recensioni

Pasquale Vitagliano, Sodoma (Nota di Anna Maria Curci)

Pasquale Vitagliano, Sodoma, Castelvecchi 2017

Un ospedale in un paese nella provincia di Bari, i suoi splendori e le sue miserie seguiti nei decenni che vanno dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri, attraverso le vicende che legano i personaggi principali della storia qui narrata: Felicita, ostetrica, i suoi due figli Chiara e Vito e, significativo contraltare, Eleonora e Marco, uniti dal vincolo di un matrimonio inteso, con durata e solidità a piacimento e secondo le circostanze, come consorteria d’affari.
Propongo tre vie di accesso al libro: la prima è rappresentata dal titolo, la seconda dai luoghi nei quali sono ambientate le vicende narrate e intorno ai quali esse ruotano, la terza dall’alternarsi di ascese e declini di correnti, di gruppi di interesse, di comitati d’affare.
Quanto al titolo, l’autore fornisce a chi legge una chiave di interpretazione, anzi due. Mi spiego: da una parte – e qui il titolo Sodoma si fa esplicitamente contraltare al noto Gomorra, prima libro, poi film, poi serie televisiva con tanto di gruppi d’ascolto, fan e moltiplicarsi di stagioni – ci si riferisce al malcostume radicato, sia verbale sia fuori di metafora, di fregare l’altro, il concorrente, il contendente, di ‘farsi’ qualcun altro. Dall’altro, sempre all’interno del romanzo, Pasquale Vitagliano ripercorre la pagina biblica che narra l’episodio di Sodoma e spiega che la colpa di cui gli abitanti della città si macchiano è in realtà l’offesa, l’onta, l’oltraggio della inospitalità. Questo dettaglio, tra l’altro, offre l’opportunità al narratore di additare nella figura di Vito, nel suo gesto antico di accoglienza, uno dei pochi giusti – o forse il solo giusto – e, di schiudere con lui uno spiraglio di speranza.

Vito incontrò Naji e Mhain alla mensa della Caritas. Erano due fratelli fuggiti dalla Siria di Assad, il padre però, non il figlio. Quello del Bath, alleato di Saddam. Quello comunista, o che si professava tale. Siriani in giro allora non se ne vedevano affatto. […] Dormirono nella sede del partito per cinque notti. Rispettarono l’impegno preso e nessuno seppe mai di quella ospitalità personale e, allo stesso tempo, in un modo del tutto particolare, ideologica. Non lo seppe il segretario della sezione. Non lo seppero neppure quelli della Caritas. Almeno questa Sodoma, la Sodoma di Vito si merita di non essere distrutta. (pp. 38-40) (altro…)

Gabriela Fantato, L’estinzione del lupo (rec. di Giorgio Galli)

 

Gabriela Fantato, L’estinzione del lupo, Empiria 2012

Come si può rivivificare una materia che pare esausta? Prendiamo il tema della “generazione sconfitta”. Una slavina di romanzi e di film lo ha affrontato, con toni sempre più accidiosi, con un compiacimento più sterile mano a mano che il tempo passa. È fioccata una narrativa ombelicale che ormai non serve più neanche da seduta di autocoscienza per i suoi autori. Un’editoria immorale, disposta a tutto per il profitto, ha permesso agli ex brigatisti di darsi un’aura romantica con memoriali privi di valore storico o letterario. Sulle generazioni che “hanno fatto il Sessantotto o il Settantasette” sembra sia meglio tacere.
Questo libro di Gabriela Fantato però fa qualcosa di diverso. Traccia un itinerario lirico della sua generazione. Traduce quel percorso in forma anziché in narrazione. E ce lo rinnova. E allora tutto cambia. E allora il suo libro è bello.
Al centro di L’estinzione del lupo (Empirìa, 2012) c’è il rapporto degli esseri umani col tempo. Esiste un tempo “minerale”, costante, che è quello della storia. È un tempo dai passi lenti, a malapena percepibili da chi lo vive, a meno di catastrofi epocali. E poi c’è il tempo accelerato dei sognatori, di quelli che “pensano in verticale”. Fin dal principio i due tempi sembrano, anziché scontrarsi, andare in direzioni opposte. I figli e i padri non hanno nulla in comune. Il tempo dei sogni dei figli è un tempo sradicato: l’accelerazione della storia ha funzionato come un terremoto e ha separato per sempre i due estremi di una faglia. Ogni legame è divelto. I sognatori sono stati lanciati in un volo tanto frenetico quanto sterile, un moto centrifugo il cui unico senso è se stesso. Ma dentro il loro eroico furore si avverte il già vecchio, il già saputo. Il volo lirico collettivo contiene già il suo disincanto.
È un mondo, quello di queste liriche, in cui alcuni si muovono incessantemente, ma tutti sono in attesa.
Prendiamo il poemetto intitolato Sogno di una bambina e di sua madre:

I.

Sono le venti in punto
ed è già tardi per la memoria,
per la rima bella imparata a scuola
– tardi per la benedizione.

Il castello alzato nella sabbia,
tu dentro le stanze dove
scorre la promessa dell’uscita,
dove si fa la profezia e
la sera non perdona.

La madre siede
e aspetta che tutto venga,
aspetta ancora una stagione
matura e saggia.

II.

La tua punizione dentro la cucina,
dentro l’infanzia dove il sole è
bianco nei segni
adulti che hai scritti sui muri.
Cantavi -c’era una volta un re,
seduto sul trono e il mondo, il mondo
intero gli girava attorno,
c’era una volta un regno
di servitù e pazienza.

III.

Adesso, adesso è tardi.
Bisogna chiamare qualcuno
che venga qui…
prima della scomparsa,
prima che sia la frana
nel giro esatto
.                       del racconto.

Per la figlia, la punizione è stare nel non-sogno della madre, vale a dire nel tempo della madre. Per la madre, forse, la punizione è la figlia. Ma entrambe restano senza nulla. (altro…)

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio (recensione di Franca Alaimo)

 

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio  (Neobar eBooks)

Il messaggio che Rosaria Di Donato consegna ai lettori è espresso da una versificazione limpida, che trova ispirazione nei libri sacri del Cristianesimo, dai quali sono attinte alcune figure che, di fatto, diventano emblemi, sottratti al tempo e alla stessa connotazione storica, in cui vanno letti conflitti emotivi e situazioni del tutto attuali, a conferma della validità eterna della parola divina.
Tali figure (Lazzaro, Ruth, Maddalena) sono rilette, del resto, in chiave del tutto nuova: infatti la poeta si allontana se non dalla sostanza, dalla lettera del testo e dà spazio all’immaginazione, avvicinandole alla sua moderna sensibilità.
Tutto questo testimonia un approccio personale alla fede, una ricerca vivificata dalla propria creatività, sebbene rimangano, com’è giusto, intatte le fondamenta del credo religioso. La predicazione cristica, infatti, basata sulla pace e la fraternità, l’umiltà, l’abbandono al volere di Dio, il perdono, la speranza, sostanzia i versi della Di Donato, dando senso all’atto stesso del poetare.
Nella breve prosa che chiude la raccolta, l’amore divino e quello dei poeti viene addirittura messo a confronto, sebbene il secondo non possa essere perfetto come il primo per il semplice fatto che i poeti sono esseri fragili e imperfetti come tutti gli altri, sebbene chiamati, per vocazione, ad andare oltre il caos e la disarmonia del mondo.
Ora, scegliere come soggetto del proprio cantare la materia della fede è cosa rischiosa, così come parlare d’amore, perché è difficile non cadere nella banalità del già detto o nella retorica.
Dunque, quello che preme in sede critica non è tanto il soggetto del poetare, che si può più o meno condividere a seconda dei propri convincimenti filosofici e/o religiosi, quanto piuttosto vedere come l’autrice lo abbia risolto in poesia.
A me sembra molto interessante l’insistenza in queste undici poesie di una inquietudine interiore, nonostante sembri il contrario, che trova la sua “figura” nella ricorrente dualità di buio e luce e nelle immagini attinenti all’atto del fiorire/ germogliare dopo il morire, così come interessanti sono le immagini relative al fuoco e all’acqua, (simboli, quest’ultimi, che rimandano a molti riti cattolici). (altro…)

Massimiliano Bardotti, Il Dio che ho incontrato

Massimiliano  Bardotti, Il Dio che ho incontrato, Edizioni Nerbini 2016

«La somma vetta/ che umano può toccare/ è lo stupore»: questa affermazione di Goethe, tratta dalle Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita raccolte da J. P. Eckermann, che questi annota il 18 febbraio 1829 e che ho voluto rendere in italiano con tre versi e diciassette sillabe a mo’ di haiku, calza perfettamente al volume di poesie Il Dio che ho incontrato, di Massimiliano Bardotti. Se è vero, ed è vero, che i testi che la compongono possono essere letti come contemporanee e pur sempre francescane Lodi di Dio altissimo che narrano delle meraviglie del creato, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, esse hanno cionondimeno una tensione tutta umana verso l’espressione dell’ineffabile. È questa tensione, è questa ricerca incessante del trascendente nel quotidiano, che rende il libro degno di nota anche per chi credente non si ritiene, che lo rende interessante oltre le sue caratteristiche più evidenti, vale a dire la dimensione evangelica (con riferimenti espliciti, soprattutto ai brani della Passio: «Terrore (splendore)./Lo canta il gallo./Tre volte, per il rifiuto./Tre volte, come tre sono i giorni.»; «La croce?/ Ogni stazione.») e la volontà di proseguire la tradizione dei salmi (anche qui, come per i Vangeli, con citazioni evidenti: si pensi alla apparizione della cerva in un componimento).
Il quesito di fondo circa la prossimità dell’azione poetica con la ricerca del sacro, con l’esplorazione del mistero, si fa nella raccolta di Massimiliano Bardotti particolarmente significativo.
Gli strumenti ai quali l’autore ricorre per dare corpo, luce, chiaroscuro e dinamismo sono ad ampio raggio dietro l’apparente semplicità. Occorrerà interpretare in duplice direzione l’aggettivo “altissimo” che Francesco d’Assisi affiancava al Dio delle Lodi: elevato, dunque, sia in altezza sia in profondità. I componimenti, inoltre, sono di varia lunghezza, anche se prevalgono quelli più brevi, con predilezione per le terzine, come questa composta da due senari che racchiudono un ottonario:

Nell’occhio del falco
disciplina delle vette
Ritrovo la cura.

La maggior parte dei testi ha il primo verso che riproduce il titolo del volume, rendendolo non una semplice anafora, bensì il fondamento stesso del percorso, che si configura pertanto come teofania. Attenzione, però: si tratta di una teofania che abbraccia e coinvolge la consapevolezza di sé dell’io lirico come poeta, così come del carattere divino della potenza creativa del dire:

Il Dio che ho incontrato è poesia
il Dio che ho incontrato è il poeta.

(altro…)

Maria Lenti, Ai piedi del faro (rec. di G.P. Stefanoni)

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La Vita Felice, Milano 2016

Non c’è separazione di mondi, non esiste un mondo appena fuori dalla porta e un mondo lontano, di terre e di esistenze a noi estranee: è questa la lezione di vita prima che di scrittura di Maria Lenti, una vita da insegnante e poliedrica autrice che nella poesia ha l’espressione del suo timbro più alto (in un impegno di presenza testimoniato anche nella attività politica – è stata deputata infatti per Rifondazione Comunista). Così lo sguardo, così vivo, così curioso e pronto ad indignarsi o a innamorarsi, che sa passare abilmente tra le strade della natia Urbino a quelle delle rotte diversissime di Samarcanda e dall’Uzbekistan alla Cambogia, ci testimonia la ferrea volontà di comprendere e di testimoniare “la trama del rovescio” di un tempo che rema contro se stesso tra squilibri socio economici, assenze di riferimenti culturali forti e dispersione di valori. L’opposizione allora viene dalla conoscenza, dal circolo stesso di una memoria saldamente allacciata al presente nella sottolineatura delle mancanze e delle crepe, di quel dialogo intessuto di reciproche interrogazioni che fanno la cultura stessa di un paese a partire dai margini di un’inclusione o meno di tutte le sue componenti («Sentirsi nel gioco/ del desiderare e fare/ sul pieno di un insieme/ insieme che eravamo» – ci dice per voce e per eco). Proseografia della paura, questo (dal titolo di un testo) il crinale su cui si muove, disgiunta la comunità umana tra chiusure di fabbriche e disoccupazione giovanile, disastri del territorio e sangue di migrazioni in quell’«inferno posato sulla terra» di cui qualcuno nella «sepoltura d’intenti», nel «rimestare ciò che non è» di una politica dei debiti, è chiamato a rispondere. Perché è una questione di scelte e la scelta della Lenti è nella condivisione, a partire e nel cuore di un femminile che (seppure  ancora colpito da parte di uomini, mariti-padri padroni) leva con forza la sua controfilastrocca a fronte della paure e delle cancellazioni di mercanti, urlatori e recitanti nel vuoto di una “lingua intorbidata”. E che può essere vinta solo all’interno del suo stesso meccanismo, nel cortocircuito provocato da “una parola nuova” che in queste pagine si risolve in un tono tra il prosastico appunto, il colloquiale e un dotto leggermente abbassato a dire l’ironia nell’etica meditata del mondo, l’ironia ancora nella sapienza d’indagine sovente unita a sillabe e strofe ora frante tra esplosioni e rincorse di rime ora accese in argutissimi, non-sense del reale. (altro…)

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia, Giuliano Ladolfi editore 2017

Mi capita spesso di iniziare le giornate, a ore solitamente antelucane, con la lettura di un libro. Non sempre, tuttavia, la forza del libro è tale da imprimere il suo passo alla giornata che è iniziata leggendolo. In questo caso, invece, l’eco nei pensieri è stata persistente e perdura tuttora, tanto da spingermi ad affermare che il giorno che inizia sugli archi e sui carriaggi di Temeraria gioia di Eleonora Rimolo è un giorno che porta intatta la sfida della ricerca, di quell’affrontare, cosciente e visionario, i battenti – cupi e sfavillanti sanno essere, quelli – di un uscio sull’oltre, il varco per la parola.
È cosciente, quell’assalto permanente, che la nostra (associo ora mittente e ricevente del messaggio poetico, perché entrambi sono volti a un comune orizzonte di riferimento) Aurora si muove «senza carro» e con «dita di prosa»; visionario, quell’assalto,  anche nell’ipotesi della cecità, teso a scorgere «la grazia infinita del finire». Una gioia del ricercare vivendo che rischia, sapendo di rischiare, l’osso del collo, che danza con la sinestesia del «brillio dei piedi piccoli» e che porta, eppure, la rivendicazione responsabile del ruolo di chi plasma un canto su quanto è rimasto indietro, su ciò che è stato scansato, scartato (e riecheggia quel «lasciatemi essere il cuore pensante della baracca» di Etty Hillesum): «lasciatemi dire/ la foglia immarcescente».
Sembra che altro non possa essere, questa temeraria gioia dell’azzardo della continua ‘cerca’, se non atto d’amore, e che questo amore non possa che essere smisurato, come è senza misura la gratuità: «amo senza misura» è una dichiarazione di intenti, oltre che una presentazione di sé, che (finalmente, dico io) se ne infischia di inutili e infingarde dispute sulla presenza e sulla sparizione dell’io nella poesia lirica.
Una poesia, quella di Temeraria gioia, che, ciononostante, non potrebbe mai essere liquidata, etichettata come “ingenua”. Quella che si ferma a raccogliere il testimone dell’ultimo, dell’inascoltato, è una voce che cerca e pronuncia le parole nella «notte barbara», che s’arrischia sul confine, che costeggia «il bordo tagliente della gioia», appunto. Incombe, nella notte barbara, il fardello di un impegno assunto e rinnovato, che ha un prezzo alto, quello della perdita dell’incanto, di una trasformazione dolorosa, che l’allitterazione rende con maestoso senso della sconfitta, della «sciagura/ del non aver abusato della rosa, dell’averla/ lasciata lì, tra il rigagnolo e la riva, cenerognola».
Una poesia che mi giunge felicemente complessa e matura, dal vertice alla base, dalla chioma ai piedi, in tutta la sua carne e con tutte le sue ossa, ché il titolo oraziano, così come tutta la sezione Pulvis et umbra, e l’esergo con i versi di Callimaco non sono un semplice pagamento di tributo, ma sono saldati a un’intenzione netta, lucida, perseguita con serissima cura: «rettitudine e sale, soltanto due elementi/ evitano la lesione: il resto è giovane».

© Anna Maria Curci

Nessun contorno noto compare,
sfigurato, nella clessidra,
e questa lagna sussurrata
del vento tra le fronde
non è che un falso fischio
prolungato,
non un lamento come
il nostro corpo
quando sbatte contro se stesso
fa della silenziose capriole
e l’urto non lo scalfisce
ma sempre al punto di vedere
arriva Aurora senza carro
che veste di nero il cielo,
Aurora
dalle dita di prosa.

(altro…)

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate (rec. di G. Ceddia)

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate
Terrarossa edizioni 2017, pp. 240, € 15,00

 

Un titolo assai bello per un romanzo ancor più bello

Finalmente con il suo quinto romanzo Cristò giunge alla giusta combinazione narrativa, frutto di maturità ed eleganza di scrittura. Restiamo così quando ve ne andate (Terrarossa Edizioni) è un libro molto bello che merita di essere letto, unico neo la mancanza di un labor limae che – a mio avviso – avrebbe dovuto essere più presente di quanto, probabilmente, già non lo sia stato.
Non è mia intenzione rivelare quale sia il soggetto sottinteso di quel “restiamo” nel titolo, credo che si perderebbe buona parte della sorpresa che sta alla base non solo del titolo ma del romanzo stesso (per quanto altri recensori abbiano optato per una scelta a mio parere azzardata, ossia rivelare subito di chi sia il punto di vista che il titolo rappresenta).
Con una scrittura che tiene inchiodato il lettore e una vicenda “umana” ancor più accattivante, Cristò scrive un libro che rappresenta al meglio lo stato (e lo stato d’animo) del quarantenne odierno, una generazione che si trova a fare i conti con un dato inquietante ma purtroppo presente: essere la prima generazione a star peggio dei propri genitori.
Francesco e Donatello (l’uno musicista e l’altro scrittore) sono due facce della stessa medaglia, una medaglia intrisa di frustrante ruggine melanconica, di malessere verso un’esistenza che non premia per ciò che si è ma solo per il sudore-olio dell’ingranaggio produttivo che si rappresenta, in questi tremendi e spietati modern times chapliniani. Francesco che lavora in un supermercato e tiene vivo e alto l’orgoglio verso la forma d’ingabbiamento che il suo superiore rappresenta, Francesco che ha una storia con Monica che è una a-storia (ossia la negazione stessa del rapporto, ancor più tremenda e in parte nauseante e deprimente di una non-storia), perché c’è Fatima, una giovanissima indiana che si fa amante del muro che divide il suo appartamento da quello di Francesco, amante delle sue note provenienti dal pianoforte, amante dei suoi respiri e delle sue dita sulla tastiera bianconera.
Un romanzo che tocca nervi scoperti quello di Cristò, si insinua nella muscolatura del lettore e la solletica a volta anche crudelmente, un romanzo che però, nel suo essere così straordinariamente ancorato al presente, riesce a dare un senso di sollievo sensibile e sussurrato, un po’ come quando la tristezza ci pervade e per reazione ascoltiamo una canzone non allegra, bensì ancor più triste del nostro stato d’animo.
Romanzo di amore e morte, di amore che boccheggia nel THC dell’hashish – compagno fedelissimo di Francesco – e di morte che non si accetta, soprattutto quando a subirla è qualcuno di vicino, qualcuno diverso ma al contempo simile.
In tutte queste peregrinazioni dell’animo umano c’è qualcosa che osserva, che pensa, che soffre o gioisce, che sfuma e smussa le stesse caratteristiche umane al fine di filtrarle e accudirle, ci sono delle cose che appunto restano così quando noi ce ne andiamo; e forse a soffrir davvero sono loro, perché impregnate del balsamo del ricordo, perché sempiterne custodie delle nostre idiosincrasie e di coloro che ci hanno anticipato o seguito.

© Giuseppe Ceddia

 

Gabriele Galloni, In che luce cadranno

 

Gabriele Galloni, In che luce cadranno, RPlibri 2018

Le coordinate di questo universo dei trapassati si distinguono sia per la grazia sobria, essenziale del passo – il tempo del levare, la sapienza del sottrarre non sono ignote a Gabriele Galloni, giovanissimo autore di In che luce cadranno – sia per le ambasciate discrete, sul soffio dell’alba (per riprendere un verso), che esse fanno pervenire ai viandanti, naviganti, e pur sempre vaganti, agli umani qui ogni giorno sulla terra. E viene da chiedersi se l‘hic et nunc che viviamo sia attesa, sia figura o sia semplicemente l’immagine al di qua dello specchio, mentre al di là, nell’Eden dei trapassati (la musica dei quali è «il contrappunto/ dei passi sulla terra») regna, per dirla alla maniera di Gustav Meyrink nel racconto Spiegelbilder (“Immagini allo specchio”),  «un dio della mano sinistra». (Anna Maria Curci)

***

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

 

*
Lecito chiedersi come resuscitino
i morti e quale voce verrà data loro
in dono. E quale lingua e che corpo.

I morti hanno la febbre. Non è tempo.

 

*
Ecco perché le maschere mortuarie.
I morti recitano spesso i classici
nei pozzi pieni d’acqua o nelle vasche
da bagno. Li stravolgono con varie
amenità: li narrano al contrario
o li chiudono dopo tre battute.

 

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

 

*
Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

 

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere moderne all’Università La Sapienza. Ha pubblicato Slittamenti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Antonio Veneziani.

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, La Vita Felice 2017

Il titolo della raccolta più recente di Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, introduce in maniera accattivante a temi, sfondi e contesti che hanno il pregio di assumere ruoli diversi con il  procedere delle liriche che la compongono.
Mare, vento, pioggia e isola – l’isola nativa, Ischia peraltro mai nominata, e poi una «Capri imprecisata», «l’isola perduta oltre ogni dire», «l’idea di un’isola» o, ancor più nettamente, l’isola tout court – sono infatti personaggi insieme agli amanti e al loro dialogo antico e pur sempre rinnovato, con continui mutamenti di prospettive. L’io lirico, in questo dinamico scambio di ruoli, sembra a tratti attribuire proprio a sé e agli altri umani il ruolo di imbarcazioni in un fluire che a volte trascina, a volte ristagna.
D’altro canto, come gli umani (e il tempo in cui vivono, «scafo mobile dei giorni») si fanno natanti, così gli elementi marittimi del titolo, sartie e bastimenti, prendono le forme di sentimenti umani. Le sartie vanno allora lette anche come legami e segnali di partenze e ritorni, pegni di attese e spie di quella nostalgia che qui abbraccia tutto l’etimo del termine italiano: desiderio acuto, anche doloroso, di tornare. I bastimenti, con la fantastica stiva del gioco di nomi e lettere iniziali che si faceva da bambini (“è arrivato un bastimento carico carico di…”), da un lato rimandano all’interrogazione permanente intorno alla parola, pertinente, “vera”, acuta, dall’altro, con il loro “arrivare”, espresso non a caso in francese, lingua nella quale il verbo ‘arriver’ significa sia arrivare sia accadere («Il arrive – Il est déjà arrivé»), alludono all’arduo incontro, non di rado scontro, tra parola e accadimento.
In un paesaggio nel quale l’elemento marino è dominante, l’azzurro si manifesta, così come all’occhio umano la distesa delle acque, in molteplici variazioni. Chi legge si imbatte spesso nella versione plurale dell’aggettivo cromatico, così come nel blu, ancora più profondo. Attenzione, tuttavia: azzurre e blu non sono solo le acque marine, ma caviglie umane, rocce e fiori, iris e genziane innanzitutto. E c’è un altro colore che prende la scena, con il suo carico di connotati e simbologie: il rosso, qui rappresentato nella complessità di indossare capi di questa tinta; il rosso, che al ristagno, alla bonaccia, oppone il carattere di decisione difficile.
Dinamiche e caratteristiche fin qui additate sostanziano, rendono felicemente complessi e arricchiscono i testi che in questa raccolta prediligo, i testi, vale a dire, che hanno nella incisività della formulazione la forza di sollevarsi a comprendere piani universali, i testi che condensano, con tocchi rapidi e sapidi, nodi dell’esistenza umana nella storia (il riferimento al passato ha, anche se solo per lievi tocchi allusivi, per la menzione di una stagione o di un mese, una collocazione storica alla quale è possibile risalire) e nella natura, nelle sue multiformi manifestazioni sul pianeta che abitiamo.

© Anna Maria Curci

E mi prende
la privazione di quel mare lontano
fatto di isole e pesci, pochi uomini.
Striate d’azzurro le notti stormiscono di melograni.
Meridiane vicende, che sanno
di balzi e di lucertole sull’urto del sole,
le nostre pietrose incomprensioni vanno
snodandosi tra genesi e naufragi
e ci tolgono all’amore, alla tensione del corpo nel corpo.
Mi prende la voglia di te,
dei rimorsi di maggio e l’acre intelligenza degli ideali.
Socchiudo gli occhi
e di quel mare che odora di luce non scordo
neppure la mia stessa voce che dice

————-addorméntati addorméntati

che dal vicolo spira il maestrale,
porta le voci e le ossa degli alberi chiari
porta cent’anni di sole e un’ora per

————————la rêverie nostalgica
—————————dei nostri passati.
(altro…)

Versi e vinili #1: Francesco Filia, Parole per la resa

Ci sono raccolte di poesia i cui versi accompagnano gesti, eventi, passi di una vita. Ci sono dischi che dispiegano la loro vocazione a farsi parte della colonna sonora di una vita. Due affermazioni, queste, talmente evidenti da apparire banali. Banale, tuttavia, non è la combinazione, seppure tutta soggettiva e rielaborata da chi riceve e recepisce, di una determinata raccolta di poesia e di un determinato album musicale, l’associazione – da qui il nome di questa rubrica – di “versi e vinili”. La prima puntata della nuova rubrica di Poetarum Silva è dedicata all’incontro tra Parole per la resa, la raccolta più recente di Francesco Filia, e Etica Epica Etnica Pathos, l’album che i CCCP-Fedeli alla linea pubblicarono nel 1990. (Anna Maria Curci)

Versi e vinili #1:
Francesco Filia, Parole per la resa ¦ CCCP, Epica Etica Etnica Pathos

La storia dell’incontro tra Parole per la resa di Francesco Filia e Etica Epica Etnica Pathos nasce da una prima intuizione, che si è manifestata con urgenza, perfino con incontrollata irruenza, e che ha trovato successivamente conferma in letture e ascolti rinnovati. Una prima intuizione che si è imposta come colonna sonora fin dalla prima lettura, una sera, allorché mi sono arresa alla bellezza dolorosa di un libro che aspettavo da tempo, da quando, per la precisione, avevo visto quasi delinearsi lo sviluppo “del cammino e della resa” nella precedente raccolta di Francesco Filia, La zona rossa e nei testi della plaquette L’inizio rimasto, poi divenuti la V sezione di questo volume.
Epica, etica, etnica, pathos, mi sono detta quella sera, con «il canto oltre il destino», dolente eppure tenace, che faceva battere le tempie e premeva sulle corde vocali. Proprio all’album del 1990 che i CCCP-Fedeli alla linea firmarono con Gianni Maroccolo, proprio nelle tracce del vinile che si proponeva di riportare «tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70», proprio in quelle canzoni, i cui autori, nella quasi totalità delle tracce, rispondono ai nomi di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, proprio in quella tappa musicale che fu una fine e fu un inizio e fu una resa e fu una ripartenza ho trovato il legame fortissimo con le singole parole e l’intera architettura di amore, di resa, di strazio e di resistenza della raccolta di Francesco Filia.
Provo allora a entrare nel vivo di questo incontro e a dare una risposta ad alcuni “perché”.
Perché “epica”? Perché il respiro delle «parole per la resa» di Francesco Filia è un respiro ampio, perché esso abbraccia più generazioni, non solo quella alla quale anagraficamente appartiene l’autore, ma anche quella di chi sta scrivendo qui e ora e, dunque, quella degli autori dell’album del 1990. È un respiro che si slancia solido e temerario dalla cosmogonia al minimo sussultare di minuscola vita, che fa i conti con «Lo sgomento per una primordiale cellula/ che duplica se stessa per intero in eterno».
Perché “etica”? Perché “dobbiamo”, sì, «Dobbiamo consegnare le parole per la resa», senza dimenticare amplessi e slanci della nostra adolescenza (penso a Baby blue dell’album) e tentando, appunto, «il canto oltre il destino», «il gesto oltre il destino» (e qui il legame con Campestre dell’album è, se possibile, ancora più evidente). In questo senso vanno esplicitamente i testi che compongono la prima sezione della raccolta, che ha il titolo della raccolta stessa: Parole per la resa.
Perché “etnica”? Perché la poesia di Parole per la resa è ‘satura’ della «gloria del disteso mezzogiorno” e rende quelle «tre del pomeriggio», la greve e gravida controra, la finta indolente, con gli accenti che giungono tanto più veri, quanto più legati da un lato a una tradizione poetica ben definita e vissuta (l’eredità montaliana è manifesta e dichiarata) e dall’altro a una parola poetica ricombinata, ricollocata e ricreata in un tessuto compositivo originale, come avveniva, per esempio, in Aghia Sophia dell’album dei CCCP (dove già quel “Tedio domenicale” dell’attacco lancia una cima alla poesia).
Perché “pathos”? Perché la raccolta è tutta attraversata dal rovello del domandare, del non fermarsi, da «un cavo disperato cercare»; eppure essa è anche, inequivocabilmente, nel segno dell’amore, dell’eros con Carmen – e se volessimo lanciarci, noi famelici e “ipocriti lettori” nell’esplorazione del nome, avremmo pane per i denti: carmen canto Carmelo mistica clausura. Perché, ancora, è poesia che narra di un abbandono sull’orlo dello strapiombo, del fondersi e del perdersi, nel duettare tra «l’azzurro cupo» e «l’immenso che travolge», come fanno, in alternanza, i trenta testi della II sezione, Diario di una vacanza. (altro…)

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno. Prefazione di Francesco Dalessandro, La Vita Felice, 2018

L’ultimo quarto del giorno, precisa Raffaela Fazio nella nota introduttiva alla raccolta omonima, è, «secondo la tradizione ebraica», la quarta parte della giornata di Dio, fatta di dodici ore. È la parte in cui Dio gioca con il Leviatan. Con il Leviatan? Sì, ci avvertono fonti interpretative, è proprio con il male che non prevarrà che Dio “gioca” qui.
Fondata su questo nucleo concettuale (che l’autrice ha recentemente esposto nel suo saggio Il gioco come ‘forma temporis‘, pubblicato sul blog “La poesia e lo spirito”), anche questa raccolta di Raffaela Fazio, come la precedente ti slegherai le trecce, mostra una architettura solida, accuratamente progettata. Il passaggio da un ambiente all’altro di questo edificio poetico o, per uscire dalla metafora, da una all’altra delle quattro sezioni che la compongono, è non solo documentato con riferimenti a fonti e a ideali interlocutori afferenti ad ambiti diversi – letteratura, filosofia, testi sacri – ma anche argomentato in maniera convincente. Allo stesso tempo ogni testo di ciascuna sezione riporta a un’idea dell’incontro o, per essere precisi, del duettare di principi, poli, fenomeni, centri (essere e tempo, presente ed eterno, poesia ed esistenza) che l’autrice va coniugando nella sua intera opera poetica.
La lettura dell’opera ci dà conferma di quanto appena affermato. Il titolo della prima sezione, Tra il gioco e il mondo, richiama esplicitamente un passaggio del testo citato in esergo, la Quarta Elegia dalle Elegie Duinesi di Rilke, nella traduzione della stessa Raffaela Fazio. Viene ripreso dunque il tema conduttore, quello del gioco con il Leviatan. Esso viene, tuttavia, ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di attori e di focalizzazioni. Nel caso del testo di Rilke, che riporto qui nella mia traduzione, è l’universo fanciullo, caricato di un potere fondante e di un potenziale creativo di grande rilievo: «Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,/ contenti di ciò che dura e sostavamo/ nella terra di mezzo tra giocattoli e mondo,/ in un luogo che fin dal principio/ era fondato per un puro divenire.» E allora l’area di influenza di tale potenziale si espande in misura notevole. Come precisa Raffaela Fazio nelle annotazioni che corredano ogni apertura di sezione, in questo spazio intermedio «di fluida compenetrazione, può accadere perfino che eternità e nulla coincidano.» Inoltre, il primo componimento di questa sezione non solo può essere considerato un vero e proprio prologo, come giustamente osserva Dalessandro nella prefazione, ma è anche una dichiarazione di principio circa natura e portata del dettato poetico:

Ti dirò
di noi
sarò precisa
come è preciso il richiamo
di un piccolo animale.
Per le parole serie
chiederò
materia al volo.
E per l’infinito
che le sperde
non molto:
il buio
del gioco
tra il folto dei rami. (altro…)

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare, Einaudi 2016; € 12,00, ebook € 6,99

 

Il motivo per cui ho molto amato Da questa parte del mare, libro postumo di Gianmaria Testa, curato dalla moglie Paola, innanzitutto sta nei suoi presunti “difetti”. È come se fosse sopraffatto dalla sincerità e dall’urgenza, ed è come se la sua intimità, la delicatezza, ci rendessero intrusi in un mondo nobile, ma nobile perché spurio e mescolato, semplice e umanissimo, che è il contrario della purezza sofisticata a cui vorrebbero anelare certe idee di libri e cose perfette.
Da questa parte del mare possiede una lingua altrettanto semplice e autentica. Testa mette gli occhi sulle ginocchia e guarda il mondo. Da lì vede lo spaesamento, lo smarrimento di un’epoca, percepisce la perdita dei nomi e dell’identità del prossimo, lo sradicamento di Babasunde per esempio, rassegnato a farsi chiamare in altro modo: un uomo che ha perso tutto, anche il nome.
Quello che mi sono chiesto, però, è la provenienza della pietas di Testa? È lui stesso a lasciarlo intendere in un racconto autobiografico del 1965 o ne La Nostra città, nei rimandi all’odore del ferro di Torino, alle strade di campagna senza nomi, oppure ne I seminatori di grano, per esempio. Sono brani che dicono molto delle origini della sensibilità dell’autore. Dicono come mai Gianmaria abbia una tale riconoscenza per le radici, da comprendere e voler testimoniare il dolore di chi le ha perdute.
La sua pietas viene da quel mondo contadino in grado di ridurre tutto all’Uno, in quella prossimità fatta di necessità che è la campagna, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune. Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni” con questa consapevolezza innata. Non c’è nulla da spiegare o giustificare oltre. Non servono tante parole, direbbe Testa, ma “porte aperte”.
Ecco, penso che Gianmaria venga da lì e sappia cosa vuol dire vedere le comunità, la lingua, i gesti svanire, e assistere alla perdita di senso e significato, dei valori, di una vita precedente. Per questo a lui basta posare lo sguardo su queste storie semplici e quotidiane di sradicati, perché sa decifrarne ogni gesto, ogni postura, ne intuisce naturalmente la portata e gli esiti.
Credo sia questo il mondo di Gianmaria, un luogo in cui naturalmente alberga un forte senso dell’amicizia. Ne danno prova i brani su Jean-Claude Izzo, Erri De Luca. Rital, spiega Testa, è il nomignolo dispregiativo per gli italiani in Francia: rital è il terrone o l’extracomunitario odierno. Izzo, come Testa, ma per altra via, perché figlio di Gennaro da Castel San Giorgio, lo sa bene cosa si prova a essere Rital, così come Testa conosce il disprezzo dei ragazzi di città per quelli di campagna, il senso di inferiorità che andando avanti diventa ricchezza.

Da questa parte del mare, grazie a Paola Farinetti e Giuseppe Cederna oggi è diventato uno spettacolo teatrale. Uno spettacolo che riporta sul palcoscenico le parole, lo sguardo e la musica di Gianmaria, le quali si fondono con la recitazione e la presenza scenica dell’attore romano. È solo un altro tassello, un’altra storia di amicizia, quella con Giuseppe Cederna, che si somma al resto e porta nuovo affetto, nuovi viaggi e altri racconti intorno a una persona di cui si sente la forte mancanza e di cui quest’epoca aveva ancora bisogno.

© Sandro Abruzzese