racconto breve

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Giuseppe Ceddia Bestiario n. 10: Rapaci notturni

 

Pablo Picasso, Gufo su sedia e tre ricci di mare

BESTIARIO #10 – RAPACI NOTTURNI

Uccelli predatori detti anche strigiformi, si dividono in due famiglie: quella degli Strigidi (che comprende la civetta, il gufo, l’allocco, l’assiolo) e quella dei Titonidi (riferita alle molteplici tipologie di barbagianni).
Le famiglie comprendono varie sottofamiglie che, a loro volta, si dividono in svariate tribù; le tipologie di civette e gufi sono davvero moltissime.
Animali notturni e gotici per eccellenza, come non immaginarne l’ombra che si staglia immobile su un muro mentre l’animale su un ramo, immobile come certe volte il tempo, attende di attaccare la preda che ad esso sfugge! O meglio, tenta di sfuggire. Occhi che sono finestre sulla notte, ali che accarezzano il vento facendogli capire la loro dignità, becchi che squarciano e artigli che acciuffano, teste fisse di statue di un tempo ma lucide come i sicari con molta esperienza.
Simpatia catartica dello spessore umoristico, quelle teste ferme o scattanti sono come i bambini curiosi e dinamici, come la notte stessa, che ama chi l’ama e non la teme, detesta e schiaffeggia dolorosamente i nemici moralisti, coloro che non comprendono l’oscurità senza luna e senza stelle.
Vista e udito assai sviluppati, spesso i cimiteri sono la loro casa, non per confermare l’aspetto sepolcrale che portano a spasso come un mantello di dignità, ma per la tranquillità notturna dei luoghi in questione (i morti son da essi sorvegliati e dormono il sonno giusto della ragione) che rende favorevole la caccia a piccoli roditori, purtroppo senza scampo.
Dell’assiolo si occupò foneticamente il Pascoli nella raccolta Myricae («veniva una voce dai campi: chiù…»); sempre Pascoli scrisse della civetta («E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera»); del gufo ne rammentò il carattere Thoreau in Walden («Il gufo mi faceva la sua serenata. Da vicino poteva sembrare il più triste suono della Natura, come se intendesse, a quel modo, stereotipare e rendere permanenti nel suo coro i rantoli di un essere umano»); i poveri allocchi nel Medioevo venivano inchiodati fuori dalla porta; si pensava infatti che tenessero lontani gli spiriti maligni. I suoi occhi fissi han fatto sì che il suo nome divenisse sinonimo di sciocco per alcuni umani che restano pietrificati di fronte a certe evenienze. E poi c’è il barbagianni, questo clown della notte dalla risata bambina, che desta i morenti e appisola i viventi.
Quante storie segrete contengono i cuori dei rapaci notturni, quante nenie dolci o mortali hanno in mente questi animali, amici con gli amici, nemici con gli stolti, poetici con tutti, saggi con la luna.

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

“Mercato di cavalli al palo” di Théodore Géricault

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

Fascio di muscoli tesi allo spasimo che saettano schiaffeggiando il vento, zoccoli che risuonano come treni sulle rotaie quando il terreno delle praterie consente guizzi magici e meravigliosi, possente delizia degli occhi e nobile andatura storica, il cavallo si erge come un imperatore nella valle dei dominatori.

Ce ne sono di leggendari, quelli che hanno concesso di essere cavalcati da grandi personaggi della storia, quelli che hanno donato o donano il loro seme da campione per lo sviluppo e la continuazione ereditaria di alto rango, quelli che – senza sella – son stati domati dai nativi americani prima che questi venissero sterminati dall’uomo bianco, ce ne sono di grandi e piccoli, di chiazzati e di tinta unica, da tiro pesante o da trotto.

Da sempre compagno di avventure dell’uomo, con lui ha diviso gioie e dolori, intense avventure reali o oniriche (come non rammentare il Ronzinante di Alonso Chisciano, alias Don Chisciotte della Mancia!), ha cavalcato nel sangue delle guerre e nei boschi per la caccia, ha servito fedelmente imperatori e fuorilegge, ha subito il sacrificio della morte tramite esecuzione con arma da fuoco quando, azzoppato, è ormai inutile e sarebbe solo sofferenza il restare in vita.

Ne hanno cantato le gesta molte ballate della tradizione, di questo animale si conosce il prestigio e la rettitudine, la fedeltà e il coraggio, lo schiumoso sudore che copre il manto come una coperta di sacrificio, dopo estenuanti corse per luoghi selvaggi e dimenticati dagli dei.

Con un colpo dello zoccolo posteriore ha ucciso molti stupidi umani che l’hanno provocato, potenza equina del disappunto; è animale dell’inconscio, freudiano simbolo fallico per chi con esso sviluppa contatti spirituali ma anche ossessivi (da rivedere il film Equus di Sidney Lumet, 1977, tratto dall’omonimo dramma del 1972 di Peter Shaffer, storia di un uomo che ama i cavalli e ne è ossessionato al punto tale da accecarne sei); d’altra parte anche l’accecamento è una forma di evirazione, come ben sapeva il caro Edipo.

Qui al sud, del cavallo, si usa mangiarne la carne; un sapore forte e deciso al contrario della carne bovina. Molti storcono il naso, si fanno buonisti per la nobiltà equina. Eppure ogni paese ha le sue usanze, vorremmo forse condannare i mangiatori di cani, di coccodrilli o di scarafaggi? Ogni animale ha dignità, dunque non credo abbia senso gerarchizzare.

Ricordiamolo protagonista dei romanzi cavallereschi e anche della destrutturazione parodica degli stessi; celebriamolo per la polvere che il suo passaggio alza nei deserti rocciosi, ricordiamolo per la grande lucidità e il possente spirito. Chi dorme in piedi (in senso reale e non per modo di dire) ha una storia che andrebbe raccontata.

 

 

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

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È canide tra i felini; può essere bruna, maculata o striata. Il suo riso imita la voce umana da bambino isterico, la carne fresca ancora zampillante sangue attira il suo micidiale olfatto.

Questo animale, che certo non ha dalla sua un bell’aspetto – il buon Rosenkranz (allievo di Hegel) ne avrebbe potuto scrivere nell’Estetica del Brutto – è caratterizzato dal muoversi in branco, il quale fa paura anche ai felini più grossi; per parallelo un’unica iena può mettere in fuga anche un branco di lupi o sciacalli.

Con organizzazione matriarcale, questi netturbini della savana (al pari degli avvoltoi) amano rifugiarsi in tane altrui.

Estetica orrorifica, ghigno granguignolesco, stridente metallo infuocato della voce, passo claudicante di vecchio lussurioso e sconcio, viscido cane ingigantito, sozzo predatore del deserto, la iena si muove come se i suoi giorni fossero gli ultimi; non ha l’eleganza dei felini. Se questi ultimi danzano sulla terra, la iena inciampa tra le sue stesse zampe, eppur sublime è la sua apparenza; come sublime è l’ossimorico terrore piacevole che lo spettatore di cui parla Burke prova di fronte a un maestoso paesaggio montano o come il lettore di Lucrezio (tramite Blumenberg) sente a immaginar il naufragio nel De rerum natura.

Cane grosso, grasso e libidinoso, malato di lascivia che odora di sangue e carne maciullata, la iena ridens o macchiata (crocuta, crocuta) digerisce pelle e ossa delle carogne come un malato frullatore metà ferro e metà carne.

Come già ho detto, il loro è un clan, di quelli solidi e inquietanti, di quelli che non vorresti mai incontrare ma che, invece, nelle strade buie di periferia – sotto forma di uomini – ogni tanto si fan beffe del poveraccio di turno, della carcassa sanguinolenta non ancora morta ma già in spirituale decomposizione.

Pipistrello terrestre di dimensione maggiore, non ha ali ma solo mandibole che frantumano le ossa innocenti, spesso di bestie già morte… cadaveri già freddi.

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© Giuseppe Ceddia

 

Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)

Martingala #2: Album

Almeno credo che sia lei; ma mi sembrerebbe strana la coincidenza, e ancora più strano averne un ricordo così vivido dopo più di vent’anni. Quindi mi siedo sul divano, alzo il volume del televisore e la osservo mentre prende posto sullo sgabello del pianoforte.
L’ho incontrata la prima volta quando avevo otto anni, e lei immagino la mia età. Eravamo a un concorso nazionale di pianoforte, settore pulcini, quella cosa, per intenderci, che può essere tanto la rivelazione di nuove promesse quanto il saggio di fine anno degli stonati. Ricordo data e luogo perché ho ancora conservato il diploma che attesta il mio secondo posto. Il primo posto lo prese lei. I sottotitoli in televisione dicono che si chiama Maddalena, questo non riesco a ricordarlo ma perché dubitare. In questo momento sta suonando Debussy (detesto Debussy) ma non ho idea di cosa lei o io avessimo portato al concorso.
L’ho incontrata la seconda volta l’anno dopo, allo stesso concorso. Andai a salutarla e abbracciarla, anche se avevo nove anni non mi facevano schifo le femmine, e mi ricordavo benissimo di lei perché avevo pensato, l’anno precedente, che se i suoi genitori non l’avessero messa al mondo avrei vinto il primo premio. Ma l’avevo pensato con affetto. Quindi ero corso ad abbracciarla e le avevo detto, ricordo anche questo, che ero spacciato se anche lei gareggiava e che sarei arrivato di nuovo secondo. Invece arrivai primo, ma solo perché per lei coniarono la dicitura “Primo Premio Assoluto”.
Quello che ricordo con più precisione (sì, è davvero lei, ha gli stessi riccioli stretti stretti e le stesse ossa lunghe del viso) è il momento in cui le chiesi cosa le avrebbero regalato i genitori se fosse andato bene il suo concerto. Io mi ero fatto promettere l’album del film di Aladdin con almeno due pacchetti di figurine. E invece: Niente!, aveva esclamato lei, come se fosse stata la cosa più ovvia al mondo. Come se in qualche modo, per le mie pretese, mi sarei dovuto vergognare.
I miei mi regalarono l’album con molti pacchetti di figurine. Io ho smesso di suonare verso i quindici anni, anche se uno dei maestri disse un giorno (lui che non si sbilanciava in nessun complimento) che avrebbe tanto voluto suonare come me alla mia età. Forse lo disse perché era la nostra ultima lezione prima che lui traslocasse.
Qualcuno dice che ho smesso di suonare perché lui è andato via. Mi viene da rispondere che ho smesso di suonare perché quando mia madre mi ha chiesto cosa volevo in cambio di un concerto perfetto i miei occhi non hanno brillato, non mi sono drizzato in piedi, non ho urlato: Niente!
A quanto pare non ho la stoffa adatta per fare il pianista. E, ringraziando il cielo, neanche quella per fare il soccombente.

© Giovanna Amato

Martingala #1: Il Rombo

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fotografia di Giulia Amato

 

Per Anna G.

I miei colleghi non riuscivano a capacitarsi della mia resistenza al lavoro. Continuavano a girarmi attorno dicendo che, per un docente, è obbligatorio un massimo di quaranta ore pomeridiane di riunioni. Tutto il residuo potevo evitarlo, bastava buttare giù uno schema delle mie presenze e per il resto starmene a casa, tranquillo, sul mio divano. Qualcuno me lo diceva con compassione, vedendomi inchiodato al banco della sala professori in attesa di un altro consiglio di classe; qualcuno me lo diceva quasi con rabbia, qualcuno con la mezza voce di chi, comunque, meglio a te che a me.
Non sapevo come convincerli che io ero completamente felice. La sola idea di tornare a casa su quel divano che mi citavano mi riempiva di una forma granulosa di angoscia. Mi sentivo, all’idea, come quei monaci che si guardavano le spalle dal demone meridiano dell’accidia.
Sentivo un rombo, costante e continuo, a percorrere quei corridoi. Era una sensazione fisica, la coscienza che il sangue mi scorreva violento nelle vene, un pulsare ritmico agli occhi e un ronzio piacevole, vertiginoso, in fondo alle orecchie. Arrivavo prima, volevo andare tardi. Fare sera a scuola era diventato l’unico obiettivo delle mie giornate: conoscere le sfumature di luce delle aule, la diversa tinta dei plessi, il rumore dei cardini delle segreterie. La scuola dopo il tramonto era un secondo termine, generato non creato dalla scuola prima di pranzo. (altro…)