recensioni

Luigi Bressan, Quetzal (nota di Renzo Favaron)

Quetzal o quando non ci sono più gli uccelli di una volta

Qualche anno fa scrissi una recensione per Luí (Einaudi editore, 2003) di Giancarlo Consonni, una raccolta di poesie in cui si percepiva acutamente lo stridore, l’urto della civiltà urbanizzata a detrimento della secolare e indifesa natura. Ricordo le immagini perturbanti (ad esempio, l’iguana venduta in un negozio della metropoli milanese) e la malinconia che portavano con sé e suscitavano proprio per le loro incongruenze, anche se erano lo specchio di un gusto ormai generalizzato e rispondente agli strumenti mediatici che ci fanno apparire vicino ciò che è lontano. Nella raccolta Quetzal (Il Ponte del Sale, 2019) di Luigi Bressan ad avvicinare il passato al presente, i luoghi di ieri a quelli che ora ci sono più prossimi, è invece la memoria e una vivida immaginazione. All’origine di ogni testo c’è un uccello o una schiera di uccelli (gabbiani, colombi, storni, eccetera) e va detto subito, anche se può apparire un accostamento un po’ arbitrario, che le immagini tratteggiate da Quetzal, per lo più riconducibili a un territorio circoscritto e delimitato, contengono in sé elementi plastici e rimandano a certe atmosfere che riportano all’occhio della mente alcune opere dell’artista americano Edward Hopper; Cape Code Evening (Sera a Cape Code), tanto per dire, opera in cui è ravvisabile una vegetazione che travalica i confini abituali e minaccia di usurpazione ogni altra cosa; oppure Early Sunday Morning (Domenica mattina presto), dove l’artista americano si sofferma a mostrare e dipinge l’avanzare dei palazzi moderni che minacciano le case più vecchie. Ecco, ci sembra che l’invasione sia una delle chiavi principali per interpretare la narrazione (in versi) sottesa a Quetzal. Di certo, è all’interno di un paesaggio in cui il rapporto tra uomo e natura non è più razionale e rispettoso, per quanto siano presenti toccanti eccezioni di segno opposto, quello in cui respirano, fischiano e volano gli uccelli di Luigi Bressan. Al tempo stesso, passeri, gabbiani, cornacchie si presentano come entità antropomorfe, animali in cui sono stati travasati sentimenti e tratti che appartengono a una specie umana ‒ se così si può dire – in cui è ancora vivo il dialogo orante fatto di gratuità e responsabilità. In fondo, gli uccelli di Luigi Bressan sono un’incarnazione dell’altro, cioè del prossimo come portatore di un’ordine e di un’obbligazione non solo nei confronti degli altri esseri umani, ma anche di tutte le cose create da Dio. In questo senso, il poeta ritesse i fili di una tradizione scomparsa e lontana, come quando un uomo ormai vedovo si ritrova faccia a faccia con la moglie defunta, una moglie che ora ha le sembianze di una civetta e che, dopo avere ripreso posto in lui, risveglia un’affettuosità che si era assopita da tempo immemorabile (Chiuse la porta e depose sul letto/ la cara bestiola con ali spante/ la vegliò per tutta la notte/ la vegliò con tutto il suo amore). (altro…)

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante. (altro…)

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice

 

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice. Prefazione di Roberto Malini, Lavinia Dickinson Edizioni 2019

Incurante, se non addirittura – così a me pare – beffarda di artificiose distinzioni di generi e specie nelle composizioni poetiche, Antonella Rizzo attraversa, esperisce, esprime, fa ‘detonare’, diverse tra le funzioni del linguaggio, quelle, per intenderci, che Roman Jakobson ha individuato come afferenti all’atto comunicativo, nei testi che costituiscono la sua raccolta più recente, A quelli che non sanno che esiste il vortice.
Adopero intenzionalmente l’aggettivo “comunicativo”, giacché fin dal titolo l’autrice non solo nomina i destinatari della sua opera, “coloro che non sanno che…” (funzione persuasiva), ma illumina sul contesto (funzione informativa) e genera curiosità: che cosa è il vortice, ci si chiede, e, ancora, chi è mai l’emittente del messaggio per essere depositario della nozione, dell’esperienza del “vortice” (funzione emotiva)?
Gli strumenti dispiegati nel far brillare la funzione poetica sono ampi, di varia natura, manovrati con abilità e consapevolezza, penne impugnate come armi in una guerra, che da altri viene condotta come «gestazione malata». I versi liberi di varia lunghezza mostrano una sapienza solida circa impianto sonoro e figure retoriche. Tra queste, va evidenziato l’ossimoro funzionale a una poesia che espone e smaschera contraddizioni feroci nell’esistente: «disarmo assassino di gente allo sbando», recita un verso tra i molti che si imprimono nella coscienza di chi legge.
Non c’è artificiosa separazione di ambiti del dire poetico, l’io si trova a essere sia preda – di dubbi, di lacerazioni, di dolore come dimensione permanente – sia regista della rappresentazione (nel teatro stabile e itinerante di vita e poesia), non priva di memoria pirandelliana, di «figure esili in cerca di un dramma solido». (altro…)

Liborio Conca, RockLit (recensione di Raffaele Calvanese)

Liborio Conca, Rock Lit. Musica e letteratura: legami, intrecci, visioni, Jimenez Edizioni 2018

«Sherwood Anderson, John Cheever e Flannery O’Connor hanno cambiato la mia musica» Bruce Springsteen

Nel 2017 Minimum Fax pubblica un libro dedicato al calcio totale dell’Olanda che tutti abbiamo ammirato, Brillant Orange di David Winner. A prima vista sembra essere un libro sul calcio, ma pagina dopo pagina ci si accorge che invece è tutt’altro. UN modo per dare forma e peso al famoso adagio attribuito a José Mourinho “chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio”. Perché tutto è collegato ed interconnesso e la bravura dell’autore sta proprio nel ripercorrere il filo rosso che collega arte, architettura, religione e politica, il tutto perfettamente riassunto nel calcio totale.

Un’operazione simile è riuscita, a mio parere, a Liborio Conca che con il suo Rock LIt uscito per Jimenez Edizioni (2018 pagine, 16,00 euro) ha messo in fila una lunga serie di autori e di artisti dimostrando come sotto molte delle più importanti canzoni rock che abbiamo amato si nascondano più che dei semplici riferimenti letterari dei veri e propri percorsi che hanno portato artisti come i Cure o Kate Bush a scrivere brani ispirati a capolavori della letteratura moderna.

La prima volta che ascolti una canzone c’è solo la canzone, e può benissimo bastare a se stessa. Dietro quelle voci e quelle note, però, non c’è il vuoto ma la sensibilità artistica di chi l’ha scritta, attingendo a quella cassetta per gli attrezzi che comprende le esperienze di vita, le passioni, i gusti musicali, e quelle letture che hanno il potere di cambiarti o di mostrarti la realtà davanti ai tuoi occhi in un modo prima sconosciuto, come un’epifania che si allunga con il contorno di un’ombra che non ti lascia più.

Quello di Liborio Conca, già redattore di Minima et Moralia e responsabile della pagina letteraria del  Mucchio Selvaggio, è un libro circolare che si apre e si chiude in un ideale anello saldato attorno a William Burroughs uno degli autori principali della Beat Generation capace di ispirare un gran numero di autori rock, inteso nel senso largo di popular music, a scrivere alcuni dei capolavori della musica internazionale. Ma Burroughs non è il solo scrittore presente nel libro, Conca infatti è capace di spaziare dal Nord al Sud degli Stati Uniti passando per il Regno Unito fino ad arrivare al medioevo italiano. Quello sul Southern Rock e sugli autori ad esso legati è forse il più intenso dei capitoli, essendo l’epica del Sud quella probabilmente meno glamour e meno citata rispetto ai più famosi autori newyorkesi di casa al famoso Limelight o al CBGB. (altro…)

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche

 

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, oèdipus edizioni 2017

Sembra arduo, se non addirittura impossibile, unire la robustezza dell’espressione alla capacità di distinguere, anche nelle sfumature impercettibili a occhio nudo, agenti, attori, scenari e segni, perfino sentori, moti e motivazioni che vanno via via animando un universo poetico.
Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche (oèdipus edizioni 2017) di Floriana Coppola riesce in tale impresa che non esito a definire prodigiosa, perché sono talento nell’esplorazione e coraggio nell’esposizione quelli che si manifestano in questa opera di poesia.
Di che cosa parlano le «mutazioni poetiche» di Cambio di stagione? Floriana Coppola lo esplicita nei versi che introducono alla raccolta: «Siamo malgrado tutto famiglia/ concerto di corpi e di anime/ strette nel cerchio di una stanza/ affogati tra amore e paura/ capaci a volte di rompere schemi/ cercando di costruirci faticosamente persone./ È di questa fatica che parlo/ sforzo che sforna dolore e ferite/ suggella cicatrici e fa stormo/ quando vola altrove/ finalmente/ in altro sangue». Scaturigine, tema principale è dunque il travaglio, ferita e nascita, nel concertare e dissentire, riunirsi e divincolarsi, affondare e riemergere e riconoscersi, nel comune essere attirati e strattonati dai principi opposti di amore e paura, malgrado tutto, un “noi”.
Essere insieme eterei e robusti, camminare e librarsi. Orlando, sia il protagonista delle chanson medievali e dei grandi poemi della letteratura italiana, sia, soprattutto, il personaggio multiforme dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, è il titolo del terzo componimento, uno dei testi più significativi che appaiono nel volume. La poesia si apre proprio con una citazione dal primo capitolo del romanzo di Woolf: ‘All ends in death’, «Tutto finisce nella morte.». Una frase che Orlando, nella narrazione, ripete, segnale ed espressione di “violente altalene tra vita e morte”, senza fermate intermedie. Dona il piacere della scoperta riprendere in mano quelle pagine di Virginia Woolf nella versione originale e ripercorrere, verso per verso, Orlando di Floriana Coppola. Nel romanzo, la donna, la straniera, di cui Orlando cerca di catturare a parole il fascino, l’essenza, è Sasha. Nella poesia di Floriana Coppola, l’interlocutrice non ha nome, ma è anch’ella «volpe, ulivo e cedro, collina». È fondamentale, inoltre, riportare agli occhi della mente il cruccio di Orlando, e dunque il tema di entrambi i testi, vale a dire l’inadeguatezza delle parole nel rendere la bellezza e l’incommensurabile amore. Ecco che Floriana Coppola scrive: «Orlando cammina tra due fuochi adesso, il prima e il dopo/ dove si rintana la parola e l’amore s’inviola a piedi scalzi».
Ciascuno dei quarantasei testi di Cambio di stagione è preceduto da considerazioni che possono essere lette come preludi, messa in situazione, pontile offerto a chi legge. Queste sono le righe che precedono la poesia Orlando: «Leggo i nomi gemelli tra le pagine immense, raschio con le unghie gli interstizi tra i righi, spulciando parole che prendo e ingoio intere, sono radure oscure, vedo altri cognomi e mi perdo nella scacchiera lastricata di domande, attorno il gioco perverso dei fratelli siamesi, maschere dell’esilio e della perdita.». (altro…)

Maria Benedetta Cerro, Lo sguardo inverso (saggio di Tommaso Di Brango)

Il «miracolo crudele» della parola. Lo sguardo inverso di Maria Benedetta Cerro

Lo sguardo inverso di Maria Benedetta Cerro si manifesta fin dal primo sguardo come un testo esigente, refrattario – come del resto tutti i libri della Cerro – a compromessi e accomodamenti di sorta. Il linguaggio con cui sono costruite le poesie in esso presenti è fortemente ellittico e allusivo, poco incline a mettere a suo agio il lettore e decisamente più propenso a provocarlo e a depistarlo. Per questo motivo è un linguaggio implicitamente rivolto a un lettore motivato, pronto a mettersi in gioco nell’atto della lettura, disposto a ingaggiare un vero e proprio corpo a corpo con la pagina scritta. Un lettore in cerca di evasione non farebbe al caso dello Sguardo inverso, insomma.
D’altro canto i libri esigenti – o, per riallacciarci al lessico di Volponi, potremmo dire: i libri “buoni” – sono quasi sempre quelli che prima e più di altri meritano di essere letti, e a questa regola non fa eccezione Lo sguardo inverso di Maria Benedetta Cerro. È questo, infatti, un libro che, se affrontato come esige di essere affrontato, può porre il lettore di fronte a una interiorità assai intensa e sofferta, in grado di interrogarlo radicalmente.
Faccio riferimento al concetto di “interiorità” perché il discorso poetico dello Sguardo inverso si svolge quasi tutto entro il perimetro dell’io. In questi versi, infatti, la realtà esterna viene menzionata in maniera piuttosto cursoria e, soprattutto, viene connotata negativamente, come il regno dell’inautentico, del fittizio e del convenzionale. Insomma: come tutto ciò a cui si contrappone lo «sguardo inverso» del poeta: lo sguardo di chi, letteralmente, guarda da un’altra parte e, quasi agostinianamente, cerca la verità dentro di sé e non nelle cose del mondo. Penso, nel dire questo, ai versi del primo componimento della raccolta, la cui funzione incipitaria è resa palese anche dal carattere tipografico in corsivo, che lo differenzia da quasi tutte le altre poesie del libro:

Ebbi nozione dell’inverso
.                                                 e ne sondai l’inganno.
.           Da quel punto vidi la realtà farsi apparenza.
.           La lingua delle convenzioni
.                                         rantolare un dire fuggiasco
.           il diverso gettare all’opposto
.                                  l’unico ponte prossimo al vero.[1] (altro…)

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri

 

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri, Il Convivio Editore 2019

Non soltanto i versi – aforismi allitteranti – da Aus der Erfahrung des Denkens (Dall’esperienza del pensiero) di Heidegger riportati in esergo, ma ogni singolo testo di una raccolta che, anche per questa ragione, manifesta maturità e compattezza, sembrano indicare nel dichtendes Denken, nel pensiero poetante, dunque, il soffio che anima, il sostrato che nutre, il moto che drammatizza Lo spolverio delle meccaniche terrestri di Maurizio Soldini.
Non ho usato casualmente il verbo “drammatizzare” per i testi di questo volume che esige e merita attenzione e ritorni. Questi, infatti, mettono in scena scorci, dell’essere e dei luoghi, dell’essere nei luoghi, così come rivelazioni e rievocazioni; alla rappresentazione vivida si accompagnano spesso ‘dialoghi’ tra istanze diverse (enunciate anche nei titoli di alcune sezioni), talvolta emergono perfino veri e propri “contrasti”, per dirla con il nome di un genere poetico.
Che, tuttavia, il movimento, o meglio, l’andatura, non abbia il suo esito in una dilaniante lacerazione, ma che essa, l’andatura, sia una, e una sola, pur nella drammaticità del confronto e nel confronto permanente con il dilemma, è chiaro proprio dalla citazione da Heidegger: «Weg und Waage/ Steg und Sage/ finden sich in einem Gang» (nella mia resa: “Via e bilico/ pontile ed epopea/ si trovano in una sola andatura”; Soldini propone la sua traduzione che testimonia una consuetudine di lunga data con questo passo heideggeriano: «Il sentiero e il suo essere in bilico, il suo farsi pontile e la sua saga/ nel ritrovarsi su una stessa banda»).
Nella terza delle sette sezioni (Frontiera, Parola e voce, Tra nuvole e trottole, Dalla notte al giorno, Dentro l’età e le stagioni, L’azzurrità, Lo spolverio delle meccaniche terrestri) che compongono la raccolta c’è un testo che enuncia, così mi sembra di leggere, il carattere unico della “andatura” e che porta proprio il titolo Il passaggio non muta l’andatura.
Nell’andare e trasportare “Fehl und Frage”, errore e quesito (così prosegue il testo di Heidegger: «Geh und trage/ Fehl und Frage/ deinem einem Pfad entlang»), la sosta, la radura sono perni, cardini di occasioni “lungo il proprio sentiero, che è uno solo”, giammai negazioni dell’andare. Così infatti recita una strofa del componimento in questione:

eppure il passaggio non muta l’andatura
e la fermata è il dunque che brucia a dispetto
che stuzzica i malesseri della fioritura
nei viadotti dove scorre pensa e trema
e la radura è auspicio che si chiama indugio

Con alcune eccezioni, come per la poesia appena menzionata, divisa in strofe di cinque versi ciascuna, così come per il sonetto che apre la raccolta (Frontiera) e per i testi articolati in quartine, la maggior parte dei componimenti è in terzine di versi di varia lunghezza. Anche il numero delle terzine varia con l’avvicendarsi dei testi, ma ogni terzina offre l’occasione di inquadrare con precisione la tappa del cammino («il tuo sentiero, che è uno solo», scriveva Heidegger) di volta in volta presa in esame. Inquadrature precise che si sviluppano nell’arco della strofa, rendendo superflui, così, i segni di interpunzione, che, appunto, non vengono utilizzati da Soldini in questi testi. (altro…)

Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga

 

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga. Viaggi ad alta voce. Disegni di Stefano Mura, Fiorina Edizioni 2018

Ci sono libri – ho avuto modo di sperimentarlo più volte – che sanno attendere il momento in cui saranno letti, percorsi, esplorati perché possano dispiegare una rete di associazioni e richiami, e perché, soprattutto, possano far risuonare e risplendere tutta la loro bellezza-verità.
Questo è senz’altro il caso dei “viaggi ad alta voce” narrati, illustrati, fatti librare in La fanciulla tartaruga di Maria Grazia Insinga, un libro che fa confluire più registri, più vie di accesso verso un itinerario che non ho timore di definire “percorso di formazione”.
È un percorso di formazione che attinge a numerose fonti, scelte con sapienza tra ambiti di conoscenza – filosofia, poesia (sì, la poesia!), pedagogia, psicologia – e tipologie testuali – la favola, la fiaba, il libro illustrato, il romanzo di avventure, il poemetto.
Proprio da un poema, Le cimetière marin di Paul Valéry, è tratta la strofa che è posta come esergo al libro:

Zénon ! Cruel Zénon ! Zénon d’Êlée!
M’as-tu percé de cette flèche ailée
Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!
Le son m’enfante et la flèche me tue!
Ah! le soleil… Quelle ombre de tortue
Pour l’âme, Achille immobile à grands pas!

Il viaggio inizia, in un’alternanza tra visioni oniriche, fluire di immagini mai interrotte da segni di interpunzione, entrata in scena dei personaggi – in particolare lu, la fanciulla, kurma, la tartaruga e erwin, il gatto –, traiettorie e permanenze in città visibili e invisibili, soggiorni e rimbalzi (ma confesso di aver pensato in prima battuta alla parola francese “rebondissements”): (altro…)

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago itaca 2019

L’ideale conversazione che conduco da diversi anni a questa parte con la scrittura di Pasquale Vitagliano – poetica, narrativa, saggistica – riguarda non solo gli esiti, bensì anche il farsi della scrittura, il suo continuo divenire. Mi sembra di poter affermare che, con piglio sempre molto consapevole sia circa le intenzioni comunicative sia circa le aree di osservazione di volta in volta messe a fuoco, sia, ancora, circa gli strumenti per la restituzione a chi legge, la scrittura di Pasquale Vitagliano si sia cimentata con questioni che vale la pena definire con aggettivi che giungono a noi dalla storia e dalla letteratura: “questione privata”, “questione meridionale”, “questione politica”, “questione etica”.
Con Del fare spietato la questione si estende, con un obiettivo che insieme si allarga e si definisce. Sì, perché la questione affrontata da Pasquale Vitagliano nella sua più recente raccolta di versi è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo. Non si torna indietro, l’avaria individuata è pervasiva, l’allarme suona da tempo, nell’ignoranza responsabile e irresponsabile e nel colpevole insabbiamento. Il mondo è avariato: penso proprio a Störfall, tradotto con il titolo di Guasto, il racconto di Christa Wolf scritto a un anno dall’incidente di Cernobyl.
Il componimento iniziale dispiega proprio questo passaggio, con un’apertura che richiama un’altra famosa formula giuridica latina, Noli me tangere, con la differenza fondamentale che qui, invece dell’affermazione di un diritto civile fondamentale, si fa riferimento, piuttosto, a una situazione di rischio, di emergenza, di sospensione di prossimità: «Non mi toccare/ Sono rimasto sulle scale/ Salgo senza trovare più/ Le chiavi per tornare da dove sono venuto.» Sempre in questo componimento, è individuata una delle cause più dilanianti del mancato porre riparo al guasto profondo, ed è una causa definita oscena, indegna di essere rappresentata e parente di quel Vilipendio di cui scriveva Lucini nella raccolta che portava quel titolo: «Nostra oscena incapacità di camminare insieme.»
A Gianmario Lucini e, insieme a lui, all’interlocutore umano ‘universale’ sembrano rivolgersi le sette terzine che principiano con «Dove sei dove ti trovi in questo momento/ Io sono qui pensavo di essere finito/ E invece sono al sicuro e tu dove sei.// Dove sei adesso vedo in video i morti». Lo scenario è quello del giorno dopo l’Apocalisse; siamo sopravvissuti e incapaci di riconoscere l’altro da noi in questa ripetizione seriale del post-disastro.
Le allitterazioni accentuate non temono di farsi martellanti quando il j’accuse addita colpevoli e complici, ivi compresi i “social” maggiormente in voga nella manipolazione di comunicati e notizie: «Rutto erutto tremo vibro non cinguetto […] Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati».
Il distacco interno al logos tra lingua e idee è individuato con esattezza e con una resa spietatamente veritiera che, in più, ricorre all’uso ben calibrato delle rime interne: «Più idee che lingua/ Suole la lingua battere/ Duole l’idea cattiva/ È un’afta che rende orbi/ E invece non c’è lingua/ Senza un’idea che soffra». La privazione e la deprivazione linguistica è una spia della perdita integrale, del lutto, della solitudine, dell’abbandono, dell’essere esposti come gli infanti alla ruota di un tempo, della condizione permanente di orfani: «Siamo rimasti soli/ Privati di ogni lessico/ Sformati e senza canti/ Orfani randagi esposti». (altro…)

Emilia Barbato, Nature reversibili. Nota di Giorgio Galli

 

Emilia Barbato, Nature reversibili, LietoColle 2019

È una pace malinconica la sera,
la luna nuova si allunga
sul colonnato con passo d’uomo
e rami nudi, pensi alle dita nodose
di un Dio padre posto al centro
del portico e a figure grottesche
guardando l’ombra dei palmizi, è
un edificio religioso questo corpo.

Una rapsodia di canti d’amore. A Emilia Barbato la forma poematica dev’essere congeniale, se sia il precedente Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), sia questo Nature reversibili (LietoColle, 2019, con prefazione di Maurizio Cucchi) sono raccolte di poesia brevi e cucite insieme da un filo conduttore intenso – l’analogia tra il cancro della madre e lo scempio della Terra dei Fuochi nel Rigo, le misteriose armonie dell’amore in questo. L’amore di Emilia Barbato è solenne come una fede ed è affidato a un canto misurato, trattenuto, interiorizzato. È un amore assoluto, ma tenue nell’enunciarsi, radicato, che si sdipana da una voce lieve come una farfalla eppure ferma, una voce dal timbro pacato ma eroico nella volontà di costruire e di resistere nell’amore a dispetto di ogni difficoltà od epifania del male. Si intravedono lotte e spigoli in questo poema, ma visti dalla prospettiva della quiete. La poesia è pensata, posata, depositata, scarnificata, e solo dopo lasciata andare.
Si coglie, come nel Rigo, un sentimento religioso che però si fa qui meno drammatico, meno desolato. È lo stesso sentimento, ma preso dal suo lato più lucente. Ed è un sentimento poetico prima che confessionale. Mi spiego. Credo che il poeta, per trovare il suo famoso oceano in un bicchiere, debba avere per forza di cose una visione miracolistica, sacrale, non laica della vita. E non c’entra nulla la religione rivelata che professa o il suo eventuale ateismo o agnosticismo: c’entra l’approccio all’esistente, che appare carico di senso; e c’entra la tragedia – umana e cosmica – dello scoprire che quel senso alla prova dei fatti non si dà. In altre parole, la condizione del poeta  è una condizione tragica che si alimenta sia di uno stupore e di una pietà creaturali, sia del tentativo di riempire con la propria parola il vuoto determinato dal “silenzio di Dio”. In questo consiste la religiosità innata dell’atto poetico.
La poesia è un linguaggio vicino ai linguaggi originari, vicino al canto, alla danza, alla preghiera. Il canto, la preghiera e il verso hanno molto in comune. La loro ritualità, il loro crearsi un alfabeto e un orizzonte diverso da quelli consueti. Anche i gesti nella danza hanno un carattere rituale e attingono a un repertorio che rompe l’orizzonte di senso consueto del “linguaggio del corpo”. Nella grecità, come sappiamo, alla poesia erano assegnate addirittura delle varianti linguistiche precise dei dialetti ellenici, a seconda di che tipo di poesia fosse. E i principali teologi dell’antica Grecia erano Omero ed Esiodo -constatazione sconcertante per la modernità, eppure vera. (altro…)