recensione

Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

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Su “Piano Americano”

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini editore, 2017; € 14,90

 

C’è un momento (o c’è stato, o ci sarà) in cui non riusciremo più a distinguere la realtà dalla finzione, un momento in cui tutto sarà così perfettamente sovrapposto che il nostro occhio non riuscirà più a cogliere le differenze, non riuscirà più a percepire le sfumature e ci domanderemo: “È vero oppure no?”; ma non c’è risposta perché è sbagliata la domanda, perché una volta stabilito che non c’è differenza tra realtà e finzione nessuno dovrà chiedersi più alcunché. O varrà per tutti quello che scrisse Anna Maria Carpi in una poesia, cioè che il vero non le era mai interessato. Molto dipende dalla nostra capacità di percezione, ma tutto dipende dal modo in cui la realtà si manifesta. Se ogni elemento è sempre trattato all’origine, se la materia prima è modificata prima di manifestarsi, prima di compiere un percorso, ecco che la realtà è già racconto, ecco che il racconto non può essere altro che autofiction, ecco che l’autofiction non può essere altro che narrativa pura. Di un fatto ognuno avrà la sua versione, quindi il fatto in sé non esisterà più, esisteranno molte versioni dei fatti, ognuna sarà sostenuta da un gruppo e sarà verà e non esisterà allo stesso tempo e non significherà niente. Questo ragionamento è un punto di partenza se si vuole osservare, ancora prima di raccontare, Piano Americano, il nuovo romanzo di Antonio Paolacci.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

A un certo punto di questa storia Paolacci, che della storia è il narratore, uno dei protagonisti ed è anche l’assente, spiega una cosa fondamentale della scrittura e della letteratura, ovvero il punto di vista. È evidente che un bravo narratore deve averne uno ma deve essere in grado di attribuirne uno a ciascuno dei personaggi, che ad esempio dialogano in una scena, e che questo punto di vista sia visibile al lettore. Nel paragrafo iiniziale ho esposto il mio punto di vista su un dato argomento sia cruciale sia frivolo, ma allo stesso tempo ho esposto il punto di vista di Antonio Paolacci, quello da cui forse parte all’inizio di questo romanzo e quello, certamente, a cui arriva alla fine.

Il protagonista di Piano Americano ovvero lo scrittore Antonio Paolacci comincia il libro dichiarando che in una tiepida giornata di maggio, a poche settimane da quella in cui diventerà padre, decide di smettere di scrivere; e nel dettaglio di smettere di scrivere il romanzo che progetta da tempo, che guarda caso si chiama Piano Americano, romanzo che era stato pensato divertente, con una serie di personaggi ben delineati, come Gaetano, come un film amatoriale, come un noto politico italiano, come un killer dei servizi segreti surreale, come Hitler. Niente, abbandonato.

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Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

La fondazione di un linguaggio. Luca Bernardi: Medusa

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A volte mi domando cosa succederebbe se dovessi valutare un manoscritto inedito, qualcosa che non sia mai passato al vaglio di un gruppo o di una singola mente di fiducia e professionalità. Arrivata a pagina due di Medusa la risposta, in questo caso, è che avrei sussurrato un hallelujah.
Il suo autore è Luca Bernardi, classe novantuno, e l’anagrafe può solo farci considerare che siamo all’inizio di un percorso. Splendidamente scritto, costruito con una bravura quasi sfrontata ma mai fine a se stessa (e che non mostra mai la fune), Medusa è un gioiello per capacità di trovare effetti linguistici, nuove sponde di immagini. Con procedimenti simili a questo, del resto, sono sempre state create le metafore, e leggerne una pagina ci permette in qualche modo di entrare nella fucina di una lingua primigenia: (altro…)

Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)

Lo specchio, il doppio, le maschere – di Marco Righetti

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Lo specchio, il doppio, le maschere, saggio breve di Marco Righetti sul romanzo Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini.

Lo spunto iniziale del romanzo è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la sua eclatante gloria e la scintillante fama, e ciò che di intimo sentiva dentro di sé, nella sua interiorità autentica. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati. Non ultimo, ho pensato al contrasto tra il bianco e il nero, il buio e la luce, il bene e la malvagità che anche Leonardo, come ogni altro uomo, ospitava dentro di sé: il lato in ombra, i chiaroscuri e i contrasti più laceranti forzatamente nascosti per motivi di opportunità e per mantenere vivo il suo prestigio.
Ho pensato cosa avrebbe fatto Leonardo se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità, anche nell’ambito più delicato e significativo, l’amore.
L’accadimento favorevole è l’incontro casuale con un suo sosia, una persona identica a lui per l’aspetto fisico ma diversissima come carattere, inclinazioni, modo di vedere e di pensare.
L’incontro inatteso con il suo “doppio”, Manrico, un copista ottuso e acuto, ingenuo e profondo, gli dà la possibilità di progettare per sé la più complessa delle opere, la vita, un’esistenza diversa, autentica. Leonardo decide di affidare al sosia il ruolo del genio saggio, conscio, adatto al ruolo e al mondo, per poter fuggire da sé dedicandosi finalmente alla scoperta della vera follia, le passioni, il sesso, la sincerità, il bene e il male. Il percorso di trasformazione è ritmato dai quadri più significativi di Leonardo, lasciati volutamente incompiuti oppure abbandonati per eccesso di coinvolgimento, un dialogo mai concluso, un dubbio mai risolto.
L’affresco de La Battaglia di Anghiari, innanzitutto, dipinto a fianco del rivale, Michelangelo, e lasciato a metà nel momento in cui, anche grazie a Manrico, scopre il senso reale di quella celebrazione di un massacro che gli era stata commissionata dal partito al potere.
Ma soprattutto il gesto del sosia, un atto di passione, anche schiettamente sessuale, fornirà la soluzione, e insieme un ulteriore elemento di dubbio, al quadro più amato e odiato, La Gioconda. Dopo una serie di prove e avventure in cui, ancora una volta, la montagna più alta da scalare si rivela la verità, la fedeltà nei confronti delle proprie idee e convinzioni, Leonardo si avvicina al proprio doppio, per poi distaccarsene, e alla fine avvicinarsi ancora, sentendo una beffarda, dolorosa affinità. A Manrico Leonardo rivela i suoi ricordi più oscuri e tormentati, le violenze, le colpe, i peccati, i torti commessi e subiti, gli attimi in cui è stato vittima e carnefice. A fianco di ogni passo, ogni svolta del sentiero, c’è la lotta per la comprensione di ciò che davvero conta: la bellezza, la dignità umana, il mistero del tempo, della bontà, dell’amore. Lo scontro vitale più aspro è quello tra la complessità e la linearità, i dettagli e la prospettiva, gli incontri e le memorie essenziali: uomini e donne conosciuti per caso e traditi per una vita intera, o il ricordo della madre, fonte per lui di un conflitto mai risolto.
Alla fine tuttavia il nodo da sciogliere, il vero resoconto, è quello con se stesso e con il proprio alter ego: nell’istante in cui Manrico lo tradisce, facendolo accusare di un grave crimine, Leonardo acquisisce paradossalmente la forza e la chiarezza della visione d’insieme, e riesce finalmente a trovare la chiave che risolve il mistero, tramutandolo in un’immagine speculare che si riflette e si moltiplica generando nuove forme, nuova vita.” (altro…)

Una frase lunga un libro #60: Miroslav Košuta: La ragazza dal fiore pervinca

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Una frase lunga un libro #60:
Miroslav Košuta:
La ragazza dal fiore pervinca, Del Vecchio editore, 2015 (trad. it. di Tatjana Rojc); € 15,00

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Nell’introduzione a La ragazza dal fiore pervinca, Miroslav Košuta dice alcune cose molto interessanti sulla sua poetica senza quasi mai citare la propria poesia. Racconta di sé, della terra e del tempo in cui è nato, di come è cresciuto e di come poi ha vissuto. Sì, certo, ha scritto bellissime poesie, ma per lui si tratta di qualcosa che è capitato in mezzo a tutto quel sopravvivere prima e vivere poi.
Košuta è nato nel 1936, o meglio quello che per gli altri era il 1936, per lui era il quattordicesimo anno dell’Era Fascista, cosa che ha influenzato tutta la sua vita. Così come la sua esistenza e la sua scrittura sono state influenzate da Trieste, la sua città, quella che vedeva dal piccolo paese in cui è nato, e dal confine. La terra di frontiera, che  per il poeta sloveno ha sempre significato un punto di partenza. La frontiera e il confine sono luoghi da attraversare, superare. Se la frontiera è una porta, allora va attraversata, va conosciuta, va vista e vissuta da dentro e da fuori. Va attraversata in tutti i modi possibili, uno di questi è quello delle parole. La frontiera, dunque, è il punto dal quale la poesia parte, da quel momento quella di Košuta può arrivare ovunque. E fregarsene dell’assenza di vento. «Svolgo allora la vela logora di tempo,/ aspetto il vento di meridione, aspetto/ quello di levante,/ accarezzo l’albero morto./ E non c’è vento da settentrione/ e non c’è n’è di ponente.»

Il libro è diviso in sei sezioni, chiamate Cicli: Origini; La parola, il verso; Impegno; I luoghi; La ragazza dal fiore pervinca; Le madri. Cicli, non parti, non gruppi, non capitoli. Cicli, perché le cose vanno e vengono e ritornano, e questi grandi temi sono il Tema, rappresentano quello che per Košuta è il racconto e quindi tutta l’opera. Questo è un lungo viaggio fatto di bellissime poesie. Košuta non perde mai il ritmo, è sempre padrone del verso, scrive poesie che respirano e che ci fanno respirare. Se scrive del mare ne sentiamo l’odore, se scrive di una casa allora la abitiamo, se i versi dicono di una ragazza la vediamo passare. Quando scriverà delle madri ricorderemo le nostre e penseremo ad altre madri, appena più lontane. Madri che hanno il cuore a brandelli per aver protetto, nascosto, perduto i propri figli; come in questa terribile e meravigliosa poesia:

Le madri dei figli morti sono prigioniere
nella torre di un unico giorno,
ravviluppate in un labirinto, in celle
dove le grida rimbombano centuplicate.

Spostano mute le loro reliquie:
tolgono il figlio dalla croce.
È lui a chiamarle, lui a consolarle,
lui che si avvicina lieve.

E stanno a guardare alle finestre
fintanto che la luce le assorbe.
Per loro non servono cortei e funerali
né fiori né pietre tombali.

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, 2016, € 16,00. ebook € 9,99

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Abbiamo trascurato ogni memoria, anche quelle più recenti, così drammatiche e crudeli che parevano impossibili da rimuovere. Siamo riusciti a dimenticare la nostra guerra, l’irriducibilità dei nostri crimini, pensando, nonostante o forse grazie a questa ignoranza, di avere una risposta a ogni domanda. Seduti sul divano davanti al televisore, ci siamo illusi di avere capito dove nasce l’odio, di conoscere il motivo per cui viene stuprata una donna o ammazzato un vicino di casa, ci siamo illusi di possedere la giusta chiave d’interpretazione per ogni crimine, di guardare il mondo da un punto di vista superiore, di essere superiori per diritto di nascita. E adesso non sappiamo più dove ficcare la testa.

Siamo nati tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta. Nati da generazioni che avevano visto qualcosa, avevano visto morte e distruzione, avevano visto le cose rinascere, avevano creduto che le cose stessero rinascendo. Nati da generazioni che avevano creduto che quello che stava arrivando non era tutto, che si poteva cambiarlo, che si poteva fare politica, che si poteva lottare, che fosse giusto rivendicare i diritti, combattere per la libertà. La generazione precedente la nostra, gran parte di quella, era pronta, o credeva di esserlo, a sovvertire il sistema, il resto era pronta a passare ore in fabbrica e in ufficio per assicurarsi un futuro, per assicurarcelo. Siamo nati col culo al sicuro, lo abbiamo creduto e questa è una delle nostre condanne. Leggo Gli ultimi ragazzi del secolo consapevole di essere uno di questi, e, mentre le pagine scivolano sotto i miei occhi a una rapidità impressionante, penso a molte cose. Mentre Alessandro Bertante mi porta in due posti molto diversi, che sono un inizio e una fine, ma soprattutto un durante, la Milano degli anni ottanta, decennio che finisce davvero nel 1992, e la Sarajevo del 1996, quella della guerra appena finita, di una pace sancita pochi mesi prima, con nuovi confini che sono così fragili che basta una buona gomma per cancellarli e ricominciare, penso che tutto il futuro che pensavamo dovesse spettarci e che invece non si è presentato sia venuto a mancare per colpa nostra. Alessando Bertante scrive un romanzo autobiografico, molto coraggioso, duro, spiazzante e commovente. Credo che la maniera giusta di raccontare quegli anni sia quella di scriverne da dentro ed è questa la scelta che Bertante ha fatto.

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Jonathan Carroll, “Mele bianche”

J. Carroll, Mele bianche, Fazi 2015 - euro 16,50, e-book euro 6,99

J. Carroll, Mele bianche, Fazi 2015 – euro 16,50, e-book euro 6,99

Di un libro bisognerebbe avere la possibilità, a volte, di non leggere fascette o quarte di copertina. Di più: bisognerebbe avere la possibilità di non sapere a quale genere si dedica, principalmente, il suo autore.
Potrebbe essere il caso di Mele bianche di Jonathan Carroll (2002, in Italia di nuovo con Fazi 2015, traduzione di Lucia Olivieri). Le prime pagine vedono il passeggiare di un uomo, Vincent Ettrich, fino alla vetrina di un negozio di intimo per donne; dall’altro lato della vetrina una donna bella, bruna e sottile, che sistema la merce e all’improvviso risponde spontaneamente a un suo spontaneo saluto; i due vanno a cena e lui riflette, mentre le strappa gesti e sorrisi che denunciano attrazione, sulla riuscita del suo corteggiamento. La donna si chiama Coco. A questo punto possiamo pensare (e sono passate alcune pagine) che il libro potrà svilupparsi in una storia d’amore o in un velenoso dramma borghese.
Senonché Vincent è morto, e ben prima di pagina uno. Ma non l’ha tenuto nascosto a nessuno: lo scopriamo con lui, è proprio Coco a inchiodarlo a questa certezza (e probabilmente non per la prima volta) spingendolo a tastarsi il polso. Vincent è morto da mesi e continua a non ricordare né il momento né chi, e perché, l’abbia portato indietro. Scoprirlo è il compito del libro.
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