racconti

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

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proSabato: Dino Buzzati, Sette piani

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti.  Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria – , Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante.

Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé… Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa… Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste.

Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuovo per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli. Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse:

“Anche lei sta qui da poco?”
“0h no – fece l’altro – sono qui già da due mesi…” tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: “Guardavo giù mio fratello.”
“Suo fratello?”
“Sì.” spiegò lo sconosciuto. “Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.”
“Al quarto che cosa?”
“Al quarto piano” spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.
“Ma son così gravi al quarto piano?” domandò cautamente.
“Oh Dio” fece l’altro, scuotendo lentamente la testa “non sono ancora così disperati, ma comunque poco da stare allegri.”
“Ma allora”, chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano, “allora, se al quarto sono già così gravi, al quinto chi mettono allora?” “0h, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…”
“Ma ce n’è pochi al primo piano” interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma “quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.”
“Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi” rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. “Dove le persiane sono abbassate lì qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi, aggiunse ritraendosi lentamente “mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto.
Auguri, auguri…”

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Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

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Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

Antonio Ligabue, Autoritratto con mosca

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

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La mosca ci sarà in eterno, perché in eterno vi saranno escrementi. Eppure, a ben pensarci, questo insetto mantiene una sua dignità, quella che lo vede perennemente lottare contro scopini e palmi di mani che vorrebbero schiacciarla, contro stracci da cucina e giornali che tendono  a dissolverla spiaccicata sui muri, la dignità degli ultimi che si cibano della merda di altre bestie, l’orgoglio di non sapere di infastidire col ronzio perenne durante la stagioni calde.

L’aggettivo “fastidiosa”, che l’uomo associa a questo insetto, è vecchio quanto il mondo, eppure la mosca vede quanto altri non sanno fare, pur destando – con quelle zampette sempre in movimento – un senso arcaico di ribrezzo. Se registi e scrittori, in molti racconti macabri, ne han fatto l’insetto più propenso alla fusione con l’umano, un motivo vi sarà, una causa inconscia di vecchie inquietudini arcaiche.

Ne esistono di varie specie e dimensioni, alcune albergano sugli escrementi degli stradaioli cani mostrando verdi e inquietanti riflessi, altre – più piccole – prendono in prestito pochi centimetri d’aria e volano in circolo all’interno di una stanza, altre ancora hanno un atteggiamento da pilota acrobatico d’aerei e con la velocità della disperazione non si fermano un attimo e rendono le pareti casalinghe perimetro adatto delle loro acrobazie.

La mosca esisterà in eterno dunque, come ho già detto, perché in eterno gli esseri viventi produrranno escrementi. Se la terminologia di mosca bianca ha un duro e sociale significato, a ragion veduta, però, come qualcuno cantava… se il cielo è dei potenti, alle mosche rimane la merda.

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© Giuseppe Ceddia

Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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Antonio Paolacci, Il morbo che salvava la vita

Questa è la storia di un ragazzo italiano, una storia in apparenza come tante. È la storia di una malattia e di una grande, bellissima, menzogna. Inizia un giorno imprecisato di dicembre del 1937, a Roma. Il ragazzo si chiama Adriano Ossicini, è nato nel 1920 e quindi, nell’anno in cui inizia la nostra storia, è un ragazzino appena diciassettenne. Ma è anche un bravo ragazzo e uno studente molto in gamba.

In quel dicembre del ’37 si presenta all’ospedale Fatebenefratelli di Roma come volontario e prende subito servizio. Qui incontra il primario, ovvero il dottor Giovanni Borromeo e, molto probabilmente, inizia a considerarlo come una figura paterna.Giovanni Borromeo è un giovane medico molto carismatico. È stato nominato primario del Fatebenefratelli solo tre anni prima, cioè nel 1934, e in questi tre anni ha trasformato l’antico Nosocomio nel più efficiente e moderno ospedale di Roma. Il giovane Adriano lo ammira da lontano, con modestia, mentre svolge il suo servizio di volontariato. E nei corridoi sente le storie che lo riguardano. Dicono che Borromeo sia un grande medico. Si è laureato a soli 22 anni con 110 e lode e Premio Girolami. E di anni ne aveva solo 31 quando ha vinto il concorso degli Ospedali Riuniti di Roma per un incarico da Primario Medico. Avrebbe potuto essere ancora più in alto, dicono tutti, se negli anni Venti non avesse rifiutato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista e questo non avesse limitato le sue possibilità di carriera.

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Adriano Ossicini negli anni Cinquanta

Quando Adriano Ossicini compie 18 anni, ha già deciso che diventerà medico. Ma questi sono anni difficili per studiare e basta, anni in cui un ragazzo sveglio come lui sente anche il dovere di guardarsi attorno. Nell’aprile del 1938, Ossicini è già schedato come sospetto sovversivo. A ottobre viene fermato per la distribuzione di alcuni volantini antifascisti, poi subito rilasciato.

Due anni dopo scoppia la guerra. Ossicini ormai ventenne ottiene il rinvio dell’arruolamento in quanto studente. Nel frattempo inizia svolgere piena attività antifascista. Il 18 maggio 1943, viene arrestato dopo una retata e finisce in carcere. Durante la detenzione viene torturato per alcuni giorni, ma non fa nomi, non dice niente. Si limita ad ammettere di aver espresso critiche alle leggi razziali, trovandole in contrasto con la dottrina cristiana. Vista la sua partecipazione a gruppi cattolici e la sua forte fede, il Vaticano intercede in suo favore. La sua liberazione, gli dicono, può essere immediata, a condizione che presenti domanda di grazia. Ossicini rifiuta. Ma in realtà sta solo andando a vedere un bluff, perché non ci sono prove del suo coinvolgimento nella lotta antifascista. Dopo due mesi di carcere e angherie, viene rilasciato, in attesa di essere condannato al confino.

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Elisabetta Meccariello, False finestre n. 7: La Donna che respirava sott’acqua

foto di Elisabetta Meccariello

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La Donna che respirava sott’acqua aveva dei polmoni eccezionali. Un prodigio evolutivo che gli scienziati non riuscivano a risolvere. C’era chi spasimava il complotto governativo, chi bramava leggende metropolitane, chi alimentava la corrente della colonizzazione aliena. Molti furono gli esperimenti a cui la sottoposero, è straordinario, ripetevano, saremo in grado di curare malattie che ancora non conosciamo, acclamavano, il suo dna può svelare il mistero della vita, incensavano, potremo certamente diventare immortali! Un giorno uno spettabile esimio ecclesiastico illustrissimo eminente stabilì che non c’era niente da indagare, che era così e basta e tutti si inchinarono, si cosparsero il capo di cenere, deliberarono che era vero, non c’era niente da indagare, era così e basta e ben presto si dimenticarono della Donna che respirava sott’acqua. Nessuno ne sentì più parlare.

Si archiviarono i fascicoli, si bruciarono le foto. Ma chi è la Donna che respira sott’acqua, si interrogavano, non c’è nessuna Donna che respira sott’acqua, non è scientificamente possibile, è un’invenzione, è un’immaginazione, è pura fantasia. Così la Donna che respirava sott’acqua tornò nel suo acquario. Un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti. Vani erano i suoi tentativi di socializzazione. Quando i vicini scorgevano dallo spioncino la sua pelle raggrinzita, il volto rugoso, le mani squamose ecco che sprangavano i portoni, chiudevano a doppia mandata le serrature, fingevano di aver traslocato per sempre in un altro Stato. Iniziarono ad etichettarla come quella strana, quella diversa, quella che chissà cosa faceva, chissà cosa teneva in casa, chissà cosa faceva per vivere, quella da evitare, quella da nascondere alla vista dei bambini. Allora la Donna che respirava sott’acqua si sedeva accanto alla finestra e aspettava con affanno le giornate di pioggia. Si catapultava giù per le scale e correva correva correva nelle strade deserte, con la faccia al cielo, con la bocca aperta e finalmente respirava.

Respirava con ogni cellula del suo corpo, respirava con le inquietudini, respirava con le paure, respirava con le sue domande, con i suoi perché. Si abbandonava completamente e si lasciava trasportare dal fluire dell’acqua. Attraversava i canali, gli scoli, passava sotto i ponti, entrava nel terreno, nelle falde e scorreva scorreva scorreva fino a quando la corrente non la portava al mare. E una volta piombata nell’oscurità i pensieri le uscivano dalla testa, tutte le voci, tutti i sussurri si dissolvevano, tutti i tumulti che le comprimevano il cervello, tutti i mostri che le sbraitavano oscenità si vaporizzavano, semplicemente. Io non sarò, singhiozzava, io non sarò. L’oscurità la purificava. L’oscurità la nutriva. Un fluido nero attraversava i tessuti, le vene, gli organi, rigenerava le membra stanche. E l’oscurità la annientava. Disperdeva la sua unicità, il suo talento. La Donna che respirava sott’acqua evaporava, tornava al suo stato aeriforme, occupando tutti gli spazi. Evaporava. Evaporava e si ricongiungeva ai suoi pensieri, alle voci, ai sussurri, ai tumulti, ai mostri, le molecole si riunivano, si avvinghiavano, si legavano e piovevano di nuovo sulla terra, nelle strade deserte. La Donna che respirava sott’acqua tornava alla vita, iniziava una nuova straordinaria esistenza. Di solitudini, di assenze, di rimpianti. In un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti.

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© Elisabetta Meccariello

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 6: L’uomo a cui era scoppiato il cuore

Foto di Elisabetta Meccariello

L’Uomo a cui era scoppiato il cuore aveva conosciuto Dio. Non nella sua forma evanescente e spirituale, gli aveva proprio stretto la mano, una mano in carne e ossa, e gli aveva pure dato dei soldi. Il suo cuore era scoppiato in un tranquillo pomeriggio primaverile quando aveva capito di essere rimasto solo. A niente erano servite le parole di conforto e la presenza di amici e parenti. Il congegno si era rotto. Andato. Kaputt. E come faccio adesso, ripeteva, non potrò vivere a lungo senza cuore. Piangeva per ore strusciandosi sul torace lo stetoscopio professionale acquistato, in offerta, alla farmacia sotto casa, per ottantanove euro, soldi spesi bene. Non sento niente, ansimava, non batte, non batte. E come faccio a piangere se non ho il cuore, da dove vengono le lacrime, dove si annida questo dolore insopportabile, e come faccio poi a respirare ancora. Tutte domande lecite, in effetti.

Si rivolse a un professionista, un tale che di cuori ci capiva tantissimo. Si può aggiustare, disse dopo visita accurata, ho solo bisogno di un po’ di tempo per trovare i pezzi di ricambio, cuori così non se ne fanno più, dovrò sentire direttamente la casa di produzione. Nel frattempo non abbia paura, può continuare a svolgere la sua vita normale, può fare le solite cose, ecco, magari stia attento all’alimentazione, faccia delle passeggiate, la temperatura adesso è perfetta per delle belle passeggiate.

Così l’Uomo a cui era scoppiato il cuore riprese le sue attività quotidiane. Ma quale vita normale, ripeteva tra sé, quali solite cose, io non ho più il cuore, una vita non ce l’ho più. I primi giorni fu un vero inferno. Si sentiva mancare ad ogni passo. È normale, gli dicevano, vedrai, ti è scoppiato cuore, devi solo trovare un ritmo, una diversa armonia, un nuovo battito. Facile a dirsi per voi che avete ancora le pulsazioni! Se ne andava sbattendo la porta e mugugnando parole non trascrivibili. Le passeggiate lo trascinavano immancabilmente nei luoghi di un tempo, si fermava qualche secondo, traccheggiava sul marciapiede, si guardava intorno cercando volti amici, poi riprendeva la marcia.

Tutte le mattine faceva capolino all’officina del professionista. – A che punto siamo con il mio cuore? – C’è ancora bisogno di tempo, non si preoccupi, la contatteremo appena sarà pronto. – Ma non capisco, come funziona, non c’è bisogno dell’organo originale? Come fate ad aggiustarlo. – Non si preoccupi, abbiamo delle tecniche innovative. Se ne tornava a casa l’Uomo a cui era scoppiato il cuore, a passo svelto, con la testa piena di dubbi e pensieri e malumori, rimuginando qualcosa che aveva detto o fatto anni addietro. Le parole erano diventate il suo ennesimo cruccio. Ce n’erano alcune in particolare la cui sola pronuncia provocava una sollecitazione istantanea delle ghiandole lacrimali. Tutti quei concetti che rimandavano all’amore, allo stare insieme, ai tempi andati, ecco, non poteva sentirne il minimo accenno. Di conseguenza non poteva più ascoltare canzoni, almeno un buon novantasette per cento. E non poteva più guardare la televisione in fascia pomeridiana. E la notte.

La notte se ne stava ad occhi sgranati con l’orecchio teso e si alzava di scatto al primo ticchettio che percepiva. Quasi sempre si trattava della sveglia sul comodino, un’originale Diamond anni Settanta, di quelle a carica con le galline che beccano, a volte era solo uno scatto della vecchia caldaia. I giorni trascorrevano, più o meno tutti uguali, più o meno tutti dello stesso colore, c’erano giorni in cui andava meglio, dei giorni in cui andava peggio, dei giorni in cui non si chiedeva com’era andata e quindi non classificabili nella statistica corrente. Finì la primavera, passarono estate, autunno, inverno e poi era ancora primavera. Una mattina l’Uomo a cui era scoppiato il cuore tornò all’officina, erano trascorse stagioni dall’ultima volta, non ci pensava più. Si era abituato all’idea di non avere più un cuore, aveva trovato un ritmo, una diversa armonia, un nuovo battito. – A che punto siamo con il mio cuore? – Ma come, gliel’ho consegnato da un pezzo! L’Uomo a cui era scoppiato il cuore con grande stupore si mise una mano sul petto e lo sentì, lì, al suo posto, battere, pulsare, palpitare. Pianissimo. Eppure era lì. Sorrise, sorrise di nuovo per la prima volta. O così credeva. Perché non ci aveva fatto caso ma era tornato a sorridere già da tempo. – Non capisco, come, quando, come ha fatto. – Vecchia scuola, nuova tecnologia. Così l’Uomo a cui era scoppiato il cuore si convinse di trovarsi di fronte a Dio. Gli strinse la mano. Era una mano in carne e ossa. Pagò un conto salatissimo e Dio gli chiese se voleva anche la fattura.

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© Elisabetta Meccariello

Recensioni ibride #1: #StelleOssee #OrazioLabbate

Recensione ibrida a Stelle ossee di Orazio Labbate (Edizioni LiberAria)

di Ilaria Grasso

Sarà forse la presenza dell’Etna (in siciliano ‘a Muntagna) ma trovo negli scrittori siciliani una follia, spesso incomprensibile al resto del mondo, che mi ha sempre incuriosito. Per questo motivo, e affascinata dal titolo, mi ritrovo in una libreria di Roma per la presentazione della raccolta di racconti dal titolo Stelle Ossee di Orazio Labbate. Arrivo tre quarti d’ora prima alla libreria Assaggi a causa di una inaspettata puntualità di un autobus. Roma talvolta ti fa dono di un po’ di tempo che questa volta decido di utilizzare acquistando il libro e iniziare a leggere. La copertina mi colpisce subito. Quel teschio disegnato da stelle sullo sfondo nero della copertina mi promette l’apocalisse e infatti il libro è composto da diciassette racconti apocalittici.

Aldilà delle tematiche e dello stile di scrittura l’inchiostro utilizzato dai siciliani si riversa sulla carta, irruento come lava che brucia, lasciando una cenere utile a rendere fertile il paesaggio archetipico e l’immaginario di chi legge. Anche con la lettura dei racconti Orazio Labbate non c’è stata smentita. L’esordio letterario di Labbate ha inizio con il romanzo Lo scuru (Tunuè) dove troviamo un vecchio siciliano alla fine dei suoi giorni in West Virginia che racconta la Sicilia da cui è partito molti anni prima. Il personaggio Razziddu Buscemi rievoca la sua infanzia utilizzando una memoria ricca di esorcismi subiti e di passi difficili da fare perché pieni di violenza e dolore ma anche utili e necessari all’evoluzione. Le visioni che appaiono, un mix potente di pensiero metafisico e immaginario gotico, sono espresse attraverso un linguaggio barocco poetico e misterioso. Labbate, durante la presentazione, attribuisce la paternità della sua scrittura a Bufalino, D’Arrigo, Faulkner e McCarthy individuando similitudini tra il paesaggio americano e quello siciliano. Porta ad esempio la città Galveston, in Texas, raccontando dell’enorme quantità di immigrati siciliani presenti lì. Scopro tra l’altro, indagando sull’autore che il suo blog personale si chiama Sicilia Texana.
Il fatto che ci sia un petrolchimico, sia a Gela che a Galveston, crea un altro forte punto in comune. Concordo appieno nella somiglianza di certe parti d’Italia all’America. Penso alle simili caratteristiche organolettiche del terreno che hanno consentito ad esempio al vitigno Syrah che è nato nel siracusano, di giungere in Puglia, mia terra d’origine arrivando fino alla California. Mi viene in mente questa qualità di vite come immagine perché è con essa che viene prodotto il Nero d’Avola. Nero come oscuro, nero come scuru. Inoltre durante la lettura della raccolta mi imbatto nell’espressione “grappoli di fumo” che mi rimanda immediata l’immagine di un vitigno (in Case incendiate). L’ho trovata così suggestiva, ispirata ed ispirante che ha dato vita ad una mia poesia “labbatiana”. (altro…)

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Elefante Rosa, Copyright Matin Cloutier

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Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Quando si parla di felicità, bisogna essere sempre cauti, eppure quel giorno ero felice. Tornavo a casa con il mio elefantino rosa. Una creatura unica e particolare, alta non più di un metro e sessanta centimetri, coperta da una leggera peluria iridescente. Naturalmente, la cosa più interessante era il suo colore. Non apparteneva alla specie degli elefanti africani con il colori della terra, né a quelli indiani dalle orecchie piccole e più grigi. Era proprio di un bel rosa gote di un bambino coccoloso; rosa orsetto di peluche usato troppo, rosa, del succo del melograno quando si spacca aprendosi al sole. Avevo il mio tesoro e mi seguiva volentieri tra i viali della città, mentre lo portavo nel giardino di casa. Già a quell’ora del mattino, qualcuno aveva cominciato ad additarci per la via,  i primi sorrisi e le prime domande. Finché arrivata a casa, lo lasciai vagare libero sotto gli occhi dei curiosi. Anche nei giorni successivi, c’era sempre qualcuno a sorvegliare ogni minimo passo e movimento di quella tenera meraviglia. Tuttavia presto le cose si deformarono, assunsero toni oscuri e inquietanti. Quel colore così rosa, quel fresco accento della sua pelle, era dovuto a un’alimentazione di un tipo davvero particolare. L’elefante si nutriva di albe e tramonti.

Non è che sottraesse all’alba tutto il chiarore, né al tramonto il viola o l’arancione del cielo. Solo e soltanto, qualche minuto del sorgere e del tramontare del sole. Non ho mai pensato a tutto questo come a un dramma, piuttosto come a un prezzo da pagare per un vantaggio ulteriore. La bellezza di questa creatura e la sua capacità di rasserenare il cuore più nero, mi sembrava meritassero anche un costo più elevato.  Ma non tutti pensarono così. Sorsero albe e giacquero tramonti, e cominciarono le prime rimostranze, qualche domanda insidiosa e qualcuno capì, definitivamente, come stavano le cose. Annunciato da un impetuoso tumulto, alla mia porta, comparve un giorno, il comitato PRESTO E BENE.  Questa storia dell’elefante aveva già portato abbastanza problemi: aveva sottratto preziosi minuti alle giornate, portando notevoli danni economici. Scombussolando l’ora di sveglia, la gente non andava più puntuale verso i propri impegni; così come l’ora di rientro era caratterizzata da una grande confusione. Era arrivato il momento di finirla. Presto e bene, appunto, con l’allontanamento o la rimozione forzata dell’animale, se del caso.

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

dipinto di Franz Marc

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

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Elencare tutte le specie che appartengono a questa famiglia di mammiferi artiodattili (alimentazione vegetale, zoccoli e corna “alberate”, molari assai sviluppati) sarebbe un’impresa enorme; tra le più conosciute, che a loro volta comprendono varie sottospecie, vi sono l’alce, il capriolo, l’huemul, il mazama, il cervo, la renna, il daino, il muntjak.

Li si trova in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Oceania; in Africa risultano invece estinti. La renna, che spesso i fanciulli – nel loro immaginario – legano alla figura di Babbo Natale, ha un suo fascino particolare, traina la slitta del vecchio bonaccione che porta i doni e scende dal camino. L’alce, tra le specie più grandi della famiglia, assume a volte lo sguardo di un vecchio saggio mentre magari osserva il mondo che lo circonda; i caprioli sono alpinisti naturali, eretti sui monti come se poggiassero su superfici piane; il cervo ha l’occhio benevolo e quasi piangente mentre intuisce la presenza del cacciatore che dietro un albero, silenziosamente, lo fissa al fine di impallinarlo.

Esistono cervidi giganti e cervidi nani, sempre presenti da venticinque milioni di anni, ossia dall’epoca geologica dell’Oligocene; animali particolari, si guardano attorno sempre con circospezione, “fatatamente” – le specie più agili –  riescono a svanire in un batter di ciglia, quasi fossero creature misteriose venute fuori da un libro di esseri meravigliosi.

Attraggono per possanza e maestosità… e poi quelle ramificazioni, quelle corna incredibili, che sono alberi e antenne con cui si captano le stazioni universali e le lontane galassie sconosciute all’uomo. Nel detto comune della vulgata si definisce “cornuto” colui che viene tradito dal/lla proprio compagno/a; chissà cosa ne penserebbero i cervidi nell’apprendere che una parte così importante della loro fisionomia è stata utilizzata per definire sfortunati (e spesso stolti o ingenui) alcuni esseri umani. Forse riderebbero, forse proverebbero “dostoevskijana” compassione.

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© Giuseppe Ceddia

Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

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