racconto breve

Gli arcani maggiori #10: LA RUOTA DELLA FORTUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Ruota della Fortuna, carta del cambiamento.

 

Fin da quando la conobbe, iniziò a scrivere brevi racconti su di lei. Non per corteggiarla, no di certo, perché lei era la sua più cara amica anche se da anni lui teneva nascosto di amarla. Semplicemente, gli sembrava di poter passare qualche ora in sua compagnia, di conoscerla meglio come chi piano piano sfila una giacca, una camicia, una canottiera e riesce a posare il palmo su una costola nuda. Perché era certo di intuirla, tutto il suo istinto e la sua attenzione erano naturalmente rivolti a lei come quelli di chiunque si innamori. Stava sempre attento a non metterle in bocca parole che lei non avrebbe pronunciato, quindi nei suoi racconti lei parlava poco, ma non per questo era un’icona santa. I suoi racconti somigliavano piuttosto alle piccole cose che accadevano tra di loro, quando si vedevano per un bicchiere di vino, e si ambientavano nelle pupille di lui, nel suo guardarla mentre lei sollevava il bicchiere per lo stelo invece che per la coppa e nel ciondolo che aveva scelto per uscire.
Erano racconti, insomma, pieni di innamoramento più che di avvenimenti veri e propri. E all’inizio lui aveva deciso di non farli leggere a nessuno ma poi, dal momento che ogni racconto scritto bene implora un lettore, lui aveva chiesto a lei di dargli un’occhiata.
La sera in cui le portò la stampata non dormì per la notte intera.
«E se lei dovesse riconoscersi?», pensava. «Certo, ho sostituito ogni bicchiere di vino con della birra, anche se in questo modo ho virato la natura del personaggio, e il ciondolo che ho descritto era sempre diverso da quello che lei portava al collo, e nei miei racconti lei ha sempre parlato poco, ma se riconoscerà l’essenza di sé e capirà che sono innamorato di lei?»
Lei lesse tutti i racconti senza riconoscersi, ma il giorno dopo, quando gli portò la stampata, disse:
«Com’è bello essere amati in questo modo. Vorrei tanto essere io la donna dei racconti.»
E lui, che non aveva mai pensato di scriverle per corteggiarla, quasi si sentì in colpa quando rispose:
«Sei tu la donna di questi racconti. E sono io l’uomo di questi racconti, e se vuoi posso essere anche quello della tua vita.»
Così si legarono anche nella vita, e passarono degli anni a essere contenti di svegliarsi insieme, a darsi fastidio per chi doveva andare prima al bagno, a ridere mentre montavano l’albero di Natale e a ignorarsi quando dovevano lavorare ognuno alla propria scrivania, a guardarsi a lungo negli occhi prima di ogni visita medica e a stare zitti a cena perché uno dei due era stanco. (altro…)

Gli Arcani maggiori #9: L’EREMITA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Eremita, carta del raccoglimento.

Prima di trasferirsi definitivamente vuole vedere l’isola.
È una giornata di novembre, prende un traghetto quasi deserto sotto la pioggerellina, il mare è leggermente mosso da un vento costante e pieno, si vede che c’è un temporale, poco più in là, lui non è mai stato in grado di vedere la cortina di pioggia che tutti gli hanno sempre indicato all’orizzonte ma sa riconoscerne altri segni, come l’odore improvviso di funghi e la consistenza del vento che si muove prima di scomparire all’improvviso, e far piovere.
Ha il cappuccio e si appoggia alla battagliola di prua, perché non gli va di sedere all’interno del traghetto. Gli va di vedere arrivare l’isola da lontano. Le isole, in realtà, gli danno fastidio, perché non c’è modo di andare via, anche il traghetto che adesso lo sta portando ripartirà subito e non tornerà prima del pomeriggio, perché non è la stagione turistica e fa solo servizio viaggiatori per i residenti dell’isola. Risiedere su un’isola deve trasformare il pensiero, pensa. Definire con più incisività l’idea di perimetro. Costringere a uno stacco netto tra il proprio e l’altrui, tra il qui e l’altrove. E dipendere dal capriccio del mare, che in qualsiasi giorno può essere abbastanza grosso da obbligare a confinarsi o trovarsi esiliati dal proprio luogo. (altro…)

Gli Arcani maggiori #8: LA FORZA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Forza, carta della caparbietà.

 

Qualche ora più tardi, anche tu esci per tornare a casa. La ragazza che hai raccolto dall’attacco di panico ti ha tenuta impegnata a lungo. Sapevi che non dovevi farla ragionare, ma solo essere, essere corpo che funziona, perché lei ricordasse di funzionare quanto te.
Ora fa molto freddo, così sollevi il bavero per non prendere aria sulla gola. E poi c’è vento, e c’è poco che tu detesti più del vento che ti spettina. Diventa tutto così ingestibile, così disordinato con il vento. La tua amica, quella volta, ti aveva dato del pulcino; l’avevi folgorata con lo sguardo, ma lei rideva.
Sei sollevata di avere del tempo per camminare da sola, specie dopo la fatica che è stata prendersi cura di quella ragazza. Perché, anche se non hai fatto nulla se non lavorare di buon senso, qualcosa nel trattare con lei ti ha affaticata. Un’empatia, forse, deve esserti filtrata sottopelle.
Hai l’impressione di aver fatto qualcosa di enorme, ma di non avere idea di come tu ci sia riuscita. La tua amica direbbe che tu puoi fare tutto, ma è la solita esagerata. Tu ti arrabbi, e non sai come dirle che sei una persona normale. Sono una persona così normale, dici. Eppure, è questa la cosa strana, mai una volta che lei ti abbia smentita: anzi, il pensiero della tua normalità la accende, la fa sorridere, come se covasse storie di inquietudine e straordinarietà di cui è stanca. Ti guarda in silenzio, e quando parla lo fa per dire che vede la tua forza. Tu non sei forte, protesti. E hai ragione. Hai fragilità delicatissime, potenti idiosincrasie. Ma non è questo che lei intende. E così ti parla, mentre non ascolti. Vede una forza, dice, che ha una tonalità rara. Vedo la tua misura, dice lei. Vedo la tua pazienza.

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proSabato: Luigi Cecchi, Precious

©Luigi Cecchi

PRECIOUS

«Capisci cosa significa “prezioso”?», domandò Cutter, appoggiando la crapa pelata al soffice sedile della limousine. Raffaele non rispose, perché temeva che ogni interruzione avrebbe potuto innervosire il capo, e non era bene innervosire il capo, soprattutto quando ci si trova in ginocchio e con una pistola puntata alla tempia. Ernesto Ferro (anche se probabilmente “Ferro” non era il suo cognome) lo squadrava con occhi freddi e impassibili, gli occhi di chi fino a ieri era tuo amico, e ora invece potrebbe diventare il tuo esecutore. Era la prima volta che Raffaele lo vedeva in completo nero, giacca e cravatta. Sembrava che fosse già pronto per il funerale. «Lo sapevi che non sono italiano?», altra domanda di Cutter. Alla prima domanda Raffaele non aveva risposto per timore, a questa non avrebbe saputo rispondere per sincera ignoranza. A giudicare dall’accento del sud e dai modi di fare, Cutter gli era sempre parso italianissimo. Forse stava scherzando.
«I miei genitori sono bulgari, anche se poi mio padre si è risposato con una ragazza greca quando ero piccolo, e abbiamo vissuto ad Atene per una decina d’anni. – Spiegò Cutter, senza sporgersi troppo dal finestrino. – Sono arrivato in Italia che ero appena quattordicenne. Tutto legale eh. Non sono uno sporco immigrato come quelli che arrivano dall’Africa. Uè, mi stai ascoltando?» Raffaele annuì. Cutter si grattò la barba ispida e continuò.
«Per me il significato delle parole non è mai stato scontato. Ogni volta che ne sentivo una nuova, me la segnavo e poi a casa andavo a cercarla sul vocabolario, e scoprivo che a volte avevano più di un significato, e che avevo frainteso quello che gli amici, o il professore, o qualche altro stronzo mi aveva detto. Tu le hai mai cercate, le parole che usi, nel vocabolario?»
Raffaele, effettivamente, aveva usato pochissimo il vocabolario, in vita sua. Pur crescendo in un mondo senza internet né smartphone, aveva avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove l’italiano veniva usato con attenzione e volentieri. Sua madre era maestra elementare, suo padre aveva lavorato come segretario in una grossa azienda tessile, quindi entrambi avevano studiato e avevano trasmesso a Raffaele una certa accuratezza nel parlare e nello scrivere. Durante i suoi primi anni di scuola, Raffaele non aveva avuto bisogno di aprire un vocabolario molto spesso, e in seguito non ne aveva sentito l’esigenza.
«Certo che no. – Lo anticipò il capo. – Che cazzo di bisogno ne avevi? Tenevi fiducia che le parole che usavi volessero dire proprio quello che pensavi. Giusto?»

Cutter emise una risata sommessa e forzata, che lo lasciò con un sorriso per qualche secondo.
«È proprio questo il punto. Tenere fiducia. Io tenevo fiducia in te, mi aspettavo che tu significassi proprio quello che pensavo, lo sai? E invece…»
Ferro calcò la pistola sulla testa di Raffaele, che si fece sfuggire un gemito. «Non si getta via la roba appena si vede una pantera dei Carabinieri che si avvicina. La roba è preziosa, devi capirlo. Devi capire il significato della parola “prezioso”.»
«Mi sa che era ‘na gazzella, capo.» Lo corresse timido Ferro. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Long

©Luigi Cecchi

LONG

Quando la consapevolezza che sarebbe morto lo avvolse, il maggiore Sheldon McKelly si scoprì stranamente rilassato. Smise di nuotare affannosamente tra gli schermi olografici, ignorò gli allarmi e le spie luminose, smise di preoccuparsi per la voce del computer che con calma innaturale lo aggiornava sulla cascata continua di errori di calcolo. Fece un grosso respiro, strinse i pugni e se li portò al petto, cercò di focalizzare il pensiero sulle cose positive. McKelly sarebbe stato ricordato dai posteri come il pioniere dei viaggi crono-dimensionali, lo Juri Gagarin del XXIV secolo. I dati che aveva inviato al Centro di Controllo prima di iniziare la manovra di salto sarebbero stati la base per correggere gli errori e in futuro rendere questo tipo di viaggi una consuetudine. Il suo sacrificio sarebbe rimasto scolpito nella storia dell’umanità per sempre. (altro…)

Gli Arcani maggiori #7: IL CARRO

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Carro, carta dell’autodisciplina.

 

Se è difficile, per me, raccontarvi, non è per l’emozione.
Immaginate di dover tradurre un concetto che vi preme attraversando il filo di tanti linguaggi, e farlo in modo che il meno possibile si perda. La mia lingua, sapete, è diversa dalla vostra. Ma è diversa anche da quello che io stesso penso, perché mai il pensiero e la parola si possono corrispondere, per quanto ci si sforzi a renderli aderenti. Così, con questo linguaggio ballerino, vi racconterò la storia di un’altra creatura ancora, vi tradurrò quello che ha fatto e che ha pensato il giovane salmone che tempo fa è venuto a spiaggiarsi su quest’argine di fiume.
Immaginate ancora. È primavera: nell’oceano più profondo pesci che si muovono come banchi di seta, guizzi di grigio in delicata sincronia, creature impegnate solamente a esistere. Finché suona per tutti quella che voi chiamereste una sirena, ma è una sirena muta. È un suono concorde, universale, che fa drizzare le pinne a ogni salmone, lo fa inchinare. Una sapienza zitta passa di coda in coda, le loro lische sono corde di obbedienza, e così sfilano, sicuri, affaticati, contropelo al fiume.
Lui li segue. Alla vetta, lo sanno, c’è l’altare. Superati gli orsi, ci sarà la danza, e poi la schiusa, e poi morire. Quasi unica tra tutte, la loro specie sa che il sacrificio è il solo modo per la prosecuzione. Avranno messo al mondo altri salmoni, e i loro corpi saranno buoni a fare alberi; c’è sempre un bosco, sulle vette dove arrivano i salmoni. Lui sale con loro. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, XX secolo

©Luigi Cecchi

 

XX Secolo

«Mi ricordo che quando avevo la tua età, – esordì la nonna mentre infilava il guanto da forno sulle dita maltrattate dall’artrosi – c’era un ragazzo al quale piacevo tanto. Si chiamava Adolfo, ed era tedesco… proprio come… come quello tedesco.»
«Hitler?» Suggerì l’ingegner Pozzuoli.
«Esatto! Esatto! Willer! Willer.» Ripeté la nonna annuendo. La soffice messa in piega vaporosa e canuta si agitò sulla sua testa come un batuffolo di cotone.
«Hitler, nonna. Non Willer. Hitler» L’ingegner Pozzuoli scosse la testa e barrò un paio di caselle su di un piccolo taccuino, che ripose velocemente nel taschino della camicia.
«Ad ogni modo, – proseguì lei imperturbabile – c’era questo giovane tedesco. Veniva ogni giorno a casa e bussava al portone, giù nel cortile, vicino alla carreggiata. Veniva sempre con un mazzo di margherite appena colte. Sperava che mi permettessero di uscire, ma i miei genitori erano molto gelosi di me. Quando sentiva bussare, mia madre si affacciava dal balcone della sala da pranzo per vedere chi fosse, e quando lo riconosceva, gli gridava in tedesco di andarsene!»
«La bisnonna conosceva il tedesco?» Domandò Pozzuoli, incrociando le braccia con fare un po’ spazientito.

«Oh, no, no. Aveva imparato solo come si diceva “vai via”, perché lo ripeteva sempre Sebastiano, il barbiere della piazza, quando entravano dei clienti nel suo negozio che non erano alianti.»
«Ariani. Non vedo comunque il motivo per il quale un barbiere pugliese dovrebbe rivolgersi in tedesco ai propri clienti… tantomeno se intende cacciarli via…» Mormorò l’ingegnere.
«Non lo so. Forse perché era un fan di Willer.» Spiegò la nonna, aprendo con uno scossone il forno della vecchia cucina a gas. Pozzuoli riprese il suo taccuino vi appuntò a caratteri cubitali la parola “FAN”, poi lo infilò di nuovo al suo posto. La nonna nel frattempo si stava esibendo in una serie di piegamenti lentissimi, tentando di non spostare il proprio baricentro oltre la base, e nel contempo di non mettere troppo alla prova la propria schiena. Attraverso le lenti spesse degli occhiali esaminò le condizioni della carne. (altro…)

Gli arcani maggiori #6: GLI AMANTI

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Gli amanti, carta della dedizione.

 

Hai preso il treno appena in tempo, per fortuna non devi mai fermarti a comprare l’acqua al distributore, come dovrei fare io, che poi sono stupido e perdo sempre la bottiglietta appena comprata sulla banchina quando salgo sulla mia carrozza. Hai sempre dell’acqua in borsa. In borsa, tu hai qualsiasi cosa: salviette, caricabatterie, qualche medicina, lo spray di tinta nera per la ricrescita, e crackers da sgranocchiare. Io a volte ti prendo in giro perché tu hai tutto quello che ti serve, e che a volte serve a me, ma lo sai che sono ammirato. Io ho a stento carta e penna, il portafogli e il cellulare. È una delle cose per cui sono diverso da te.
Deve essere rilassante viaggiare con te. Sei così rispettosa. Non ti sogneresti mai di fare un rumore molesto, di chiacchierare con qualcuno che non vuole. E poi sei così piccina, anche se sei alta. Sei raccolta. Sai raccoglierti. Nel senso: tireresti a te le gambe. Non faresti mai una domanda indiscreta. Non diresti mai qualcosa di fuori luogo. Anche questo è sapersi raccogliere. Forse in questo un po’ ti somiglio, anche se lo sai che a volte parto per la tangente e dimentico il mio posto qual è.
Il treno parte. Hai davanti un sacco di ore di viaggio, da qui alle Alpi, e dai un’occhiata alla rivista del treno. Ma preferisci poggiare la testa sul finestrino e pensare, o chiacchierare per iscritto con qualche amico. In questo, eccome se siamo diversi. Io sono uno che in treno porta un libro. E non perché mi piaccia leggere (ora ti dico un segreto, non dirlo a nessuno: leggere non mi piace). Ma perché non saprei cos’altro fare. Sono uno che in treno porta un libro, e sono uno che non ha amici sufficienti a chiacchierare per ore e ore di treno. Il mio cuore ne ha scelti un paio. Il mio cuore non è accogliente come il tuo. (altro…)

Gli arcani maggiori #5: IL PAPA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Papa, carta del rapporto con gli altri.

Oggi Vanessa mi ha portato in un pezzo del suo mondo: la mensa della redazione. Entro con un pass di un suo collega assente, la lascio accanto al dispenser della frutta e mi avvio a prendere posto. Lei arriva dopo dieci minuti con un vassoio multicolore. Sono tutte verdure, una più dell’altra, ma una ha attorno della pasta e l’altra del formaggio. Devo stare attento, quando viene a casa, a togliere dal frigorifero perfino le fette di carne cruda. Non è vegetariana, ma non può soffrire l’idea che la carne esista.
«La gente che ti passa avanti in fila parlando dello scandalo delle discriminazioni degli indios in Perù è incredibile», dice mentre toglie il cappotto e lo appoggia sullo schienale della sedia. «Ora, io non credo di avere la stessa importanza di un indio discriminato, ma se fai un sopruso piccolo puoi fare anche un sopruso grande: oggi mi passi davanti in fila, domani vai in Perù e discrimini un indio perché si sono dimenticati di dirti che è socialmente ingiusto.»
Annuisco vigorosamente aprendo una busta di pane. Vanessa sistema i capelli a lei e a me.
«Dovrebbero fare una fila separata per gli stupidi», dice.
«E tu mi aspetteresti, mentre la faccio tutta?», le rispondo con gli occhioni più teneri che riesco a trovare. Mi sento proprio allegro, oggi.
Vanessa sorride con dolcezza.
«Sei proprio allegro, oggi.»
Mi consulto con il succo d’arancia. “È proprio bello che lei abbia scelto la tua stessa parola!”, mi dice il bicchiere. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Crooked

©Luigi Cecchi

 

Crooked

Il suo vero nome era Erto-rikuban-inussiadolon, ma tutti lo conoscevano come “crooked”. Si trattava di uno spiritello molto antico, di quelli che avevano schiuso gli occhi quando le stelle erano lontane dalle loro posizioni attuali, e nessun essere umano aveva ancora giocato a unirle formando costellazioni. Crooked aveva respirato l’aria povera di ossigeno di epoche remote e assistito alla comparsa e poi alla scomparsa di migliaia di specie di esseri viventi differenti. Crooked si esprimeva solo attraverso un’antica lingua degli spiritelli che ormai parlava solo lui, e che ben pochi riuscivano a comprendere. Ma d’altro canto, Crooked parlava raramente. Durante quel consiglio, che vedeva riuniti ben 344 spiritelli giunti da oltre 100 luoghi diversi della Terra, Crooked restò in silenzio, con gli occhi socchiusi, la testa immobile piantata nel suo corpo di legno e le radici conficcate nel tenero terreno della radura, per quattro giorni e quattro notti. Tutti gli altri spiritelli avevano già espresso la propria opinione sulla questione che aveva indotto il popolo invisibile a riunirsi (una cosa che non accadeva da almeno tre millenni). Alcuni avevano avuto modo di ribadire la propria idea un paio di volte. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #3: L’imperatrice

 

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatrice, carta della cura e del nutrimento.

Con la mezzanotte in arrivo la festa di Capodanno era fortunatamente agli sgoccioli e al momento mio marito sedeva a pochi metri da me. Aveva un nipotino, credo, sulle ginocchia, e una bambina in piedi accanto a lui gli balbettava in faccia una poesia. Spesso dimenticava qualche sillaba, e lui gliela suggeriva con piccoli movimenti della bocca. Era così sereno da avere una fossetta sulle guance e l’attaccatura delle palpebre gli si avvizziva a furia di sorridere. Una scena perfetta per una di quelle orribili porcellane bucoliche di cui si circondava nel Settecento Amalia di Sassonia.
Tu scendi dalle stelle, canticchiava in ritardo coi tempi qualche zia poco lontano. Eravamo tutti concordi che i bambini avrebbero dovuto al più presto andare a dormire, ma nessuno di noi aveva il coraggio di ammettere che erano gli adulti a non vedere l’ora di accomiatarsi. Avrei aperto volentieri le danze di questa confessione, se solo mio marito non mi avesse implorato prima di arrivare di dimostrarmi onorevole e garbata fino al termine delle celebrazioni.
Ragione ulteriore per aspettare la mezzanotte in gaia compostezza, e in compagnia dei nostri rispettivi pargoli, era il compleanno incombente della figlia della nostra padrona di casa, che avrebbe compiuto sette anni al passaggio del calendario. La festicciola di compleanno che sarebbe seguita era la ragion per cui non avevamo potuto sottrarci dal portare il Furetto con noi. Al momento, il Furetto si faceva ordinatamente battere a sasso carta forbice dal fratello della futura festeggiata, in un angolo della stanza. Mi chiedevo dove avessi sbagliato come madre. (altro…)

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)