racconti

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati

 

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati. 11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia. Postfazione di Carlo D’Amicis, Musicaos editore, 2018

Il Libro dei dispersi e dei ritornati di Lea Barletti colpisce per la sua prosa insieme nitida e ardita nello slanciarsi sempre oltre gli steccati delle divisioni artificiose – prosa e lirica, filosofia e poesia, sguardo acuto e profondità (e oscurità) onirica.
Procede a ritroso e torna al presente, la mente che riflette un’impressione al suo rovescio, che rovescia il rovescio, torna al dritto e ricompone, tessendo, disfacendo, rammendando, la tela di indizi.
È la stessa mente che ricostruisce e, come spiega l’autrice nella premessa, per essere più precisi, costruisce, crea il ricordo. Ha ben chiari due principi che sembrano apparentemente opposti e che qui vengono affiancati, in una forma faconda e feconda di coesistenza: il principio di una navigazione consapevole, guidata da chi scrive, nel magma di situazioni,  sensazioni e schegge di vita affioranti dal reperto dell’esistenza (baule scrigno cassapanca di tracce visive impresse – «I found a picture of you», cantava Chrissie Hynde con i Pretenders in Back on the Chain Gang – e il principio della perenne trasformazione del dato sensibile nella coscienza individuale, trasformazione i cui esiti non possono e non vogliono, forse, essere previsti.
Il Libro dei dispersi e dei ritornati è diario di bordo, dunque, e insieme resoconto di un fruttuoso vagabondaggio del pensiero, nel quale il nostos assumerà fogge, forme e melodie inattese. E se le melodie saranno dissonanti, se il ritorno sarà la deflagrante narrazione di un buco nero di ingorda ineffabile paura o se, al posto del ritorno, si narrerà, come in Eveline di Joyce, il perpetuo rimandare una partenza, una fuga, una improbabile salvezza, se il gelo invaderà l’assenza o il «fiero pasto» dantesco tornerà con pelli maculate e da altezze inattese, tutto questo terrà chi legge allacciato al quesito: «Che cosa sarebbe potuto avvenire e divenire se non avessimo distolto lo sguardo, se non lo avessimo acquietato con la prima, banale, scontata, tranquillizzante e superficiale interpretazione?»

© Anna Maria Curci

 

Premessa
(Ovvero com’è andata)

Gli undici racconti del Libro dei dispersi e dei ritornati prendono spunto da alcune fotografie di sconosciuti trovate nel baule di un rigattiere a Berlino, la città nella quale vivo da qualche anno. È andata così. In un pomeriggio invernale di qualche anno fa, bighellonando con un amico in un grande robivecchi pieno di cianfrusaglie di ogni tipo, abbiamo trovato un baule di vecchie fotografie, interi album, singole foto: il mio amico ha dato un’occhiata e poi ha proseguito la visita, io invece mi sono seduta per terra e ho cominciato a guardarle tutte, una per una. Ero incapace di staccarmi, letteralmente inchiodata: dal momento che avevo cominciato, dovevo continuare a guardarle. Tutte quelle foto, finite lì chissà come, quelle persone sconosciute,  di cui ignoravo qualsiasi cosa ma di cui in quel momento, per caso, mi ritrovavo a spiare volti, espressioni, pose: uomini, donne, bambini, vecchi, foto di famiglia, ritratti, foto di gruppo, gite, feste di compleanno, matrimoni, vacanze al mare, le guardavo senza saperne niente. Ad un certo punto il negozio doveva chiudere, avevo passato un sacco di tempo in quella sorta di ipnosi, allora d’impulso ne ho prese tre, tre foto della stessa donna. Le ho comprate così, senza una ragione plausibile e le ho messe nella borsa, dove sono poi rimaste per diversi mesi. Un giorno, era ormai estate, le ho tirate fuori. E ho capito che volevo scrivere: mi è sembrato di doverlo a lei, la sconosciuta che era ritratta nelle foto; era una sensazione molto forte, la sensazione di avere contratto un debito. Avevo sbirciato nella sua vita e ora le dovevo qualcosa. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

proSabato: Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice

Il ritorno di Euridice

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva in fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, corse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e la musica del poeta.
“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?”. Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’ aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’ era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre, e che stava nascendo di nuovo, ma alla tenebra e per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…
Poteva andar meglio, poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l’ acqua. Veniva, onda su onda (e sembravano squame, scaglie di pesce), a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’ acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù… (altro…)

Rita Pacilio, L’amore casomai

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.

© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.

Significava attraversare la notte da analfabeta?

Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.

Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte. (altro…)

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Paolo Triulzi, Chip

 

Parigi, foto gianni montieri

Chip

Io in media ho tre erezioni al giorno. Intendo, tre erezioni importanti, di quelle insopprimibili. Di solito la prima arriva a metà mattina, la seconda dopo pranzo e la terza alla sera. Quando il pene diventa duro, è risaputo, si annebbia un po’ la testa, l’intelletto. L’erezione porta in sé la necessità di soddisfazione, sfida con la sua durezza estrema e imperterrita la dissimulazione che la circonda.

Ora, il problema non è che la verga mi diventi spontaneamente dura, anzi ne vado anche abbastanza orgoglioso, quanto piuttosto quello della soddisfazione. Solo una delle mie tre impellenze quotidiane mi è infatti possibile consumarla con la mia legittima compagna, e per di più quella meno certa, meno pertinace, quella serotina. I nostri dottori aziendali mi assicurano che col tempo non avrò più di questi problemi. Intanto che aspetto pazientemente i primi disturbi alla prostata mi consigliano, i dottori, di farmi due passi in cerca di distrazione. Sono bravi questi dottori e soprattutto sono aziendali. Non è un caso infatti che all’interno del cortile della nostra azienda, che è grande, sia ospitata tutta una serie di negozi.

All’interno del perimetro aziendale si trova un asilo nido, peraltro utilissimo, un servizio di lavanderia, un centro fitness, uno spaccio di alimentari, una farmacia. Un’azienda che pensa al benessere e alle esigenze del dipendente, insomma. Anzi l’azienda ci pensa così tanto, al dipendente, che volentieri lo vizia. Così, senza dover uscire e affrontare il traffico ed il caos della città, noi possiamo usufruire di un negozio di dischi e libri, di una boutique, di un calzaturificio, di un bazar di articoli da tempo libero, dal golf all’automobilismo, di un’agenzia viaggi. Tutti questi esercizi offrono a noi, e solo a noi, i propri servigi a prezzi di favore. Questo è il modo dell’azienda di farci sentire privilegiati e, nella gran parte dei casi, riesce nell’intento.

Tutto questo lo dico perché così si capisca come io sia arrivato a convincermi che a questo mondo ci venga richiesto, non solo di produrre, ma principalmente di consumare. Se uno fosse in grado di spendere senza guadagnare, ad esempio, andrebbe bene lo stesso. Malissimo invece il contrario: accumulare senza mai scucire. Quindi la morale è che più importante di creare è distruggere. E certa gente, come i dottori aziendali, è totalmente persuasa, e vuole convincere anche noi, che distruggendo stiamo in realtà creando.

(altro…)

proSabato: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte

«No, da molto più lontano. Dall’Europa». L’uomo mi guardò sorridendo, come se gli avessi risposto: «Dalla luna». Era il padrone della pulqueria all’uscita del villaggio. Si allontanò dal tavolo e, poggiato immobile alla parete, cominciò a studiarmi con lo sguardo come se cercasse tracce della mia fantastica provenienza. Di colpo anche a me parve una cosa fantastica che dall’Europa fossi andata a finire in Messico. Il villaggio, cinto come da palizzate di cactus a canne d’organo, sembrava una fortezza. Attraverso una breccia potevo spingere lo sguardo sui pendii bruno-grigiastri dei monti che, brulli e selvaggi come una montagna lunare, alla sola vista allontanavano qualunque sospetto di aver avuto mai a che fare con la vita. Due alberi del pepe ardevano sull’orlo di una forra completamente deserta. Anche questi alberi sembravano più in fiamme che in fiore. L’oste si era rannicchiato per terra sotto l’ombra enorme del suo cappello. Aveva smesso di osservarmi, non lo attiravano né il villaggio, né le montagne, fissava immoto l’unica cosa che gli presentava enigmi immensi e insolubili: il nulla assoluto.
Mi appoggiai alla parete nella sottile linea d’ombra. Era troppo precario e incerto il rifugio che avevo trovato in questo paese per essere chiamato salvezza. Avevo alle spalle mesi di malattia che mi aveva raggiunto qui, anche se i diversi pericoli della guerra non avevano potuto niente contro di me. Come succede talvolta, i tentativi di salvataggio degli amici avevano scongiurato i pericoli evidenti e provocato quelli nascosti. Anche se gli occhi mi bruciavano per il caldo e la stanchezza riuscivo a seguire il tratto della strada che dal villaggio portava nella natura selvaggia. La strada era così bianca che non appena chiudevo gli occhi sembrava incisa all’interno delle palpebre. Vedevo anche sull’orlo del precipizio l’angolo del muro bianco, che già mi si era impresso negli occhi dal tetto del mio alloggio nel grande villaggio situato più in alto, da cui ero discesa. Avevo chiesto subito del muro e del rancho o cos’altro mai fosse, con la sua unica luce calata giù dal cielo notturno, ma nessuno aveva saputo darmi ragguagli. Mi ero messa in cammino. Nonostante la debolezza e la stanchezza che mi costrinsero a prendere fiato già qui, dovevo scoprire da me cos’era quella casa. La curiosità oziosa era l’ultimo residuo rimasto della mia antica voglia di viaggiare, la spinta di una smania incessante. Non appena soddisfatta, sarei risalita subito al ricovero che mi era stato assegnato. La panca su cui mi riposavo era finora l’ultimo punto del mio viaggio, addirittura l’estremo punto occidentale in cui fossi mai giunta in terra. La voglia di imprese avventurose e fuori dal comune che una volta mi rendeva inquieta si era da tempo placata fino alla nausea. C’era solo un’unica impresa che ancora potesse spronarmi: tornare a casa.
Il rancho, come pure le montagne, era avvolto da una foschia luccicante, che non sapevo se fosse dovuta a pulviscolo di sole o alla mia stanchezza che annebbiava tutto, cosicché le cose vicine sembravano svanire e quelle lontane si facevano nitide come una fatamorgana. Mi alzai in piedi poiché la stanchezza mi era già diventata insopportabile e allora la caligine si diradò leggermente dinanzi ai miei occhi.
Attraversai il varco della palizzata di canne e poi girai intorno al cane che dormiva sulla strada, completamente immobile come un cadavere, le zampe distese, coperto di polvere. Si avvicinava la stagione delle piogge. Le radici scoperte di alberi brulli e contorti si abbarbicavano al pendio, sul punto di pietrificarsi. Il muro bianco si avvicinava sempre più. […]
Dietro il lungo muro bianco si coglieva un riflesso verde. Forse c’era una fontana o un ruscello che era stato deviato e irrigava più il rancho che non il villaggio. Eppure sembrava disabitato, con la casa bassa, priva di finestre dal lato della strada. Se non si trattava di un abbaglio, l’unica luce di ieri sera era stata probabilmente quella del custode. Il cancello, da tempo inutile e fradicio, era divelto dal portale d’ingresso. Eppure, nell’arco della porta rimanevano ancora visibile i resti di uno stemma dilavato da innumerevoli stagioni della pioggia. Mi sembrò di riconoscere i resti del blasone, così come le due conchiglie in pietra che lo racchiudevano. Varcai il portale vuoto. Con mio stupore adesso avvertivo dall’interno un cigolio leggero e regolare. Avanzai ancora di un passo. Ora potevo sentire l’odore della vegetazione nel giardino che si faceva sempre più fresca e viva man mano che posavo lo sguardo. Il cigolio divenne presto più netto e vidi tra i cespugli diventavano sempre più folti e rigogliosi il regolare andar su e giù di un dondolo o di un’altalena. A questo punto la mia curiosità si era destata e così attraversai di corsa la porta e mi diressi verso l’altalena. Nello stesso momento qualcuno chiamò: «Netty!»
Nessuno mi aveva più chiamato così dal tempo della scuola. Avevo imparato a rispondere a tutti i nomi buoni e cattivi con cui mi chiamavano amici e nemici, i nomi che in molti anni mi erano stati attribuiti per strada, in riunioni, feste, sistemazioni notturne, interrogatori di polizia, titoli di libri, articoli di giornali, verbali e passaporti. Mentre ero malata e priva di coscienza talvolta avevo sperato di sentire l’antico nome dei miei primi anni, ma era perduto il nome che mi ero illusa potesse rendermi di nuovo sana, giovane, felice, pronta a riprendere la vecchia vita, ormai irrimediabilmente svanita, con gli antichi compagni. A sentire il mio nome di allora afferrai sbigottita le trecce con tutte e due le mani, anche se in classe mi avevano sempre preso in giro per questo gesto. Mi meravigliai di potere afferrare le mie due grosse trecce: allora non me le avevano tagliate in ospedale!

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proSabato: Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto

Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto

Al tramonto Ambanelli smetteva di lavorare e andava a sedersi davanti a casa con il figlio del padrone perché voleva imparare a leggere e scrivere.
“Cominciamo dall’alfabeto”, disse il ragazzo che aveva undici anni.
“Cominciamo dall’alfabeto”.
“Prima di tutto c’è A”.
“A”, disse paziente Ambanelli.
“Poi c’è B”.
“Perché prima e dopo?” domandò Ambanelli.
Questo il figlio del padrone non lo sapeva.
“Le hanno messe in ordine così, ma voi le potete adoperare come volete”.
“Non capisco perché le hanno messe in ordine così”, disse Ambanelli.
“Per comodità”, rispose il ragazzo.
“Mi piacerebbe sapere chi è stato a fare questo lavoro”.
“Sono così nell’alfabeto”.
“Questo non vuol dire”, disse Ambanelli, “se io dico che c’è prima B e poi c’è A forse che cambia qualcosa?”
“No”, disse il ragazzino.
“Allora andiamo avanti”.
“Poi viene C che si può pronunciare in due modi”.
“Queste cose le ha inventate della gente che aveva tempo da perdere”.
Il ragazzo non sapeva più che cosa dire.
“Voglio imparare a mettere la firma”, disse Ambanelli, “quando devo firmare una carta non mi va di mettere una croce”.
Il ragazzino prese la matita e un pezzo di carta e scrisse “Ambanelli Federico”, poi fece vedere il foglio al contadino.
“Questa è la vostra firma”.
“Allora ricominciamo da capo con la mia firma”.
“Prima c’è A”, disse il figlio del padrone, “poi c’è M”.
“Hai visto?” disse Ambanelli, “adesso cominciamo a ragionare”.
“Poi c’è B e poi A un’altra volta”.
“Uguale alla prima?” domandò il contadino.
“Identica”.
Il ragazzo scriveva una lettera alla volta e poi la ricalcava a matita tenendo con la sua mano quella del contadino.
Ambanelli voleva sempre saltare la seconda A che a suo parere non serviva a niente, ma dopo un mese aveva imparato a fare la sua firma e la sera la scriveva sulla cenere del focolare per non dimenticarla.
Quando vennero quelli dell’ammasso del grano e gli diedero da firmare la bolletta, Ambanelli si passò sulla lingua la punta della matita copiativa e scrisse il suo nome. Il foglio era troppo stretto e la firma troppo lunga, ma a quelli del camion bastò “Amban” e forse è per questo che in seguito molti lo chiamarono Amban, anche se poco alla volta imparò a scrivere la sua firma più piccola e a farla stare per intero sulle bollette dell’ammasso.
Il figlio dei padroni diventò amico del vecchio e dopo l’alfabeto scrissero insieme tante parole, corte e lunghe, basse e alte, magre e grasse come se le figurava Ambanelli.
Il vecchio ci mise tanto entusiasmo che se le sognava la notte, parole scritte sui libri, sui muri, sul cielo, grandi e fiammeggianti come l’universo stellato. Certe parole gli piacevano più di altre e cercò di insegnarle anche alla moglie. Poi imparò a legarle insieme e un giorno scrisse “Consorzio Agrario Provinciale di Parma”.
Ambanelli contava le parole che aveva imparato come si contano i sacchi di grano che escono dalla trebbiatrice e quando ne ebbe imparate cento gli sembrò di aver fatto un bel lavoro.
“Adesso mi sembra che basta, per la mia età”.
Su vecchi pezzi di giornale Ambanelli andò a cercare le parole che conosceva e quando ne trovava una era contento come se avesse incontrato un amico.

(1963)