recensioni

La Passione secondo Paolo Zardi

 

“E tu cosa vuoi fare, pensi di partire?”
“Cosa dovrei fare, dirgli di no?” Glielo chiese con una faccia rassegnata, quella di uno che ha perso in partenza.

Una storia apparentemente semplice si racchiude in questo nuovo romanzo di Paolo Zardi. Giovanni, padre lontano e poco presente, richiama a sé con urgenza i due figli Matteo e Giulia, nati da donne diverse e con vite completamente diverse. La storia di un viaggio  le cui tappe sono inesorabilmente le memorie, i rimorsi, i sospesi e i rancori. Come nel suo precedente XXI Secolo, Zardi ci traccia le linee di una storia che non solo è un pretesto per riflettere attorno a problematiche attuali, ma che si sviluppa e trova un suo senso quando passato, presente e futuro dei protagonisti cominciano a interloquire e a trovare una loro logica che col passare degli anni si era via via sfilacciata fino a trasformare ogni ricordo nella base per un pregiudizio. Matteo è il protagonista con un suo presente che potremmo dire “sicuro”: una carriera maturata attraverso logiche di branco e di prevaricazione, un cattolicesimo rassicurante ereditato da una madre che lo ha cresciuto nella quiete oratoriale di un paese della provincia veneta, una moglie e due figli in vacanza sulla costiera romagnola.

La preparazione alla prima Comunione era durata sei mesi e si era conclusa con una festa sul grande prato dietro la chiesa; la cresima a undici anni gli sembrò – come scrisse poi in un tema che fu premiato con un dieci – una cerimonia piena di meraviglioso mistero. Era attorno a questi eventi che ruotavano la sua vita, quella di sua madre e quella dei suoi coetanei. In Sicilia invece, a caa di quella sorella della quale non sapeva nulla, si parlava di libri, di teatro e di politica.

Tutto in regola quindi, ma fin dal principio è palese il suo essere sempre su una soglia e Paolo Zardi è abilissimo in questo: paesaggi, dialoghi, memorie, tutto lascia pensare a qualcosa di indefinito, in mutamento, mai strutturato in un suo essere “presente”. La figura di Matteo si muove, pensa, comunica proprio nella sua indefinitezza e per tutto il romanzo appare come un ragazzino, in costante balia delle contraddizioni tra ciò che si deve e ciò che si desidera, fermo a eventi più grandi di lui e ben lontano da quel Matteo serio padre di famiglia e responsabile lavoratore, le due presunte sicurezze che si sgretoleranno via via nel riconoscere e accettare un percorso fatto in apnea, mai come protagonista ma come vittima collaterale di eventi e soprattutto delle altrui pulsioni. Comparsa in storie di altri, figlio di un incontro sporadico tra la madre con cui ha vissuto e un padre che ha incontrato solo anni dopo. Matteo conoscerà la sua sorellastra, Giulia, anch’essa figlia sporadica, ma con un legame più forte col padre e sicuramente meno rancoroso. Fratello e sorella adesso si ritrovano per affrontare assieme un viaggio verso l’Ucraina, ultima meta del padre; un viaggio che per tutti e due sarà l’ultima fondamentale occasione per rimettere in pace il loro passato con un presente irreale, fasullo e ricominciare da quella soglia da cui non sembrano mai essersi mossi e tornare a essere protagonisti e non semplici interpreti come in quelli che sembrano essere i ricordi più indelebili della loro infanzia: Matteo ricordato dal padre nella sua interpretazione della Passione secondo Matteo e Giulia presentatasi a Matteo in una sua performance teatrale nel giardino di casa. E poi c’è Bach e il suo capolavoro che non è solo colonna sonora o un pretesto, ma è parte strutturante del romanzo e che ritroviamo nel procedere, nello scambio dei dialoghi, nel comparire di personaggi che a modo loro hanno un ruolo in questa Passione che non è che l’inevitabile e improcrastinabile bisogno di riconoscersi per accettarsi e amarsi nonostante tutto.

E tu invece, hai scelto la responsabilità, giusto?”. lo disse con una mossa di sarcasmo. “Cosa stai insegnando ai tuoi figli? Il Catechismo e poi? Qual è la soluzione che proponi? Convincerli che è giusto obbedire a Dio e alla Patria? O ti basta che obbediscano a te?…

©Iacopo Ninni

Paolo Zardi, La Passione secondo Matteo, Neo. edizioni, 2017; € 15,00

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017, € 11,50

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Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

Ho letto qualche mese fa, per la prima volta, le poesie di questa raccolta; ne pubblicammo allora tre in anteprima e da allora, ad ogni rilettura, fino all’ultima, avvenuta con il libro tra le mani, ho sempre pensato a una parola: anima. Probabilmente si tratta di una delle parole più usate, addirittura abusate, in poesia; ma a me non è venuto in mente l’uso, a me è venuto in mente, mi è caduto addosso il significato dell’anima, il senso di ciò che sta dentro e che ha ragione su tutto, che comunica e tiene insieme i pezzi; l’anima che è il collante ed è la memoria, l’anima come ago e filo, come qualcosa che non si può toccare e poi di estremamente solido. L’anima come l’unità di misura di tempo e spazio. L’anima cerniera e dispersione. L’anima a contatto con la terra e col fango, l’anima che guarda da fuori, che guarda meglio, che registra e che sa lasciar andare. L’anima e il corpo sono una cosa sola, sono interscambiabili e sono per Liberale il più grande strumento di comunicazione, anzi di trasmissione; e ogni emozione è un dato, e ogni ricordo è una cifra, e ogni dolore è un passaggio, e ogni cicatrice è poi cura, e ogni cura tiene conto del rimpianto e del pianto. Questa raccolta è fatta di terra e acqua, c’entrano quindi gli elementi naturali e ore di profonde riflessioni e meditazioni; è fatta di scelte calibrate su ogni singola parola, su ogni verso e sulla sua tenuta; se il verso tiene, allora tiene tutto, tiene anche la storia che Laura Liberale va a raccontare.

Viene con la statura di un cipresso
presidia il buio, lo stento della lingua.

Non ti voltare finché le parole
non siano assolute come ossa.

La disponibilità della carne è una sorta di confine tra l’accoglienza dell’altro e la volontà di disporne, di decidere per lui; l’equilibrio è quanto mai precario ed è un filo lungo il quale ci muoviamo tutti, mai allo stesso tempo, ma di certo prima o poi, perché il nostro essere umani e fallibili ci sposta continuamente tra la generosità e il controllo, e entrambe le cose le chiamiamo affetto, le chiamiamo amore. Laura Liberale si offre al lettore attraverso i suoi testi ma è pronta ad accogliere, così come ha accolto la perdita, che sono i lutti, che sono le rinunce; così come ha accolto la nascita. Mi viene da pensare che la perdita di un affetto non lo sia mai del tutto, così come la nascita di un figlio (ma potrebbe essere anche un nuovo amore) non certifica un aumento di volume affettivo, non giustifica la nostra volontà a disporne. È un libro, questo, che invita alla riflessione mentre consiglia l’abbandono, non si possono leggere le poesie di Laura Liberale senza aver lasciato indietro un po’ di zavorra, bisogna entrare in questo libro con gli occhi aperti e un po’ di coraggio, e poi bisogna ritornarci, fare avanti e indietro, perché di un libro di poesie è bene seguire l’ordine ma è anche auspicabile poi scomporre quell’ordine; vorrà dire che avremo trovato il nostro, a quel punto il senso del poeta starà in ciò che ha scritto ma anche nel senso proprio e intimo che ogni lettore avrà trovato.

Radunati sotto il trono di gloria
compitano le parole dell’angelo.
È appresa la risacca dell’umano
indolore il suo battere di maglio.

Si fanno chiari i volti delle madri.

La scorsa settimana ho scritto di un bel romanzo: Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino, in quel libro i protagonisti affidano le loro parole all’acqua del fiume, parlano a sé stessi per raggiungere l’altro; le parole di Laura Liberale nell’acqua di un fiume nascono e quel fiume è fatto di molte cose, e di altre cose che (come sappiamo dalle elementari) accumula per strada, a valle arrivano le poesie e ci restano e ci trovano, non so se ci portino da qualche parte o se ci aiutino a rimanere, so che qualcosa fanno e quel qualcosa non è affatto poco, non è mai poco. Ogni tanto sembra che basti.

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Gianni Montieri

 

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Matteo Meschiari, Artico nero

Matteo Meschiari, Artico nero, Exorma 2016, € 14,50

di Martina Mantovan

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Artico nero di Matteo Meschiari è un diorama letterario che propone una panoramica minuziosa e accurata del declino di un modello scientifico in dissoluzione. Attraverso sette racconti in cui il dato scientifico e la finzione si compenetrano, Meschiari offre una mappatura etnografica di popoli e storie custodite, e al contempo erose, dai ghiacci.
Il lettore si trova quindi di fronte a un Artico traslucido da cui emergono scorie e fantasmi: una geografia metafisica in cui si specchiano le sedimentazioni di un sistema culturale millenario a cui tocca fare i conti con una costruzione fittizia della verità postcoloniale, soggetta, ormai, a un incipiente disgelo. Strati e strati di narrazioni viziate da prospettive di razzismo e supremazia culturale hanno fatto sì che si venisse a creare un’idea funzionale alle logiche di potere e di interesse economico nate nella corsa all’ultimo baluardo del mondo emerso. Affiora a poco a poco tutto il potere distruttivo del discorso etnocentrico e la violenta retorica del buon selvaggio, perpetrati da secoli in queste terre dalle albe tragiche.

Lutto, spettralità, e quell’attimo di sospensione onirica di chi sta per morire, tra attesa angosciata e fine insostenibile, gonfiano il nostro immaginario come il metano dell’Artico. Per questo l’Artico, quello nero, quello morente, ci raggiunge da così lontano per farci da specchio, per collaborare da molto vicino, e al di là di ogni esotismo, al nostro adesso-qui.

Quella di Meschiari è un’indagine antropologica pregna di tensione letteraria, un’analisi etnologica che racchiude in sé la radice profonda della ricerca, che fa ritorno alle origini; l’osservazione scientifica che aderisce all’esigenza primaria dell’uomo: raccontare. Le storie di Artico nero creano un solco all’interno di cui confluisce ricerca etnografica ed espediente letterario: l’antropofiction che nasce da tale connubio è una narrazione tesa alla costruzione di microstorie scevre dalla superbia esotista di tanto immaginario occidentale. Meschiari muove dai resti, dai frammenti culturali sepolti di popolazioni apparentemente remote per colpire il nucleo brutale dell’etnocentrismo imperante: pone il focus sulle storie rimosse e insabbiate da politiche coloniali spietate, smantellando teorie evoluzioniste infarcite di razzismo e proponendo una chiave interpretativa delle realtà circumpolari che aggira l’ambizione veritativa e si àncora piuttosto alle ragioni inclusive e plurali della finzione.

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Simonetta Sambiase, L’ingombro

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Simonetta Sambiase, L’ingombro, Le voci della luna 2016

È avvolta in «abiti fagotti» l’anima che percorre, cantando di sé e dell’universo circostante, L’ingombro, la raccolta di Simonetta Sambiase vincitrice del Premio Internazionale “Renato Giorgi” nel 2016, e in quello stesso anno pubblicata da “Le voci della luna”. Pur edotta – indubbiamente – su dicerie di salvezza e dispositivi di sopravvivenza, non abbocca a illusioni fatue, ma “passa avanti e canta”. Mi preme innanzitutto sottolineare questi due verbi, passare avanti e cantare, che prendo in prestito dalla poesia Scrivendo di Marie Luise Kaschnitz, perché il grande impatto esercitato da L’ingombro su chi legge scaturisce a mio avviso da un verso dal suo procedere a ritmo serrato e, nel contempo, sensibile a ogni variazione di oggetti, contesti e fogge, dall’altro dalla bellezza del dettato poetico, incurante di qualsiasi canone, ma invigorito da una forza fondante tale da creare un canone nuovo e dotato di piena autonomia.
Sorprende, come fa notare Maria Luisa Vezzali nel saggio introduttivo, la compattezza della raccolta. Colpisce la naturalezza del suo snodarsi in tre movimenti, che corrispondono ai titoli delle sezioni che la compongono: Fuori, Altrove e Dentro, ma dentro assaje. Cinque anni fa, scrivendo di Coniugazione singolare di Simonetta Sambiase, ne sottolineai il carattere di singolare originalità, carattere che emerge, con accenti ulteriormente sviluppati, anche in questa raccolta. L’aggettivo “singolare” è da intendersi qui in varie accezioni, ivi compresa quella della presa d’atto di una condizione di solitudine rispetto a quella che potremmo chiamare ‘l’onda comoda dei consenzienti’ e di attenzione, d’altro canto, a tutto ciò e a tutti coloro che sono considerati «ingombro». Se di sé l’io lirico scriveva allora, novello Desdichado (Nerval), «Mi chiamo Perturbata», adesso fa un ulteriore passo avanti: «meglio stare al difuori e zitta e mosca». Zitta, sì, ma scrivente. E la sua scrittura – in questa raccolta dedicata a colei che viene letta e indicata come maestra, Jolanda Insana – lascia un segno profondo. (altro…)

Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie

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Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie, Einaudi, 2017; € 10,00, ebook € 6,99

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la conoscenza dell’animo umano ha una deriva
che porta un continente a scontrarsi con la volta delle stelle.

È questo un libro che viene da molto lontano, ed è una cosa che si avverte ancor prima di venirne a conoscenza; e non parlo del tempo naturale di gestazione di un libro serio di poesia, che solitamente richiede qualche anno, parlo invece del tempo tutto quanto. Un tempo che è foderato di memoria, brandello di stoffa dopo brandello, un tempo che va fino alle nostre origini e fa ritorno, un tempo che viene dai nostri spazi più profondi e nascosti, dagli interni, appunto, quelli che nessuno vede, che nessuno sa, che spesso nemmeno noi sappiamo. Andrea De Alberti (giunto al suo quarto libro) conferma l’originalità che ho sempre trovato nei suoi testi, senza che questa ceda mai all’eccesso, alla “stranezza” fine a se stessa. De Alberti, sul tavolo da biliardo, gioca di sponda solo se è necessario; se la strada per andare in buca è spianata, De Alberti segue quella traiettoria, perché sa che non avrebbe senso allungare il percorso, per concedersi un vezzo, per un piccolo spettacolo fine a se stesso.

Imperfetto è ciò che si è trovato,
l’opera incompleta è trasformata in desiderio
e ha una propria e viva collazione,
essere utile nelle ossa ai nostri simili,
salvaguardare ciò che ci rimane per restare
in una spazio che si fonda su se stesso
e sotto ha un qualcosa che sprofonda.

L’interno della specie è una sorta di dominio privato, una casa a più trame, i cui muri sono tenuti insieme da cicatrici e da fili tesi ed elastici che guardano al futuro. La casa di De Alberti ha fondamenta fatte di memoria, dolori, mancanze, certezze, conoscenze. Ha fondamenta che parlano continuamente con la storia. E poi è piena di finestre alte e spalancate, di libri e fotografie, di giocattoli per bambini, di disegni. La casa del poeta è fatta di passato e di futuro. Ed è una casa bellissima. Se quello che il libro comunica è una chiarissima algebra sentimentale non lo si deve all’ovvietà dei testi, che invece sono costruiti benissimo, in un’alternanza di immagini e parole pesate con estrema cura. Ci sono paure messe da parte davanti a una camomilla divisa, e una speranza che salta davanti agli occhi dopo un ricordo. C’è la scienza, c’è una storia bellissima che viene dai fossili, sì quelli che ci insegnavano alle elementari. Ci sono i gorilla e gli elefanti, che sono gli animali da zoo, da documentario, da fiaba; e sono anche gli animali che più ci somigliano. La scimmia sta lì e ci ricorda ciò che non siamo, ciò che avremmo potuto essere, ciò che non siamo riusciti a diventare. La scimmia e il gorilla mi chiedo se non siano una sorta di specchio dentro il quale rifletterci e nel quale trovare il lato oscuro, il tempo sprecato, la nostra origine.

Qualcosa ci sostiene.

È un libro sul vuoto, su quello che poteva essere e non è stato, e su quello che per fortuna è stato. Poesie che raccontano un equilibrio precario, sul quale in ogni modo e in ogni caso ci si regge. De Alberti ci regala un sostegno a cui tenersi, l’apposito sostegno dei tram, mentre sta cercando il suo. E trovare ciò che ci possa sostenere è un lavoro che va fatto giorno per giorno, e non è facile e non è possibile fare un lavoro diverso.

Le poesie di De Alberti ci avvolgono piano piano, parola dopo parola, si capisce che vengono costruite a con lentezza, senza fretta e senza fretta ci vengono a prendere; come quando suona il telefono e dall’altra parte c’è la voce che non riconosci ma che volevi sentire da un sacco di tempo. La telefonata che non ti aspettavi più. E poi c’è anche dell’ironia in questo sguardo, c’è la voglia di non prendersi troppo sul serio senza essere superficiali, senza esserlo mai. Mi pare che questo sia un libro al quale si possa ritornare spesso, aprendolo anche a caso, quando si può fare questo ci troviamo di fronte a un libro di poesia riuscito, molto riuscito.

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© Gianni Montieri

Maria Lenti, Ai piedi del faro

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Maria Lenti, Ai piedi del faro. Poesie, La Vita Felice, 2016

Chi legge Ai piedi del faro, la più recente raccolta di Maria Lenti, vede innanzitutto confermato il titolo, vale a dire la prospettiva dal basso scelta – ai piedi del faro, appunto – e tuttavia illuminata da un’ampia fonte di luce. Con i piedi ben piantati sulla terra, lo sguardo si volge al passato, al presente e al «futuro radiosato» e, allo stesso tempo, la mano scrive partiture per «sinfoniette» e ballate, senza disdegnare, bensì, al contrario, conferendo loro dignità, filastrocche e cantilene che ravvivano il loro passo guardando in volto, pensose, ridenti, malinconiche, indignate, sempre coraggiose, anche la crudezza della realtà. La poesia ironica dà la mano, in una ronde trascinante e serissima, alla poesia giocosa, il campo della fiera – campo di calcio – e la sua erba calpestata si alterna al valzer dei fiori. Le età della vita guardano, sagge nell’accettazione non supina, alle illusioni mendaci. Impegno politico, vocazione pedagogica e sorriso aperto diventano parola poetica, che intreccia idiomi e fa volare alto l’etimologia. La poesia amata delle radici si mescola agli austeri inventari, che si trasformano a loro volta in divertissement dai significati molteplici. Maria Lenti conduce il lettore in aree geografiche molto distanti tra di loro, attraversa e fa attraversare molti spazi del pensiero e dell’azione, provocando incontri inaspettati. (altro…)

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

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Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017; € 13,00, ebook € 7,99

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.

Il sottotitolo di questo libro è “Poesie d’amore e di terra”, ed è corretto, sono d’accordo, ma aggiungerei per questa nuova e bella raccolta di Franco Arminio anche: “Poesie di vento”; vi spiego perché. Durante tutta la lettura di questi testi, io un vento l’ho proprio sentito, anzi ne ho sentiti diversi. Qualcosa mi ha accompagnato tra le poesie. A volte è stato il vento forte che spesso spira in Irpinia, in Basilicata, quel vento di terra e di montagna; un vento freddo, naturalmente, un vento avvolgente. Un vento che costringe a mettersi al riparo, ad entrare in una casa, in un bar. Un vento che è bene non affrontare da soli. Voltavo pagina e a un tratto il vento si calmava, ma non smetteva; diventava un vento strano, un soffio lontano come una carezza, come un tepore, ti veniva voglia di toglierti il cappello, di aprirti la sciarpa sul collo, ma non facevi in tempo perché due pagine più avanti il vento freddo tornava e spazzava la neve, e ti faceva lacrimare gli occhi, ripiegare su te stesso. Era il vento di Arminio che stordiva e commuoveva, che ti faceva venire voglia di abbracciare qualcuno e subito dopo di gridare. Era un vento che ti diceva di amare e di resistere. Era un vento buono, in alcune poesie somigliava a quello del mare.

Basterebbe già questo a giustificare la lettura del libro, perché se le parole sono capaci di farvi sentire il soffio del vento, il rumore della neve spazzata, il singhiozzo del pianto, allora hanno già fatto moltissimo, ma vi racconterò qualcosa ancora, perché sulle belle poesie è bene perdersi un po’ di più.

Da dove arrivano le poesie? Da dove arrivano queste di Cedi la strada agli alberi. Nella breve nota che apre il libro, Arminio scrive che vengono da un pavimento, da notti insonni, dal 1976, anno in cui venne la prima, da una 127 e che poi vengono da tanti sacchi della spazzatura riempiti con i testi scartati, e poi dal lavoro al computer, da testi che hanno mille versioni, ma poi alla fine arriva quella giusta, quando è il suo tempo. A me pare che, poi, queste poesie arrivino da passeggiate, da mani che toccano gli alberi e le pietre, da mani che toccano altre mani. Sono poesie che vengono da sguardi profondi, mi fanno pensare a tavoli di legno e a candele accese accanto alle finestre. Versi che vengono dai terremoti e dal tempo successivo ai crolli, versi che sanno di ricostruzione; mi viene da pensare ai nonni e al calcestruzzo, a una radice, a una castagna, a un bambino che corre tra vecchie case, al cemento e alla pioggia. Sono versi che mi fanno pensare al lavoro e al calore umano. Sono versi che hanno il sapore della sopravvivenza.

Arminio scrive in maniera chiara, ogni parola sta dove deve stare, ma si capisce che si mette al proprio posto dopo un lungo lavoro. Le parole sono come gli operai che tornano dal lavoro e che si siedono dopo aver fatto la doccia, dopo aver fatto “giornata”. Arminio prepara la sedia per le parole dopo aver lavorato con loro.

Il libro contiene testi di molti anni, ma non è un’antologia, è un libro che segna un tempo, il tempo del poeta. Si va dal paesaggio agli affetti familiari, dall’amore alla perdita; e ogni tanto si avverte il dolore, e ogni tanto si avverte la mancanza. La morte è un tema, come lo è l’assenza, ma la morte qui non pare mai soltanto la fine, è l’ultima di una serie di cose. La morte – e per Arminio è da sempre così – non fa mai terminare il dialogo, né pone fine all’amore. Possiamo parlare con i morti, o con chi è andato via. Se tutto finisce molto rimane e ogni tanto addolora, e ogni tanto conforta. Cedi la strada agli alberi è un libro d’amore e memoria, è un libro che ha un peso specifico e che ci fa sentire meno soli. Nell’ultima parte del libro troviamo dei piccoli brani in prosa, sono riflessioni su “la poesia al tempo della rete”, un tema molto caro ad Arminio, con pagine molto interessanti e acute.

I libri poi finiscono, ma molto tempo dopo aver letto l’ultima poesia si sente ancora il rumore del vento.

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© Gianni Montieri

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per leggere alcune poesie tratte dal libro cliccate qui: CediLaStradaAgliAlberi

Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto

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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto, minimum fax, 2017; € 14,00, ebook € 7,99

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Mi metto i palmi delle mani sulle stanghette degli occhiali, il treno parte e inizia una ripidissima e lenta salita. Urlano tutti. Nel dubbio, urlo anch’io.

Lo racconto come fosse un viaggio. Lo racconto come un dentro e un fuori. Lo racconto come da una porta d’entrata a un’altra porta d’entrata. Lo racconto come se sempre ci trovassimo di fronte a una doppia uscita. Lo racconto come su una giostra ma anche da dietro a una giostra. Lo racconto come da sotto la pioggia, come da dentro un auto, come una coda alla cassa, come una comunità, come una solitudine. Lo racconto come una ricerca e come una perdita, come una nostalgia, come una vacanza. Come fosse una vicinanza. Lo racconto per l’importanza delle parole. Lo racconto come la capacità di Carbé di passare dal sorriso alla commozione, lo racconto come fa lei: come se fosse una finestra aperta, come se ci entrasse il sole, come se scappasse rotolando fuori qualcosa che non tornerà. Lo racconto così, a passo svelto per non perdere il ritmo, per ritrovarne il tempo. Lo racconto come fossi su un treno, perché spesso è di questo che si tratta. Lo racconto come se stessi entrando a Gardaland con mia sorella, la prima volta stamattina.

Ho cominciato a leggere L’ultimo viaggio che ho fatto in treno, facendo la mia solita tratta che va da Venezia a Milano; facendo – se vogliamo – l’unico viaggio che tutti dovrebbero fare durante la lettura di questo libro, o almeno subito prima, o almeno un attimo dopo. Siccome ho fatto su e giù tra le pagine, davvero come se fosse un’attrazione di Gardaland ed ho molto sottolineato, mi sono ritrovato sul Ponte della Libertà, già sopra la Laguna, prima di finirlo. Ed è stato un bene, col senno di poi, avanzare una quarantina di pagine per il ritorno, per l’ennesimo mio lunedì mattina. Ho finito poco dopo Peschiera del Garda, perché è lì che questa storia andava finita e capita. Carbé ha scritto un saggio, un racconto, una riflessione sui tempi, sui costumi e ha scritto un romanzo; non-fiction, si potrebbe dire, ma sarebbe restrittivo, forse la parola giusta è proprio “viaggio”. Per quel che ne so, Carbé, scrivendo del non luogo per eccellenza che è Gardaland, raccontando dell’Autogrill di Roncobilaccio, e delle stazioni, e dei treni, e di tutto quanto il disorientamento che ci si porta addosso, ha aperto dei varchi dentro la mia memoria e mi ha fatto riflettere.

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Predrag Matvejević , Breviario Mediterraneo

breviario

Predrag Matvejević , Breviario Mediterraneo, trad. di S. Ferrari, Garzanti 2004 (e successive edizioni); € 18,70, ebook € 9,99

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di Giulietta Iannone

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Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con sui preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

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© Giulietta Iannone

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)