Racconti inediti

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

Paolo Triulzi, Chip

 

Parigi, foto gianni montieri

Chip

Io in media ho tre erezioni al giorno. Intendo, tre erezioni importanti, di quelle insopprimibili. Di solito la prima arriva a metà mattina, la seconda dopo pranzo e la terza alla sera. Quando il pene diventa duro, è risaputo, si annebbia un po’ la testa, l’intelletto. L’erezione porta in sé la necessità di soddisfazione, sfida con la sua durezza estrema e imperterrita la dissimulazione che la circonda.

Ora, il problema non è che la verga mi diventi spontaneamente dura, anzi ne vado anche abbastanza orgoglioso, quanto piuttosto quello della soddisfazione. Solo una delle mie tre impellenze quotidiane mi è infatti possibile consumarla con la mia legittima compagna, e per di più quella meno certa, meno pertinace, quella serotina. I nostri dottori aziendali mi assicurano che col tempo non avrò più di questi problemi. Intanto che aspetto pazientemente i primi disturbi alla prostata mi consigliano, i dottori, di farmi due passi in cerca di distrazione. Sono bravi questi dottori e soprattutto sono aziendali. Non è un caso infatti che all’interno del cortile della nostra azienda, che è grande, sia ospitata tutta una serie di negozi.

All’interno del perimetro aziendale si trova un asilo nido, peraltro utilissimo, un servizio di lavanderia, un centro fitness, uno spaccio di alimentari, una farmacia. Un’azienda che pensa al benessere e alle esigenze del dipendente, insomma. Anzi l’azienda ci pensa così tanto, al dipendente, che volentieri lo vizia. Così, senza dover uscire e affrontare il traffico ed il caos della città, noi possiamo usufruire di un negozio di dischi e libri, di una boutique, di un calzaturificio, di un bazar di articoli da tempo libero, dal golf all’automobilismo, di un’agenzia viaggi. Tutti questi esercizi offrono a noi, e solo a noi, i propri servigi a prezzi di favore. Questo è il modo dell’azienda di farci sentire privilegiati e, nella gran parte dei casi, riesce nell’intento.

Tutto questo lo dico perché così si capisca come io sia arrivato a convincermi che a questo mondo ci venga richiesto, non solo di produrre, ma principalmente di consumare. Se uno fosse in grado di spendere senza guadagnare, ad esempio, andrebbe bene lo stesso. Malissimo invece il contrario: accumulare senza mai scucire. Quindi la morale è che più importante di creare è distruggere. E certa gente, come i dottori aziendali, è totalmente persuasa, e vuole convincere anche noi, che distruggendo stiamo in realtà creando.

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Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

*

Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

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In questo ricordo mi perdo

foto fonte google / pubblico dominio

In questo ricordo mi perdo

di Raffaele Calvanese

*

Settembre rimette a posto le cose, lo ha sempre fatto. È sempre stato così, a Settembre rimetti insieme i pezzi, ci rifletti su, dai un senso ai pensieri e forse tiri un il fiato, conti fino a dieci, e il più delle volte comincia a piangere prima d’arrivare a nove.

– Settembre rimette a posto le cose.

Lo diceva sempre Mario, il proprietario dello Shaker Bar. Lo conoscevo da quando ero piccola.

Prima, all’inizio, le cose sembravano facili. I miei d’estate mi portavano in vacanza, ci rimanevo tutta l’estate. Anche quando i miei dovevano lavorare potevo stare lì con mio fratello e con la zia di mio padre. Teneva d’occhio me e i miei cugini che abitavano di fianco a noi. In quella casa ci andavamo solo d’estate. Mio padre l’aveva comprata nello stesso condominio di sua sorella. In quel parco c’erano tante persone che venivano da casa nostra. Scauri era molto vicina, una colonia in pratica. Poco dopo essere entrati nel Lazio era come stare a Gaeta ma costava meno, e non ti confondevi con quelli che andavano a Baia Domitia. Era come stare a casa, ma con il mare. Con la pizza un po’ meno buona e col gelato che gocciolava sempre più che a casa. Non l’ho mai capito perché, ma lì il gelato era sempre più difficile da mangiare. Quando passavi il ponte eri quasi arrivata, pochi minuti ed eri lì, un paio di semafori ed eri a casa, nel parco, c’era sempre qualcuno che era già arrivato, lo trovavi già nel lì, scendevo dall’auto di corsa e lo salutavo. Sempre così, tutti gli anni.

Allo Shaker bar c’era un juke-box che suonava ininterrottamente da giugno a settembre. C’era sempre qualcuno che sceglieva  una canzone, quando non si avvicinava nessuno ci pensava Mario.

– Quando entri qui e senti il juke-box suonare avrai meno vergogna ad avvicinarti e a scegliere la prossima. Se il Juke Box fosse in silenzio nessuno avrebbe il coraggio di venire a scegliere la prima canzone.

Mio fratello e gli amici facevano un gioco idiota, mettevano la stessa canzone decine di volte di seguito, fino a che si avvicinava qualche adulto e li faceva smettere, cosa che però non succedeva sempre, quindi poteva capitare di doverti riascoltare una canzone di Luca Carboni anche venti volte. A loro magari la canzone non piaceva ma era diventata una sfida di resistenza. “Il gioco dell’estate”. Rimettere la canzone più insulsa presente nel juke-box a nastro.

Al mare venivano un sacco di famiglie di Caserta. Molti erano amici dei miei. Alcuni colleghi, altri parenti, amici di amici. Insomma, anno dopo anno ci si conosceva tutti. Era come essere in un porto franco, dove potevi essere un po’ più onesta, libera, non lo so perché, ma a me pareva che fosse così.

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#PoEstateSilva #33: Pietro dell’Acqua, Aria fritta

Si sta a pelar patate, in silenzio.
Apre la bocca e le dà fiato:
«Pensa te cosa diranno di noi, noi che ci affidiamo ai nostri mugugni, al linguaggio per intenderci, ci affidiamo alle rime e alle assonanze come se nella lingua fosse indicata, tramite queste, la via da percorrere verso l’autenticità, che parola abusata piena d’aria!, verso la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo, verso un senso da dare alla frase. Pensa come rideranno dei nostri tentativi falliti di formulare un pensiero più complesso di Ugo mangia la mela, di comprendere le Leggi tramite esperimenti e apparecchiature complicatissime, che oltretutto non funzionano diranno. E l’energia, si sbellicheranno vedendo le nostre tecniche da piromani squilibrati che consistono solo nel
bruciare qualsiasi cosa ci capiti tra le mani: siamo uomini delle caverne che accendono il fuoco. Poi su tutto la nostra mania di protagonismo, quelle favole sull’universo al cui centro ci siamo noi, tutto è qua per noi, dei e arcangeli e oracoli e stelle cadenti e filanti scomodati solo per blandirci voi siete er mejo, quante istituzioni, tutte frutto, questo ce lo riconosceranno, pur nei nostri enormi limiti, della più fervida immaginazione, quante istituzioni per difenderci dalla nullità della nostra condizione, che altrimenti ci divorerebbe. Di cosa ci nutriamo? Siamo cannibali dei nostri compagni d’avventura, uccisi da noi o morti sul campo. Di quale ignobile violenza siamo capaci, e così subdola, sbranare facendo intendere che i morsi sono baci, si sganasceranno davanti alla nostra incoerenza, ai monumenti di pastafrolla eretti in onore delle opere di bene con fumosi discorsi per la pace e la concordia, all’incessante germogliare di colpi di sfollagente, kalashnikov e bazooka. Chissà quali differenze noteranno tra la copula grammaticale, quella animale e quella umana, magari si metteranno a contare il numero di possibili variazioni sul tema, useranno come parametro di giudizio lo spazio lasciato all’arbitrio o all’improvvisazione, chissà che non vinca qualche scimpanzé dall’aria furba che ci dà dentro da mattina a sera, senza tabù parentali o legati all’età, capace di farlo arrampicato su un albero o appeso a una liana. Il nostro sdolcinato poetare in versi, sempre in cerca di conferma nei suoni, che oltretutto abbiamo concepito noi, che la strada sia giusta – anche i poeti del giorno d’oggi, i rapper che urlano sopra una base martellante (altro…)

#PoEstateSilva #15: L’Elefante di Martina Bonciani

L’Elefante

Le sue sciabole chiamavano la morte, lo sapeva. Difatti erano un ingombro minerale sul suo corpo già poco pieghevole. Era una conoscenza più simile a un sentimento, tanto familiare da esser destinata a rimanergli, forse per tutta la vita, oscura. Probabilmente per questo non attese tempi meno convulsi per presentarsi ai nuovi uomini come pittore, ma afferrò il primo bastone che poté trovare e iniziò a esibire le sue abilità quanto prima.
Gli etologi avevano potuto confermare come la sua specie, similmente alla nostra e alle grandi scimmie, possieda un senso dell’identità personale, dimostratasi chiaramente nel riconoscimento della propria immagine allo specchio e – cosa più mirabile ancora – nella capacità di tracciare segni iconici sulla tela, abilità appresa anche dal nostro pachiderma sfuggito all’incendio del centro di ricerca.
I bracconieri fiutarono il potenziale della preda distinta e istruita: vendettero l’elefante, anche se non guadagnarono neanche la metà di quanto avrebbero potuto con l’avorio; con ogni probabilità la scelta si dovette alla fretta di fuggire, quando, dopo aver fatto a pezzi altri quattro animali storditi dal fumo, si resero conto di essere a loro volta braccati, e che svellere le zanne dalla carne di quell’ultimo elefante li avrebbe impegnati per un tempo eccessivo.
Lo caricarono sul camion vivo e lo portarono da quello strambo europeo che era lì per acquistare animali da circo. L’elefante non si fece pregare e sciorinò il suo repertorio con emozione e concentrazione. Tracciare segni iconici su tela non era facile quanto appariva nelle relazioni dei ricercatori – l’elefante doveva forzare l’attenzione a restare vigile, accettare di introdursi, con la sua mole gigantesca eppure impotente, in un avviluppato mondo di mistero e districarvisi a fatica. Le ricompense qui erano d’altro tipo, ma pensò che certamente le ragioni dovevano esserci, ed essere perfettamente giuste; non sorrisi e applausi e noccioline squisite, ma caschi di banane con pochi complimenti.
Più tardi però nessuno gli chiese più il laborioso sforzo che la sua mente e la sua proboscide consumavano con orgoglio: il circo aveva le sue prassi e non le avrebbe stravolte, la particolare attitudine al ragionamento dell’Elefante veniva sfruttata per insegnargli senza fatica i numeri più comuni. Da una parte, fu un alleggerimento enorme della sua vita, tanto che pensò di averlo guadagnato con tutte quelle discipline e inquietudini della sua vita precedente. Dall’altra parte, si incolpava di aver scelto un mestiere futile. (altro…)

Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

 

Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.
Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.
Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.
Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.
Eppure mia madre aveva tentato, di divincolarsi dall’ambiente suo. Adattandosi alla vita di un ambiente in cui ti chiedono come stai e vogliono saperlo davvero; un ambiente in cui non sei mai un numero o un pacco postale, bensì un essere umano; un cono di luce in cui sei qualcuno a prescindere da quello che hai. Non per altro, per molti era diventata la madre rettile. A questi vertebrati atipici, l’accomunavano un forte senso dell’adattamento e del dovere, misto a un fisico greco capace di tutto. Tant’è vero che certe notti me la sognavo (se ridete a questo punto vi auguro una vita piena di concerti) addirittura con la pelle cheratinizzata e i polmoni concamerati per compensare l’assenza di respirazione transcutanea.
Comunque. Dopo il funerale sentivo nel petto un bel cane rabbioso, sai lettore, di quelli da tirargli il collare appena passa qualcuno: mandibola garibaldina e zampe alte sulle falangi. Per liberarlo decisi dapprima di incontrare colui che aveva sparato. Si comincia dalla testa, o sbaglio? Costui viveva in una elegante dimora alla periferia di Bari. A fargli compagnia (l’ordine è sparso): tre donne; una giraffa; una caffettiera in oro zecchino da dodici; una gigantografia di Domenico Modugno con autografo originale (valore stimato intorno ai 1.200 €); 100 paia di scarpe da tennis, un angolo piscina, un attaccapanni a forma di Leonardo Da Vinci a grandezza naturale di quello presente all’aeroporto di Fiumicino e venti cellulari di marche diverse (uno dei quali era appartenuto al noto calciatore barese nonmiricordocomesichiama). Sembrava pure simpatico, per dirla tutta, ma appena lo vidi, un senso di amara voluttà si appiccicò al mio lobo frontale: dopo essermi fatto offrire un caffè, lo abbandonai legato mani e piedi sull’unica sedia normale che avesse in casa (le altre, ahilui, erano tutte in vera pelle); poi gli sequestrai le sue tre donne di grossa cilindrata (le feci portare via su una Porsche Cayman S 981 che feci arrivare apposta da Dresda) e non da ultimo lo feci cagare sotto, non mi ci far pensare lettore, sparandogli per scherzo un capello. Se non avemmo grossi dialoghi fu soltanto perché la giraffa era una di poche parole.
Poi incontrai tutti e quindici gli uomini che aveva avuto -il sedicesimo no, perché era stato già freddato alla periferia di Saint Denis per aver perso una scommessa sulla finale di Champions League del 2005-2006- e da ognuno di loro mi feci offrire un caffè o un espresso freddo con panna a seconda della temperatura, per farmi raccontare i loro ricordi da cani romantici legati ai periodi trascorsi con mia madre. Era bello, sentirli parlare. Peccato non aver mai pensato chessò, a un incontro tra di loro. Magari una festa privata sulla Costiera amalfitana, sarebbe stata una cosa dolcissima. Il contrario della Storia con la S maiuscola. Tuttavia alle volte facevano un po’ gli sdolcinati e questo mi faceva scendere la troia lacrima. Ora, puoi immaginarlo lettore caro, non andava proprio bene per Don Pasquale, ossia me. Il mito dal sangue rappreso che aveva saputo commettere e ordinare personalmente quegli oltre trecentocinquanta delitti, che ancora oggi non riusciva a ricordarseli tutti, uno per uno, i nomi di quelli che aveva saputo cresimare. E dimmi, che cazzo di figura ci facevo? Ma ti giuro. Ad ascoltarli, sembravano tanti agnellini cotti nel sugo. Agnellini sudati e appiccicaticci nel rimembrare. Davanti a me avevano il dovere di essere commossi ma io, un occhio, ce l’avevo frecato. Non tutti e due. E me ne accorgevo, se qualcheduno fingeva. Eccome, se me ne accorgevo. Per dire, uno di loro minacciò di togliersi la vita davanti a me (A ME). «Per il troppo dolore», aveva detto. Ma non appena gli avevo ribadito che, se avesse voluto avrebbe potuto chiedermi aiuto, MIRACULUM: ricominciò a trovare la gioia di esistere. Vabbè, vabbè, lo ammetto: sparai solo al tredicesimo. Ma solo perché Gesù, la pazienza ha un limite, lo sanno pure i vermi, e io non ne potevo veramente più di vederlo fissare con timore i suoi famigliari per paura che li ammazzassi. Sembrava una caciotta ricavata dalla diarrea di una capra affebbrata.
Con la voce del destino che mi si impennava nella gola e la felicità che usciva fuori da tutte le finestre della mia vita, rientravo a casa certo che non avrei mai dimenticato il racconto di quegli uomini. Il loro coraggio da leoni, la loro premura da facchini, il loro sudore azzurrino. Conoscerli, era stato un vero privilegio. Come quello mancato di conoscere mia madre. Ma sai, lettore, non c’è modo migliore che conoscere certe persone, che saperle attraverso le persone-barchette che le hanno amate. Altrimenti devo ammettere di non aver capito una minchia della vita.
All’epoca dovetti salutare mia madre per questioni serie, capisci cosa intendo lettore?, e l’unica maniera che trovai per cambiare rotta, almeno parzialmente, fu quella di introdurmi negli ambienti ecclesiastici, dove avrei potuto (ho potuto) nascondere molto bene sia la mia fedina penale, che la mia fantasia. Scontarle sarebbe stato più difficile, insomma. Se adesso ho paura di essere scoperto? Gesù e Maria, ancora, ma che domande sono? Penso che tu sia abbastanza armadillo, lettore, da capire che certe vite cambiano in maniera irreversibile dal momento in cui le metti in pratica, certe troiate. Voglio dire: in certi casi si è scoperti in partenza, a se stessi. Ma io sono un prete, adesso. Non posso parlare in questo modo. Il cielo si è fatto rame, la luna è spuntata come un capezzolo sul petto di una donna africana. E’ quasi sera. Non mi resta che aprire l’agenda e ricordarmi di quante persone devo ancora confessare.

© Michele De Virgilio

Martino Baldi, HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

Quetzalcoalt, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

[primo di quattro racconti di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

*

Caso più unico che raro nella storia del calcio mondiale è quello del messicano Hermano Quetzalcoatl, designato tecnico della nazionale mesoamericana per investitura divina. Già scultore, pittore, poeta, filosofo, astrologo e dongiovanni, Quetzalcoatl intraprese la carriera sportiva in età avanzata e in seguito a un singolare avvenimento*. Aveva da poco compiuto i 67 anni. Durante una di quelle passeggiate con cui era solito concludere le giornate di studio raccogliendo i pensieri nella quiete della natura circostante Città del Messico, si trovava a costeggiare il campo sportivo in cui si stava allenando la nazionale messicana di calcio. Improvvisamente il cielo sereno fu squarciato da un fulmine di inaudita violenza che colpì e ridusse in cenere l’allenatore della squadra. Sgomento e terrore regnavano ancora in campo quando un cono di luce si aprì dal più alto dei cieli investendo l’imperturbabile filosofo, più incuriosito che stupito, e un’aquila dall’elegante volo si depose con grazia ed autorità sulla sua fronte.

Tra i giocatori adoranti, il presidente della Federazione Messicana Giuoco Calcio non perse tempo in inutili procedure e consultazioni: Hermano Quetzalcoatl fu nominato seduta stante Commissario Tecnico della nazionale. Da quel pomeriggio del 1431, per trentatré anni, il nostro ebbe in mano le sorti calcistiche del paese senza che mai una volta la sua posizione fosse messa in discussione da chicchessia. Fu anzi un modello per intere generazioni di messicani. Mai turbato, tanto meno infuriato, le sue istruzioni sembravano essere magicamente accolte nell’animo dei calciatori senza bisogno di ricorrere a metodi dittatoriali. Imponendo, questo sì, innumerevoli allenamenti e seminari di studio ai suoi atleti (che comunque sembravano non desiderare altro), riuscì ad applicare al calcio tutti i principi su cui aveva esercitato fino ad allora la sua sensibilità.

L’organizzazione di gioco del Messico toccò culmini di straordinaria e irripetuta perfezione, tanto che spesso gli spettatori si disinteressavano completamente del risultato per ammirare le bellissime trame e disposizioni realizzate sul campo dai giocatori biancoverdi, con o senza palla. È probabilmente questo il motivo per cui le cronache dell’epoca ci permettono di sapere pressoché tutto delle partite dirette da Quetzalcoatl ma non tramandano alcuna informazione riguardo ai risultati, che comunque “furono sicuramente ragguardevoli”*. Fu per primo un ispirato spettatore haitiano a riconoscere nella disposizione dei messicani sul campo il disegno di un misterioso fiore. Con il passare del tempo eventi del genere si fecero più frequenti. Nella partita celebrativa del primo anniversario dell’investitura, secondo una testimonianza diretta, la squadra si dispose in modo tale da raffigurare con il movimento dei giocatori quello di un fulmine ripetutamente scagliato contro la porta avversaria. Il tutto sotto la guida magnetica del poeta allenatore, che assisteva alla partita in piedi ai lati del campo, sguardo fisso, braccia incrociate sul petto, con l’immancabile aquila sulla testa, in silenzio e concentrazione assoluti.

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Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

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Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

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Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Stefano Domenichini, Apertura alla Napoleone

foto da Napoleone1769blogspot

Apertura alla Napoleone

Una volta ho giocato a scacchi con Napoleone. Lui aveva i Neri e mi ha battuto in due mosse. Era una mattina di febbraio, quando il sole, da queste parti, funziona a led, freddo e accecante. I vetri tossivano a ogni passaggio di camion. È stata la prima e unica volta che ho giocato a scacchi. Questo non deve andare a discapito di Napoleone, lui ha fatto il suo. Anni dopo un gommista ligure che aveva aperto un’officina in Svizzera mi spiegò che Napoleone aveva eseguito il Matto dell’Imbecille. Eravamo a Neuchâtel, ristorante Au Fois de Bois, fine novembre. Il gommista si chiamava Garibaldi e aveva una figlia che tirava con l’arco. Dopo la terza birra, sottolineò che l’Imbecille ero io. Credo fosse una definizione tecnica, non penso che il gommista avesse saputo che due sere prima avevo baciato sua figlia sul lungolago, dalle parti de La Maladière. Garibaldi mi spiegò che solo un assoluto principiante può incappare nel Matto dell’Imbecille. Il Nero che punta su quella mossa si prende dei rischi enormi. Se lo fa, vuol dire che sa chi ha difronte. La prima delle due mosse del Matto dell’Imbecille si chiama Apertura alla Napoleone. E questo, va detto, dava un senso di rara rotondità alla scena di quella livida mattina del febbraio emiliano. Se a quella mossa di apertura hanno dato il nome di Napoleone, significa che Napoleone la usava con una certa frequenza. Ne sia conseguenza logica che Napoleone giocasse con degli incapaci o con avversari paralizzati dalla sola idea di dare scacco all’Imperatore.

Non è secondario il fatto che Bonaparte, tipo molto impegnato, non è che potesse stare lì a scaccheggiare a lungo. Con il Matto dell’Imbecille se la cavava con il tempo di una fucilazione. Questo mi spiegò Garibaldi, quando ancora la prostata non si accorgeva delle tre birre, impegnata com’era a compulsare l’indomani quando mi sarei presentato al mio primo allenamento di tiro con l’arco con la figlia del gommista che mi aveva promesso di indossare una tuta attillata, a pelle, con la zip. Dunque, anche negli scacchi, può starci il bluff. Uno finge di essere un principiante e, se l’altro azzarda un’apertura alla Napoleone, lo frega. Perché quella mossa lì è un suicidio se il tuo avversario sa giocare: espone troppo prematuramente la Donna.

Napoleone l’avevo conosciuto pochi giorni prima. Presidiava il corridoio del Servizio Psichiatrico Ospedaliero Intensivo del Maria Luigia di Monticelli Terme. Probabilmente ne preparava l’invasione. Teneva la mano tra il primo e il secondo bottone di un pigiama di lycra azzurro che generava un campo di elettricità statica ad alto rischio, da monitorare anche in presenza di atmosfera inerte. I lavaggi lo avevano scolorito e accorciato ai limiti dei polpacci, da cui spuntavano calzettoni di spugna bianca. Ai piedi, un paio di De Fonseca nocciola, probabile bottino di guerra. Teneva le spalle un po’ incurvate, quasi a volersi mimetizzare, il che esaltava l’aggiramento strategico del riporto di capelli che partiva dall’orecchio sinistro fino a coprire interamente quello destro. Aveva l’autorevolezza di un saldo della Upim. Quando gli passai davanti, drizzò la testa e mi salutò, chiamandomi Ammiraglio. Volendo eccedere in franchezza, devo dire che raramente avevo visto un’espressione così idiota.

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