recensioni

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

opera in mostra all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Foto GianniMontieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno
DANTE, V canto dell’inferno (Francesca da Rimini)

*

 

Hai mandato a gambe all’aria il fatto
si è aperto la strada e lo sterno
si è spaccato
in due perfette metà
in due barche di gloria
e l’urlo della bestia è salito fin sopra il monte
ha stroncato l’attesa ha rifatto la strada
ha fatto gli odori sul fuoco
ha pianto
ha insinuato
ha fatto l’eco alle stelle spente
il mio urlo tutto.

*

Stanno qui le belve, qui intorno – leccarsi la ferita
levare il sangue, leccare
nella giusta direzione
governare la formazione della crosta.
Bisogna che si sappia il male
lo si lecchi come lupi
lo si tenga a margine – come quella volta
che una benda era bastata a rimediare
cucciolo di lupo senza tana. Glielo dicevi, come sulla soglia,
mentre il pianto risaliva la corrente
che penetri in profondo – e non si veda
quell’urlo bieco che t’impala
quella bava
quel ventre aperto sulla riva.
Perché hai già saputo farlo, dopo il viaggio
dopo tutte le parole, dopo i pesci e le zanzare
morire, leccare.

*

Gli animali aspettano la sera
in compagnia del branco, stanno
coi segreti come sassi tra di loro
e alberi, i segreti che fanno
il loro fiuto. Sapersi immortali nei fatti
notti che nemmeno fumare bastava
nemmeno la voglia
quel margine in cui si metteva la schiena
si cuciva a mano la leggenda
con la spada ben puntata sulla testa
e nessuno che provasse a farla franca
insieme dritti verso il nulla.

*

La caverna delle labbra
quella volta che il sapore era di fumo
quella volta che di vino si spegneva –
erano linci alla messa della sera
zampe tese sul letto, in agguato
un pasto consumato in tutta fretta –
briciole che ancora segnano le strade
denti rosi dalla carne, crudi
eravamo ogni sera
crude braccia e poca luce
Non sappiamo più come facevamo il vento
quando c’era caldo e sete
e le linci ci battevano la vena –
il nome scarlatto inciso sulla nuca
e il destino di tutti piantato nella schiena.

*

Ci si assume il peso delle bestie
una volta fuori nella nebbia
scendere le scale della metro come un infero
saputo – quando leccavamo il pelo al riparo dei lampioni
le iene si accucciavano sfinite nei portoni.
Di quando i patti eran siglati
con il fiato, ad oggi restano bocconi
secchi e luci, sotto l’ala grande del dolore.
Ci si salva ritornando, un treno dopo l’altro
un morso al cuore e ci si fa coraggio
che tutto resta accanto e sotto –
come una traccia dello sguardo
che quando torni e accendi gli occhi
il buio è pesto, ma riconosci il salto.

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Terrarossa edizioni

 

Libri:

“Né padri né figli” di Osvaldo Capraro
“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio

Terrarossa edizioni

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Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 una delle novità capaci di destare una particolare curiosità è stata Terrarossa Edizioni, piccola casa editrice pugliese, new entry nel panorama degli editori indipendenti. Intriga l’impostazione iniziale del catalogo, con due collane, entrambe di narrativa: una – “Fondanti” – dedicata al (benemerito!) recupero di romanzi recenti che però sono spariti troppo presto dalla distribuzione nonostante i loro meriti di rinnovamento del panorama letterario meridionale e l’altra – “Sperimentali” – al tentativo di individuare voci capaci di scavare nell’attualità con una identità stilistica originale. Un filo teso tra passato e futuro, e soprattutto una grande attenzione agli spazi lasciati vuoti dall’offerta editoriale nazionale. Entrambe le collane sono dirette da Giovanni Turi, editor con diverse esperienze alle spalle e molto noto in rete come acuto e attento lettore della contemporaneità sul suo blog Vita da editor. La casa editrice rivela la sua ambizione già nella cura grafica ed editoriale. Interessante inoltre la scelta di proporre nei risvolti di copertina (come anche sul sito dell’editore) l’identikit ipotetico del lettore ideale di ciascun libro: una carta di identità curiosa che può senz’altro invogliare a una prima conoscenza tra i lettori e gli autori di Terrarossa.

Le difficoltà del nostro tempo, e in particolar modo del meridione, la fanno dal padrone nelle prime uscite del catalogo, molto attento a evitare una letteratura troppo compiacente o addomesticata, sia da un punto di vista contenutistico sia dal punto di vista del linguaggio. Il tema del lavoro è un filo rosso che unisce entrambe le collane attraverso la presenza in entrambe di Francesco Dezio, con la riedizione a 13 anni di distanza di Nicola Rubino è entrato in fabbrica e con la prima pubblicazione di “Gente per bene”: quasi a voler proprio costituire uno sguardo lungo che in un prima e un dopo unisce i destini della condizione operaia con quelli dell’attuale precarietà diffusa.

L’altro tema dominante è quello del crimine, non in senso generico ma nelle declinazioni che esso può assumere in un dato momento storico e in un luogo specifico, come la Puglia. È sicuramente una scelta sensata, da questo punto di vista, quella di rimandare in stampa a dodici anni di distanza Né padri né figli di Osvaldo Capraro. Il romanzo ha il merito di essere stato uno dei primi a mettere su pagina le vicende legate alla criminalità organizzata pugliese, la Sacra Corona Unita, prima che il noir – come accade a ogni genere che diviene di moda – perdesse gran parte della sua carica di denuncia per divenire perlopiù un genere di intrattenimento. I protagonisti del libro sono Mino, adolescente con la passione del calcio, dato in affido per sfuggire agli abusi subiti dal padre, e il prelato don Paolo, prete anomalo dalla vocazione contrastata. Due personaggi che, nel loro mescolare luce e ombra, volo e gravità, sembrano distillare l’anima del noir, forse un poco meccanicamente ma attraverso le loro vicende si giunge a toccare con mano la bruciante realtà nascosta dietro le apparenze, nei rapporti che il mondo del crimine intrattiene e consolida a ogni livello sociale nella Puglia raccontata da Capraro, senza risparmiare – anzi – le forze di pubblica sicurezza e la Chiesa, avvelenando anche i legami amorosi, familiari e di amicizia; rendendo la vita un’impresa impossibile e le aspettative destinate a spegnersi tutte nella stessa cenere. Montaggio alternato, ritmo serrato, linguaggio spedito con inserti di intercalare dialettale, “Nè padri né figli” ha gli ingredienti adatti per una casa editrice che vuol presentarsi al proprio pubblico come garante di un equilibrio tra ambizione letteraria e leggibilità, adatto – per usare l’indicazione dell’editore – a “chi si fa prendere dalla narrazione e si affeziona ai personaggi; chi crede che il noir non sia un sottogenere e chi invece ne è convinto ma potrebbe ricredersi; chi non immagina quanto sia labile il confine tra criminalità e istituzioni.” Parola di Terrarossa.

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© Martino Baldi

Tom Drury, La fine dei vandalismi

Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino, NN editore 2017; € 19,00, ebook € 8,99

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Bisognerà domandarsi seriamente perché ci piacciano i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Chi legge le mie recensioni sa che un certo tipo di narrativa nordamericana è da me particolarmente amata. La narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi il Midwest (di cui parleremo più avanti), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona. Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per un altro romanzo di questo tipo ma poi è arrivato Tom Drury con La fine dei vandalismi e tutto è ricominciato da capo. (altro…)

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio

 

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio, Il Grillo Editore, Gravina di Puglia 2017

Quali sono gli ingredienti di un romanzo che fanno sì che esso requisisca, con fermezza dolce e aspra, chi legge? C’è un passaggio in Le sorelle Sblendorio di Franca Cicirelli nel quale il mistero, il nodo di splendide previsioni non mantenute, il bilico tra stupore e amarissimo disincanto, si concretizzano nella ricetta delle “olive ala monaca”, di cui è scorbutica depositaria nonna Carmela, la nonna delle quattro sorelle Sblendorio. Gli ingredienti sono noti, tanto da sembrare banali, addirittura, ma la morbidezza, il sapore e l’aroma unici di quelle olive hanno un segreto che, fa comprendere Angelina, la primogenita delle quattro bellissime sorelle – «le sorelle in A» – rimaste precocemente orfane di entrambi i genitori, non va divulgato. Già dal titolo, che ricorda Le sorelle Materassi (e la scena in cui il medico Giannelli, che qui incarna il personaggio del pensoso investigatore, con i sensi allertati e con l’olfatto particolarmente perspicace, viene raffigurato in rapporto alla misteriosa Angelina come “nipote e zia”, assume a questo proposito una luce significativa), i riferimenti – gli ingredienti letterari – si affollano, e non riguardano soltanto una presenza che ai miei occhi aleggia piuttosto forte, Passaggio in ombra di Maria Teresa Di Lascia, bensì anche poesia e prosa d’oltre confine e di altre epoche, l’Antologia di Spoon River (gli epitaffi e le topografie individuate da Giannelli nel corso delle sue ripetute passeggiate al camposanto) e Il conte di Montecristo (ma Dumas ritorna a trionfare qui anche con Il grande dizionario di cucina) innanzi a tutti.
Il romanzo è presentato nel risvolto di copertina come un “giallo sentimentale”, e del giallo ha l’architettura solida. Non resta a digiuno, rassicuro, chi cerca delitti e colpevoli. Ci troviamo tuttavia dinanzi a un’opera che conferma quanto sia fuorviante procedere a un’analisi per generi letterari. Gli ingredienti, per tornare alla similitudine con le ricette, richiamate dal riferimento esplicito al Grande dizionario di cucina di Dumas, citato peraltro nell’originale francese, sono vari e sapientemente dosati e mescolati. Identificare topoi e temi è motivo di gioia, invece, per la passione indagatrice, ben nutrita da questo libro: il bello inquietante e ‘selvaggio’, la vendetta, l’emigrazione, perfino il doppio e, come si è visto prima, l’archetipo del ricercatore. (altro…)

Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Le parole hanno un posto eminente in quella scienza medica che si occupa di curare la sofferenza mentale, ovvero la Psichiatria. Al contempo, le parole hanno un posto ancora più importante in quella branca della letteratura che si propone di deletteralizzare il senso comune nella prassi del linguaggio, ovvero la Poesia.

E poi c’è il vento. E c’è il pensiero. E le discipline che, rispettivamente, se ne occupano: meteorologia e filosofia. E quindi c’è la direzione. E il senso. Così come il vento, anche il pensiero può essere laterale, colpire di fianco, di traverso. E divenire folle. O, altrimenti, creativo. Il vento traverso ha grande importanza durante il volo e, soprattutto, l’atterraggio degli aerei. Richiede particolare perizia al pilota, continui aggiustamenti dell’assetto.

Cosiddetta “correzione della deriva”, da un lato, come quando si attraversa a nuoto un fiume e si punta più a monte per non finire a valle. E “il naufragar m’è dolce in questo mare”, dall’altro, la deriva, ovvero, del pensiero e del sentire poetico. E, quindi, il deragliare, ancora, del pensiero nel folle.

Vento traverso dunque, e già questo titolo del libro ci avverte che occorrono continui aggiustamenti dello sguardo nella lettura se si vuole atterrare sulla pagina aderendo alle righe che, volutamente, Anna Pavone non ha spezzato nel suo dire poetico che si fa prosa, piste di parole che consentono di toccare terra, di capire, di trovare un senso sopra cui poggiare, nonostante il vento traverso, il derapare di un linguaggio evocativo di deliri e concretezze estreme e infantilismi magici. Perché in fondo questo libro si assume il duro compito di asserire una cruda verità: che la follia non è altro che l’Ombra della Poesia, il suo lato oscuro, che solo trasformato da imprecisati, alchemici processi interiori è capace, a volte, di rendere verso il pensiero diverso. Perché il poeta possiede un coraggio che il folle smarrisce per strada, quello di affrontare i propri demoni interiori senza lasciarsi possedere da essi. Alterità, perdita del proprio Sé, estinzione dell’Io cosciente. Il poeta non è esente da tutto questo ma la sua anima l’ha dotato di un filo logico quel tanto che serve per uscire dal labirinto.

Una notte per sbaglio mi sono persa.

Come quando perdi un bottone e non te ne accorgi, E ti resta il filo che pende monco.

E allora gliene attacchi un altro,

Così mi sono attaccata un’altra me.

Quest’altra me è il falso Sé interiore, quell’immagine grandiosa o gravemente svilita del proprio essere che tanto posto occupa nella sofferenza della mente e dell’anima. E Anna Pavone lo sa, il poeta è limitrofo al folle. Troppo spesso è intollerabile il suo porsi narcisistico al mondo. Occorre davvero saper attingere a una antichissima profondità fossile, a una saggezza d’impronte lasciate da tanti secoli, a ciò che eravamo prima ancora che miliardi di nascite facessero progressivamente svanire l’Essere originario che eravamo e che è nascosto in noi sotto strati sovrapposti di futile superficialità. Essere che pone al poeta e al mondo questa instancabile domanda: “Ma come ho fatto a estinguermi così?”

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© Biagio Salmeri

 

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

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Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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Vanni Santoni, La stanza profonda

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2017, € 14,00; ebook € 8,99

di Martino Baldi

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In settant’anni di Premio Strega un editore storico come Laterza si era sempre distinto per non aver mai candidato un proprio romanzo. Lo fa nel 2017 per la prima volta ma lo fa distinguendosi anche nel partecipare, concorrendo con La stanza profonda di Vanni Santoni, un romanzo che assomiglia a pochi altri romanzi italiani attuali e che, soprattutto, non ci rammenta altri che nel corso degli anni abbiano concorso al più ambito premio letterario italiano.

La stanza profonda racconta, in una personalissima reinterpretazione del cosiddetto genere della non-fiction, le vicende di un gruppo di ragazzi che una volta alla settimana per vent’anni si ritrovano per officiare un rito: quello dei giochi di ruolo. Ci sono i giocatori più fedeli, che in tutto questo tempo non hanno perso un martedì, e ci sono quelli che  hanno avuto solo un ruolo da comparsa o poco più, ci sono le vicende dei giocatori e c’è la vera e propria epopea dei giochi di ruolo (con passaggi di vera e propria storia e filosofia del gioco), c’è il mondo intorno che cambia e c’è la stanza dei giochi in cui invece il tempo sembra non passare, c’è la vita di provincia che si fa sempre più alienante e c’è quella dimensione parallela in cui i fiumi di acqua viva – quelli vivificati dalla potenza mistica dell’immaginazione, naturalmente – sembrano non seccarsi mai. (altro…)

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte, Il Saggiatore 2017, € 20,00, ebook € 8,99

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Questo libro è una storia d’amore, e come tutte le storie d’amore viene raccontato attraverso la biografia, attraverso il sogno, attraverso quella sottile linea di confine che si muove tra sogno e realtà. Sempre di orizzonte si tratta, e lo si può raggiungere o lo si può guardare. Possiamo guardare, come abbiamo spesso fatto, il sole calare sul mare, possiamo aspettare che faccia notte e in quella notte riprendere a sognare. Tra sogno e finzione c’è differenza ma anche qui ci troviamo in presenza di un labile confine, di una posizione controversa da sostenere di fronte alla suggestione.

Ho sognato o ho visto qualcosa? La mia casa è un teatro e qualcuno è venuto a recitare per me? Ho soltanto sognato o qualcuno mi ha raccontato una storia d’amore? E i protagonisti del racconto chi sono? I personaggi, i folletti di Sogno di una notte di mezza estate oppure sono coloro ai quali la storia viene narrata?

Sono domande che forse si è posto Filippo Tuena quando ha deciso di scrivere Com’è trascorsa la notte, ma sono – senza dubbio – le domande che mi sono posto io dopo aver terminato la lettura del romanzo. Ogni volta che leggo un libro di Tuena entro in una sorta di sfasamento temporale, entro in quell’indeterminatezza di cui l’autore scrive nell’ultima parte del libro.

Perché c’è un’indeterminatezza in questa recita che fa sì che le identità si confondano, i ruoli si alternino.

L’indeterminatezza, il principio che la regola, è comune a tutte le storie che Tuena ha scritto, ed è ovviamente il punto focale di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

La voce narrante convoca la donna amata, la convoca all’immaginazione e al sogno. La invita a immaginare dalla prima pagina, un palazzo, un giardino, un luogo altro; e la avverte che nella notte in arrivo, una notte di mezza estate, qualcuno arriverà a mettere in scena una rappresentazione privata della commedia di Shakespeare.

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Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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Chris Bachelder, L’infortunio

Chris Bachelder, L’infortunio, traduzione di Damiano Abeni, Sur 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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I rituali, le abitudini, ripetere alcuni gesti all’infinito, sono modi per sopravvivere? È forse per questo che le tradizioni sono così dure a morire? E non è per questi motivi che le religioni sopravvivono più di ogni altra cosa? Il conforto che la gente trova nella preghiera, o nell’andare a una funzione religiosa, si compie già nella ripetizione. Non è il testo del rosario che salva ma il fatto di poter ripetere quei misteri tutte le sere di maggio alla stessa ora con persone che condividono la stessa fede. Non si spiega altrimenti perché ripeteremmo il Natale come se fosse una rappresentazione: stessi cibi, stessi invitati, stesso albero e, molto spesso, gli stessi regali. Potrei fare decine di esempi in cui la ripetizione di un’azione viene vista come l’unico rimedio al disagio o alla solitudine, allo sprofondare nei guai. Rifaccio questa cosa e per un’ora mi scordo del mio divorzio, dei problemi al lavoro, dei guai di mio figlio. Per molti di noi anche rimettere a posto una tazza sempre sullo stesso scaffale significa ripristinare un ordine e a quell’ordine aggrapparsi.

Erano testimonianze di desiderio. La gente tocca le finestre, pensò, in cerca di rassicurazione. A controbilanciare la narrativa dell’espansione c’era una altrettanto importante narrativa del contenimento.

Chris Bachelder ne L’infortunio (tradotto dal sempre ottimo Damiano Abeni) ci racconta una tradizione alla quale forse nessuno di noi avrebbe mai pensato: 22 uomini ogni anno si ritrovano in un Hotel a due stelle da qualche parte negli Stati Uniti per ripetere una partita di football americano, non una partita che hanno giocato da ragazzi ma una partita storica, che tutti conoscono o ricordano, quella in cui il fantastico quarterback dei Redkins subì un gravissimo infortunio che mise fine alla sua carriera. Per cui i 22 si ritrovano soprattutto per ripetere quell’azione specifica. Chi sono i 22?

Intanto non sembrano neppure così amici, o forse qualcuno tra di loro lo è stato; più che altro sono persone che si sono incontrate per via di una passione e per una serie di altri motivi ripetono – come su un palcoscenico – la stessa scena da parecchi anni.

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Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Ci sono libri che vengono da posti diversi e che pare abbiano fatto un lungo viaggio prima di giungere a destinazione. Libri destinati a brillare come fanno le persone certe volte che dall’ordinario tirano fuori un minuto di luce, un momento rapido come un lampo, che però giustifica tutto il resto. Libri che giocano di sponda, che lasciano che le parole rimbalzino libere, che suonano se necessario. Libri che non hanno un ordine di parole stabilito ma che ne seguono se è il caso. Libri che nascono dall’ascolto, che le parole raccolgono, che le parole assecondano. Libri piccoli che contengono un grande segreto, mai del tutto rivelato ma condiviso; un segreto che il lettore raccoglie riconoscendosi. Libri che sono fatti di pronunciamenti, di vaga speranza, di pioggia e sole. Libri che parlano di matti, come Vento traverso di Anna Pavone.

Anna Pavone scrive, dunque, un libro sui pazzi; non sulla pazzia. Non su una situazione ma sulle persone. Costruisce un libro composto da piccole prose che funzionano in maniera polifonica più che corale. Ogni voce raccolta è unica, se vogliamo distorta, se crediamo leggera, se preferiamo confusa, o dura, o debole, o sussurrata, o gridata; ma tutte suonano nella forma in cui Pavone costruisce la storia che andrà a raccontare. Vento traverso è un lasciapassare, è un libero transito alla frontiera della normalità. Confine che di volta in volta si sposta, ricordiamolo, quello che oggi è normalità venti o trent’anni fa sarebbe stato definito follia. Quello che oggi è considerato disagio vent’anni fa sarebbe stato definito psicosi, e così via.

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