racconto breve

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

Gli Arcani Maggiori #0: Il Matto

Ventitré carte, ventitré raccontiPer ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile, lasciando parlare soltanto le carte. Buona lettura con Il Matto, la carta dell’istinto.

 

“Non lo so” non mi sembra un argomento
adatto per un racconto.

Qualcuno di mia conoscenza

 

Quando l’uomo si vide alle strette, perché non aveva più soldi e doveva lasciare la casa dove abitava, prese un’importante decisione.
«Da quando ho imparato a dire dei no, ne avrò pronunciati alcuni che mi hanno fatto perdere delle opportunità. Ma ogni volta che ho detto sempre sì, ho percorso delle strade che ne hanno chiuse altre più favorevoli. Bene. Stanno suonando le campane di mezzogiorno. Da adesso, per ventiquattro ore, a ogni domanda diretta risponderò: non lo so
Così si mise a braccia conserte, nella casa che doveva lasciare senza averne un’altra da abitare, e aspettò la sorte.
Dopo qualche minuto il telefono squillò: era un suo amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Volevo dirti» comunicò «che ti abbiamo trovato un lavoro in un posto lontano, e una casa in un posto lontano. Sono lontani, ma lavoreresti subito e avresti dove stare. Cosa ne pensi?»
Ogni cellula dell’uomo gridava sì, ma aveva fatto una promessa.
«Non lo so», rispose.
Il suo amico se la prese a morte.
«Bene. Noi ti abbiamo aiutato. Ma se tu sei pigro, e ti scoraggia il fatto che è lontano, non sappiamo cosa fare per te.»
L’uomo guardò il telefono, e si maledisse: «Avevo risolto i miei problemi, e ora per questa stupidaggine sono punto e a capo! Maledetta sorte!»
Per molto tempo il telefono stette zitto, poi squillò di nuovo. Era un altro amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Ascolta. C’è una casa nel tuo quartiere che va in affitto tra un mese, il tempo di finire di ristrutturare la facciata. Cosa ne pensi?»
Tutto tremante, l’uomo rispose:
«Non lo so.»
«Bene», rispose l’amico, molto deluso. «Pensaci su. Avviserò il proprietario.»
Ma prima ancora che l’uomo potesse maledirsi, il telefono squillò di nuovo.
«Sono il proprietario dell’appartamento», disse una voce affannata. «La prego, voglio fittarlo a una persona fidata e mi parlano bene di lei. Lo prenda da subito, ovviamente gratis per il primo mese per il fastidio della ristrutturazione, e se non le piacerà non se ne farà nulla. La prego, mi dica di sì.»
«Se la mette in questo modo, posso dirglielo.»
Il proprietario riattaccò tutto felice.
«Incredibile!», disse l’uomo a se stesso. «Se non avessi detto non lo so al mio primo amico, ora avrei dovuto cambiare quartiere!». E tutto felice si mise a impacchettare libri e stoviglie.
Cambiò casa quella sera stessa, e la nuova casa gli piacque subito molto. Ma la notte non riusciva a dormire, perché pensava a come l’avrebbe pagata dal mese successivo. Così si alzò e prese i giornali con cui aveva imballato i piatti, e ritagliò gli annunci di lavoro. Trovò una Grande Azienda che faceva al caso del suo curriculum e tornò a dormire.
Il mattino dopo si presentò alla Grande Azienda, e tutti rimasero molto impressionati dal suo curriculum.
«Le offriamo un lavoro da millecinquecento euro al mese: che ne pensa?»
«Non lo so», rispose lui, fiducioso.
Gli uomini rimasero interdetti.
«E se raddoppiassimo l’offerta?»
«Non lo so», rispose ancora lui.
A questo punto erano profondamente colpiti: doveva avere un’enorme fiducia in se stesso per rispondere in quel modo! E la fiducia in se stesso era requisito fondamentale nella Grande Azienda. Così decisero di portarlo direttamente dal direttore.
L’uomo li seguì fino in direzione. Notò prima le piante, poi le grandi finestre, poi il direttore, che stava seduto alla sua scrivania e temperava una matita. Solo per ultima, perché era nascosta, notò l’assistente del direttore. Era seduta a gambe accavallate. La vide e pensò a una cosa. Pensò a lei che toglieva delicatamente le spine da una rosa, senza sorridere e tutta concentrata, per metterla dentro a un bicchiere. Immaginò le tende dentro quella stanza immaginaria, e la luce che filtrava da quelle tende. E anche se non vedeva tutto quello che stava immaginando, capì che non avrebbe mai visto nulla di più bello.
Intanto gli uomini che lo avevano accompagnato si erano chinati all’orecchio del direttore e gli avevano detto qualcosa. Anche lui era rimasto molto impressionato.
«Lei deve lavorare con noi», tagliò corto con aria sorridente. «Su, forza, mi stringa la mano e mi dica che è fatta.»
L’uomo gli porse la mano e gliela strinse forte. Furono tutti molto sollevati.
L’uomo uscì dalla stanza, e l’assistente lo seguì. Aveva un passo rigido ma svelto.
«Benvenuto», disse. «In che reparto sei?»
«Non lo so.»
«Allora ti accompagno a dare un’occhiata in giro. Tanto sono libera fino a mezzogiorno, poi devo andare via.»
Lei gli fece da guida, e indicava le cose con le mani, che erano lunghe di una grazia innaturale. A mezzogiorno esatto, erano fuori dalla Grande Azienda.
«Facciamo la stessa strada?», chiese lei. «Io vado a sinistra.»
E lui, che per tornare a casa doveva andare a destra, guardò l’orologio e rispose:
«Chiedimelo tra un minuto esatto, per favore.»
A lei sembrò una richiesta ben strana, e le sembrò ben strano lui. Ma lo guardò con curiosità, e decise di accontentarlo. Così, a mezzogiorno e un minuto domandò:
«Facciamo la stessa strada?»
«Sì», rispose lui.

© Giovanna Amato

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Giuseppe Ceddia Bestiario n. 10: Rapaci notturni

 

Pablo Picasso, Gufo su sedia e tre ricci di mare

BESTIARIO #10 – RAPACI NOTTURNI

Uccelli predatori detti anche strigiformi, si dividono in due famiglie: quella degli Strigidi (che comprende la civetta, il gufo, l’allocco, l’assiolo) e quella dei Titonidi (riferita alle molteplici tipologie di barbagianni).
Le famiglie comprendono varie sottofamiglie che, a loro volta, si dividono in svariate tribù; le tipologie di civette e gufi sono davvero moltissime.
Animali notturni e gotici per eccellenza, come non immaginarne l’ombra che si staglia immobile su un muro mentre l’animale su un ramo, immobile come certe volte il tempo, attende di attaccare la preda che ad esso sfugge! O meglio, tenta di sfuggire. Occhi che sono finestre sulla notte, ali che accarezzano il vento facendogli capire la loro dignità, becchi che squarciano e artigli che acciuffano, teste fisse di statue di un tempo ma lucide come i sicari con molta esperienza.
Simpatia catartica dello spessore umoristico, quelle teste ferme o scattanti sono come i bambini curiosi e dinamici, come la notte stessa, che ama chi l’ama e non la teme, detesta e schiaffeggia dolorosamente i nemici moralisti, coloro che non comprendono l’oscurità senza luna e senza stelle.
Vista e udito assai sviluppati, spesso i cimiteri sono la loro casa, non per confermare l’aspetto sepolcrale che portano a spasso come un mantello di dignità, ma per la tranquillità notturna dei luoghi in questione (i morti son da essi sorvegliati e dormono il sonno giusto della ragione) che rende favorevole la caccia a piccoli roditori, purtroppo senza scampo.
Dell’assiolo si occupò foneticamente il Pascoli nella raccolta Myricae («veniva una voce dai campi: chiù…»); sempre Pascoli scrisse della civetta («E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera»); del gufo ne rammentò il carattere Thoreau in Walden («Il gufo mi faceva la sua serenata. Da vicino poteva sembrare il più triste suono della Natura, come se intendesse, a quel modo, stereotipare e rendere permanenti nel suo coro i rantoli di un essere umano»); i poveri allocchi nel Medioevo venivano inchiodati fuori dalla porta; si pensava infatti che tenessero lontani gli spiriti maligni. I suoi occhi fissi han fatto sì che il suo nome divenisse sinonimo di sciocco per alcuni umani che restano pietrificati di fronte a certe evenienze. E poi c’è il barbagianni, questo clown della notte dalla risata bambina, che desta i morenti e appisola i viventi.
Quante storie segrete contengono i cuori dei rapaci notturni, quante nenie dolci o mortali hanno in mente questi animali, amici con gli amici, nemici con gli stolti, poetici con tutti, saggi con la luna.

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

“Mercato di cavalli al palo” di Théodore Géricault

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

Fascio di muscoli tesi allo spasimo che saettano schiaffeggiando il vento, zoccoli che risuonano come treni sulle rotaie quando il terreno delle praterie consente guizzi magici e meravigliosi, possente delizia degli occhi e nobile andatura storica, il cavallo si erge come un imperatore nella valle dei dominatori.

Ce ne sono di leggendari, quelli che hanno concesso di essere cavalcati da grandi personaggi della storia, quelli che hanno donato o donano il loro seme da campione per lo sviluppo e la continuazione ereditaria di alto rango, quelli che – senza sella – son stati domati dai nativi americani prima che questi venissero sterminati dall’uomo bianco, ce ne sono di grandi e piccoli, di chiazzati e di tinta unica, da tiro pesante o da trotto.

Da sempre compagno di avventure dell’uomo, con lui ha diviso gioie e dolori, intense avventure reali o oniriche (come non rammentare il Ronzinante di Alonso Chisciano, alias Don Chisciotte della Mancia!), ha cavalcato nel sangue delle guerre e nei boschi per la caccia, ha servito fedelmente imperatori e fuorilegge, ha subito il sacrificio della morte tramite esecuzione con arma da fuoco quando, azzoppato, è ormai inutile e sarebbe solo sofferenza il restare in vita.

Ne hanno cantato le gesta molte ballate della tradizione, di questo animale si conosce il prestigio e la rettitudine, la fedeltà e il coraggio, lo schiumoso sudore che copre il manto come una coperta di sacrificio, dopo estenuanti corse per luoghi selvaggi e dimenticati dagli dei.

Con un colpo dello zoccolo posteriore ha ucciso molti stupidi umani che l’hanno provocato, potenza equina del disappunto; è animale dell’inconscio, freudiano simbolo fallico per chi con esso sviluppa contatti spirituali ma anche ossessivi (da rivedere il film Equus di Sidney Lumet, 1977, tratto dall’omonimo dramma del 1972 di Peter Shaffer, storia di un uomo che ama i cavalli e ne è ossessionato al punto tale da accecarne sei); d’altra parte anche l’accecamento è una forma di evirazione, come ben sapeva il caro Edipo.

Qui al sud, del cavallo, si usa mangiarne la carne; un sapore forte e deciso al contrario della carne bovina. Molti storcono il naso, si fanno buonisti per la nobiltà equina. Eppure ogni paese ha le sue usanze, vorremmo forse condannare i mangiatori di cani, di coccodrilli o di scarafaggi? Ogni animale ha dignità, dunque non credo abbia senso gerarchizzare.

Ricordiamolo protagonista dei romanzi cavallereschi e anche della destrutturazione parodica degli stessi; celebriamolo per la polvere che il suo passaggio alza nei deserti rocciosi, ricordiamolo per la grande lucidità e il possente spirito. Chi dorme in piedi (in senso reale e non per modo di dire) ha una storia che andrebbe raccontata.

 

 

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

*

È canide tra i felini; può essere bruna, maculata o striata. Il suo riso imita la voce umana da bambino isterico, la carne fresca ancora zampillante sangue attira il suo micidiale olfatto.

Questo animale, che certo non ha dalla sua un bell’aspetto – il buon Rosenkranz (allievo di Hegel) ne avrebbe potuto scrivere nell’Estetica del Brutto – è caratterizzato dal muoversi in branco, il quale fa paura anche ai felini più grossi; per parallelo un’unica iena può mettere in fuga anche un branco di lupi o sciacalli.

Con organizzazione matriarcale, questi netturbini della savana (al pari degli avvoltoi) amano rifugiarsi in tane altrui.

Estetica orrorifica, ghigno granguignolesco, stridente metallo infuocato della voce, passo claudicante di vecchio lussurioso e sconcio, viscido cane ingigantito, sozzo predatore del deserto, la iena si muove come se i suoi giorni fossero gli ultimi; non ha l’eleganza dei felini. Se questi ultimi danzano sulla terra, la iena inciampa tra le sue stesse zampe, eppur sublime è la sua apparenza; come sublime è l’ossimorico terrore piacevole che lo spettatore di cui parla Burke prova di fronte a un maestoso paesaggio montano o come il lettore di Lucrezio (tramite Blumenberg) sente a immaginar il naufragio nel De rerum natura.

Cane grosso, grasso e libidinoso, malato di lascivia che odora di sangue e carne maciullata, la iena ridens o macchiata (crocuta, crocuta) digerisce pelle e ossa delle carogne come un malato frullatore metà ferro e metà carne.

Come già ho detto, il loro è un clan, di quelli solidi e inquietanti, di quelli che non vorresti mai incontrare ma che, invece, nelle strade buie di periferia – sotto forma di uomini – ogni tanto si fan beffe del poveraccio di turno, della carcassa sanguinolenta non ancora morta ma già in spirituale decomposizione.

Pipistrello terrestre di dimensione maggiore, non ha ali ma solo mandibole che frantumano le ossa innocenti, spesso di bestie già morte… cadaveri già freddi.

*

© Giuseppe Ceddia

 

Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)