racconti

Gli Arcani Maggiori #3: L’imperatrice

 

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatrice, carta della cura e del nutrimento.

Con la mezzanotte in arrivo la festa di Capodanno era fortunatamente agli sgoccioli e al momento mio marito sedeva a pochi metri da me. Aveva un nipotino, credo, sulle ginocchia, e una bambina in piedi accanto a lui gli balbettava in faccia una poesia. Spesso dimenticava qualche sillaba, e lui gliela suggeriva con piccoli movimenti della bocca. Era così sereno da avere una fossetta sulle guance e l’attaccatura delle palpebre gli si avvizziva a furia di sorridere. Una scena perfetta per una di quelle orribili porcellane bucoliche di cui si circondava nel Settecento Amalia di Sassonia.
Tu scendi dalle stelle, canticchiava in ritardo coi tempi qualche zia poco lontano. Eravamo tutti concordi che i bambini avrebbero dovuto al più presto andare a dormire, ma nessuno di noi aveva il coraggio di ammettere che erano gli adulti a non vedere l’ora di accomiatarsi. Avrei aperto volentieri le danze di questa confessione, se solo mio marito non mi avesse implorato prima di arrivare di dimostrarmi onorevole e garbata fino al termine delle celebrazioni.
Ragione ulteriore per aspettare la mezzanotte in gaia compostezza, e in compagnia dei nostri rispettivi pargoli, era il compleanno incombente della figlia della nostra padrona di casa, che avrebbe compiuto sette anni al passaggio del calendario. La festicciola di compleanno che sarebbe seguita era la ragion per cui non avevamo potuto sottrarci dal portare il Furetto con noi. Al momento, il Furetto si faceva ordinatamente battere a sasso carta forbice dal fratello della futura festeggiata, in un angolo della stanza. Mi chiedevo dove avessi sbagliato come madre. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Cloud

©Luigi Cecchi

 

 

CLOUD

Lamberto Paris si ritrovò con la testa conficcata in una nuvoletta. Era densa e soffocante, umida e fastidiosamente calda. Si era formata quando tutti quei pensieri sul senso della propria vita si erano addensati a causa della differenza di temperatura tra le prospettive e la realtà. Ma come era successo? Pochi attimi prima, avendo terminato in anticipo le cose noiose che l’ufficio frodi gli aveva imposto, aveva aperto Facebook e si era messo a leggere i post di una delle tante pagine che mettevano in ridicolo il comportamento degli altri. In particolare, questa consegnava alla gogna pubblica i discorsi di un gruppo di casalinghe che ogni pomeriggio seguivano e commentavano telenovele spagnole o latino-americane. Lamberto rise compiaciuto della propria superiorità intellettuale, di fronte a quelle cretine che buttavano la loro esistenza nel cesso discutendo di torbidi amori e di intrecci improbabili, per non parlare di chi dichiarava apertamente il proprio amore per uno o per l’altro protagonista baffuto di turno. Lamberto commentò pure: «Ahahah che dementi, ma queste votano? non ci credo». (altro…)

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)

Anteprima: Giorgio Galli, L’inventore di vite

 

Giorgio Galli, L’inventore di vite, Il Seme Bianco, 2018 – Collana Gelsomino – racconti

Siamo felici di presentare in anteprima uno dei racconti della raccolta L’inventore di vite di Giorgio GalliL’inventore di vite è una raccolta di racconti aventi per protagonisti personaggi reali e inventati, illustri o sconosciuti. Tutti sono ritratti in un momento culminante delle loro esistenze -a volte il momento della morte- o in brevi biografie che non mirano alla verità storica, ma alla realtà poetica. Scritti in prima o in terza persona, in forma di racconto classico, di monologo, di apocrifo o di saggio breve, esplorano individualità ben marcate per trasmettere, alla fine, un senso di solitudine collettiva di fronte alla condizione e al destino umani. (la redazione)

 

Marcel Schwob, l’inventore di vite

Veniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva – nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

Simone Consorti, “Otello, ti presento Ofelia”

Simone Consorti, Otello ti presento Ofelia, L’Erudita 2018

Il mondo che si manifesta nelle dieci ‘epifanie’ di Otello ti presento Ofelia e altre storie di disamore è un mondo nel quale gli “umiliati e offesi” hanno gli occhi grandi – verdi nocciola neri o cerulei, più raramente «un po’ falsi, come cieli di lapislazzuli» e non riescono a sottrarsi, neppure nel momento della più avvilente sconfitta, della più scottante esclusione, all’insopprimibile tendenza a cogliere il dettaglio straniante e rivelatore, «lucido e delirante» nell’universo della distorsione, della dismissione, del «disamore», del «disincanto» (nel sottotitolo leggiamo infatti: Confessioni di disamore tra crudeltà e disincanto). È, questa tendenza, indice di una non comune facoltà di percepire, nel distacco e nella distanza, una prospettiva diversa e divergente, sicuramente improntata all’ironia del capovolgimento. Senza ombra di dubbio – e questa mia affermazione intende additare a chi legge un filo rosso a partire dal quale scoprire e ri-scoprire tutta la scrittura, anche quella poetica, di Simone Consorti – ci troviamo dinanzi al tratto fondamentale dello stile, e dunque dello sguardo, dell’autore.
Il titolo del volume, Otello ti presento Ofelia,  è lo stesso del primo dei dieci racconti che lo compongono e ne scopre un’ulteriore caratteristica, vale a dire il gioco con pedine di svariata provenienza: oltre a quella delle esistenze dis-ancorate, quella dei personaggi letterari che, al contrario, sono ben ancorati nella coscienza sia di chi scrive, sia di chi legge, così come quella dell’immaginario e delle immagini-opere d’arte figurativa che scaturiscono da testi noti, per non parlare delle vere e proprie citazioni e del loro abile rimescolamento.
E qui si avvicendano e intrecciano le mani in una fortemente arguta e lievemente malinconica ronde William Shakespeare e John Everett Millais (l’autore pre-raffaelita del dipinto Ophelia), Fëdor Dostoevskij e Cesare Pavese, Giovanni Pascoli del X agosto e la sapida sintesi postbellica su reduci e nuove precarie esistenze dei Racconti umoristici e satirici di Heinrich Böll, i Racconti neri di Maupassant e le Novelle (ma anche i Quaderni di Serafino Gubbio operatore) di Pirandello, i modi di dire e i calembourMamma non mamma – con i drammi cocenti e attualissimi degli “orfani bianchi” (e dei bambini che da quella condizione vogliono fuggire). (altro…)

Gli Arcani Maggiori #0: Il Matto

Ventitré carte, ventitré raccontiPer ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile, lasciando parlare soltanto le carte. Buona lettura con Il Matto, la carta dell’istinto.

 

“Non lo so” non mi sembra un argomento
adatto per un racconto.

Qualcuno di mia conoscenza

 

Quando l’uomo si vide alle strette, perché non aveva più soldi e doveva lasciare la casa dove abitava, prese un’importante decisione.
«Da quando ho imparato a dire dei no, ne avrò pronunciati alcuni che mi hanno fatto perdere delle opportunità. Ma ogni volta che ho detto sempre sì, ho percorso delle strade che ne hanno chiuse altre più favorevoli. Bene. Stanno suonando le campane di mezzogiorno. Da adesso, per ventiquattro ore, a ogni domanda diretta risponderò: non lo so
Così si mise a braccia conserte, nella casa che doveva lasciare senza averne un’altra da abitare, e aspettò la sorte.
Dopo qualche minuto il telefono squillò: era un suo amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Volevo dirti» comunicò «che ti abbiamo trovato un lavoro in un posto lontano, e una casa in un posto lontano. Sono lontani, ma lavoreresti subito e avresti dove stare. Cosa ne pensi?»
Ogni cellula dell’uomo gridava sì, ma aveva fatto una promessa.
«Non lo so», rispose.
Il suo amico se la prese a morte.
«Bene. Noi ti abbiamo aiutato. Ma se tu sei pigro, e ti scoraggia il fatto che è lontano, non sappiamo cosa fare per te.»
L’uomo guardò il telefono, e si maledisse: «Avevo risolto i miei problemi, e ora per questa stupidaggine sono punto e a capo! Maledetta sorte!»
Per molto tempo il telefono stette zitto, poi squillò di nuovo. Era un altro amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Ascolta. C’è una casa nel tuo quartiere che va in affitto tra un mese, il tempo di finire di ristrutturare la facciata. Cosa ne pensi?»
Tutto tremante, l’uomo rispose:
«Non lo so.»
«Bene», rispose l’amico, molto deluso. «Pensaci su. Avviserò il proprietario.»
Ma prima ancora che l’uomo potesse maledirsi, il telefono squillò di nuovo.
«Sono il proprietario dell’appartamento», disse una voce affannata. «La prego, voglio fittarlo a una persona fidata e mi parlano bene di lei. Lo prenda da subito, ovviamente gratis per il primo mese per il fastidio della ristrutturazione, e se non le piacerà non se ne farà nulla. La prego, mi dica di sì.»
«Se la mette in questo modo, posso dirglielo.»
Il proprietario riattaccò tutto felice.
«Incredibile!», disse l’uomo a se stesso. «Se non avessi detto non lo so al mio primo amico, ora avrei dovuto cambiare quartiere!». E tutto felice si mise a impacchettare libri e stoviglie.
Cambiò casa quella sera stessa, e la nuova casa gli piacque subito molto. Ma la notte non riusciva a dormire, perché pensava a come l’avrebbe pagata dal mese successivo. Così si alzò e prese i giornali con cui aveva imballato i piatti, e ritagliò gli annunci di lavoro. Trovò una Grande Azienda che faceva al caso del suo curriculum e tornò a dormire.
Il mattino dopo si presentò alla Grande Azienda, e tutti rimasero molto impressionati dal suo curriculum.
«Le offriamo un lavoro da millecinquecento euro al mese: che ne pensa?»
«Non lo so», rispose lui, fiducioso.
Gli uomini rimasero interdetti.
«E se raddoppiassimo l’offerta?»
«Non lo so», rispose ancora lui.
A questo punto erano profondamente colpiti: doveva avere un’enorme fiducia in se stesso per rispondere in quel modo! E la fiducia in se stesso era requisito fondamentale nella Grande Azienda. Così decisero di portarlo direttamente dal direttore.
L’uomo li seguì fino in direzione. Notò prima le piante, poi le grandi finestre, poi il direttore, che stava seduto alla sua scrivania e temperava una matita. Solo per ultima, perché era nascosta, notò l’assistente del direttore. Era seduta a gambe accavallate. La vide e pensò a una cosa. Pensò a lei che toglieva delicatamente le spine da una rosa, senza sorridere e tutta concentrata, per metterla dentro a un bicchiere. Immaginò le tende dentro quella stanza immaginaria, e la luce che filtrava da quelle tende. E anche se non vedeva tutto quello che stava immaginando, capì che non avrebbe mai visto nulla di più bello.
Intanto gli uomini che lo avevano accompagnato si erano chinati all’orecchio del direttore e gli avevano detto qualcosa. Anche lui era rimasto molto impressionato.
«Lei deve lavorare con noi», tagliò corto con aria sorridente. «Su, forza, mi stringa la mano e mi dica che è fatta.»
L’uomo gli porse la mano e gliela strinse forte. Furono tutti molto sollevati.
L’uomo uscì dalla stanza, e l’assistente lo seguì. Aveva un passo rigido ma svelto.
«Benvenuto», disse. «In che reparto sei?»
«Non lo so.»
«Allora ti accompagno a dare un’occhiata in giro. Tanto sono libera fino a mezzogiorno, poi devo andare via.»
Lei gli fece da guida, e indicava le cose con le mani, che erano lunghe di una grazia innaturale. A mezzogiorno esatto, erano fuori dalla Grande Azienda.
«Facciamo la stessa strada?», chiese lei. «Io vado a sinistra.»
E lui, che per tornare a casa doveva andare a destra, guardò l’orologio e rispose:
«Chiedimelo tra un minuto esatto, per favore.»
A lei sembrò una richiesta ben strana, e le sembrò ben strano lui. Ma lo guardò con curiosità, e decise di accontentarlo. Così, a mezzogiorno e un minuto domandò:
«Facciamo la stessa strada?»
«Sì», rispose lui.

© Giovanna Amato

proSabato: Luigi Cecchi, Cruel – CRUDELE

©Luigi Cecchi

Cruel – CRUDELE

«Buongiorno Bernardo.»
Bernardo non rispose. Facendo scivolare la ciabatta sul pavimento, si era accorto che si trattava di gres porcellanato. Rimase qualche secondo imbambolato sulla soglia della stanza, fissando i propri piedi. Gres porcellanato. Poi Carmela fece un cenno e l’infermiere accompagnò Bernardo a sedersi. Mentre gli veniva sistemata la flebo di fianco alla sedia e gli veniva portata una bottiglietta di acqua versione limited firmata da Patrizia Giusel, Carmela riprese a scorrere il fascicolo del paziente. Ricordava ormai ogni paragrafo a memoria, poteva recitarli, ma sapeva che fingersi indaffarata avrebbe allentato un po’ la tensione.
«Lei mi conferma che il suo nome è Bernardo Caroselli, nato a Perugia il dodici ottobre del quarantaquattro?»
Bernardo scosse la testa. Non si capiva bene se fosse un sì, un no, oppure uno spasmo dei muscoli del collo, ma Carmela lo prese per un sì. Pulito e rasato come ogni mattina, Bernardo non assomigliava affatto alla persona che avevano internato quasi quindici anni prima. Solo una cosa era rimasta identica a quel giorno: lo sguardo sinistro, perso nel vuoto. Finto.
«Voglio tornare a casa.» Biascicò il vecchio.
«A casa.» Ripeté Carmela.
Con pazienza sfogliò qualche pagina del fascicolo. La casa del signor Bernardo Caroselli. C’era un disegno dettagliato dell’abitazione, una struttura rurale su due piani, piano terra in muratura, piano superiore in legno. Spazi interni irregolari, arredata in maniera spartana.
«Ho notato che prima osservava il pavimento. Come mai?» Domandò Carmela.
«Gres porcellanato, effetto pietra. È consigliato in strutture come queste, richiede poca manutenzione. Resistente all’abrasione, non si rompe.»
La donna annuì lentamente, mordendosi le labbra. Estrasse una penna dal taschino e annotò qualcosa su un foglio.
«Voglio tornare a casa.» Ripeté con maggior chiarezza Bernardo.
«Lei sa perché conosce tutte queste cose sul gres?»
«Voglio tornare a casa.»
«Mi risponda, e la farò tornare a casa. È questo l’iter burocratico, ricorda? Deve ottenere l’autorizzazione da un paio di persone.»
Bernardo si asciugò gli occhi. Fece scivolare le dita raggrinzite sul viso solcato da profonde rughe, come se non lo riconoscesse. Si soffermò qualche secondo sul proprio mento, scoprendolo privo di barba.
«Sono… la mia impresa… sono un grossista di materiale edile.» Disse.
«Esatto, Bernardo. Lei vendeva gres. Tra le altre cose. Quei pavimenti, forse, sono stati comprati dalla sua azienda, tanti anni fa.»
«Io non sono un grossista di materiale edile! – Esclamò il vecchio, contraddicendosi. – Quello è… il mio spettro… la mia ombra nel mondo oscuro.»
«Quella è la sua attività, Bernardo. O almeno lo era, fino a quindici anni fa. Adesso è gestita dai suoi figli, che probabilmente la gestivano anche da prima del suo internamento, perché lei non era più in condizioni di farlo.»
Lo sguardo di Bernardo si fissò sul soffitto, poi sulla scrivania di metallo, poi sul proprio vestito. Un pigiama sciatto e consunto, sul quale era stata appesa una spilla con un numero: 2084.
«Duemila… ottantaquattro…» Lesse ad alta voce. (altro…)

PoEstate Silva #36: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, I

Foto di ©Giovanna Iorio

 

Quattro racconti senza amore

1. Una conquista

La ragazza ha un culo straordinario. Di sicuro ne è consapevole. Non è alta ed ha i capelli ricci e gli occhi… di che colore avrà gli occhi? Nessuno di certo ci fa caso, con un culo così. Parla male l’italiano e se ne sta in bikini seduta ad un tavolo con un ragazzo del posto, un uomo sardo di una decina di anni più vecchio di lei che sorride come una volpe davanti a una preda succulenta. Le ha comprato una piccola bottiglia di vino bianco, così minuscola che il contenuto ha a malapena riempito il bicchiere di plastica. Continuano a ridere, ad un certo punto lui le chiede se le piace l’anguria.
– Anguria? No so
– Dolce. Secondo me ti piace.
Il sardo ha messo le mani a cerchio, mima la forma di un’anguria. E lei, che non è ingenua, socchiude gli occhi e dice:
– Ho fame.
– Che vuoi mangiare?
– Spaghetti vongole.
– Ti porto in un posto dove ci sono gli spaghetti alle vongole più buoni del mondo.
– Dove sta? Lontano?
– Macché, è vicinissimo. A casa mia.
La spiaggia si sta svuotando e al bar del lido oramai non c’è più nessuno. Il cielo è diventato rosa in certi punti e azzurro magenta in altri più vicini all’orizzonte. Solo qualche istante prima c’erano intere famiglie in riva al mare, ora camminano in carovane lente verso le auto parcheggiate a un chilometro o più dalle dune. Se ne vanno trascinando carrelli stracolmi di cose: sdraio, thermos, ombrelloni, salvagenti dalla forma di fenicotteri. Quest’anno hanno comprato tutti il salvagente gigante con la testa da fenicottero.
La ragazza si volta a guardare il cielo e dice:
– Bello! Voglio foto. Ora facciamo foto con torre.
Allora lui dice va bene, e lei si alza. Ha un bikini nero davvero minimo, che le copre appena il pube mentre le due natiche abbondanti, abbronzate e sode, sono leggermente segnate dal ricamo della sedia di plastica. Mentre lei si avvia verso la spiaggia, lui lascia tutto sul tavolo: portafogli, telefono.  Lo conoscono tutti questo dongiovanni da spiaggia e lui non teme che qualcuno gli rubi  documenti o soldi. Si mette in bocca un’altra patatina Crocchias e la segue. Le guarda il culo e sorride. Sorride come uno che sa che fra poco potrà giocare con il suo giocattolo preferito; è euforico mentre, in riva al mare, le cinge la vita con il braccio abbronzato (ha un grosso fiore tatuato sulla spalla destra che prima non si notava) e con il telefono di lei si fanno un selfie. Lei ha bevuto il vino bianco e ora ha un po’ caldo. Dice di essere sudata, che vuole farsi un bagno. Ma lui ha fretta, le dice che ci vuole un po’ di tempo per preparare gli spaghetti alle vongole, meglio andare. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati

 

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati. 11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia. Postfazione di Carlo D’Amicis, Musicaos editore, 2018

Il Libro dei dispersi e dei ritornati di Lea Barletti colpisce per la sua prosa insieme nitida e ardita nello slanciarsi sempre oltre gli steccati delle divisioni artificiose – prosa e lirica, filosofia e poesia, sguardo acuto e profondità (e oscurità) onirica.
Procede a ritroso e torna al presente, la mente che riflette un’impressione al suo rovescio, che rovescia il rovescio, torna al dritto e ricompone, tessendo, disfacendo, rammendando, la tela di indizi.
È la stessa mente che ricostruisce e, come spiega l’autrice nella premessa, per essere più precisi, costruisce, crea il ricordo. Ha ben chiari due principi che sembrano apparentemente opposti e che qui vengono affiancati, in una forma faconda e feconda di coesistenza: il principio di una navigazione consapevole, guidata da chi scrive, nel magma di situazioni,  sensazioni e schegge di vita affioranti dal reperto dell’esistenza (baule scrigno cassapanca di tracce visive impresse – «I found a picture of you», cantava Chrissie Hynde con i Pretenders in Back on the Chain Gang – e il principio della perenne trasformazione del dato sensibile nella coscienza individuale, trasformazione i cui esiti non possono e non vogliono, forse, essere previsti.
Il Libro dei dispersi e dei ritornati è diario di bordo, dunque, e insieme resoconto di un fruttuoso vagabondaggio del pensiero, nel quale il nostos assumerà fogge, forme e melodie inattese. E se le melodie saranno dissonanti, se il ritorno sarà la deflagrante narrazione di un buco nero di ingorda ineffabile paura o se, al posto del ritorno, si narrerà, come in Eveline di Joyce, il perpetuo rimandare una partenza, una fuga, una improbabile salvezza, se il gelo invaderà l’assenza o il «fiero pasto» dantesco tornerà con pelli maculate e da altezze inattese, tutto questo terrà chi legge allacciato al quesito: «Che cosa sarebbe potuto avvenire e divenire se non avessimo distolto lo sguardo, se non lo avessimo acquietato con la prima, banale, scontata, tranquillizzante e superficiale interpretazione?»

© Anna Maria Curci

 

Premessa
(Ovvero com’è andata)

Gli undici racconti del Libro dei dispersi e dei ritornati prendono spunto da alcune fotografie di sconosciuti trovate nel baule di un rigattiere a Berlino, la città nella quale vivo da qualche anno. È andata così. In un pomeriggio invernale di qualche anno fa, bighellonando con un amico in un grande robivecchi pieno di cianfrusaglie di ogni tipo, abbiamo trovato un baule di vecchie fotografie, interi album, singole foto: il mio amico ha dato un’occhiata e poi ha proseguito la visita, io invece mi sono seduta per terra e ho cominciato a guardarle tutte, una per una. Ero incapace di staccarmi, letteralmente inchiodata: dal momento che avevo cominciato, dovevo continuare a guardarle. Tutte quelle foto, finite lì chissà come, quelle persone sconosciute,  di cui ignoravo qualsiasi cosa ma di cui in quel momento, per caso, mi ritrovavo a spiare volti, espressioni, pose: uomini, donne, bambini, vecchi, foto di famiglia, ritratti, foto di gruppo, gite, feste di compleanno, matrimoni, vacanze al mare, le guardavo senza saperne niente. Ad un certo punto il negozio doveva chiudere, avevo passato un sacco di tempo in quella sorta di ipnosi, allora d’impulso ne ho prese tre, tre foto della stessa donna. Le ho comprate così, senza una ragione plausibile e le ho messe nella borsa, dove sono poi rimaste per diversi mesi. Un giorno, era ormai estate, le ho tirate fuori. E ho capito che volevo scrivere: mi è sembrato di doverlo a lei, la sconosciuta che era ritratta nelle foto; era una sensazione molto forte, la sensazione di avere contratto un debito. Avevo sbirciato nella sua vita e ora le dovevo qualcosa. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)