Raffaelli Editore

Raffaela Fazio, Midbar

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli editore 2019

Già in apertura, Midbar di Raffaela Fazio offre e propone una via di accesso, vale a dire proprio la parola ebraica che dà il titolo alla raccolta. Midbar vuol dire deserto, ci avverte Raffaela Fazio.
La potenza evocativa di questa parola libera immediatamente una serie, ovvero, per essere più precisi, una rete di associazioni: attraversare il deserto, mettersi alla prova della rinuncia al superfluo e della ricerca dell’essenziale, “fare deserto”, meditare sull’essenza; ancora: porgere l’orecchio al soffio, alla voce di “uno che grida”, agli echi del profeta, di chi pro-nuncia la parola e, soprattutto, a quel “suono silenzio sottile” nel quale (non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco) Elia sul monte Oreb (I libro dei Re) riconosce e ritrova Dio. In questa raccolta non mi sembra affatto casuale che tale episodio abbia un posto importante, nel penultimo componimento, che si intitola Qol demamah daqah (letteralmente: suono silenzio sottile, voce silenziosa, che dalla traduzione dei Settanta in poi è diventata, sminuendo la grandiosità dell’originale, “mormorio di brezza leggera).
Davvero MiDBaR, deserto, e DaBaR, parola, sono allacciati intimamente, tanto che il termine per deserto può essere letto proprio come “luogo della parola”. DaBaR è anche “evento”: nel deserto, luogo della parola, cade il suono, e il suo accadere si concretizza in un tempo, cade e inciampa negli ostacoli di qualsiasi incontro, cade e prosegue, cammina, sempre in viaggio, «forte del proprio inciampo» e, aggiungo io, forte di quell’accadere amplificato nel deserto, forte di quel manifestarsi del Verbo nella storia che si compie nella Shekinah, dimora, presenza divina nel mondo, tenda nel deserto.
Il componimento Dabar,  che apre la raccolta, si palesa come ouverture e programma della sinfonia della parola nel deserto che è Midbar di Raffaela Fazio.
La ricerca della Parola, la rivelazione della Parola, la dimora della Parola, l’interpretazione della Parola: tutto questo si incarna nel mondo, nella storia – Giovanni, all’inizio del Vangelo che è stato tramandato con il suo nome, usa proprio il termine ἐσκήνωσεν, “eskenosen” – e che solo del particolare e dell’immanente sia data conoscenza, ma non certo dell’origine, è ben consapevole Raffaela Fazio, proprio in un passaggio fondamentale del primo dei tre movimenti (L’albero, gli altri due sono La donna e la domanda) che compongono il poemetto In origine, nella III sezione di Midbar, Di buio e di fiato: «Da me si passa/ per morire./ La donna lo sapeva:/ per generare/ barattò l’eterno con la storia/ s’iscrisse nella fine / e offrì un inizio». (altro…)

Raffaela Fazio, da “Midbar”

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli 2019

 

Qol demamah daqah

“E un vento fortissimo che spacca montagne e spezza le rocce era davanti al Signore. Non nel vento, l’Eterno. E dopo il vento, un terremoto. Non nel terremoto, l’Eterno. E dopo il terremoto, un fuoco. Non nel fuoco, l’Eterno. E dopo il fuoco, un suono di silenzio sottile. Come l’udì, Elia s’avvolse il viso nel mantello e uscì sulla soglia della grotta” (1 Re 19, 11-13).

Non vento di bufera
frastuono
non fuoco o tremore
non guerra, non pace

ma bocca che si apre
senza suono.

L’Eterno
——–è silenzio sottile
che ti vuole e che non rivela
niente: solo
ti concede un respiro
e un’ansia più mansueta.

Rinunci a capire:
è il tuo modo
di attendere il futuro

perché la conoscenza
è un’illusione.

Il vero si fa strada
se i sensi sono arresi
complici del dubbio.
E mantice
———l’assenza.

 

Le prime tavole

“Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra […]. Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna” (Es 32,15-16.19).

Lo schianto
della pietra sulla pietra.
——————-E poi il silenzio

vuoto di vento dopo la scossa.

Si spezza la materia:
sventa il possesso
———affida
le parole al volo.

Altre le seguiranno
solcheranno il tempo
———orfano di un lato.

Ma le prime
dove sono
se non nel fiato
che le cerca? Nella mente
———o nell’inesistenza?

Il loro dono è
———l’incertezza, il sogno
del frammento che si è perso
———l’affanno
che non si rassegna

e come l’ala
che si getta nel nulla e si sente
sorretta
———la libertà:

non arriva
all’antica lacuna
ma ne varia
tra i segni la distanza

e riscrive
daccapo la memoria. (altro…)

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie, Raffaelli Editore 2015

Dopo che “la rivelazione ha serrato i battenti” (Dickinson), quando torna a essere fitto il velo che pure si era squarciato un tempo, cessa allora il canto? Tutt’altro, è la risposta che Laura Corraducci consegna a chi legge e ascolta i testi contenuti in Il Canto di Cecilia e altre poesie. L’urgenza del dire è coniugata all’anelito della rivelazione e queste nozze sono scandite da ritmi che subiscono anche repentine variazioni, sono attraversate da tempi semplici e da tempi composti, alimentano il predicato, nei metri alternati e mescolati, di divari, di strappi, di partenze e di ricongiungimenti. Già il titolo della prima sezione, Il filo attorno al dito, allude al recupero della memoria e al vincolo autoimposto, un pegno-impegno alla ri-composizione, qui intesa nel duplice significato di riaccostare frammenti – perfino brandelli, esito di strappi antichi e recenti, «il canto breve della tua frantumazione» – e di nuova costruzione, di «coniugazione nuova». Operazione, questa, che palesa la necessità di accogliere, facendolo emergere con la parola poetica, un notevole carico di sofferenza. La tessitura poetica enuncia e denuda, denuncia, dunque, strappi, punti di sutura, cicatrici, lente ri-marginazioni, traumi visibili sotto le cuciture, ferite sottocutanee e rammendi: «tre centimetri di pelle ti ho cucito/ alla vita come fossi una cintura/ i punti fissati diritti sulle anche/ tre croci sul tuo Golgota di carne/ […]/ farfalla sciolta in polvere sul muro/ alla morte oggi ruberò le cicatrici» (p. 17). Operazione che contempla, d’altro canto, anche il secondo movimento della ri-composizione, vale a dire, come affermato poc’anzi, la nuova costruzione. Il paradosso è tuttavia sempre in agguato, per così dire dietro l’angolo, ché il barlume di prospettiva nasce anch’esso da una de-composizione, sia pure dalla de-composizione delle tenebre: «ma la paura non ti sarà più madre/ srotolerai la lingua dentro il tempo/ di una coniugazione nuova dove/ il buio si decompone piano e lento/ nel lontano vagito di una speranza» (p. 25). Nomi, terre, orizzonti – cieli e nubi – sono lieviti e termini dell’opera di ricomposizione. Non mi sembra pertanto casuale che i titoli e contenuti delle due sezioni successive, I nomi rimasti e Versi per fari e guardiani, vi facciano riferimento. (altro…)

“Aspettare la rugiada” di Damiana De Gennaro (di R. Canaletti)

aspettare_la_rugiadaDamiana De Gennaro e il palmo aperto della poesia
Su Aspettare la rugiada (Raffaelli Editore, 2017)

di Riccardo Canaletti

 

[…]
cos’è questa danza a cielo spento
che ferisce con i fiori
e costringe a camminare?

Man mano che si avanza nella lettura si compila l’inventario delle sorprese; in ogni misura la poesia di Damiana de Gennaro sorprende. Una delicatezza tutta orientale (la stessa di quel “aspettare la rugiada”) si intreccia alla chiarezza realistica della poesia italiana di un certo Novecento (quello di Pasolini, quello – in qualche forma – di Penna). Così l’intero libro, appunto Aspettare la rugiada, va costruendo un tessu­to denso a cavallo tra il sogno, o contemplazione, e la vita reale, o la registrazione. C’è infatti tutto, un’idea di viaggio prima di tutto; e l’idea, in particolare l’idea di viaggio, è tutta umana e legata ad un es­sente, ad un esserci qui e ora dai quali non si prescinde. Si aggiunge poi la “danza”, ovvero la pittura ae­rea, dunque più delicata, del concetto, il medium atto modellare la parola e l’idea piegandole ad un uni­co peso, quello della raffinatezza. Nella poesia assolutamente musicale di Damiana De Gennaro manca la vena narrativa, anzi potremmo definirla spoglia della greve masticazione che è il racconto. C’è la se­gnalazione, l’intuizione, la percezione che definisce lo spazio e la memoria, nessun “c’era una volta”, nessuna sovrastruttura. Tutto è sensibile e fermo al primo sguardo. Poi si rielabora, certo, lo si nota nel­la posa tecnicamente notevole dell’Haiku, ripresa qui non come struttura metrica, ma come cadenza ritmica.

taglia l’autunno di fianco
camminando nell’aria
e sulle labbra mi preme dei vuoti
che non so partorire

Ma la sua non è poesia icastica, né poesia concettosa. In Aspettare la rugiada Damiana De Gennaro asse­conda il gesto di ogni oggetto (ovvero la loro postura nello spazio) descrivendo l’ambiente con preci­sione clinica, eppure utilizzando una terminologia apparentemente lontana e di rimando. Forse in que­sto impianto “analogico” possiamo ritrovare il più importante riferimento occidentale: quello a una cer­ta poesia simbolista che, volendo o meno, esce dal libro.

ho visto lo spezzarsi delle albe
tra i cavi elettrici del cielo
almeno mille volte
per scivolarle dalle dita –

Il libro si presenta ben costruito e si apre all’interpretazione pur rimanendo nel suo assetto lineare da “gialloismo”, come a dire “non ci sono interpretazioni”. Infatti la poesia di De Gennaro è discreta, mo­desta seppur limpida, mai sovraccarica, mai eccessiva. È una poesia che come lei, anche con un po’ di malinconia (che altro non è che la “felicità di essere tristi”, Hugo), può essere appoggiata al lato senza dar fastidio: “depositami dove non ingombro”. Ma una volta letta non si può accantonare, anzi si rima­ne a riflettere sulla forza di ogni singolo termine, cucito addosso ad un qualunque oggetto, ereditando la tradizione della Szymborska e delle sue “pillole” e dei suoi “libretti per le istruzioni”. E in qualche mi­sura la poesia in Aspettare la rugiada funziona così: non pretende di insegnare nulla, ma si rivela un vero e proprio manuale di osservazione e di silenzio, un libro tecnico sul come costruire la propria architettura di acqua limpida sopra la realtà di ogni giorno, sopra quella realtà che Damiana De Gennaro ha saputo fotografare con folgorante autenticità.

© Riccardo Canaletti

Roberta Sireno: intervista su ‘senza governo’

Pubblichiamo oggi la trascrizione con ampliamenti dell’intervista fatta a Roberta Sireno in merito alla sua seconda raccolta senza governo edita da Raffaelli editore nel 2016 (il precedente, Fabbriche di vetro, è disponibile qui). L’intervista video è stata realizzata lo scorso luglio a Mestre e si può vedere ed ascoltare qui.

*

Il libro si costituisce di tre parti che indicano lo svolgimento “narrativo-poetico” dei temi che tratti. Vuoi raccontarci come nasce il percorso, dal 2011 al 2015, che porta alla sua stesura?

È stato un percorso molto difficile perché, a differenza del primo libro, che è stato per me la storia di una scoperta, quella della passione per la poesia, la seconda raccolta è stata concepita in modo più isolato, più in solitudine, e l’ho elaborata all’interno di un sistema stilistico-poetico preciso in cui contenere il caos dell’esperienza. E quindi, a livello narrativo, si suddivide in tre parti cui corrispondono delle dimensioni temporali. È il tempo diciamo “non reale” ma quello della poesia. La prima parte s’intitola premessa, perché allude a una condizione preliminare di scavo dei fondali, delle profondità della poesia, da cui emergere. La seconda parte prende il titolo del libro, senza governo, e allude a una condizione in cui il corpo, la parola e il linguaggio sono esposti a un incendio, al fuoco della poesia, a qualcosa che vuole affermare ma anche distruggere il controllo. L’ultima parte, intitolata dopo, riguarda un momento successivo, in cui avviene una sorta di ricostruzione di un’armonia perduta, che è comunque momentanea e precaria, perché il precipizio è sempre vicino.

Sei entrata molto profondamente nei tre momenti. Vorrei farti un’altra domanda sulle tematiche. Dal mio punto di vista c’è in assoluto – ma in termini non esclusivi – il corpo, ma anche la parola che è corpo, già propria del tuo stile. E con il corpo c’è il sesso o meglio la sessualità e un attraversamento di una certa “violenza” che raccoglie, nell’etimologia, la VIS latina, traducibile come “forza, energia, vigore, potenza” e che “fa corpo” nella parola poetica. Come si declina, nel tuo poetare secondo te, questa VIS?

Sicuramente il corpo è stato centrale nella mia scrittura, anche perché si fa esperienza attraverso il corpo, il corpo è, infatti, memoria dell’esperienza: essa lo attraversa. Poi c’è da dire che il mio corpo ha subito un trauma, quello della sordità, del non sentire. Questa condizione di silenzio può essere negativa e positiva, e quando è negativa, nel profondo, agiscono alcune dinamiche: tra queste c’è un forte desiderio di comunicare; quando non si riesce, diventa difficile gettare i ponti con il mondo esterno. Invece l’aspetto positivo è che si conoscono altri livelli di realtà: delle realtà silenziose, profonde, segrete. Il trauma del corpo si riversa sulla scrittura, e diventa molto fisico; da esso scaturisce una violenza verbale, fisica, e una parola-carne, una parola molto corporea. E quindi poi si arriva alla sessualità, che è anche un modo di comunicare con gli altri attraverso il corpo.

(altro…)

Videointervista a Roberta Sireno

Roberta Sireno ha risposto a quest’intervista sul suo lavoro poetico degli ultimi anni, che converge nell’opera senza governo (Raffaelli 2016). La cornice è quella di Forte Marghera, Mestre (VE), dove dal 12 al 16 luglio si sono svolti i seminari selettivi del Teatro Valdoca cui anche la poeta ha partecipato a c32 performing art work space.

‘senza governo’ di Roberta Sireno

Roberta Sireno, senza governo, Raffaelli editore, 2016, pp. 62, euro 12

Quando un poeta eccede i confini del definibile è sempre una sfida, per chi fa critica, cercare di restare all’interno dei limiti di ciò che si può dire, circoscrivere e restituire al lettore un’interpretazione di quanto legge. E quella attorno alla poesia e alla poetica di Roberta Sireno è una scommessa che vale la pena di essere giocata per diverse ragioni. Alcuni dei movimenti che portano alla scoperta della sua poesia muovono al mio orecchio da lontano, dall’interno dell’esperienza con il Teatro Valdoca al Forte Marghera di Mestre per l’associazione Live Arts Cultures¹ nel 2015: durante il seminario di quell’anno, sempre sotto la conduzione di Cesare Ronconi, ci fu per me la conoscenza dei versi di Sireno, di cui il regista si servì per la restituzione pubblica del lavoro con oltre venti tra attori, performer e musicisti. Questo “circuito” significante ha costruito non solo l’esito di un lavoro che prosegue − allora erano i Comizi d’amore − ma anche l’esperienza dell’ascolto della parola poetica nel suo “utilizzo” dal vivo, da parte di una voce che (s)piega la poesia facendola diventare strumento per il teatro, cosa che con la Valdoca avviene da sempre grazie ai versi di Mariangela Gualtieri. Non è di poco conto riuscire a concedersi la possibilità di esperire i testi di Sireno in presa diretta, testi che nascono certamente per la lettura ad alta voce; e nascendo all’interno della dimensione vocale, con un appello al lettore e all’ascoltatore, affinché vi sia un accesso al significato mediato dall’intenzione all’ascolto, si fanno dal mio punto di vista ‘parola-corpo’. Alcuni dei testi che, nel 2015, costituivano il tessuto dell’esito di Comizi d’amore oggi rientrano in senza governo, per lo più nella prima sezione che appare di accesso al corpo, sia al corpus poetico sia al corpo della parola nella sua interezza e integrità.

Parlare di integrità nella poesia contemporanea apre a una precisa responsabilità: quella di nuovo del critico che non intende abdicare al troppo spesso reiterato appiattimento lirico su cui si fonda molta poesia di oggi; critico che è anche messo di fronte al bisogno di leggere questa poesia dall’alto, da una prospettiva che guardi all’insieme senza immaginare una scomposizione. Non è questo un giudizio di valore circa il linguaggio lirico puro che spesso trova nel nostro blog uno spazio di condivisione; va appoggiata, d’altro canto, e anche evidenziata e sostenuta la scelta integrale di Sireno di muoversi dentro altri territori, impervi e «aspri», come li definisce Lorella Barlaam. E proprio dentro l’«asprezza» di una parola che procede in questo caso «dal particolare all’universale» attraverso una sorta di ‘regressione’ tematica, stilistica e che riguarda anche la sintassi poetica, c’è il mondo della poeta che raccoglie, ‘disarma’ la parola dal superfluo e accoglie l’indicibile restando nella dimensione di un’oralità scomposta eppure vigorosa. (altro…)

I poeti della domenica #159: Roberta Sireno, assenza

assenza:

il nero rimbomba la casa stritola e le
stanze

sono scatole affacciate sull’orlo

(siamo stati
altra dimensione)

© Roberta Sireno, in senza governo, Raffaelli editore, 2016

‘Lettera a un giovane poeta’ di Virginia Woolf

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Virginia Woolf, Lettera a un giovane poeta, trad. it. di Lucia Raffaelli, quaderni di clanDestino, Raffaelli editore, 2013, pp. 68, euro 10

Ma come farete a uscire, e a ritornare nel mondo degli altri? Questo è il vostro problema oggi, se posso azzardare un’ipotesi − trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra il “sé” che conoscete e il mondo esterno. Si tratta di un problema difficile. Nessun poeta vivente è riuscito, a mio avviso, a risolverlo del tutto.

But how are you going to get out, into the world of people? That is your problem now, if I may hazard a guess − to find the right relationship, now that you know yourself, between the self that you know and the world outside. It is a difficult problem. No living poet has, I think, altogether solved it.

Non è forse un caso che nel 1932, a tre anni di distanza dalla diffusione dell’opera postuma Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf abbia pubblicato la sua Lettera a un giovane poeta [A Letter to a Young Poet] all’interno della raccolta Hogart Letters Series. Oggi troviamo questo testo in un’edizione del 2013 per Raffaelli editore, con traduzione di Lucia Raffaelli e revisione di Davide Ramilli.
La lettera era indirizzata a John Lehmann, prima collaboratore poi direttore di Hogart Press, come apprendiamo dalla prefazione del libriccino, con il quale la Woolf si confrontava in quella sede circa lo status della scrittura di lettere in Inghilterra, genere che aveva perso interesse, solidità e importanza in quel momento storico. Ma, come riconosciamo sin da subito, il discorso sposterà di molto il senso della lettera; un pretesto iniziale, quello dell’autrice, per rivelare cosa significhi a tutti i livelli scrivere – in realtà – poesia e prosa. Soprattutto: ‘scrivere per la vita’.
Non si può fare a meno di notare le similitudini, a una prima lettura, fra Rilke e Woolf; entrambi tentano di condurre i rispettivi interlocutori per mano, verso una rotta su cui sia possibile instaurare un confronto solido, che sia d’auspicio per una riflessione attorno e “dentro” il “significato” dello scrivere non per un pubblico ma per se stessi. E c’è una straordinaria continuità che, qui, non si desidera comparare ma richiamare, affinché la lettura di Woolf possa agganciarsi e possa dirsi anche legata a quella di Rilke, già al centro di studi diversi: segnalo quello del critico Kelly Walsh.
Una tra le questioni più significative del testo appare a pp. 45-49, in cui Woolf tratterà del tema del sé in poesia come cruciale, in parte già nella citazione che leggiamo all’inizio di questo post, che prosegue così:

[…] Tutto ciò che ti serve è stare alla finestra e lasciare che il tuo senso del ritmo, si apra e si chiuda, coraggioso e libero, fino a quando una cosa non si fonderà nell’altra, fino a quando i taxi non danzeranno con le giunchiglie, fino a quando non verrà a crearsi un’unità da tutti questi frammenti separati. […] raccogli tutto questo tuo coraggio, impiega tutta la tua cautela, invoca tutti i doni che la Natura è stata indotta a concederti. Poi lascia che il tuo senso del ritmo si snodi tra gli uomini e le donne, gli autobus, i passeri − qualunque cosa si muova lungo la strada − fino a quando non li avrà legati insieme in un tutto armonioso. Questo forse è il tuo compito: trovare la relazione fra le cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità

All you need know is to stand at the window and let your rhythmical sense open and shut, open, and shut, boldly and freely, until one thing melts in another, untile the taxis are dancing with daffodils, untile a whole has been made from all these separate fragments. […] summon all your courage, exert all your vigilance, invoke all the gifts that Nature has been induced to bestow. Then let your rhythmical sense wind itself in and out among men and women, omnibuses, sparrows − whatever come along the street − until it has strung them together in one harmonious whole. That perhaps is your task − to find the relation between things that seem incompatible yet have a mysterious affinity

Se al romanziere tutto ciò è concesso, la peculiarità e l’attenzione nei confronti dell’«istinto del ritmo» che Woolf spiega come leggiamo qui porta nella scena del “saggio” anche ad un altro punto: quello della “danza”, ripresa nel legame fra elementi diversi da accordare nel testo poetico, come a segnalare − per estensione − che il “gesto poetico” è “movimento”, e che coniugato al ritmo di cui sopra restituisce “la poesia”. Si tratta di una visione complessiva che nutre un tema ampio e complesso come quello del “fare poesia oggi” (così come ieri) su cui si è speso, qui sul nostro blog, Francesco Filia, nel suo articolo Poesia: memoria, ascolto e visione, che invito a rileggere. E, mettendo in luce questi legami non impropri, si crea una catena di senso che incuriosisce, che stratifica le direzioni da prendere, gli autori da leggere e rileggere, aumentando il numero di domande cui tentiamo di rispondere quando affrontiamo il genere poetico.

© Alessandra Trevisan

La “Terra di Mezzo” di Marco Aragno

Marco Aragno, Terra di mezzo (Raffaelli Editore)Non attendere nessun allarme
anche se sarà notte fonda
e dalle vetrate vedrai la città che brucia
fra i roghi e i fumi delle discariche.
Qui la campagna sotto casa
sanguina dai solchi
quando l’alba sbuca come un ferita
fra i cartelloni pubblicitari.
Qui le auto si riversano sui cavalcavia
come formiche dalle tane
allagate dalla pioggia.
Ma tu resta, stringiti a questa maniglia
chiudi questi palmi finché puoi.

.

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Marco Aragno è un poeta atipico perché sa attendere! Spezza, certo, l’attesa con qualche rara e mirata anticipazione, ma comunque sa attendere. Sperimenta, semmai, nuove strade per la sua scrittura, come è stato col romanzo Absolute (2015). Sì! Marco Aragno sa attendere, ed è per questo che quando è uscito Terra di mezzo (Raffaelli Editore) io ho gioito e non poco. Perché non è un segreto che il poeta Aragno a me piaccia; l’avevo già detto al suo esordio con Zugunruhe (2010): Aragno traccia un ponte tra la sua generazione e tutta la tradizione che lo precede per la quale poesia è sia espressione artistica sia dialogo col presente, nonché riflessione critica sul presente. La maturità raggiunta con Terra di mezzo mostra la poesia di Aragno consapevole di un equilibrio raggiunto tra la fluidità del verso e l’appropriazione della lingua poetica, capace di innestare nel dettato voci di una certa colloquialità, familiarità, provenienti dal parlato, senza mai però tradursi in atteggiamento mimetico e ancor meno parodistico – aspetti, questi, fondanti della lingua di Absolute.
Ciò di cui si fa testimone la poesia di Aragno è una mutazione che dal territorio passa, per mutuazione, agli individui spaesati attraverso la poesia: quello stato di spasmodica attesa che stava alla radice di Zugunruhe, sin dalla scelta del titolo della raccolta, legato allora anche alla giovane età del poeta, si è trasformato ora in interrogativi forse destinati a non avere una risposta definitiva; ciò malgrado il poeta non rinuncia a porre domande, come pure non rinuncia a dare risposte. Eppure quell’inquietudine primigenia soggiace ancora nella vibratile forza che anima le immagini di queste poesie, che paiono ingannare per la loro compostezza, mentre invece denunciano uno straniamento generazionale che fatica a riconoscersi nei segni malati del suo tempo, nella contemporaneità malata, senza però smettere di proiettarsi verso il futuro (aspetto questo comune a un altro poeta partenopeo, Gianni Montieri): il passato è il «corpo affiorato» che si osserva «il paesaggio / avvolto in un giorno di pioggia» della prima poesia; ma ancor di più, e meglio, il “passato” di Aragno «sono le facce / scavate nelle pietra, / le impronte di umidità che sostano / sulle piastrelle della stanza. / Sono i mutamenti di luce, i passaggi / di nuvole sul parabrezza», in un continuo ma non caotico rincorrersi di immagini in cui la presenza umana è data sia dalla percezione della natura, sia dagli oggetti del progresso-regresso (come gli «scheletri di grattacieli a mezz’aria / e qualche gru sospesa nel vuoto – / là, dove un tempo avresti immaginato / un bosco, uno stormo in volo»).
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Novità. Mario Meléndez, Aspettando Perec (Raffaelli Editore)

copertina aspettando perec

Aspettando Perec
(Esperando a Perec)

Mario Meléndez

Traduzione di Rachele Vaselli

 

 

Giovane, come intensamente giovani sono sempre i poeti, Mario Meléndez ci dona i suoi versi possenti, capaci di far penetrare nella sensibilità del lettore quell’universo angosciato e al contempo folgorante, dove il conflitto è un sole attorno al quale ruotano gli esseri e le cose. Il mondo che abita e patisce Meléndez è simile al nostro, più contemplato, compreso e descritto con una rara qualità, quella dell’intelligenza poetica. La sfuggente condizione umana non ha grandi segreti per una penna sagace come quella di questo autore, che non ha bisogno di metafore lussuose – sì di quelle funzionali al senso‑ per sgranare la potenza delle sue visioni. Un linguaggio diretto e semplice è il mezzo che adopera il suo talento e ci stupisce poesia dopo poesia: quando pensavamo che quello a cui si riferiva Meléndez era innominabile – almeno per la portata del linguaggio − scopriamo che era possibile farlo, certo, dopo che Meléndez lo ha fatto. Oggi una delle voci più interessanti di tutta l’America Latina. (Luis Benítez. Poeta, saggista e critico argentino)

.

.

El inconsciente es un manicomio
con vista al mar

Cada pez que sale del agua
trae camisa de fuerza

.

L’inconscio è un manicomio
con vista sul mare

Ogni pesce che esce dall’acqua
porta una camicia di forza

.

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Anteprima. Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura_Corraducci

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

(in uscita per Raffaelli Editore, 2015)

 

tre centimetri di pelle ti ho cucito
alla vita come fossi una cintura
i punti fissati diritti sulle anche
tre croci sul tuo Golgota di carne
venga il vento
a slegarmi dai tuoi fianchi
venga il fuoco
a bruciarmi dentro un tuono
farfalla sciolta in polvere sul muro
alla morte oggi ruberò le cicatrici

 

sarà la teoria degli angoli convessi
o quella delle rette parallele
o è il pigreco del tuo labbro superiore
a spaccare in un secondo tutti
gli assi portanti del mio mondo?
e sentirsi ancora nuda e rovesciata
come una figura piana
disegnata sempre storta
sulla carta millimetrata
dell’ennesima inutile illusione

 

lui scende sempre dal treno di Busseto
coi pensieri sbagliati dentro gli occhi
da portare in offerta con tremore
a lei finita a vendere bicchieri
in un negozio nuovo sulla piazza
lo vedrà arrivare affondato nella giacca
osserverà i suoi denti diventare oro
nei riflessi colorati dei cristalli
morderà di nuovo il tepore delle mani
in questa Parma sporcata
dalla polvere e dal caldo
nell’estate in cui l’amore
ha il sapore delle muffe e del cartone (altro…)