.
Inevitabilmente mura e ambienti sono affollati di lemuri e di ombre che portano sulle spalle il carico di questa feroce luminosità.
Si sa, la poesia vive di più livelli interpretativi e qui il verso calibrato assolve magistralmente questa funzione: siamo dentro un ariostesco Palazzo di Atlante dove ogni passo destabilizza il soggetto slitta nell’allucinazione di vane apparenze e simulacri che già una volta hanno disorientato Orlando.
Il dettato infittito di richiami svela come l’impianto di questo libro-organismo affondi le radici nei giacimenti letterari della nostra tradizione; già il termine-chiave «stanza» risuona nella doppia accezione di camera, cella privata e coblas, strofa della canzone antica.
Per Dante la stanza è sì camera capace di contenere tutta la tecnica, ma anche secretissima camera de lo cuore dove dimora lo spirito della vita.
E queste sono camere che si aprono su paesaggi e stagioni della vita, su un sentire privatissimo e labile dove l’interrogazione di senso corre allusivamente sottotraccia insieme al male di vivere.
Il poeta diventa un antico padre del deserto orfano ormai di ogni divinità, e il suo peregrinare si snoda per quaranta stazioni meditative, se come afferma Tranströmer, ogni poesia è una «meditazione attiva». Qui ogni stanza o strofa rappresenta la tappa di un’ascesi umana, troppo umana…
«Trascendere, ma verso dove?», «Ascendere, ma a che altitudine?» aleggiano nel vuoto le domande di Nietzsche nella «svalutazione dei valori supremi» del suo nichilismo.
I richiami biblici rilevati da Cristina Annino nella postfazione, dal digiuno di quaranta giorni al diluvio universale, ai quali possiamo aggiungere i ritiri mistici della tradizione islamica, ci fanno capire come questa indigenza dell’io sia una sorta di veglia di espiazione-purificazione. Il numero quaranta è legato al periodo della purificazione, la quarantena.
Opachi riflessi, parvenze, fantasmi, demitizzazione del soggetto, caducità e impermanenza… tema rilkiano per eccellenza.
Allora L’edificio fermo, in questa doppia affermazione di immobilità, è un ancoraggio che dovrebbe resistere alla furia entropica degli eventi:

Come possa ogni
mattone anche oggi
stare in piedi è il solito
prodigio che si logora
addosso a un edificio fermo.

(…)

…oggi
tremano le crepe del muretto
e le erbacce saziano l’aria… (altro…)

Maria Borio, Trasparenza (rec. di Giorgio Galli)

Maria Borio, Trasparenza, Interlinea 2019

Cos’è la trasparenza per Maria Borio? La quarta di copertina del libro recita: «È la sintesi tra ciò che è puro e ciò che è impuro nel mondo. È una sintesi creata dal mondo digitale in cui viviamo, liquido e trasparente: un grande vetro attraverso cui traspaiono, mescolati, il puro e l’impuro, l’uomo con la sua natura da una parte e la tecnologia senza ruoli dall’altra. E se nella dimensione digitale tutto è interscambiabile, resta la scrittura a trovare le differenze tra noi e il mondo». In questa breve definizione troviamo alcune delle parole-chiave che ricorrono nella raccolta: puro e impuro, ma soprattutto attraverso e tra. Ho ascoltato dalla voce di Maria Borio un vivido esempio: la trasparenza nasce da un lavoro simile a quello del vetraio, che ricava il vetro da due materiali violenti come la terra e il fuoco, e li armonizza. L’armonia a sua volta non è pace, ma equilibrio ottenuto da un potenziale conflitto: il verbo greco armòzo in Omero significa raccolgo, unisco, e solo in senso lato “armonizzo”.
Dunque la trasparenza si genera da contrasto e lotta: lotta, prima di tutto, per esistere. L’opposizione primaria tra essere e non essere è il crinale che attraversa come un’ombra perturbatrice la raccolta. Da una parte l’esaltazione di un’esperienza sovrapersonale, la bellezza limpida della ricerca del puro; dall’altra il rischio dell’indistinto, della notte in cui tutte le vacche sono nere (entrambe forse simboleggiate dalla figura di Alejandra Pizarnik, citata in una poesia della prima sezione). Sia la parola che l’uomo lottano per non sprofondare nell’indistinto. La parola è vivissima, e non è opposta al silenzio, ma al nulla. La parola e il silenzio definiscono, al limite feriscono.

«Silenzio: con quale altra parola vuoi raggiungermi?
[…]
Con quale altra parola vuoi toccarmi?
[…]
Con quale altra parola cerchiamo di vivere per sempre?»

Basta poco perché, anziché elevarsi nella trasparenza, si sprofondi nel nero e nella notte. L’acqua, sostanza trasparente per eccellenza, ma anche pericolosa e scivolosa, affiora come da un incubo nella poesia della Borio:

«Il mare è davanti a noi, noi siamo davanti al mare.
Nell’acqua trasparente immaginiamo pesci-ago,
tutto è una notte che galleggia nell’alba -nel fondo
cadono foglie e ferri, si incontrano l’alba e la notte.» (altro…)

“Le distrazioni del viaggio” di Annalisa Ciampalini. Nota di Vernalda Di Tanna

«La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque». Mi pare che questa frase di Albert Einstein sia capace di esemplificare al meglio quelle interazioni sottese a coniugare tutti e ventisette i componimenti dell’ultima silloge di Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio (Samuele Editore, 2018), divisa in quattro sezioni (Fuori da noi, Il posto della mente, Il posto intorno a noi, La notte). Infatti, l’immaginazione è quel ponte che riesce a congiungere prepotentemente la logica dell’autrice con la sua ispirazione di matrice poetica. Un’ottica matematicamente flessa a scavalcare lo scarto del non detto generatosi tra ogni dicotomia, quindi disposta a rinunciare al suo lato più algido e rigidamente calcolatore pur di riuscire a superare i confini stessi entro i quali s’inscrive. Nel regolare intercalare di canti e silenzi densi di significato trovano requie le distrazioni del viaggio, un viaggio psichico, cedendo ad uno stato di concentrazione tanto agognato, per approdare ad una meta poetica, delineata attraverso paesaggi di boreale memoria accennati dall’alternarsi di assenze e presenze. Si tratta, cioè, di una serie di paesaggi stilizzati da un gusto imagista, tratteggiati da poli opposti che si attraggono e “che seguono il pensiero” agendo in continua osmosi grazie a una contaminazione tra l’io e “la bellezza indeterminata dell’universo”. Sporgersi verso l’altro da sé “in quel punto preciso e ignoto” è il salto che viene preannunciato già in apertura della raccolta, con una citazione di Tomas Tranströmer («Accade, ma solo raramente,/ che uno di noi veda veramente l’altro»). In questa direzione, le distrazioni del viaggio (mentale) dell’autrice possono equipararsi ad un monito: «sai che la primavera e l’inverno/ hanno forme diverse» e «tornerà l’aritmia dell’inconcepibile/ e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere». Ed è per merito del vuoto – presenza amplificata alla maniera del poeta svedese prima citato – che la poesia di Annalisa Ciampalini si spalanca come una finestra sulla polifonia di possibilità offerte dalla «soglia/ dell’attesa oltre le mura» permeate da un chiaroscuro in cui «la luce migra senza impronte né clamore». Nel vuoto «esiste solo un silenzio/ un cielo in allarme per le grida d’uccello»; sempre dal vuoto emergono un «rumore bianco» e «un amore che cresce forte la notte», nelle trasparenze variopinte di un buio che sembra fornire (quasi o per errore) una soluzione. Si incastra, per finire, fra le pagine del libro di Annalisa Ciampalini quel «numero giusto che riempie la pagina» e che ricerca liquidamente l’infinito nelle vastità, «negli archi allungati del cielo» così come «negli anni di grigio pesante», «nella muta staticità delle cose» tra «la pace muta degli alberi» e «la misura delle ombre e delle ore» dove «poi le stanze diventano infinite».

© Vernalda Di Tanna

 

La donna che ci ospita ha mani calde e forti
e porta con sé il silenzio della terra.
Le ore annullate dal viaggio si ricompongono
nell’annebbiarsi della sera, si insediano
in queste case di confine, nel precipizio
delle mura. Le finestre al mattino
ci guardano, sognano il viaggio che faremo.

(altro…)

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno

 

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno, Edizioni Cofine 2019

La veglia e il sogno di Maurizio Rossi restituisce con dire limpido il moto del poeta, che oltrepassa continuamente il confine tra più dim ensioni, che è passatore, traghettatore, mediatore, qualche volta anche “saltatore di muri”.
Se questa affermazione è vera per tutta la raccolta, oltre che, sempre, per l’autentica poesia, essa diventa la chiave di volta di un testo, Poeta, che, da vero e proprio manifesto poetico, enuncia la condizione permanente di ‘oltrepassante i confini’, nel perenne andirivieni tra sponde e dimensioni: «Non componi poesia/ solo sciogliendo/ i viticci dei pensieri,/ ma il giorno che fai/ andare e ritornare/ la tua coscienza bordeggiare/ con la voce del mistero.»
Il filo conduttore dei componimenti in La veglia e il sogno, nati in un arco di tempo piuttosto ampio, come testimoniano le date poste in calce ad alcuni testi, è l’attenzione del poeta.
L’attenzione è predisposizione e scelta, è un’attitudine che sgorga da una curiosità innata e che, d’altro canto, si sposa con uno sguardo intenzionalmente aperto (all’interno della bella Nota iniziale, l’autore dedica qualche riflessione ai molteplici significati derivanti dal verbo latino aperio) all’altro da sé. È uno sguardo che spazia, che è scevro da pregiudizi, che sa andare al di là di apparenze e di superfici.
Ciò che i versi rendono di quell’attitudine e di quello sguardo non lascia dubbi sulla sincerità, nel registrare il sogno e i suoi frammenti nel ricordo, così come nel riportare gli aneliti, le attese e le proiezioni della veglia.
Registrare, riportare: ricorro intenzionalmente a due verbi che richiamano, il primo, il monitoraggio di una condizione effettuato da un esame clinico, e, il secondo, il suo referto.
Mi sia permessa una brevissima digressione: il collegamento, che torna a più riprese, con la professione del medico, non solo aggiunge al dato autobiografico un taglio metodologico, ma avvicina Maurizio Rossi allo scrittore Arthur Schnitzler, per la sensibilità dello sguardo, per l’abilità dei passaggi tra le dimensioni della veglia e del sogno e perfino del loro confluire, così come per l’alto valore conferito al pensiero e al sentire femminile (Nello stesso respiro). (altro…)