racconti

Monica Dini, Fuori dal mondo

Monica Dini, Fuori dal mondo

Racconto contenuto nella raccolta Angoli acuti , Tra le righe 2017; € 14,00

 

C’è un noce secolare nel campo davanti alla casa sulla collina. Ha un grande ombrello di foglie meno verdi ai primi di settembre. È sera. Sotto il noce la ciccia di un vecchio straripa dai fili di plastica rossa di una sdraio. Ha la canottiera arrotolata macchiata di sugo. Ha i piedi gonfi e sporchi, si vedono i segni scuri lasciati dalle ciabatte. Lo chiamano Sante. C’è anche sua moglie su una sedia a dondolo. Indossa una tunica chiara. Si chiama Ancilla. Li vedete? Lei prende il tabacco da una scatola di metallo che ha in grembo, carica con sapienza la pipa. Lui si toglie di bocca il sigaro lo gira per vedere se è ben acceso, ci soffia su per ravvivarne la brace. Scorreggia a lungo alzando un po’ la gamba.
«Ah… Bene!» – esclama girandosi verso la vecchia signora.
Lei agita un attimo un ventaglio di carta gialla. Poi senza guardarlo accende la pipa con un fiammifero di legno.

«Ti sono sempre sfuggiti i piccoli piaceri della vita. – dice lui sputando fumo a singhiozzi – Questo è il tuo problema. Non avremmo tutto quello che abbiamo se io fossi stato tanto schizzinoso. Se tu avessi levato merda tutto il giorno, per tutta la vita, avresti meno seghe. È certo.» Lui aveva avuto una piccola impresa di levatura pozzi neri. Lei aveva lavorato alle Poste.
Adesso sono in pensione. Ancilla ha accanto a sé un cesto di fogli colorati. Il ventaglio è un origami. Lei è brava a creare forme con la carta. Fiori, uccelli, giochi. Le ha insegnato una signora cinese che faceva le pulizie alla posta. E anche a tenere accesa la pipa è brava. Non è banale saper fare queste cose. Il canto dei grilli è un muro buio. Sante si alza a fatica dalla sdraio, si stira, si gratta il solco tra le natiche.
«Vado a pisciare e prendo il vino – dice rivolto alla moglie – Ne vuoi? No vero?»
«Sì … grazie …»
Ancilla guarda il cielo e fuma. È una sera diversa. Aspetta di vedere la Stazione Spaziale orbitante. Ne hanno segnalato il passaggio al telegiornale. Lei l’ha vista altre volte ma questa è speciale. Dovrebbe essere molto più luminosa del solito. Una rapida stella che incide la notte. Sante torna portando la carriola della legna. Dentro ha messo la bottiglia del vino e dei
bicchieri.
«Mi sembrava comodo – dice guardando la moglie – Così abbiamo un piano d’appoggio.»
«Come mai tanti bicchieri? – chiede lei versando il vino – Aspettiamo qualcuno?»
Il vecchio si lascia cadere sulla sdraio che cigola e oscilla.
«Vengono Lino e Mario. L’ho visti in piazza stamani.»

Ex colleghi di lavoro.
La pipa diffonde un aroma di pasticcini. È un tabacco da donne. La vecchia signora sorseggia il vino. Sa di ruggine. Rovina anche il tabacco.
«Potremmo provare a prendere il vino a quella cantina che ci ha segnalato mia sorella. Per cambiare.»
«Perché? Senti che vinello. Bello leggero. Non c’è verso che tu ci capisca nulla. Tutte le volte che ti decidi a berlo c’è qualcosa. Non ti piace la bevanda in sé è inutile … rassegnati io non cambio fornitore. C’è tanta acqua …»
Si sente vociare. Arrivano gli ospiti. Bisogna riceverli.
«Benvenuti – dice Ancilla – Tutto bene? Accomodatevi. » Non le rispondono.
«Sedete, prendete un bicchiere – dice Sante – Non c’è nulla da mangiare moglie? Salatini, patatine. Qualcosa.»
«Buono Sante! Abbiamo cenato ora – risponde uno dei compari.»
La vecchia signora è preoccupata. Sa che la stazione attraverserà il cielo in un istante. Non l’aspetterà se non sarà pronta. Porta agli ospiti dei salatini. Poi trascina la sedia al centro del campo. Da lì può vedere tutto il suo cielo. La pipa fuma ancora.
«Allora cosa mi raccontate di bello?» – incalza il vecchio.
«Sempre le solite storie di merda …» E giù tutti a ridere. Sono le loro battute. Ogni volta uguali.

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Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

*

Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

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In questo ricordo mi perdo

foto fonte google / pubblico dominio

In questo ricordo mi perdo

di Raffaele Calvanese

*

Settembre rimette a posto le cose, lo ha sempre fatto. È sempre stato così, a Settembre rimetti insieme i pezzi, ci rifletti su, dai un senso ai pensieri e forse tiri un il fiato, conti fino a dieci, e il più delle volte comincia a piangere prima d’arrivare a nove.

– Settembre rimette a posto le cose.

Lo diceva sempre Mario, il proprietario dello Shaker Bar. Lo conoscevo da quando ero piccola.

Prima, all’inizio, le cose sembravano facili. I miei d’estate mi portavano in vacanza, ci rimanevo tutta l’estate. Anche quando i miei dovevano lavorare potevo stare lì con mio fratello e con la zia di mio padre. Teneva d’occhio me e i miei cugini che abitavano di fianco a noi. In quella casa ci andavamo solo d’estate. Mio padre l’aveva comprata nello stesso condominio di sua sorella. In quel parco c’erano tante persone che venivano da casa nostra. Scauri era molto vicina, una colonia in pratica. Poco dopo essere entrati nel Lazio era come stare a Gaeta ma costava meno, e non ti confondevi con quelli che andavano a Baia Domitia. Era come stare a casa, ma con il mare. Con la pizza un po’ meno buona e col gelato che gocciolava sempre più che a casa. Non l’ho mai capito perché, ma lì il gelato era sempre più difficile da mangiare. Quando passavi il ponte eri quasi arrivata, pochi minuti ed eri lì, un paio di semafori ed eri a casa, nel parco, c’era sempre qualcuno che era già arrivato, lo trovavi già nel lì, scendevo dall’auto di corsa e lo salutavo. Sempre così, tutti gli anni.

Allo Shaker bar c’era un juke-box che suonava ininterrottamente da giugno a settembre. C’era sempre qualcuno che sceglieva  una canzone, quando non si avvicinava nessuno ci pensava Mario.

– Quando entri qui e senti il juke-box suonare avrai meno vergogna ad avvicinarti e a scegliere la prossima. Se il Juke Box fosse in silenzio nessuno avrebbe il coraggio di venire a scegliere la prima canzone.

Mio fratello e gli amici facevano un gioco idiota, mettevano la stessa canzone decine di volte di seguito, fino a che si avvicinava qualche adulto e li faceva smettere, cosa che però non succedeva sempre, quindi poteva capitare di doverti riascoltare una canzone di Luca Carboni anche venti volte. A loro magari la canzone non piaceva ma era diventata una sfida di resistenza. “Il gioco dell’estate”. Rimettere la canzone più insulsa presente nel juke-box a nastro.

Al mare venivano un sacco di famiglie di Caserta. Molti erano amici dei miei. Alcuni colleghi, altri parenti, amici di amici. Insomma, anno dopo anno ci si conosceva tutti. Era come essere in un porto franco, dove potevi essere un po’ più onesta, libera, non lo so perché, ma a me pareva che fosse così.

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Martino Baldi: IL CASO “WITOLD WYCISK”

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

*

[quarto e ultimo di quattro racconti (Qui il primo) (Qui il secondo) (Qui il terzo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

*

Forse qualcuno fra i lettori più anziani ricorderà, seppure a stento o con vaghezza, quello che a suo tempo fu un caso eclatante. Dubito invece che i più giovani ne abbiano sentito parlare, se non da un arrugginito nonno in vena di sconclusionate memorie. Nel qual caso, di sicuro non gli avranno creduto. Non posso certo negare che l’episodio sia tra i più singolari che io rammenti; ma se, come spero, mi avete finora ritenuto degno della vostra fiducia, le mie parole vi siano ancora una volta di garanzia. Witold Wycisk fu il primo allenatore polacco a trovare impiego in Italia. Dove Basilio Scapinelli lo avesse pescato rimane uno dei tanti piccoli misteri che hanno contribuito a generare intorno all’allora patròn del Torino l’aura mitica di “mago del mercato”. Arrivò in Italia tra lo scetticismo generale, soltanto la sera precedente all’inizio della preparazione in altura, direttamente nella sede del ritiro granata, a Dobbiaco. Alto e filiforme; un cranio senza incavità e scintillante di perfetta calvizie; sotto folte ciglia, due occhi spiritati spesso nascosti da scurissimi occhiali da sole; perennemente in bilico tra le sottilissime labbra, un mozzicone di sigaro mai acceso. Se non fosse stato per l’abbigliamento trascurato, lo si sarebbe detto proveniente da un altro pianeta o dal futuro. Anche per le disusate concezioni, che esprimeva per brevi motti, con quella nota concinnitas che l’italiano acquista sulla bocca degli europei dell’Est, quasi vi ritrovi il rigore e la saggezza del passato. Così a chi lo accusava di irresponsabilità per aver accettato di allenare atleti che non conosceva contro avversari altrettanto sconosciuti, rispose una volta per tutte: «Se tu capisci aritmetica, numeri non sono ostacolo». E al giornalista che cercava di addentrarsi in un’improbabile conversazione tecnico-tattica: «Nostra unica strategia è giocare esatti». Ben oltre gli aspetti quasi folcloristici del personaggio, Witold Wycisk si dimostrò subito un preparatore piuttosto anomalo.

Già dopo pochi giorni del ritiro pre-stagionale, mezza Italia guardava stupita (e sghignazzante) alle sue innovazioni. Costrinse la società ad assumere un ipnotista di sua fiducia; sottoponeva quotidianamente gli atleti a lunghe lezioni di matematica e logica di prima mattina, oltreché a estenuanti tornei serali di scacchi, durante i quali passeggiava tra i tavoli, sussurrando ai giocatori «errore più grande è non approfittare di errore di avversario», «ogni volta che avversario muove, avversario fa errore» e sentenze affini. Dopo i primi incontri amichevoli molti avevano già smesso di sghignazzare. Il Torino sembrava non avere avversari all’altezza. «Calcio d’Agosto…» borbottavano altezzosamente alla radio i giornalisti milanesi e romani. Ma in Settembre cominciò il campionato e le cose non cambiarono: il Torino dominava. La sua difesa era impenetrabile, il contropiede fulmineo. Le prime tre partite furono altrettante vittorie, senza che il portiere Coppola fosse mai impegnato.

Dopo nove domeniche di gioco, nove erano le vittorie. Al termine del girone d’andata la squadra di Scapinelli aveva conosciuto solo successi e la porta granata era ancora inviolata. I punti di vantaggio sulla seconda in classifica erano già dodici. Non diversamente le cose andavano in Coppa Italia e in Coppa dei Campioni. Witold Wycisk era il più frequentato degli argomenti nei rotocalchi e ormai anche nelle terze pagine dei quotidiani. Pur cercando di apparire in pubblico il meno possibile e nonostante evitasse ormai sistematicamente le interviste, il suo nome e il suo volto erano ovunque. Si interpretavano i suoi gesti, gli sguardi, i silenzi. Alla sesta giornata del girone di ritorno, il Torino aveva già matematicamente conquistato il titolo di campione d’Italia. Dopo le grandiose celebrazioni i toni pian piano si smorzarono e, come è ovvio, l’interesse dei media per il campionato e per Wycisk venne progressivamente scemando. Con la sua consueta perspicacia, fu Emilio Franceschi, al ritorno da un viaggio in Inghilterra, a rinvigorire di nuovo, e clamorosamente, la curiosità intorno all’allenatore polacco. In un elzeviro stranamente tonitruante, intitolato Identici!, il calligrafista riportava quanto aveva scoperto durante il soggiorno londinese. C’è da sapere che la locale squadra di football del Chelsea, che stava dominando la Premier League, era guidata per la prima volta da un allenatore polacco. Di lui non si sapeva come the owner, il proprietario, il celebre banchiere e collezionista d’arte Nathaniel Hallward, l’avesse scoperto e ingaggiato.

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Martino Baldi, Il sogno di Mou Ping Ho

Mou Ping Ho 01, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

*

Il sogno di Mou Ping Ho, da “Il libro delle leggende degli Otto Immortali”

*

[terzo di quattro racconti (Qui il primo) e (Qui il secondo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

*

L’Immortale Han Chen Lo intraprese un giorno in perfetta solitudine un lungo viaggio di studio sulle tracce dei più promettenti allenatori delle grandi montagne del Nord, da cui giungevano sulle rive meridionali notizie di risultati sempre più stupefacenti. Han Chen Lo era a quel tempo, e già da molti anni, il grande maestro riconosciuto degli allenatori della regione dei mari meridionali, nonché grande alchemico e inventore della pozione dell’immortalità, grazie al quale aveva, per esempio, allungato a dismisura la carriera di alcuni dei maggiori calciatori dell’epoca, di cui non staremo qui a dire ma tra i quali si ricordi almeno l’inesauribile Tsa Neht Ti. Una sera, sull’imbrunire, di ritorno da una partita a cui aveva assistito nello stadio della vecchia capitale Ch’ang Mi Lan, si fermò a passare la notte in una grande locanda lungo la strada maggiore, dove erano solite soggiornare le squadre in trasferta e che per questo era diventata per lui, nel corso della sua lunga carriera, quasi una seconda casa. Non dovendo sottostare al rigido protocollo delle trasferte ufficiali, quella sera Han Chen Lo, invece di ritirarsi di buona ora nella sua camera, si trattenne a lungo nella taverna a riflettere su quanto di meraviglioso aveva veduto nel pomeriggio, naturalmente senza esimersi dal consumare lentamente, come da abitudine, una pingue cena a base dei più svariati tipi di carne e di pesce, nonché di molteplici contorni e condimenti. La frugalità non era mai stata il suo forte.

Dopo cena, immerso nel riordino degli appunti che aveva forsennatamente preso nel corso della partita, nella taverna Han Chen Lo perse per diverse ore coscienza dello spazio e del tempo. Era già passato di molto il momento in cui il numero che indica le ore, fattosi prima nullo e poi subito piccolissimo, comincia di nuovo a crescere, quando sollevò gli occhi. Il suo tavolo era completamente coperto da un disordine di matite e fogli con sopra nomi, brevi frasi e disegni (si trattava perlopiù di piccoli cerchietti e di frecce dritte, curve, incrociate…). I fogli lambivano pericolosamente anche la candela del contenitore di terracotta in cui continuava a sobbollire pacatamente il vino caldo e speziato; quante ne aveva nel frattempo consumate e sostituite, senza nemmeno pensarci? La sala era quasi completamente vuota. Soltanto un altra sagoma si individuava a fatica, seduta nell’angolo opposto al suo, e Han Chen Lo ebbe subito l’immediata percezione che quell’ombra misteriosa fosse lì proprio per lui e che lo stesse fissando dalla penombra in cui si era avvolto. Fu quindi assolutamente naturale vedere lo sconosciuto alzarsi, attraversare la sala buia e sedersi di fronte a lui dopo aver chiesto il permesso con un gesto muto del volto, ma più come se volesse accertarsi che era giunta l’ora di rispettare un appuntamento già fissato o, meglio, di dar seguito a cose già scritte nel libro del destino. Han Chen Lo riconobbe subito nelle sembianze dell’altro forestiero quelle di Mou Ping Ho. Nel pomeriggio dalle tribune dello Shan Shir aveva assistito al suo trionfo. Gli aveva visto compiere gesta che ne rivelavano l’indubbio genio.

Nel corso della partita, la più importante dell’anno, Mou Ping Ho aveva cominciato schierando i giocatori secondo un modulo tradizionale ma poi, di azione in azione, aveva ripetutamente spostato i centrali sulle ali e le ali al centro, aveva motivato gli attaccanti a difendere e i difensori ad attaccare, il tutto con la complicità infallibile dei centrocampisti; aveva preparato il portiere a spiccare il volo e indotto gli arbitri a prendere decisioni a suo favore con un lungo lavoro psicologico iniziato già nel corso della settimana. Quell’uomo, pensò subito Han Chen Lo, conosceva i segreti della esattezza e della verità, eppure c’era qualcosa in lui che lo teneva lontano dalla Via. E così ogni volta egli confermava con un’invenzione o un gesto la sua sapienza e allo stesso tempo ne mostrava il lato oscuro. Questa stessa cosa accadde nei primi momenti di quella conversazione notturna, dei cui dettagli non ci è dato sapere alcunché, salvo che fu chiarissimo molto presto a Han Chen Lo quale fosse la situazione spirituale del suo interlocutore: Mou Ping Ho era uno spirito eletto e destinato senz’altro all’immortalità ma la sua preparazione meticolosa e pressoché perfetta era ancora troppo ancorata ai testi classici confuciani e ai loro rigidi protocolli e sistemi di valutazione. Il motivo per cui non riusciva a liberarsene era evidentemente che, troppo abbagliato dalla sete di gloria, non poteva considerare con la giusta profondità gli aspetti metafisici della propria disciplina.

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#PoEstateSilva #33: Pietro dell’Acqua, Aria fritta

Si sta a pelar patate, in silenzio.
Apre la bocca e le dà fiato:
«Pensa te cosa diranno di noi, noi che ci affidiamo ai nostri mugugni, al linguaggio per intenderci, ci affidiamo alle rime e alle assonanze come se nella lingua fosse indicata, tramite queste, la via da percorrere verso l’autenticità, che parola abusata piena d’aria!, verso la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo, verso un senso da dare alla frase. Pensa come rideranno dei nostri tentativi falliti di formulare un pensiero più complesso di Ugo mangia la mela, di comprendere le Leggi tramite esperimenti e apparecchiature complicatissime, che oltretutto non funzionano diranno. E l’energia, si sbellicheranno vedendo le nostre tecniche da piromani squilibrati che consistono solo nel
bruciare qualsiasi cosa ci capiti tra le mani: siamo uomini delle caverne che accendono il fuoco. Poi su tutto la nostra mania di protagonismo, quelle favole sull’universo al cui centro ci siamo noi, tutto è qua per noi, dei e arcangeli e oracoli e stelle cadenti e filanti scomodati solo per blandirci voi siete er mejo, quante istituzioni, tutte frutto, questo ce lo riconosceranno, pur nei nostri enormi limiti, della più fervida immaginazione, quante istituzioni per difenderci dalla nullità della nostra condizione, che altrimenti ci divorerebbe. Di cosa ci nutriamo? Siamo cannibali dei nostri compagni d’avventura, uccisi da noi o morti sul campo. Di quale ignobile violenza siamo capaci, e così subdola, sbranare facendo intendere che i morsi sono baci, si sganasceranno davanti alla nostra incoerenza, ai monumenti di pastafrolla eretti in onore delle opere di bene con fumosi discorsi per la pace e la concordia, all’incessante germogliare di colpi di sfollagente, kalashnikov e bazooka. Chissà quali differenze noteranno tra la copula grammaticale, quella animale e quella umana, magari si metteranno a contare il numero di possibili variazioni sul tema, useranno come parametro di giudizio lo spazio lasciato all’arbitrio o all’improvvisazione, chissà che non vinca qualche scimpanzé dall’aria furba che ci dà dentro da mattina a sera, senza tabù parentali o legati all’età, capace di farlo arrampicato su un albero o appeso a una liana. Il nostro sdolcinato poetare in versi, sempre in cerca di conferma nei suoni, che oltretutto abbiamo concepito noi, che la strada sia giusta – anche i poeti del giorno d’oggi, i rapper che urlano sopra una base martellante (altro…)

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna, Perrone, 2016

*

AGATA

Trenta righe sono troppe o, piuttosto, sono poche per raccontare com’è andata a finire con Agata. Allora, non ne spreco neanche una e dico subito che stamattina lei, Agata, si alza, fa finta di mettere a posto quelle due cose che tiene in giro per la casa, così da dare un senso a quel suo dannato bisogno di ordine, e mi dice subito, senza neanche accennare ad un buongiorno, «Ezio, io vado. Tu ricordati che oggi, alle tre, devi accompagnare Carlo da tua sorella perché Guido ha promesso di portare i figlioli al cinema… All’Olimpia danno quel cartone animato, come si chiama, ah sì, I quattro cavalieri del vento – e noi… noi… beh, insomma, è inutile che ti dica che noi non possiamo permetterci nulla, neanche un cavolo di film per il bambino una volta al mese. Perciò, Carlo al cinema è meglio che ce lo porti lui, Guido… lui ch’almeno può!» ha concluso Agata con la sua solita aria di sfida. Io ho provato a dirle che proprio non ci riuscivo ad accompagnare il bambino da mia sorella, perché era già una settimana ch’avevo promesso a Gianni di passare a casa sua entro le cinque, per riparargli lo scaldabagno e che lui di più non poteva aspettare.

Allora Agata m’ha aggredito con il suo primo «Ma sei scemo?» ed è stato in quel momento, penso, che l’ho capito: la situazione era satura e non poteva più andare avanti così. Mi son detto «adesso basta, le do sette pugni, proprio lì, dritti sul muso, così la chiude quella bocca e la smette una volta per tutte di dirmi in continuazione che sono scemo e, magari, aggiunge pure: «Sono otto anni che non trovi lavoro!». Non è passato neanche un secondo, infatti, e lei mi fa: «Ezio, ma ti rendi conto che a maggio faranno nove anni, dico, nove anni, che non hai più un lavoro!». «Agata» ho provato a spiegare cercando di restare calmo «ok: sono nove… nove anni. Però, tu sai benissimo che io non ho mai smesso di cercare, di darmi da fare, di arrabattarmi così da trovare almeno dieci – dieci fottutissimi euro – da darti ogni sera quando rientri! È per questo che vado da Gianni… magari me ne sgancia il doppio per quel lavoro».

Come se non avessi parlato, Agata ha cominciato a gridare… a gridare sempre più forte. «Ma quando mi decido? Ma quando mi decido davvero a mandarti a quel paese e ad andarmene da questo inferno! Tutti uguali gli uomini! Ed io che per sfuggire a mio padre son venuta via con te, sono una povera scema. Me lo diceva anche mia sorella di non fidarmi di te: uno che si chiama Ezio, m’ha avvertito Aristea, non può prometterti nulla di buono!». «Buona quella! Lo sanno tutti che mestiere fa tua sorella e si permette pure di sentenziare sugli uomini altrui!». «Lascia stare Aristea! Lei sì che ci aveva visto lungo… come ho potuto pensare che fossi diverso? Ma adesso basta: tanto un posto ce l’ho: me ne vado da questo incubo. Ho deciso stavolta. Filo via da qui a mi trasferisco sul serio a Faenza. Lì – lo sai anche tu – non avrei alcun problema di soldi, perché lì Rosa, mia zia, m’ha detto di nuovo che non c’è problema anche se mi porto via il bambino e vado a stare da lei, ha già pronta una camera per me e Carlo. Ma quando mi decido? Cazzo! Quando?» ha sospirato appena un attimo e poi ha riattaccato: «Adesso è arrivato il momento: mollo tutto – cioè, mollo te che sei un buono a nulla e me ne vado da mia zia. Sarà vecchia, avrà le sue fissazioni ma è una persona onesta e, sicuramente, se le do una mano in casa, lei mi aiuterà!».

«Sai Ezio? Le ho telefonato proprio ieri e le ho detto di preparami la stanza perché io, Carlo e quelle due poche cose che mi occorrono andiamo a stare da lei. È così che si cambia vita Ezio caro, mica restandosene lì come un cadavere il giorno intero steso in quel cavolo di letto a guardare il soffitto e a fumare… Perché tanto è inutile restare qui, continuare questa vita di merda, solo tu puoi invece pensare che per noi tre siano sufficienti dieci euro al giorno! Ezio, te ne stai sempre qui dentro a ciondolare, dalla mattina alla sera. Mentre io… io, ogni santa mattina, pure la domenica, devo alzarmi e andare a pulire undici piani, uno di fila all’altro, e schizzare prima che si facciano le dodici, senza neanche il tempo di un caffè o una cavolo di sigaretta, correre ad acchiappare un 13 per attraversare tutta ’sta città – da un capolinea all’altro – e per fare cosa? Per andare a pulire il culo a una povera vecchia che mi dà quattordici euro per tre ore al giorno!». «Per la verità, te ne dà quindici di euro!» l’ho corretta come se questo potesse cambiare la mia condizione. Agata allora è tornata di là e non le ho sentito più dire nulla.

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Martino Baldi: Ipotesi sulla scomparsa di Hermano Quetzalcoatl

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

 

[secondo di quattro racconti (Qui il primo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Già affrontato il caso di Hermano Quetzalcoatl, mi preme fare qui alcune precisazioni. Per quanto sostenuta da storici di indiscutibile rilevanza, quella riportata nel capitolo dedicato al genio precolombiano non è l’unica versione attestata della sua scomparsa. Esperti altrettanto autorevoli ne contestano la veridicità attribuendone la mitopoiesi alla smisurata venerazione degli aztechi nei confronti dell’allenatore -poeta. Quest’ultimo eterogeneo gruppo di studiosi ha avanzato una ipotesi che collegherebbe la sparizione al suo dongiovannesco passato. Del resto, al tempo degli eventi precedentemente narrati, la fama di Quetzalcoatl aveva già solide radici in ogni angolo del paese e in gran parte del continente: la paternità del “bacio volante” gli era ormai universalmente accreditata.

Questo suo particolare talento cominciò a manifestarsi in età scolare. Invaghitosi di una compagna di studi, Quetzalcoatl passava le lunghe ore di scuola con lo sguardo fisso sulla bella desiderata e la mente rapita da ardenti pensieri. Fu una mattina di aprile a far scattare la scintilla. Nel bel mezzo di una noiosissima esercitazione mnemonica* la conturbante figliola si voltò involontariamente verso l’innamorato e, indugiando i suoi occhi su quelli del giovane, egli si sfiorò delicatamente il palmo della mano con le labbra e con un soffio indirizzò il bacio all’amata. Belintzin, questo il nome della giovane, se ne sentì subito fisicamente toccata. Un brivido le corse lungo la schiena per zampillare in qualcosa di piacevolmente fluido e imprecisato all’altezza dello stomaco e di qui scendere ulteriormente. Dovette chiudere gli occhi per contenere quel fremito e non farlo evaporare, per capire di cosa si trattasse.

Da allora Quetzalcoatl prese a spedirle quotidianamente, tra un’esercitazione e l’altra, baci su baci. La sua tecnica si affinava di giorno in giorno. Dai più semplici baci volanti, comuni anche al nostro tempo, arrivò ad eseguire gesti di abilità insuperata. Una mattina, durante un compito, fu stupefacente per Belintzin sentirsi baciata all’improvviso proprio sulle labbra, come da un angelo, senza che il suo sguardo fosse rivolto all’unico capace di tanto. Ma l’ardore di Quetzalcoatl non si fermò: l’ormai sedotta ragazza divenne bersaglio di baci volanti nei momenti meno prevedibili e nei punti fino ad allora più impensati del corpo. Labbra invisibili le inumidivano il collo, le mordicchiavano i lobi, le accarezzavano le caviglie e le ginocchia. L’apice fu toccato allorché Belintzin, durante un’importante interrogazione, cominciò improvvisamente ad arrossire e a balbettare: qualcosa di invisibile le stava scivolando sotto l’estiva vesticciola, lungo le gambe ambrate, scompigliandole la biancheria. Ma la giovinezza è turbinosa, e Belintzin non seppe resistere alle sue forze centrifughe. Hermano, preso da studi matti e disperati, non aveva tempo a sufficienza per saziare le appetitose necessità della compagna e questa, stregata dai brividi del corpo e non cosciente della rarità della sorte toccatale, pensò di trovare altrove il piacere che il baciatorepoeta le aveva svelato. Superfluo specificare che la sua ricerca era destinata a fallire ma fu proprio questo a renderla maniacale, così che la bella e fresca ragazza finì per trasformarsi in una lupa affamata che fiutava le prede agli angoli delle strade, agli ingressi dei templi, dello stadio e perfino all’uscita delle scuole medie.

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Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

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Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.

Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.

Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.

Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.

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Martino Baldi, HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

Quetzalcoalt, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

[primo di quattro racconti di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Caso più unico che raro nella storia del calcio mondiale è quello del messicano Hermano Quetzalcoatl, designato tecnico della nazionale mesoamericana per investitura divina. Già scultore, pittore, poeta, filosofo, astrologo e dongiovanni, Quetzalcoatl intraprese la carriera sportiva in età avanzata e in seguito a un singolare avvenimento*. Aveva da poco compiuto i 67 anni. Durante una di quelle passeggiate con cui era solito concludere le giornate di studio raccogliendo i pensieri nella quiete della natura circostante Città del Messico, si trovava a costeggiare il campo sportivo in cui si stava allenando la nazionale messicana di calcio. Improvvisamente il cielo sereno fu squarciato da un fulmine di inaudita violenza che colpì e ridusse in cenere l’allenatore della squadra. Sgomento e terrore regnavano ancora in campo quando un cono di luce si aprì dal più alto dei cieli investendo l’imperturbabile filosofo, più incuriosito che stupito, e un’aquila dall’elegante volo si depose con grazia ed autorità sulla sua fronte.

Tra i giocatori adoranti, il presidente della Federazione Messicana Giuoco Calcio non perse tempo in inutili procedure e consultazioni: Hermano Quetzalcoatl fu nominato seduta stante Commissario Tecnico della nazionale. Da quel pomeriggio del 1431, per trentatré anni, il nostro ebbe in mano le sorti calcistiche del paese senza che mai una volta la sua posizione fosse messa in discussione da chicchessia. Fu anzi un modello per intere generazioni di messicani. Mai turbato, tanto meno infuriato, le sue istruzioni sembravano essere magicamente accolte nell’animo dei calciatori senza bisogno di ricorrere a metodi dittatoriali. Imponendo, questo sì, innumerevoli allenamenti e seminari di studio ai suoi atleti (che comunque sembravano non desiderare altro), riuscì ad applicare al calcio tutti i principi su cui aveva esercitato fino ad allora la sua sensibilità.

L’organizzazione di gioco del Messico toccò culmini di straordinaria e irripetuta perfezione, tanto che spesso gli spettatori si disinteressavano completamente del risultato per ammirare le bellissime trame e disposizioni realizzate sul campo dai giocatori biancoverdi, con o senza palla. È probabilmente questo il motivo per cui le cronache dell’epoca ci permettono di sapere pressoché tutto delle partite dirette da Quetzalcoatl ma non tramandano alcuna informazione riguardo ai risultati, che comunque “furono sicuramente ragguardevoli”*. Fu per primo un ispirato spettatore haitiano a riconoscere nella disposizione dei messicani sul campo il disegno di un misterioso fiore. Con il passare del tempo eventi del genere si fecero più frequenti. Nella partita celebrativa del primo anniversario dell’investitura, secondo una testimonianza diretta, la squadra si dispose in modo tale da raffigurare con il movimento dei giocatori quello di un fulmine ripetutamente scagliato contro la porta avversaria. Il tutto sotto la guida magnetica del poeta allenatore, che assisteva alla partita in piedi ai lati del campo, sguardo fisso, braccia incrociate sul petto, con l’immancabile aquila sulla testa, in silenzio e concentrazione assoluti.

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su 66thand2nd e la felicità degli uomini semplici

su 66thand2nd e La felicità degli uomini semplici

di Martino Baldi

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Quello di 66thand2nd è un bellissimo progetto con una bella storia custodita nel nome della casa editrice. L’angolo tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, è infatti l’incrocio di Manhattan dove Isabella Ferretti e Tomaso Cenci hanno dato vita al primo nucleo del loro progetto editoriale, fattosi poi realtà concreta nel 2008 al loro ritorno in Italia. La casa editrice, con sede a Roma, nasce dunque con un cuore senza bandiere, portandosi dietro dalla cultura americana due caratteristiche fondanti, quella della multietnicità e quella della mitopoiesi sportiva, subito tradotte nell’individuazione di due segmenti editoriali particolarmente disertati dai colleghi italiani.

Le collane che sin da subito hanno incarnato le due anime principali della casa editrice sono “Bazaar”, “Attese”.
La prima comprende autori provenienti da ogni angolo del mondo, spesso migranti alle prese con il dialogo tra cultura originaria e cultura adottiva. La seconda è quella dedicata alle storie di sport che vanno da libri di autori internazionali affermati o addirittura ormai classici (si pensi a Sulla boxe della Oates o a Fuori dai giochi di Fitzgerald) a testimonianze e ricostruzioni di momenti in cui lo sport ha incrociato la Storia e raccontare l’uno è un modo stupefacente per raccontare l’altra (un esempio La squadra spezzata : la grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956), da curiosità a episodi mitologici della storia sportiva internazionale poco celebrati e approfonditi in Italia (si pensi ai libri sul baseball o a Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, il pugile ingiustamente recluso per omicidio per vent’anni, a cui Bob Dylan dedicò nel 1975 una delle sue più note canzoni).

Su un simile profilo più recentemente si è aggiunta anche la collana “Vite inattese” che propone libri di carattere più strettamente biografico che tuttavia si discostano dalla classica biografia di stampo giornalistico (quella, sì, molto frequentata in Italia) per l’alta qualità letteraria (si veda, tra i libri disponibili nel nostro catalogo, le bellissime biografie di Gino Bartali, Marco Pantani, Michael Jordan e Ayrton Senna). Altre collane eterogenee si sono aggiunte, nel segno di una vivacità editoriale non comune e di un’attenzione a grandi autori sfuggiti o strappati ai programmi editoriali degli altri editori (esemplare il caso di Antoine Volodine)

Tutto il catalogo di 66thand2nd è un tesoro, anche grazie alla cura editoriale che di ogni libro fa un gioiello, a partire dalla grafica e dalla qualità dei materiali, ma, dovendo scegliere un titolo da mettere in vetrina, optiamo per uno di quelli in cui si riuniscono le due anime di cui abbiamo detto: La felicità degli uomini semplici.


Curato dallo scrittore congolese Alain Mabanckou, uno tra gli autori africani di maggior successo tra quelli trasferiti in Europa, il volume raccoglie 15 racconti di altrettanti narratori provenienti dai più svariati angoli dell’Africa: dal Senegal al Gibuti, dal Benin allo Zimbabwe, dal Sudafrica al Togo e molti altri. Si svela pagina dopo pagina un sentimento del calcio strettamente avvinto a un sentimento della vita a cui è impossibile restare indifferenti, sia nel caso che si ami il calcio sia che lo si ignori. Il motivo è quello che traspare già dal titolo del libro, preso in prestito dal racconto dell’algerino Boualem Sansal in cui il protagonista, per vincere le angosce e le preoccupazioni che aggravano la vita di ognuno a livello mondiale come nel piccolo quotidiano, entra in un negozio con la speranza di poter acquistare degli eventi felici e finisce per fare incetta di DVD sulla morte di Saddam e sulla nazionale di calcio francese al Campionato mondiale del 1998.

Si respira qui e in gran parte degli altri racconti un appello alla felicità e alla semplicità che fa riemergere una modalità di vivere il gioco, la vita, le speranze, gli entusiasmi, le paure che sembra appartenere anche a un nostro passato, a un’anima che noi abbiamo seppellito in profondità ma che non smette di farsi sentire, pur nella sua remota impotenza. Un passato di bambini nelle strade a inseguire una palla di stracci, di sale di bar gremite per guardare tutti insieme le partite di calcio o il giro d’Italia, di racconti passati di bocca in bocca, e non di schermo in schermo, che facevano apparire le cose in una dimensione magica, sospesa, altra rispetto al calcolo del quotidiano.

Mabanckou scrive nella sua introduzione,”In sintesi, le storie che vi accingete a scoprire, a modo loro, richiamano un altro mondo, un mondo futuro che potrà sopravvivere solo se continueremo a perseguire ciò che ci unisce, ciò che ci accomuna. E il calcio è lo sport più adatto per raggiungere questo ideale. La letteratura gli mette le ali perché possa spingersi più lontano, volare più in alto e ottenere una delle vittorie più benefiche: la riconquista del nostro umanesimo.”

Questo raccontare il calcio, e attraverso il calcio una possibilità, unisce due mondi nel segno di una speranza comune ma provoca la sensazione strana, allo stesso tempo dolce e amara, che quella bellezza per qualcuno rappresenti il futuro e per qualcuno il passato.

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© Martino Baldi