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Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti


Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti. Poesie. Con prefazione di Plinio Perilli, Edizioni Progetto Cultura, 2017

Come ho avuto modo di apprezzare leggendo, qualche anno fa, la raccolta La manutenzione dell’anima, i testi di Laura Pezzola dimostrano che la solidità del dettato poetico non deve essere necessariamente legata a toni roboanti. Un volume intenzionalmente tenuto basso si unisce anche nella sua più recente raccolta, L’inquilina dei piani alti, a robustezza di impianto e ad ampiezza di gesti con i quali l’io lirico, “l’inquilina dei piani alti”, appunto, si china, si tende, sosta e poi riprende il percorso, ma sempre, sempre, coglie – nella forma più riuscita con il verso breve – manifestazioni di varia natura e di varie nature. La pluralità delle sezioni (sette in tutto, nell’ordine: L’inquilina dei piani alti, Mondo bello, I viaggi pretendono partenze, Il tempo non cambia, Manuale del ricordare, Se le stelle muoiono, Così sia) testimonia di un lungo tempo di ascolto e di lettura, che hanno preceduto la scrittura, la accompagnano e la nutrono; testimonia, inoltre, di un’attenzione a quei poeti, come Michael Krüger in Poco prima del temporale (del quale viene proposto in esergo alla poesia Viaggi un passaggio da Discorso del viaggiatore nella traduzione di Anna Maria Carpi) che sanno catturare e fondere istantanea dalla natura e condizione esistenziale.
La poesia di Laura Pezzola sa trovare il raro equilibrio tra semplicità dell’enunciato e densità del significato. Sapiente questa poesia, ricca com’è di richiami espliciti e impliciti alle letture più disparate. Un esempio per tutti: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esplicita nel titolo il tributo a Raymond Carver, ma contiene, allo stesso tempo,  l’eco chiara di Lui e io da Le piccole virtù di Natalia Ginzburg.
Se magistrale è la resa di “nugoli e lantane”, vale a dire la condensazione in immagini-accoppiate di parole dalla presa fulminea e fulminante, come avviene per “il Sud” (in riferimento ai modelli, segnatamente per la Puglia catturata sia da tanti testi di Vittorio Bodini, sia da In Puglia di Ingeborg Bachmann), non meno efficace è lo snodarsi di una musica tutta originale e composta con tecnica sicura, sintassi impeccabile e una ‘ronde’ costruita sul concorrere ben progettato di figure retoriche.

© Anna Maria Curci

 

***

NEL MIO SCHERMO  

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo
stillato sulle foglie del suo cuore…
(L’autopsia – Odisseas Elitis)

Forse un giorno
guardando nel mio schermo
sarò sorpresa di trovare linfa
a scorrere le arterie dilatate
a diramarsi in fiori di ogni specie
che imbrigliano le orecchie e le narici
si fiuteranno tracce di violette
che spunteranno a ciuffi tra i capelli
e visciole vermiglie  a maturare
sui fili stesi delle sopracciglia
e mani lanceolate come foglie
e piedi rivestiti di trifoglio
a contenere  impronte fortunose.

Pensavo vi attecchissero alfabeti
sorgenti di rime cristalline
parole su prati di metafore
a respirare il vento degli alveoli
e nei pressi del cuore sbalordire
con storie millenarie di brughiera
e cavalieri di reami antichi
ad infilzare streghe di refusi.

Se provo adesso
a scorrere la penna
ne scaturisce
un  grumo filiforme
un bocciolo di rosa
senza spine
un filo d’erba

un seme.

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Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle

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Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2016,  16,00; trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante

*

Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? È come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

Molte volte nella vita mi è sembrato di stare dentro una poesia di Carver. Pensarlo e basta è bello, accontentarsi della sensazione, godersi il momento, che si tratti di un’alba più rosa o di un caffè, o di un dolore a sorpresa. Capire il perché vuol dire mettersi a scrivere, significa venire a patti con qualcosa che volevi fare da molto tempo. E oggi è quel momento, l’occasione arriva dalla ripubblicazione di Orientarsi con le stelle – tutte le poesie di Carver – da parte di minimum fax, nella collana Classics. Le poesie di Carver sono le cose che ti accadono, come se qualcuno le avesse immaginate per te e ti avesse scritto i testi. Non è la poesia che racconta della realtà, è la realtà che assomiglia alle poesie di Carver. È come se tu essere umano normale, tu persona, tu con le tue rogne, tu che vai e vieni con le tue piccolezze e le tue meraviglie ti leggessi con gli occhi filtrati dall’incanto, quel piccolo miracolo che creano questi testi. Anna Maria Carpi definisce le sue poesie come “mie piccole arroganti”, quelle di Carver le chiamerei “mie piccole rivelatrici”.

Eppure ho scritto sui racconti, del Carver narratore, ma mai delle poesie. Il Carver poeta è all’altezza del prosatore, le due cose sono complementari, anche se diverse. Vediamo come. Spesso si è semplificato, magari andando a prendere qualche pezzo di intervista dello scrittore americano, come quando affermava di scrivere poesie quando aveva poco tempo per i racconti perché doveva lavorare. Perché doveva sgobbare. Non ho mai concordato con la teoria, più o meno diffusa, secondo la quale le poesie di Carver siano preparatorie ai racconti; è vero, però,  che i temi si rincorrono e si ritrovano nei versi e nelle frasi. Se leggiamo, però, un brano di un racconto e i primi versi di qualunque poesia di Carver, vedremo subito una palese, importantissima, differenza: nelle poesie c’è sempre Carver nel testo, lui come uomo, lui e le sue esperienze; nei racconti fa il narratore. In entrambi i casi racconta la vita, l’umanità, le cose che si frantumano nelle nostre storie e quelle che le ricompongono. Sempre sa quando accelerare. Per molti lettori è superiore il Carver dei racconti, io non lo so. So che mi piace parecchio anche il Carver poeta.

“Era piuttosto la corrente spirituale da cui muoveva per scrivere i racconti”. Così scrive Tess Gallagher nell’introduzione al libro, invece che una cosa alla quale si dedicava tra un racconto e l’altro. Come se scrivere poesie fosse un passatempo. Le poesie di Carver sono luminose. Il poeta è consapevole e innocente. Lo sguardo è attento ma ingenuo, pronto a cogliere una novità. Pronto a guardare una cosa come se capitasse per la prima volta. Capace di mettere in relazione una fotografia del passato con uno stato d’animo attuale, di raccontare la morte attraverso gli occhi di un bambino che vi assiste senza riconoscerla. “Capace di amore, capace di morte”, direbbe Guccini.

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Poesie per l’estate #46: Raymond Carver, La rete

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foto da likesuccess.com

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

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The Net

Toward evening the wind changes. Boats
 still out on the bay
 head for shore. A man with one arm
 sits on the keel of a rotting-away
 vessel, working on a glimmering net.
 He raises his eyes. Pulls at something
 with his teeth, and bites hard.
 I go past without a word.
 Reduced in confusion
 by the variableness of this weather,
 the importunities of my heart. I keep
 going. When I turn back to look
 I’m far enough away
 to see that man caught in a net.
.
La rete
Verso sera cambia il vento. Le barche
 ancora fuori nella baia
 si dirigono a riva. Un uomo con un braccio solo
 siede sulla chiglia di una barca che va in malora
 e lavora su una rete baluginante.
 Alza lo sguardo. Tira qualcosa
 con i denti, poi morde forte.
 Gli passo accanto senza una parola.
 Ridotto un po’ in confusione
 dalla variabilità del tempo,
 e dalle importunità del mio cuore. Tiro
 dritto. Quando mi giro a guardare
 sono abbastanza lontano
 da vedere l’uomo preso nella rete.
(Trad. di Riccardo Duranti)

Raymond Carver a San Martino

raymond-carver from poetryfoundation.org

raymond-carver from poetryfoundation.org

Raymond Carver a San Martino

Scattare una fotografia da quassù
con i capelli di Tess nell’inquadratura
l’obliquo perpetuo dove crollano
le mura. Una chiave, un foglio, un incipit

con la parola mare e un altro di rinuncia
per commozione, per sottrazione, trovare,
intanto che accavalli le gambe sul muretto,
l’aggettivo unico, il tempo e la ragione

poi passa un cane uscito da un ricordo
scoppia un tramonto irreversibile
fermo come il rosso di certi nostri laghi
o il mio orologio dall’agosto dell’ottantotto.

 

©Gianni Montieri

 

*

nota: questa poesia è inclusa in Turisti americani, una serie di 10 poesie incluse in La Disarmata – cinque napolitudini – AA.VV. (CFR, 2014)

 

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #3

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #3

(leggi anche le prime due puntate Qui #1  e Qui #2)

*

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto vivere a New York…

Mi ricordo quando mi sarebbe piaciuto vivere a Parigi…

Mi ricordo che poi mi sarebbe piaciuto vivere a Barcellona…

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto anche vivere a Venezia…

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto vivere “ovunque”, tranne dove vivevo…e dove continuo a vivere…

Mi ricordo che ricordavo a memoria i nomi dei componenti di buona parte dei gruppi musicali che mi piacevano, come altri, probabilmente, si ricordano i nomi dei giocatori delle squadre di calcio…

Mi ricordo il disco “Alles ist gut” dei tedeschi D.A.F (acronimo dell’indicibile Deutsch-Amerikanische Freundschaft)…mi ricordo che erano in due e facevano una musica elettronica veramente “potente”, come se i Soft Cell avessero deciso di “suonare” come i Suicide…

 Mi ricordo due canzoni sublimi “Uncertain Smile” e “This is the day” di Matt Johnson (ma sotto la “ragione sociale” di The The)…le ricordo insieme, non riesco a dividerle, come se una non potesse esistere senza l’altra, o qualcosa del genere…

Mi ricordo quando un settimanale locale ma “potente” della mia “piccola città” mi ha pubblicato il mio primo racconto…

Mi ricordo il gruppo di Firenze Pankow che canta in un crescendo di tastiere “assassine” e veloci drum machine “God’s Deneuve”…mi ricordo di averli visti in un concerto veramente emozionante…

Mi ricordo la faccia buffa e stralunata di Carlos Perón, il cantante del gruppo di musica elettronica svizzero Yello…mi ricordo i loro video assolutamente “fuori di testa”…

Mi ricordo un gruppo new wave che arrivava dal Belgio…mi ricordo che si chiamavano Names…mi ricordo il loro disco “Swimming” come uno dei più belli di quegli anni…

Mi ricordo un concerto dei Monuments (gruppo di musica elettronica di Torino, un bell’incrocio tra Soft Cell e DAF) presso la facoltà di ingegneria (solo la musica new wave poteva farmi “entrare” nella facoltà di ingegneria) di Torino, presentati, in una sorta di “lezione-concerto” da Alberto Campo…

Mi ricordo il disco “Steve Mc Queen” degli eleganti Prefab Sprout…mi ricordo la loro splendida canzone “Appetite” come si ricorda , che so, un tramonto sul mare in un giorno di fine estate…o qualcosa del genere…

Mi ricordo “Caffè Bleu” degli Style Council…mi ricordo la splendida canzone “The Paris Match”…mi ricordo che per “associazione di idee” ogni volta che ascoltavo quel disco pensavo a Parigi…

Mi ricordo una notte in cui, con la scuola di giornalismo, sono andato a visitare la sede del quotidiano di Torino “La Stampa”…mi ricordo che dopo la visita, insieme ad un mio compagno di corso, abbiamo “visitato” tutte le birrerie della città, fino all’alba…mi ricordo che all’alba siamo entrati nel retro di una panetteria, in piena attività, e ci siamo fatti vendere dei croissant caldi e profumati appena sfornati…mi ricordo Torino di notte, deserta e bellissima…

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Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

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Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

 ***

Leggi tutte LecronachedellaLeda

Dalle parti di Carver, appaiando stelle

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Orientarsi, sì, seguendo le stelle. Sceglierne una, appaiandola poi a un’altra. Così, a ruota libera, ed ecco la traccia per un’altra stella, da mettere vicino a un’altra ancora che le brilla lì vicino. Giusto per fare luce sulla strada e per gusto del sentire, si traccia un sentiero. Tutta un’opera di poesia in mano consente questo, libera il gioco: associazioni, richiami, intersezioni. Perché con Carver si entra in un paese. Dalle sue parti si arriva così volentieri: subito l’amicizia con luoghi, nomi, paesaggi; presto la conoscenza del vicinato. Tutto sotto lo stesso cielo, chiaro, custode delle perdite di ciascuno. L’abitato risplende nel suo vissuto: con il beneficio dell’umorismo, il respiro naturalmente ritrovato, il realismo come orizzonte, e ogni volta va bene, è un’estasi.

Ti muore il cane

viene investito da un furgone.
lo trovi sul ciglio della strada
e lo seppellisci.
ti senti male per lui.
ti senti male personalmente,
ma ti senti male per tua figlia
perché era il suo cucciolo,
e gli voleva così bene.
canticchiava per lui
e lo lasciava dormire nel suo letto.
scrivi una poesia su di lui.
dici che è una poesia per tua figlia,
sul cane che viene investito da un furgone
e su di te che l’hai presa così a cuore
lo hai portato nei boschi
e l’hai seppellito profondamente,
e quella poesia riesce così bene
che sei quasi contento che il cagnolino
sia stato investito, altrimenti non avresti
mai scritto quella bella poesia.
poi ti siedi a scrivere
una poesia sullo scrivere poesie
sulla morte di quel cane,
ma mentre scrivi
senti una donna che grida
il tuo nome, il nome di battesimo,
le due sillabe,
e il tuo cuore si ferma.
dopo un minuto, seguiti a scrivere.
lei grida di nuovo.
ti chiedi fino a quando andrà avanti.

[trad. R. Duranti / F. Durante]

Quel “deep, deep” della sepoltura guida la mente al “deepest buried love” di Derek Walcott nella meravigliosa Oddjob, un bull terrier:

Ti prepari a un dolore,
ma ne arriva un altro.
Non è come il clima,
non puoi fronteggiarlo,
essere impreparati è tutto.
Il tuo compagno, la tua donna,
l’amico che ti è accanto,
il bambino al tuo fianco,
e il cane,
tremiamo per loro,
guardiamo il mare e pensiamo
pioverà.
Dobbiamo prepararci alla pioggia;
non colleghiamo
il sole che àltera
gli oleandri oscurati
nel giardino in riva al mare,
l’oro che si spegne sulle palme.
Non colleghiamo questo:
il puntino di pioviggine
sulla pelle,
col mugolio del cane,
il tuono non spaventa,
essere pronti è tutto;
ciò che ti segue ai tuoi piedi
sta cercando di dirti
che il silenzio è tutto:
è più profondo della prontezza,
è profondo come il mare,
profondo come la terra,
profondo come l’amore.
Il silenzio
è più potente del tuono,
siamo colpiti nel profondo, ammutoliti,
come gli animali che non dicono mai l’amore
come noi, sennonché
diventa inesprimibile
e dev’essere detto,
con un mugolio,
con le lacrime,
con la pioviggine che ti sale agli occhi,
senza dire il nome della cosa amata,
il silenzio dei morti,
il silenzio dell’amore sepolto più in fondo
è il vero silenzio,
e sia che lo proviamo per una bestia,
un bambino, una donna o un amico,
è il vero amore, è identico,
ed è benedetto,
nel modo più profondo dalla perdita
è benedetto, è benedetto.

[trad. M. Campagnoli]

Silenzio, notte; notte e insonnia. Ecco nuovamente Carver, ecco la sua Insonnia invernale:

La mente non può dormire, può solo giacere sveglia,
ingolfata, ad ascoltare la neve che si aduna
come per l’assalto finale.

Vorrebbe che venisse Čechov a somministrarle
qualcosa – tre gocce di valeriana, un bicchiere
d’acqua di rose – qualunque cosa, non importa.

La mente vorrebbe uscire di qui
fuori sulla neve. Vorrebbe correre
con un branco di bestie irsute, tutte denti,

sotto la luna, in mezzo alla neve, senza
lasciare traccia, neanche un’ impronta, nulla.
È malata, stasera, la mente.

Quella “moon, across the snow” porta lontano, lontano come “The moon in the bureau mirror” dell’Insonnia di Elizabeth Bishop:

La luna nello specchio del comò
scruta milioni di miglia lontano
(forse ammira orgogliosa se stessa,
ma senza sorridere mai)
guarda lontano lontano oltre il sonno,
o forse è una che dorme di giorno.

Anche se l’Universo dovesse lasciarla,
lei lo manderebbe all’inferno,
e troverebbe un corpo d’acqua
o uno specchio in cui contemplarsi.
Così avvolgi l’ansia in una ragnatela
e gettala giù nel pozzo

in quel mondo rovesciato
dove la sinistra è sempre la destra,
dove le ombre sono corpi,
dove vegliamo tutta la notte,
dove i cieli sono stretti quanto il mare è
profondo, e tu mi ami.

[trad. M. Bacigalupo, con variazioni personali]

La neve dove vorrebbe portarsi la mente di Carver suggerisce il Frammento di tempesta, l’estasi improvvisa di Mark Strand:

Dall’ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, impalpabile,
è entrato nella tua stanza e s’è fatto strada
fino al bracciolo della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro, lo scorgesti nell’attimo in cui si posava. Tutto
qui. Null’altro che un solenne destarsi
alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell’attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. Null’altro
tranne la sensazione che questo frammento di tempesta,
dissoltosi sotto i tuoi occhi possa tornare,
che qualcuno negli anni a venire, seduta come adesso sei tu, possa dire:
“È ora. L’aria è pronta. C’è uno spiraglio nel cielo”.

[trad. D. Abeni]

Ecco ancora, infine, Carver idealmente rispondere, da uno squarcio tra le nubi, con il suo domandarsi:

Semplice

Uno squarcio tra le nubi. L’azzurrino
profilo dei monti.
Il giallo cupo dei campi.
Il fiume nero. Che ci faccio qui,
solo e pieno di rimorsi?

Continuo a mangiare come niente dalla ciotola
di lamponi. Se fossi morto,
rammento a me stesso, ora non
li mangerei. Non è così semplice.
Anzi, no, è semplicissimo.

Cristiano Poletti

Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

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Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

“Cerco di scrivere ogni racconto meglio che posso senza pensare a  chi influenzerò o a che tipo di impressione farò”. Prima di mettermi a scrivere questo articolo ho riletto alcuni racconti di Raymond Carver, scelti a caso in diversi libri, pensavo che dopo tante letture riuscissi a mantenere un distacco “tecnico”, ma non è così: Leggendo Carver si prova il classico colpo al cuore. Solo che qui il romanticismo non c’entra niente. Il colpo al cuore è scatenato da una miscela di ingredienti, che proverò ad analizzare per recuperare quel distacco tecnico necessario all’oggettività. Nessun gesto è casuale. I personaggi di Carver sono disposti nella scena (che si tratti di Motel, Abitazione, Bar, Automobile, Ospedale) in maniera precisa è qualunque gesto compiano non è mai per caso. Ogni azione racconta l’azione stessa ma anche altro. Se un uomo o una donna stanno lavando posate e bicchieri, non staranno mai facendo solo quello. Le posate saranno lavate con lentezza e asciugate meticolosamente, oppure molto in fretta, sgrassate poco, appoggiate sul lavello alla rinfusa. Ampliamo la scena. Una donna torna a casa dal lavoro, suo marito è in salotto, sta seduto sul divano, guarda la Tv su un canale qualsiasi, ha in mano un bicchiere da cui ha bevuto gin o scotch, ce lo dicono il cubetto di ghiaccio rimasto sul fondo, ce lo dice la sua barba incolta, gli occhi nel vuoto. Ce lo dice la sua donna che entra e non dice “Ciao”. Questa scena potrebbe stare in una prima pagina di un racconto di Carver. I due personaggi non avrebbero ancora parlato, avremmo visto solo un quarto della casa ma sapremmo già molto, quasi tutto quello che serve al prosieguo della storia. Vediamo i protagonisti, sappiamo che qualcosa sta per accadere, prima che accada. Carver ce lo ha già detto. I dialoghi a tre o più persone. In molti racconti di Carver siamo messi di fronte a conversazioni svolte tra più persone, solo per accennarne un paio, vi rimando alle cene di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” (dalla prima raccolta dello scrittore americano quella dei famosi tagli di Gordon Lish, uscita in Italia per Minimum fax e poi nella versione senza tagli Principianti per Einaudi) e di “Penne” (il racconto che apre Cattedrale, forse il suo capolavoro). Credo che scrivere un racconto con quattro attori che dialogano seduti a tavola e, contemporaneamente, narrarci le loro vite, farci vedere tutto quello che c’è oltre quel tavolo, quella stanza, il loro passato, il presente e, addirittura, il futuro, sia una delle cose più difficili da fare. Nel primo dei due racconti, che ho citato, i personaggi conversano rapidamente, tutti e quattro, come nella realtà, mentre lo fanno riempiono e vuotano i bicchieri, la luce nella casa cambia, le voci si impastano. Le emozioni salgono, le loro commozioni, i rimpianti, i dolori, le convinzioni sovvertite diventano le nostre, stiamo dalla loro parte, siamo loro in un finale che comincia a scriversi dalla prima parola, perché il finale classico nei racconti di Carver non c’è. Tutto quello che c’era da vivere, comprendere, immaginare è già venuto fuori, prima dell’ultima pagina che non è meno importante di tutte le altre ma lo è come tutte le altre. Tutti racconti di Carver sono incipit e finale nello stesso tempo, lo scrittore americano mette sul tavolo tutti gli elementi dall’inizio, poi li dispone, li elenca ma tutto è già lì. Nessun trucco (come amava dire lui) e massima onestà verso il lettore. L’importanza delle parole. In una delle sue frasi maggiormente citate, Carver sottolineava come le parole fossero tutto quello che abbiamo e per questo bisognava usarle con la giusta cura, senza sprecarle (che non vuol dire risparmiarle). L’uso che egli fa delle parole è pressoché perfetto. I termini sono precisi, le descrizioni impeccabili, gli aggettivi usati solo se necessario. Si ha la sensazione, leggendo, che ogni singola parola non potrebbe essere in alcun caso sostituita da un’altra. Raymond Carver scriveva nei suoi manuali e raccomandava ai suoi studenti di scrittura creativa di non usare due parole laddove ne sarebbe bastata una. Questo non vuol dire essere minimalisti (minimalista era Lish, il suo editor), Carver, così come lo definì Foster Wallace, era un artista della parola. Sapeva scegliere quali usare e a quali rinunciare. Per questo era anche un bravissimo poeta. La punteggiatura e la revisione.  Una volta conclusa la prima stesura di un racconto, Carver passava molto tempo a revisionarlo. Durante questa fase accorciava (a volte anche di parecchio) le storie, per tener fede a qualcosa in cui credeva molto: L’economia della parola. Toglieva i verbi, gli aggettivi, i sostantivi superflui. Cambiava. Controllava in maniera maniacale la punteggiatura (fedele ai dettami di uno dei suoi massimi ispiratori IsaaK Babel), un punto o una virgola messi al posto giusto valevano la salvezza dell’intero periodo e di quelli successivi. Si fermava solo quando si accorgeva di aver aggiunto qualcosa cancellato in precedenza. Era un chirurgo che aveva penna e cuore. La semplicità. La lingua usata da Carver è quella del linguaggio di tutti i giorni, egli credeva molto in questo. Pensava, però, che per ottenere quella “semplicità” bisognasse lavorare molto “per farla sembrare trasparente”. Gli uomini e le donne di Carver parlano la lingua dell’America delle piccole città, dei Motel, dei Camper, dei Market in mezzo al niente, ma quella stessa lingua la usano pure i medici, gli avvocati perché è “La lingua”, il solo linguaggio possibile quello più vicino alla verità. La pietà e l’umanità. Non si percepisce mai odio nei personaggi di Carver, al massimo un accenno di risentimento per qualcosa che non c’è più o che sta finendo. Figli che vivono a migliaia di miglia di distanza dai genitori, padri alcolisti, madri che non sanno prendersi cura dei propri figli, amori perduti e ritrovati, gli operai, i falegnami, i disoccupati. Questi sono i cittadini dei paesi di Raymond Carver, per le loro vite (per le vite di tutti loro) proveremo una sorta di compassione collettiva, a loro guarderemo con tenerezza. Perché è così che li guarda chi li ha inventati, senza cinismo, con umana pietà; con lo sguardo di chi sa che la vita può girare per il verso giusto o per il verso sbagliato da un momento all’altro, per molto poco. Per questo nessuno ha saputo raccontare gli Stati Uniti D’America degli anni settanta/ottanta come ha fatto Carver. L’America fuori dalle grandi città, quella dove accade poco del Sogno Americano, ma quel poco è un mondo fatto di anime che provano a stare in piedi come meglio possono, a volte si attaccano a una bottiglia altre a una stretta di mano, a volte a qualcuno che se ne è andato. Tutti presi a vivere il presente, un presente che è anche domani. Vi ricordate il pasticcere di “Una cosa piccola ma buona”? Come sembra bastardo e come cambia quando sa del bambino? Dopo gli vogliamo quasi bene. «Non sono un uomo cattivo, almeno non credo. Non sono cattivo come ha detto al telefono. Dovete cercare di capire che in fin dei conti il problema è che non so più come comportarmi, a quanto pare» […] «permettetemi di chiedervi se ve la sentite  in cuor vostro di perdonarmi». E lo perdonano, nel racconto non c’è scritto ma lo fanno. Un ultimo aspetto che mi preme segnalare, importante per noi italiani è la traduzione. Il traduttore italiano di Carver da sempre è Riccardo Duranti, a lui dovrebbero andare i ringraziamenti di tutti noi per aver reso quella lingua la nostra, per essere entrato, ancor prima che nelle storie, dentro il cuore dello scrittore. Mettendo insieme tutti gli aspetti della prosa che ho provato a spiegare qui (senza contare quelli rimasti fuori) si può forse comprendere “il colpo al cuore” di cui scrivevo all’inizio. Carver è così, ti toglie il respiro e ti commuove fino alle lacrime, attraverso un perfetto meccanismo di scrittura, una classe e un talento senza eguali, mediante l’onestà. Per questo dire di lui “Minimalista” è come dire niente. 

© Gianni Montieri

 

[questo articolo è stato già pubblicato nel numero 15 della rivista QuiLibri]

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Da dove vengono le storie – raymond carver

Raymond Carver

Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale. E così è per quel racconto [“Nessuno diceva niente”]. Una volta, quando ero ragazzo, andando a pesca ho preso davvero una trota che dava decisamente sul verde. Non avevo mai visto una trota del genere, era lunga una trentina di centimetri. Un’altra volta, ho visto veramente un pesce che chiamavamo “testa di ferro”, una trota testa di ferro che era arrivata al mare e poi era tornata nell’acqua fresca, si era infilata in un fiumiciattolo ed era rimasta arenata lì. Ma quella volta non ho fatto niente. Non l’ho presa, quella lì. E in un’altra occasione ancora mi sono diviso veramente un pesce a metà con un altro ragazzino. Ma non era una trota testa di ferro. Era uno storione, uno storione di quattro o cinque chili, che si era andato a infilare chissà come in quel fiumiciattolo. Lo abbiamo tirato su e ce lo siamo diviso. Il resto del racconto l’ho messo insieme come si fa per qualunque racconto: è come una palla di neve che rotola a valle. Cioè mentre rotola ci si aggiunge sempre più roba. Quelli erano episodi di quando ero piccolo: ci sono certi ricordi che in qualche modo ti si radicano dentro e non te li dimentichi più. Te li porti appresso per anni e anni. Quando avevo trent’anni, quelle esperienze, quel particolare periodo della mia vita, attiravano moltissimo la mia attenzione. Quando ho scritto quel racconto sapevo di aver scritto qualcosa di speciale. Non è una cosa che mi capita sempre. Ma quella volta mi sono reso conto che avevo toccato un tasto particolare. Sapevo cosa avevo per le mani

Raymond Carver (brano tratto da: niente trucchi da quattro soldi –  traduzione di Riccardo Duranti – ed. minimum fax)

Raymond Carver (alcune poesie)

Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomna limo, foglia fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

*
Non c’è bisogno

Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende. Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così. Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima. Lasciami andare.
Non c’incontreremo più in questa vita,
perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.

***
La poesia che non ho scritto

Ecco la poesia che volevo scrivere
prima, ma non l’ho scritta
perché ti ho sentita muoverti.
Stavo ripensando
a quella prima mattina a Zurigo.
Quando ci siamo svegliati prima dell’alba.
Per un attimo disorientati. Ma poi siamo
usciti sul balcone che dominava
il fiume e la città vecchia.
E siamo rimasti lì senza parlare.
Nudi. A osservare il cielo schiarirsi.
Così felici ed emozionati. Come se
fossimo stati messi lì
proprio in quel momento.

*
Il pittore e il pesce

Tutto il giorno aveva lavorato come un treno.
Dipingeva per dipingere, sul serio, le pennellate
una dietro l’altra come una macchina. Poi fece uno squillo
a casa. E questo fu quanto. Fine della storia,
aveva detto lei. Lui tremava come una foglia. E ricominciò
a fumare. Si sdraiò un po’ ma poi si rialzò,
subito. Come faceva a dormire se la sua compagna lo sbeffeggiava
dicendo che il tempo stava per finire? Andò in macchina
fino in città. Ma non per bere.
No, fece due passi. Passò accanto a una segheria
chiamata «La segheria». Odore di legname
appena tagliato, luci dappertutto, uomini che guidavano
furgoncini ed elevatori, che si davano un gran da fare.
Legname ammucchiato fino al soffitto del magazzino,
lo stridere e lo sferragliare del macchinario. Abbastanza
facile da ricordare, pensò lui. Continuò
a camminare, ora pioveva, una pioggia leggera che vuole
fare il possibile per non dare troppo fastidio
a nessuno e chiede in cambio solo
che non la si dimentichi. Il pittore
si tirò su il bavero e disse tra sé e sé
che non se ne sarebbe dimenticato. Arrivò davanti a un edificio illuminato
dove, in una stanza, c’erano degli uomini che giocavano
a carte attorno a un grande tavolo. Un tizio
con il berretto stava alla finestra e guardava
fuori tra la pioggia mentre fumava
la pipa. Anche quella era un’immagine che non
voleva dimenticare, ma poi
al pensiero seguente si strinse
nelle spalle. A che serviva?

Continuò a camminare finché arrivò al pontile
con i suoi piloni mezzi marci. La pioggia cadeva
più forte ora. Sibilava quando colpiva
l’acqua. I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
come ricordi, come rivelazioni. Proprio
quando era sul punto di disperare,
un pesce saltò fuori dall’acqua
scura sotto il pontile e ricadde in acqua
e poi venne su di nuovo come una saetta
per ergersi sulla coda e scrollarsi tutto!
Il pittore poteva a stento credere
ai suoi occhi, alle sue orecchie! Aveva appena
avuto un segno – anche se la fede non c’entrava
niente. La bocca gli si spalancò
di colpo. Quando raggiunse casa
aveva smesso di fumare e raccolse
Ii pennello. Era pronto a ricominciare,
ma non sapeva se una sola
tela sarebbe bastata per contenere tutto. Non
importa. Avrebbe continuato
su un’altra tela, se necessario.
O tutto o niente. Lampi, acqua,
pesce, sigarette, carte, macchinari,
il cuore umano, quel vecchio porto.
Anche le labbra della donna contro
il ricevitore, anche quelle.
Le sue labbra arricciate.

*
Fotografia di mio padre a ventidue anni

Ottobre. Qui in questa fetida, estranea cucina
studio la faccia di mio padre imbarazzata da giovane.
Un sorrisetto timido, in una mano tiene una sfilza
di persici gialli e spinosi, nell’altra
una bottiglia di birra Carlasbad.

In jeans e camicia di tela, sta appoggiato
contro il paraurti anterior di una Ford del 1934.
Gli piacerebbe avere un’aria spavalda e cordiale per i posteri,
portare il suo vecchio cappello inclinato su un orecchio.
Per tutta la vita mio padre ha voluto essere un duro.

Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
che mostrano senza convinzione quella sfilza di persici morti
e la bottiglia di birra. Padre, ti voglio bene,
ma come posso dirti grazie, io che pure non reggo l’alcol,
e che non conosco nemmeno i posti buoni per pescare?

.

da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, ed. minimum fax (trad. di Riccardo Duranti)

Solo 1500 N. 13 – Ray, David, Agota (in rigoroso ordine di sparizione)

 

Solo 1500 N. 13 : Ray, David, Agota (in rigoroso ordine di sparizione)

La prima cosa è un conforto infantile. La certezza di sapere che i tuoi scrittori preferiti sono tutti morti, e che per quanto si possa scavare prima o poi gli inediti finiscono. Questo ti dà la sicurezza di possedere tutti i loro libri. La seconda cosa è uno sconforto totale. Perché non sarà più possibile alzarsi una mattina, accendere il computer e leggere cose del tipo: A dicembre il nuovo romanzo di Agota Kristof. Senza parlare della “nuova” raccolta di racconti di Raymond Carver. E a ottobre di quest’anno con l’uscita in Italia di: The pale king, si esauriranno, anche le scorte lasciate in magazzino da DFW.  Da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Mi hanno inchiodato per giornate intere al divano. E spinto in strada, per far sapere agli altri come scrivevano. Diversi l’uno dall’altro, profondamente diversi. Carver efficace come nessuno a disegnare un  personaggio soltanto facendogli lavare le tazze della colazione. La Kristof, a tratti, glaciale nella scrittura, eppure capace di addolcirsi e emozionare. DWF, che usava cento parole dove Carver ne avrebbe impiegate più o meno dieci, eppure non era mai superfluo. A volte mi viene da pensare che cose come: “sei un minimalista”, “sei glaciale”, “sei cerebrale”, non vogliano dire molto davanti a tre artisti della scrittura. Gente che sapeva cosa fare. Quando cominciare a scrivere e quando smettere. Che sapeva quando non scrivere. Tutto ‘sto giro è per dire che io spero di trovarne altri di scrittori così, perché io questi tre li ho proprio amati. DFW scriveva: “Mi manca chiunque”. A me, intanto, mancano loro tre.

Gianni Montieri

qui i link ai tre numeri precedenti:

n. 12  n. 11  n. 10

Carveriana – Daniele Gennaro

Thess Gallagher e Raymon Carver

Con questo intenderei aprire una serie di post sulla poesia Americana contemporanea, partendo da quello che potrebbe essere definito un outsider della poesia statunitense : Raymond Carver.
Ray, oltre ad essere quel meraviglioso scrittore di racconti che tutti conosciamo, è stato, per sua stessa affermazione, principalmente un poeta, anche se da molti il suo stile non è da ritenersi “poetico” perché sostanzialmente prosastico, ma questa è una vecchia querelle che non credo valga la pena di riprendere in questa sede.
Ray amava profondamente la poesia, è stata la poesia che l’ha introdotto alla letteratura. Vale assolutamente la pena leggere il breve saggio-racconto “Some Prose on Poetry” apparso sulla rivista “Poetry” nel 1987 e pubblicato con il titolo “Stella Polare” ne “Il mestiere di scrivere” (Stile Libero Einaudi, a cura di William L. Stull e Riccardo Duranti). In questo gustosissimo scritto Ray racconta il suo approccio, apparentemente casuale, con la poesia. “Tanti anni fa – sarà stato nel ’56 o nel ’57 –quando non avevo ancora vent’anni, ma ero già sposato e mi guadagnavo da vivere facendo le consegne a domicilio per un farmacista di Yakina…un giorno feci una consegna in una casa della parte ricca della città. Fui invitato a entrare da un signore molto anziano, ma lucidissimo, che indossava un cardigan. Mi chiese di aspettare un momento in salotto…in quel salotto c’erano un sacco di libri…mentre aspettavo e il mio sguardo vagava su tutti quei libri, notai che sul tavolinetto c’era una rivista con un titolo singolare e per me, sorprendente : “Poetry”. Ne rimasi colpito e la presi in mano. Era il mio primo contatto con una rivista letteraria oltre che con una rivista di poesia e la cosa mi lasciò di stucco. Forse mi feci prendere dall’avidità e così presi anche un libro, un volume intitolato The Little Rewiew Anthology, a cura di Margaret Anderson…non avevo mai visto prima un libro del genere – ne’ tantomeno, una rivista come Poetry. Continuai a leggiucchiare da una all’altra pubblicazione e in cuor mio comincia a desiderare di possederle. (altro…)