racconto breve

Martingala #7: Il paese del sole

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fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)

Martingala #2: Album

Almeno credo che sia lei; ma mi sembrerebbe strana la coincidenza, e ancora più strano averne un ricordo così vivido dopo più di vent’anni. Quindi mi siedo sul divano, alzo il volume del televisore e la osservo mentre prende posto sullo sgabello del pianoforte.
L’ho incontrata la prima volta quando avevo otto anni, e lei immagino la mia età. Eravamo a un concorso nazionale di pianoforte, settore pulcini, quella cosa, per intenderci, che può essere tanto la rivelazione di nuove promesse quanto il saggio di fine anno degli stonati. Ricordo data e luogo perché ho ancora conservato il diploma che attesta il mio secondo posto. Il primo posto lo prese lei. I sottotitoli in televisione dicono che si chiama Maddalena, questo non riesco a ricordarlo ma perché dubitare. In questo momento sta suonando Debussy (detesto Debussy) ma non ho idea di cosa lei o io avessimo portato al concorso.
L’ho incontrata la seconda volta l’anno dopo, allo stesso concorso. Andai a salutarla e abbracciarla, anche se avevo nove anni non mi facevano schifo le femmine, e mi ricordavo benissimo di lei perché avevo pensato, l’anno precedente, che se i suoi genitori non l’avessero messa al mondo avrei vinto il primo premio. Ma l’avevo pensato con affetto. Quindi ero corso ad abbracciarla e le avevo detto, ricordo anche questo, che ero spacciato se anche lei gareggiava e che sarei arrivato di nuovo secondo. Invece arrivai primo, ma solo perché per lei coniarono la dicitura “Primo Premio Assoluto”.
Quello che ricordo con più precisione (sì, è davvero lei, ha gli stessi riccioli stretti stretti e le stesse ossa lunghe del viso) è il momento in cui le chiesi cosa le avrebbero regalato i genitori se fosse andato bene il suo concerto. Io mi ero fatto promettere l’album del film di Aladdin con almeno due pacchetti di figurine. E invece: Niente!, aveva esclamato lei, come se fosse stata la cosa più ovvia al mondo. Come se in qualche modo, per le mie pretese, mi sarei dovuto vergognare.
I miei mi regalarono l’album con molti pacchetti di figurine. Io ho smesso di suonare verso i quindici anni, anche se uno dei maestri disse un giorno (lui che non si sbilanciava in nessun complimento) che avrebbe tanto voluto suonare come me alla mia età. Forse lo disse perché era la nostra ultima lezione prima che lui traslocasse.
Qualcuno dice che ho smesso di suonare perché lui è andato via. Mi viene da rispondere che ho smesso di suonare perché quando mia madre mi ha chiesto cosa volevo in cambio di un concerto perfetto i miei occhi non hanno brillato, non mi sono drizzato in piedi, non ho urlato: Niente!
A quanto pare non ho la stoffa adatta per fare il pianista. E, ringraziando il cielo, neanche quella per fare il soccombente.

© Giovanna Amato

Martingala #1: Il Rombo

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fotografia di Giulia Amato

 

Per Anna G.

I miei colleghi non riuscivano a capacitarsi della mia resistenza al lavoro. Continuavano a girarmi attorno dicendo che, per un docente, è obbligatorio un massimo di quaranta ore pomeridiane di riunioni. Tutto il residuo potevo evitarlo, bastava buttare giù uno schema delle mie presenze e per il resto starmene a casa, tranquillo, sul mio divano. Qualcuno me lo diceva con compassione, vedendomi inchiodato al banco della sala professori in attesa di un altro consiglio di classe; qualcuno me lo diceva quasi con rabbia, qualcuno con la mezza voce di chi, comunque, meglio a te che a me.
Non sapevo come convincerli che io ero completamente felice. La sola idea di tornare a casa su quel divano che mi citavano mi riempiva di una forma granulosa di angoscia. Mi sentivo, all’idea, come quei monaci che si guardavano le spalle dal demone meridiano dell’accidia.
Sentivo un rombo, costante e continuo, a percorrere quei corridoi. Era una sensazione fisica, la coscienza che il sangue mi scorreva violento nelle vene, un pulsare ritmico agli occhi e un ronzio piacevole, vertiginoso, in fondo alle orecchie. Arrivavo prima, volevo andare tardi. Fare sera a scuola era diventato l’unico obiettivo delle mie giornate: conoscere le sfumature di luce delle aule, la diversa tinta dei plessi, il rumore dei cardini delle segreterie. La scuola dopo il tramonto era un secondo termine, generato non creato dalla scuola prima di pranzo. (altro…)

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

La botte piccola #7: Roald Dahl, “Lo scrittore automatico”

libraio

R0ald Dalh, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra seguito da Lo scrittore automatico,
Guanda editore 1996, trad. Massimo Bocchiola

Adolph Knipe ha un foglio ancora inserito nel rullo della macchina da scrivere. Il testo inizia così: “era una notte buia e tempestosa”. È stato messo a riposo dopo aver aiutato la società per cui lavora, la John Bohlen Inc., nella costruzione di un calcolatore che permette di risolvere complessi problemi di ogni disciplina in pochi secondi.
Per il suo capo, Knipe è un genietto, ma lui ha altre ambizioni che disegnare progetti di alta ingegneria elettronica. È uno scrittore in erba, misconosciuto, e come tale è incattivito. Ha conservato lo slancio («lo slancio creativo, Mr. Bohlen») per scrivere cinquecentosessantasei racconti, ma nessuno gli è stato comprato.
Finché un giorno Knipe elabora un perfido piano partendo proprio da quello che maggiormente dovrebbe frustrare un giovane esordiente che non riesce a esordire: la desolante banalità, a confronto del proprio genio, di tutto “quello che si legge in giro”.
Così il calcolatore diventa uno strumento che fagocita le regole grammaticali, i nomi propri e «quello che il pubblico vuole», per sfornare abbastanza racconti da creare un indotto di milioni di dollari e garantire in qualche modo, al giovane Knipe, la sua tanto desiderata pubblicazione. (altro…)

Opera al verde

opera al verde

foto Giovanna Amato

La madre è seduta al margine della sedia. Penna e taccuino mangiano spazio alla tazzina del caffè, mentre il libro da cui prende appunti è disteso, aperto, sulle sue ginocchia. Ha provato a tenerlo dritto contro il tavolo sostenendolo con le mani, ma il libro è così pesante da averle indolenzito il polso. Ed è strano, pensa, se è vero che da un mese quel tendine è allenato a reggere un essere umano.
Così la madre sta, tranquilla, china. Lo sguardo a volte corre alla bambina; se potesse spiegare il movimento con cui suggerisce all’occhio di spostarsi, la madre direbbe che somiglia alla gittata con cui i serpenti sibilano la lingua. Ma la verità è che non è lei a dettare legge all’occhio. L’occhio sibila verso quel viso piccolo quanto una mano, quel naso minimo ma già definito e le ciglia lunghe, perfettamente umane, e non c’è niente che lei possa fare per impedirgli questa discreta, sibilante sorveglianza. Le avevano detto che una volta che avesse avuto un figlio il suo corpo, ogni molecola dentro il suo corpo, non avrebbe avuto altra occupazione che custodire il suo bene: e allora lei aveva immaginato quel bene come un panetto da stringere contro il vestito, e se stessa brancolante contro minacce temibili e improvvise. Nessuno l’aveva avvisata che invece ogni minuto si sarebbe riversato nell’altro, ciascuno completamente dotato di senso se lei avesse fatto il gesto giusto, se avesse ascoltato un impulso di sopravvivenza dieci volte più potente a quello cui era stata abituata dovendo preservare la sua sola vita. Nessuno le aveva detto che la sua mente si sarebbe gonfiata fino a inglobare la tenera, scapestrata autoconservazione e l’istinto superbo di tenere inchiodato al mondo quello che fino a un mese prima era stato parte del suo corpo. Il senso di colpa la assorda dalle due direzioni del tempo (avrà fatto? potrà fare?) come una ventata sbalestra il tragitto di un’ape operaia, e lei scende a patti con quella convivenza ogni centimetro che sua figlia conquista, ogni sutura del cranio che si prepara a saldarsi. Ora legge, mentre niente può distrarla, nemmeno la semplice verità del fatto che i suoi occhi a volte guardano altrove. Il suo corpo è un radar, un soldato lungimirante e addestrato. Sa che quello su cui poggia i piedi è un terreno, come sa che il lastricato sveglierà la bimba quando vi passerà con la carrozzina; quei giganti castani attorno a lei sono dei platani, e già si chiede se lei, cresciuta, apparterrà a quel popolo buffo che starnutisce a primavera; l’eco lontana di un pallone definisce il tracciato da evitare al rientro; la sua guancia misura l’intensità del vento per calcolare l’opportunità del ritorno. (altro…)

La botte piccola #6: Dave Eggers, “Lei ribolliva, sbocciava”

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Ad esempio, il racconto è questo (da La fame che abbiamo, Mondadori 2004, trad. it. Matteo Colombo):

È una madre single e l’unico uomo che le interessa è suo figlio, che ha quindici anni e non ha chiamato. Sono le 2:33 del mattino e non lo sente dalle 17:40 del pomeriggio, quando le ha detto che si sarebbe fermato a cena fuori. Lei ora sta guardando un reality show alla tv, beve vino rosso con un goccio di gin e immagina di picchiare il suo unico figlio con una mazza da golf. Immagina di colpirlo forte in piena faccia, e pensa che il rumore che farebbe forse riuscirebbe a ripagarla della preoccupazione, dell’incapacità di dormire, delle centinaia e centinaia di pensieri orribili che le hanno incendiato la mente nelle ultime ore. Ma dov’è finito? Lei non sa nemmeno dove doveva andare, e con chi. È un tipo solitario, eccentrico. È, pensa, il classico adolescente che si fa tirare in mezzo da gente deviata su Internet. Eppure qualcosa le dice che è al sicuro, che sta bene ma che per qualche ragione non è riuscito a chiamare, o forse nemmeno ci ha pensato. Sta testando i suoi limiti, forse, e ci penserà lei a dargli una rinfrescatina sulle conseguenze del suo menefreghismo. E quando pensa a cosa gli dirà e con quanta foga glielo dirà, prova uno strano piacere. È un piacere simile a quello che si prova grattando energicamente un corpo in preda a un fortissimo prurito. Abbandonarsi a quel gesto, grattarsi ovunque e furiosamente – cosa che le è capitato di fare appena un mese fa, dopo un’orticaria – è stato il piacere più profondo che abbia mai sperimentato. E adesso, mentre aspetta suo figlio ed è consapevole di quanto sarà giusta la sua indignazione, di quanto ampiamente giustificato sarà gridare qualsiasi cosa davanti a quella faccia irresponsabile, si trova ad attendere il suo arrivo nel modo in cui un uccello rapace potrebbe attendere il suo pasto. Annuisce tra sé e sé. Si picchietta una penna sulle labbra riarse. Tenta di fare ordine nei pensieri, di decidere da dove cominciare. Quanto dovranno essere generiche le critiche che gli muoverà? Dovrebbero riferirsi espressamente a quella serata o costituire la soglia da varcare per discutere di tutte le sue mancanze? Quante possibilità! Avrà tutto il diritto di spingersi ovunque, di dire qualsiasi cosa. Versa un altro po’ di gin nel bicchiere basso pieno di merlot, e quando alza lo sguardo, alle 2:47, i fari della macchina di suo figlio stanno tratteggiando di luce la finestra del salotto. Sarà fantastico, pensa lei. Sarà copioso, magnifico; gratterà, gratterà e infine sboccerà. Si precipita alla porta. Non vede l’ora.

Gli undici addii #8: “Approfondimento”, di Gianluca Wayne Palazzo

Approfondimento

 

Un tempo Giulio aveva persino creduto che il suo mestiere gli consentisse di incidere, di migliorare un alunno o forse due, e con quei due una classe, con una classe la scuola, e con la scuola una generazione e il mondo. Oggi quelle lezioni di approfondimento in una terza B quasi sconosciuta – un’ora appena a settimana, una via di mezzo tra educazione civica e… cosa, attualità? – gli recavano in dono solo raucedine e sconforto. Era più fastidioso il ragazzino ignorante, il provocatore, quello razzista, la democratica illuminata in erba o quello che gli leccava il culo qualunque posizione lui sostenesse?
O era il dibattito il problema? Lui aveva adorato il dibattito, un tempo. E poi meno. E poi sempre meno. E poi non più. Alla fine il dibattito era soltanto il calcio d’angolo in cui riparare quando era spossato, la stura aperta a discussioni interminabili e sregolate.
Spannò un momento il vetro del cervello a un acuto improvviso, e realizzò che una ragazza nelle prime file stava perdendo il controllo. Era diventata tutta rossa e ripeteva qualcosa sulla cultura. La sua cultura, la nostra cultura…
«Sono le nostre radici, e sono cristiane!…» gracchiava, sporgendosi fuori dal banco.
«Guarda che Gesù è adorato anche dai mussulmani» le ribatté un tale in camicia bianca.
«Ma che vai dicendo, sei matto in testa?…» balbettò lei, sempre più stridula.
«Professore» lo interpellò Camiciabianca con sufficienza, «è vero che gli islamici considerano Gesù… insomma, anche per loro Gesù è… nel Corano, è…»
«Cor… ano!» rise una specie di hobbit sul fondo. Giulio fece finta di non aver sentito. (altro…)