radiohead

Nightswimming

amsterdam, foto gm

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Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

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Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

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Radiohead, A moon shaped pool

radiohead. a moon shaped pool

Radiohead, A moon shaped pool

XL, 2016

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di Ciro Bertini

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Dai tempi di Ok Computer un’attesa carica di aspettative, ansie e speranze precede ogni nuova uscita discografica del quintetto di Oxford. “Cosa si inventeranno stavolta?” Pare essere questo il sentimento dominante nella testa dei milioni e milioni di fan che i Radiohead hanno radunato attorno a sé in tanti anni di onorata carriera. Ammesso che nel 2016 il rock possa ancora “inventarsi” qualcosa, che tipo di band è quella che si presenta a noi con A Moon Shaped Pool? Prima di provare a rispondere, facciamo un passo indietro e torniamo al 2011, perché è con quel pasticciato e insipido The King of Limbs che abbiamo lasciato, delusi e amareggiati, la band di Thom Yorke. Forse consci loro stessi di aver commesso un mezzo passo falso e desiderosi di un cambio di rotta, i Radiohead smorzano l’elettronica un po’ ammuffita di quell’album e si rimettono a fare ciò che da sempre riesce loro meglio: scrivere e suonare canzoni malinconiche e introspettive. Una rinascita artistica, quindi? In realtà no, perché anche se la strada imboccata sembrerebbe quella giusta, l’album purtroppo non decolla e arrivati alla fine non si possono provare un po’ di amarezza e pure di insoddisfazione verso un’opera complessivamente poco emozionante e del tutto priva di quei lampi di genio che tante volte, in passato, ci hanno fatto quasi gridare al miracolo.
Eppure l’avvio è da brivido, con quella Burn the Witch già degna di essere annoverata fra i “classici” della band. Voce e orchestra si fondono meravigliosamente in un fantastico gioco di contrasti fra archi taglienti come lame e un canto leggiadro ed etereo, mentre la tensione si accumula implacabile, scatenandosi in un finale pirotecnico. Un brano eccellente, e il video in clay animation che l’accompagna non è da meno. La decisione di aprire l’album con Burn the Witch, però, non è stata fra le più sagge. Dopo un incipit così spumeggiante ci si aspetterebbero ben altre prodezze rispetto a quanto invece messo in campo, e la lenta, soporifera Daydreaming è subito pronta a ricordarci che questi, purtroppo, non sono più i geni di Paranoid Android, The National Anthem, Just, There There e Pyramid Song, ma musicisti di mezz’età che sanno confezionare un prodotto di classe ma hanno perso la capacità di infondergli calore e vigore.

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Solo 1500 n. 96 – Interni con buio

Solo 1500 n. 96 – interni con buio

Io vivo nella mia camera e parlo con me. Ho dei genitori. Esistono. Fuori di qui, esistono. Ho un pc e mi basta. Vivo chiuso perché l’ho scelto. Al muro ho appeso il Narciso del Caravaggio. Poi, io sono virtuale. Non sono io. Sono me, ma non sono io. Su internet sono gli altri me stesso. Io, soltanto, vorrei scomparire. Il mondo mi fa male. Oggi. Ma non importa, niente importa. O forse. Io prenderò forma nella tua tasca, invisibile./ Fai ciò che vuoi/ Io ho tante identità. Posso essere chi sono. Qualcun altro. Mi restringerò e sparirò/ Scivolerò nel ritmo e mi sballerò/ Sono molteplice. Sono le mie voci, una rete di voci e profili virtuali. Rivivo. Mi massacrano i timpani e mi fanno vivere. Questo schermo sono, il mio profilo sul mondo. Nella mia stanza, sempre, sono ciò che proietto. Non riesco a liberarmi da questa dipendenza/ Specchio riflesso delle mie brame. Voglio morire, voglio vivere. Sono tutto e il contrario di tutto. C’è uno spazio vuoto nel mio cuore/ dove le ali mettono radici/ quindi adesso ti lascio libero. Imperfetto e perfetto. Sono la tenuta di questa canzone. Adesso. Dopo non lo so. Lentamente ci apriamo/ come fiori di loto/ solo per vedere di cosa si tratta/ solo per vedere cosa dà/ Contemplarmi e annullarmi. Ogni giorno, ogni notte, per giorni e notti. Infinitamente. Mi spezzo, son spaccato. Vivere a metà, a tre quarti. Vivere. Viversi. Ho spento il computer. Narciso si guarda. Io non mi vedo. Papà, ricordati di far suonare i Radiohead al mio funerale.

(c) Alessandra Trevisan

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Li sento fuori dalla stanza. Non parlano non dicono niente, ma sono lì, posso sentirne i respiri fuori dalla porta. Da quando sto chiuso nella mia stanza sento tutto più forte, anche il silenzio. La tapparella è chiusa ma so che fuori c’è il sole, lo sento. Ascolto da tre giorni “Solitude Standing” di Suzanne Vega, non mi è mai piaciuto e non mi piace adesso. Ma lo ascolto. Devo. Il letto lo rifaccio con cura, non è questo il punto. Il punto è che il mondo deve stare fuori. Il punto è che io devo diventare il mondo. Togliermi spazio non mi dà ansia, l’ansia me la fanno loro fuori dalla porta. Uscirà prima o poi? Quante settimane sono che è lì dentro? Cazzi suoi, non ho intenzione di stare qui a implorarlo come fate voi. Ci sono novità? Mangia? Si laverà? Ancora Suzanne Vega? Non poteva innamorarsi solo del Sushi tra le cose giapponesi? Comprarsi un Kimono, che so? Lo so loro pensano che c’entri il Giappone, ma non è vero. Il Giappone c’entra ma come ogni cosa. Il fatto è che io sto bene solo davanti al mio pc. Le cronache dalla mia stanza sono le cose migliori che io abbia mai scritto. Chi non mi avrebbe mai letto ora mi legge. Chi non mi avrebbe mai guardato ora mi. La vera vita è qui dentro. Sento come un fluido, un wireless che mi scorre dentro al posto del sangue. Ho una voce nuova: la mia. Riuscissi ad ammazzare sta stronza di zanzara. Hanno imparato la parola giapponese che dovrebbe corrispondere al mio comportamento: Hikikomori. Stronzate, hanno sbagliato di nuovo. La definizione giusta è: Cazzi miei.

(c) Gianni Montieri

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Questo post nasce dall’ascolto di una puntata di Piazza Verdi, programma di Radio 3 in cui lo scorso 13 aprile si è parlato de Lo spazio vuoto del cuore di Mimmo Sorrentino, incentrato sul fenomeno della segregazione volontaria di migliaia di adolescenti che decidono di rinchiudersi nelle proprie camere senza avere più contatto con la realtà esterna, se non attraverso il computer e internet, un fenomeno giapponese (da qui l’etichetta “hikikomori”) che si sta diffondente in Occidente anche. Maggiori informazioni le trovate sul sito della Fondazione L’aliante, che ha sostenuto l’evento. Potete riascoltare la puntata radiofonica con ospite lo stesso Sorrentino e parti del monologo che costituisce lo spettacolo con voce monologante di Mattia Colombo, qui.

credits fotografici (c) Permian Beast. Photograph: Zachariah Wildwood & Donald Twain

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Solo 1500 n.25 : Sold out

Solo 1500 n. 25 – Sold out

I Big della musica internazionale tornano in Italia, l’estate prossima, per dei tour che si annunciano trionfali. Due nomi su tutti: I Radiohead e Bruce Springsteen. Quattro date per i primi e tre per il Boss. Roba da leccarsi i baffi. Naturalmente, a un data ora di un fatidico giorno è scattata la vendita dei biglietti on-line. Prezzi, come da copione, abbastanza alti, Biglietti esauriti in poche ore. Sia il Boss che i Radiohead rientrano tra le mie passioni musicali. I Radiohead, addirittura, credo sia la band che ascolto più spesso. I loro concerti sono memorabili. Ancora ricordo uno Springsteen a San Siro sotto il diluvio: una delle volte in cui mi sono divertito di più in vita mia. Nonostante ciò che ho appena scritto, non mi sono mosso. Non ho nemmeno provato a comprare i biglietti. I motivi credo di conoscerli, dovuti alla mia pigrizia mentale storica aggiunta al mio non-tempismo sudista che  mi impedisce di pensare di comprare qualcosa per un evento che si presenterà tra nove mesi. Ma questa pigrizia l’ho superata tante volte, per tanti concerti. Arriviamo alla motivazione vera, forse un po’ triste. Magari stare in uno stadio o spazio simile a (non) ascoltare musica non fa più per me. L’artista che diventa un puntino, ingrandito solo da un maxischermo, questi che saltano e ti urlano di fianco. La musica che non ti arriva, salvo quando la riascolterai su youtube. Tutto questo per dire che sono molto preoccupato, forse sto diventando, irreversibilmente, uno da piccoli spazi. Più da club che da teatro. Sto invecchiando o soltanto migliorando.

Gianni Montieri

Me and Radiohead

Esco, e piove. Come viene giù, a secchiate. Un minuto piano, ed eccola: una secchiata che sembra infinita d’acqua. Di nuovo piano. E di nuovo. La neve di neppure una settimana fa da milioni di fotografie notturne è ancora nella mia testa. La differenza di rumore. Le persone (fiume) si accalcano, uscendo, sotto il porticato (roccia) del Duomo, per aprire gli ombrelli e gettarsi in piazza (mare), stando attenti non solo alla pioggia che cade dall’alto, ma pure a quella che, sfruttando l’irregolarità del piancito di pietre, forma piccole o un po’ più grandi pozzanghere (trappole) per piedi (prede) distratti. Basta un attimo e ti ritrovi, d’un botto, con scarpe e pantaloni ben inzuppati fino ai polpacci. C’è un gazebo della Misericordia che offre dolce e da bere per festeggiare il Natale. Non so se c’è da fare un’offerta, ma ora che è passato il tocco da una decina di minuti non ho voglia di fermarmi. Dovrei prendere, rifare quei cinque/dieci metri fino al porticato, richiudere l’ombrello, mangiare e bere in mezzo a quel tumulto di persone che si scambiano auguri, fumano sigarette, aspettano chi si è fermato dentro, socializzano o meno in modo vario: correrei il rischio di incontrare qualcuno che conosco, e certo accadrebbe, o forse ci spererei, e rimarrei deluso. Ho solo voglia di arrivare alla macchina. Tornare a casa.

Pioggia, la sento dentro, piovi pioggia su di me. La messa. La messa. Dal pulpito sempre e solo critiche, mai autocritiche. Possibile che non sbaglino mai? O che, in ogni caso, gli errori degli altri siano più gravi? Poi: visita all’altare d’argento? Due euro grazie. E il braccialetto elastico di Padre Pio, tanto di moda. Può succedere che ti arrivi gratuitamente a casa. Ma a me queste cose lasciano un retrogusto cattivo – non amaro, che l’amaro a fine pasto non mi dispiace affatto – più acido, direi. Quella coppia, sembrava uscita da un matrimonio, fosse stato per gli abiti li avrei detti, non so, quarantenni? Invece ragazzini tanto perbene. Magari un po’ di coca alle feste. Ancora troppo piccoli, forse. Che Iddio li protegga, come si dice. Le mie opinioni che non portano conseguenze. Ho letto da qualche parte che il crocifisso non è tradizione, che l’albero di Natale è tradizione, ma il crocifisso: il crocifisso non lo è. Non si dovrebbe essere fedeli per tradizione. Perché vado, allora. So già cosa mi aspetta quando entro, è troppo facile, non sono diverso. Diverso da chi, cosa. Umano. Mi confronto per cercare un barlume di me, per cercarmi. Non mi trovo. Il mio vacuo, personale, pulpito. Ma ti cerchi? O fingi? E queste voci nella tua testa? Sei tu?

Alzo gli occhi: il Battistero, lucido e bicolore, non riesco a contenerlo tutto in uno sguardo. Sembra non ci siano abbastanza soldi per tenerlo aperto, per il riscaldamento. Forse somiglio un po’ a questo edificio che non si può aprire per mancanza di fondi. Freddo dentro, inerte. “Un po’, forse”, decisione zero, come rispondere? Quanto mi piace questa piazza, e il Franchi un paio di mesi fa proprio qui ha detto “Sembra una città asburgica”, e può sembrare, forse, come ogni città quando appare le prime volte al nostro sguardo, e ci concentriamo sulle cose belle, che per il brutto si è sempre in tempo. Ma io non ho mai visto una città asburgica. Non ho mai neppure provato, ad andare in una città asburgica. Mi fermo un attimo, mi giro e mando appena la testa all’indietro per osservare il campanile, illuminato, e solo pochi giorni sono trascorsi da quel turbine di neve intorno, correnti d’aria. Questa pioggia piove dritta, dritta su me, bagna tutti i respiri. Tutto ovattato, venerdì sera, tutto amplificato, ora. Riprendo la direzione, il cammino. Cosa faccio, passo dalla Sala? Così, per vedere chi c’è. Un’occhiata a destra incrocia gente seduta, in piedi, gruppetti, fumi che sfidano l’acqua. Ma chi ne ha voglia. Anni fa si faceva l’anti-vigilia. Una volta ho dormito a casa di un amico. Avevo dimenticato le chiavi di casa. Non avevo la macchina. Arrivai quasi tardi per il pranzo di Natale coi parenti: un attimo prima che arrivassero loro. Irrimediabilmente Tardi, comunque. In ritardo. Sempre. Malditesta.

Tiro dritto, da lì – a sinistra, senza guardare – ho sentito parte del concerto dei Pearl Jam, con lei. Non avevamo preso i biglietti. A differenza del Blues, avevano montato il palco davanti al Monte dei Paschi, coprendo la sua insegna luminosa e lasciando libera la visuale su Comune, Tribunale (e no che non li sbaglio i due, piccole bugie, ma dall’uno posso vedere sotto l’altro, chi cammina, e prepararmi, sono nervoso), Duomo e Battistero, sugli altri lati della piazza. Potere spirituale, potere temporale, una piazza. Il giudizio divino e quello umano. Vedder è un animale. Giro a destra e la strada è vuota, da qui al Globo ci saranno 4 persone che camminano.

Una delle cose belle di Pistoia è che bastano davvero due passi, per passare da una visione colma di persone, di voci, di tacchi sulle pietre e sull’asfalto, ad una di vuoto, o quasi. Come essere altrove. Microambienti distinti, forse. Non importa andare in vicoli per questo, no, che di solito è così, nelle città: giri in una via che vedi un po’ più stretta, per guadagnare un po’ d’intimità con te stesso e il paesaggio. La mia intimità è un’offesa, di solito, a me stesso.

La pioggia, piovi pioggia su di me, cancellami. Comincio a fischiettare. Un motivo che conosco bene. Poi, mi metto a canticchiare la parte finale della canzone, “rain down, rain down, come on raaain down on meeeee…from a great height, from a greeeat heeeeeight, heeeeeight…that’s it sir, you’re leaving, the crackle of pig skin…” e fischietto ancora, mentre vado verso il Lux: la macchina mi aspetta nella strada a fianco. Che canzone meravigliosa. L’asfalto è così lucido, sembra inchiostro. Chi sa. Persone al distributore tabagista automatico. Le locandine del cinema, c’è un film che vorrei vedere. Ecco la macchina, salgo. Nello sportello tengo i cd: prendo quello. E sentiamola come si deve. Ok computer, la 2. Una canzone da fischiettare e canticchiare la notte di Natale, dopo la messa in Duomo, sotto questa pioggia. I may be paranoid, but no android. I may be android, but no paranoid.