Racconti inediti

Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Stefano Domenichini, Apertura alla Napoleone

foto da Napoleone1769blogspot

Apertura alla Napoleone

*

Una volta ho giocato a scacchi con Napoleone. Lui aveva i Neri e mi ha battuto in due mosse. Era una mattina di febbraio, quando il sole, da queste parti, funziona a led, freddo e accecante. I vetri tossivano a ogni passaggio di camion. È stata la prima e unica volta che ho giocato a scacchi. Questo non deve andare a discapito di Napoleone, lui ha fatto il suo. Anni dopo un gommista ligure che aveva aperto un’officina in Svizzera mi spiegò che Napoleone aveva eseguito il Matto dell’Imbecille. Eravamo a Neuchâtel, ristorante Au Fois de Bois, fine novembre. Il gommista si chiamava Garibaldi e aveva una figlia che tirava con l’arco. Dopo la terza birra, sottolineò che l’Imbecille ero io. Credo fosse una definizione tecnica, non penso che il gommista avesse saputo che due sere prima avevo baciato sua figlia sul lungolago, dalle parti de La Maladière. Garibaldi mi spiegò che solo un assoluto principiante può incappare nel Matto dell’Imbecille. Il Nero che punta su quella mossa si prende dei rischi enormi. Se lo fa, vuol dire che sa chi ha difronte. La prima delle due mosse del Matto dell’Imbecille si chiama Apertura alla Napoleone. E questo, va detto, dava un senso di rara rotondità alla scena di quella livida mattina del febbraio emiliano. Se a quella mossa di apertura hanno dato il nome di Napoleone, significa che Napoleone la usava con una certa frequenza. Ne sia conseguenza logica che Napoleone giocasse con degli incapaci o con avversari paralizzati dalla sola idea di dare scacco all’Imperatore.

Non è secondario il fatto che Bonaparte, tipo molto impegnato, non è che potesse stare lì a scaccheggiare a lungo. Con il Matto dell’Imbecille se la cavava con il tempo di una fucilazione. Questo mi spiegò Garibaldi, quando ancora la prostata non si accorgeva delle tre birre, impegnata com’era a compulsare l’indomani quando mi sarei presentato al mio primo allenamento di tiro con l’arco con la figlia del gommista che mi aveva promesso di indossare una tuta attillata, a pelle, con la zip. Dunque, anche negli scacchi, può starci il bluff. Uno finge di essere un principiante e, se l’altro azzarda un’apertura alla Napoleone, lo frega. Perché quella mossa lì è un suicidio se il tuo avversario sa giocare: espone troppo prematuramente la Donna.

Napoleone l’avevo conosciuto pochi giorni prima. Presidiava il corridoio del Servizio Psichiatrico Ospedaliero Intensivo del Maria Luigia di Monticelli Terme. Probabilmente ne preparava l’invasione. Teneva la mano tra il primo e il secondo bottone di un pigiama di lycra azzurro che generava un campo di elettricità statica ad alto rischio, da monitorare anche in presenza di atmosfera inerte. I lavaggi lo avevano scolorito e accorciato ai limiti dei polpacci, da cui spuntavano calzettoni di spugna bianca. Ai piedi, un paio di De Fonseca nocciola, probabile bottino di guerra. Teneva le spalle un po’ incurvate, quasi a volersi mimetizzare, il che esaltava l’aggiramento strategico del riporto di capelli che partiva dall’orecchio sinistro fino a coprire interamente quello destro. Aveva l’autorevolezza di un saldo della Upim. Quando gli passai davanti, drizzò la testa e mi salutò, chiamandomi Ammiraglio. Volendo eccedere in franchezza, devo dire che raramente avevo visto un’espressione così idiota.

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

*

La Donna che viveva nei muri non aveva una bella cera. Un incarnato smorto, smunto, sparuto. Eppure Lei si sentiva benissimo. – Mai stata meglio, diceva. – Eppure dovresti fare un controllo, almeno un paio di analisi del sangue, adesso puoi prenotarle on-line senza fare la fila all’ospedale, c’è solo un modulo da compilare, è facile, è veloce, le rispondevano. La Donna che viveva nei muri non sentiva ragioni. Lei si sentiva benissimo. – Il problema non è l’incarnato, è più una questione di spazi. Qui è tutto così angusto. Dovrei rinnovare almeno l’intonaco. Qui è tutto così sciupato. Qui tutto cade a pezzi. – Potresti almeno fare un minimo di attività fisica. Una passeggiata, una camminata a passo sostenuto. L’aria fresca è sempre salutare.

La Donna che viveva nei muri sorrideva. Sorrideva sempre all’idea di uscire dai muri. Aveva un sorriso quasi beffardo, ti guardava dritto negli occhi, ti indagava, ti penetrava, indovinava tutto di te e tu potevi solo abbassare lo sguardo, vergognandoti per qualcosa che forse avevi fatto o che un giorno forse avresti fatto. Lei lo sapeva già. – È il potere della malta, diceva, ci lega, inevitabilmente. E poi c’è l’acqua, quella si sa, penetra ovunque. Sorrideva e ti guardava fisso. E sapeva tutto. Ma non sarebbe mai uscita dai suoi muri. Un giorno, forse, (diceva), ma non saresti vissuto abbastanza per vederlo con i tuoi occhi. La Donna che viveva nei muri però era una persona su cui potevi sempre contare. Di quelle presenti, inamovibili. Di quelle che ti sostengono, che ti proteggono dalle intemperie. Non si tirava mai indietro. Resisteva a qualsiasi sollecitazione. Potevi chiederle qualsiasi cosa perché Lei aveva sempre una risposta. Perché Lei aveva una struttura, un peso, quello spessore che ti faceva interrogare sul tuo posto nel mondo, sul contributo che tu, nel tuo piccolo, avresti potuto dare agli altri. Eppure anche Lei aveva un punto debole, una fragilità. Una crepa invisibile, nascosta, camuffata da toppe di intonaco. Occultava perfettamente le sue mancanze, le sue insicurezze. Si armava di travi e tramezzi. Poi la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Ma la mattina, al risveglio, tutto era quieto, silenzioso. E quel rigagnolo cos’è, ti interrogavi, sarà solo un po’ di umidità. Succede nelle case vecchie. Tu non riuscivi a capirla. Mai.

Non intuivi che il suo rendersi impermeabile era soltanto una finzione. E ti faceva incazzare, eccome se ti faceva incazzare. Ti avvicinavi a Lei urlando di rabbia e angoscia. Lei ti guardava, immobile, implacabile, senza risponderti. Sembrava che nulla riuscisse a scalfirla. E con il suo sguardo ti immobilizzava, ti guardavi e il cemento era già arrivato alle ginocchia. Allora il sangue ti saliva al cervello, la bile ti iniettava gli occhi offuscandoti la vista e in quel momento, un istante, forse due, affondavi il coltello con qualche bestialità che si era rintanata sotto la vena della tempia e che adesso era esplosa sporcando tutto di amarezza. E le macchie di amarezza non se ne vanno. Puoi usare qualsiasi detersivo, qualsiasi additivo miracoloso ma restano lì per ricordarti quanto misera può essere la natura umana. Volevi solo finirla, distruggerla, rinfacciarle la sua sordità, la sua cecità, la sua mancanza di empatia. Volevi portarla via con la forza da quei muri, levarle i laterizi dai capelli, l’argilla dalla gola. E guardarla, finalmente, per quella che era. E quando credevi di avercela fatta, di averla annientata, di aver dimostrato la tua superiorità Lei prendeva i tuoi tizzoni ardenti e ci soffiava sopra, come se fossero le candeline del suo undicesimo compleanno. Tu non riuscivi a capirla. Mai. Eppure non potevi fare a meno di Lei.

La Donna che viveva nei muri era la tua fortezza. E Lei. Lei la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Una disperazione che la mattina si sarebbe rappresa, condensata, nascondendo tutte le crepe, camuffando tutti i dissapori. Ma tu non saresti vissuto abbastanza per comprenderlo.

*

© Elisabetta Meccariello

 

Martingala #1: Il Rombo

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fotografia di Giulia Amato

 

Per Anna G.

I miei colleghi non riuscivano a capacitarsi della mia resistenza al lavoro. Continuavano a girarmi attorno dicendo che, per un docente, è obbligatorio un massimo di quaranta ore pomeridiane di riunioni. Tutto il residuo potevo evitarlo, bastava buttare giù uno schema delle mie presenze e per il resto starmene a casa, tranquillo, sul mio divano. Qualcuno me lo diceva con compassione, vedendomi inchiodato al banco della sala professori in attesa di un altro consiglio di classe; qualcuno me lo diceva quasi con rabbia, qualcuno con la mezza voce di chi, comunque, meglio a te che a me.
Non sapevo come convincerli che io ero completamente felice. La sola idea di tornare a casa su quel divano che mi citavano mi riempiva di una forma granulosa di angoscia. Mi sentivo, all’idea, come quei monaci che si guardavano le spalle dal demone meridiano dell’accidia.
Sentivo un rombo, costante e continuo, a percorrere quei corridoi. Era una sensazione fisica, la coscienza che il sangue mi scorreva violento nelle vene, un pulsare ritmico agli occhi e un ronzio piacevole, vertiginoso, in fondo alle orecchie. Arrivavo prima, volevo andare tardi. Fare sera a scuola era diventato l’unico obiettivo delle mie giornate: conoscere le sfumature di luce delle aule, la diversa tinta dei plessi, il rumore dei cardini delle segreterie. La scuola dopo il tramonto era un secondo termine, generato non creato dalla scuola prima di pranzo. (altro…)

Mirko Bay, All on Board

berlino foto gm

berlino foto gm

 

Mirko Bay, All on Board

L’ho saputo soltanto alla fine, io. È sempre così. Anche se le cose le sai all’inizio, significa che l’inizio è comunque la fine. Si chiama Terapia-Dialettico-Comportamentale. E allora tutti in carrozza: All on Board, vai Ozzy! In realtà è un insieme di cazzate su come accettare il fatto di star male, su come avere pensieri positivi, capisci? Vogliono che mi passi. Io non voglio che passi. È l’unica cosa che mi dà l’illusione di avere una scusa. Mi ci sto ustionando il cervello come se stessi sbattendo la testa su una pozza di bitume incandescente. Dovrei, ma non ho iniziato. Non mi va. Lo ricordi Edmond? Beh, ora mi dici cosa gli avete fatto, o ti rompo il culo. Piove, oggi ha piovuto. Oggi piove come non pioveva da tempo. Come piovono i pensieri. Sento le emozioni che mi cadono dal niente. Rintocchi: Goccia-Dopo-Goccia. E piove freddo, pensieri freddi. Ho paura. Ho paura del freddo che mi trapassa la maglietta e la pelle e filtra nelle ossa e trasuda fuori quando sento che è reale, è così: non voglio stare con gli altri. Ho paura di diventare come loro. E stasera non ho nemmeno le birre. Non. Voglio. Essere. Triste. Non voglio fare sciocchezze. Oggi sto meglio, non so perché. Codardo. Nemmanco il coraggio di dire la verità, c’hai.

Colposecco. Fratturascomposta. Bugie schiaffi sensazioni freddo. Colpo allo stomaco. Calci. Pugni. Respiro. Sangue. Loop. Il mio silenzio.

Edmond è lì, in quel silenzio. All’inizio di queste stronzate. Che non mi riesce a finire un discorso. Che finirò io per lui… Che, quando finirò, spero di sentirmi meglio. Che fa male la schiena le mani il cervello il culo i polpacci e sei un bugiardo. Avevi detto che era uno scherzo. Chi sa se capirai un giorno per davvero cosa hai fatto. Applausi. Bravo. Cazzo c’hai nel cervello? Giorgio, cosa hai fatto a Edmond! Piove. Ah, no no, ha smesso da poco. Ma non cambia più nulla, oramai. Ieri stavo malissimo. Poi benissimo. Sento questi impulsi autodistruttivi e…

Però c’è un ronzio, di una mosca o di una zanzara o di un’ape? O di un treno lontano o delle lampade? Sento il ronzio… Sshhh… Sshhh, piano. Fai piano su quei tasti… Lo senti? È il ronzio del sangue che scorre. E ora ascolta quei tonfi inferociti… Li senti? Quello è il battito del mio merdoso cuore. Sono i rintocchi.

Mi sono arrotolato una sigaretta di Golden Virginia. Mi piace. Mi ricorda il fuori. Ma ricordare è anche fissare il suo corpo a terra. Piantarci lo sguardo e sorvolare col pensiero la sua pelle carbonizzata. Accendo la sigaretta con l’accendino che ho preso dalla tasca di Edmond; quello che gli avevo regalato un mese fa. Lo nascondo dietro il battiscopa. La sera lo sfilo da lì e lo guardo e lo rigiro fra le dita finché non ci nascono i pensieri. Per cavarci fuori qualcosa. Capisci? Mi sono tagliato. Ieri. Era un taglio con dentro tutto un nido. Il nido di quel che volevo. Tu. E ho premuto la lama e ho rovistato dentro per capire, per capire se sentivo dolore. Per vedere se ti ci trovavo. Tu. Prenderti a calci. Vibrazione allo stomaco. La ventola del pc arranca, che è tardi, che devo pestarci piano su ‘sti tasti dimmèrda. Che vogliono che io parli. Che mi sono rotto il cazzo, vorrei martellarli spaccarli frantumarli fracassare la tastiera… Mi hanno concesso un pc. Dice che: o mi apro, o succede un casino.

Frantumare… Fisso il monitor.

Ci sei tu, Ed, con me adesso. La testa inclinata a destra, con la mia, gli occhi stanchi e lo sguardo che scivola come una foglia in un torrente, verso il mare… Un mare di pensieri. Pensieri fatti di fili d’erba tagliati, di fiori recisi tra i sassi. Che sei tu. Mi prendo la faccia tra le mani… sospiro… sono triste… Diglielo. Digli tutto. Dài. Che poi ti senti in colpa. Dài, diglielo. Coglione. Sei un coglione assassino dimmèrda!

Non capisco.

Non lo capisci cosa hai fatto! Sai cos’è il dubbio? Le cose che si devono scegliere son quelle che esistono, perché non l’hai ammazzate prima.

Mani in faccia. Sospiro.

Coglione… Gli occhi sui tasti. La luce del monitor. La luce negli occhi. Non hai nemmeno mai capito cosa sia l’amicizia. Mani tra i capelli, dita sulla tastiera, sospiro. L’ho saputo soltanto alla fine, io. Ma come al solito, le cose che ti cambiano la vita le sai alla fine. È sempre così. Anche se le sai all’inizio. Beh, significa che quell’inizio è comunque l’inizio della fine. Mi vien da vomitare. Mi sono rollato un’altra sigaretta: l’ho fumata alla finestra poco fa: è la decima e ora mi viene da vomitare. E non so più se è per colpa del tabacco o di questa faccenda. Mi stavo mettendo a letto credendo di poter dormire. E invece. Tu non meriti i miei sputi. Sappilo! Edmond era l’amico che non avevo mai avuto dal mio trasferimento, era come… non lo so. Come un fratello. Come un padre. Come mio nonno. Lo guardavo negli occhi e mi sentivo bene. La bocca dello stomaco ora mi vibra. Dentro. È una cosa che odio. E la colpa è tua. Sento come una nota musicale, ma brutta. Hai creato una dissonanza, quel tipo di vibrazione che odio, e io ti odio.

 Mi han fatto una tisana: quelle della clinica.

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Francesco Mistrulli, Caszély

 

cattura

Sono stato un calciatore e questo mi ha dato dei privilegi è vero, non lo nego. Ma essere stato un calciatore mi ha dato anche delle grandi responsabilità. Ad ogni modo prima di ogni cosa sono un essere umano. E un essere umano non può stare fermo a guardare gli altri soffrire. Come la maggior parte dei calciatori del mio tempo, non avevo certo nobili natali, anzi. Mio papà era di origini ungheresi, faceva Caszély di cognome, ed io sono l’ultimo dei tre fratelli Caszély, Carlos. Il nome lo ha scelto mia madre Olga. Vivevamo in un quartiere popolare. E dove mai potevamo vivere? A San Eugenio a Santiago del Cile. In quel barrio c’era la scuola. Ci andavo perché non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti, e perché faceva piacere ai miei. Subito dopo la scuola però scappavo perché c’erano le partite improvvisate con gli amici. Mi è sempre piaciuto avere come obiettivo quello di finalizzare gli sforzi dei compagni, mi è sempre piaciuto fare goal. Questo particolare talento mi scorreva nelle vene. Non so come spiegarlo altrimenti. Non ero né alto né magro, ma ero rapidissimo come pochi, di gambe e di testa. Evidentemente qualcuno al Colo-Colo deve essersene accorto, perché mi vollero con loro, e con “El Popular” ho vinto tanto nella mia carriera. Hanno iniziato a chiamarmi “El Rey del Metro Cuadrado”. Se la palla arrivava in area, nel mio metro quadrato, non c’era scampo. Ho sempre coniugato gli studi e la passione per il calcio, le cose d’altronde non si escludevano. Bastava solo un poco di buona volontà. E a me di certo non mancava. Al liceo poi mi sono accorto che oltre al calcio c’era qualcos’altro che iniziava ad intrigarmi. Iniziavo a sentire sotto la pelle l’amore per la politica, quella vera! E così ho iniziato la militanza attiva nei gruppi della sinistra cilena.

Arriviamo così al millenovecentosettantatre, anno che vede il Cile impegnato nelle elezioni parlamentari, elezioni che sanciranno la vittoria democratica di Salvador Allende e di Unidad Popular. Io, nel mio piccolo, a quella vittoria elettorale ho contribuito visto che durante la campagna elettorale sono stato molto attivo. In quei giorni non mi bastavano ventiquattro ore: studiavo, mi allenavo, giocavo e facevo politica. Con il Presidente Allende ho avuto una meravigliosa amicizia, schietta e sincera, come dovrebbe essere un amicizia tra due esseri umani. Durante la finale di Copa Libertadores contro l’Independiente il Presidente ci ricevette tutti al consolato cileno di Buenos Aires e mi chiese di farsi scattare una fotografia. Abbracciato a me, Carlos Caszély, cileno figlio di padre ungherese. Lo capite? Capite la forza dirompente di quel gesto di schietta amicizia? Il Presidente della speranza e l’attaccante del popolo, lui che doveva risollevare un paese e io che dovevo fare goal per un paese. Due obiettivi diversi per un’unica causa. Io poi per “La Roja” di reti ne ho segnate ben ventinove. Purtroppo quella Libertadores rimase in Argentina, ma non fu facile per loro, li portammo alla terza partita sul campo neutro di Montevideo, e perdemmo degnamente dopo i tempi supplementari. E purtroppo il Presidente Allende, il Presidente dell’esperimento socialista, l’undici settembre di quel maledetto stramaledettissimo millenovecentosettantatre venne assassinato durante il golpe di Augusto Pinochet. Il Generale Augusto Pinochet. Tutto pagato e orchestrato dagli Americani e dalla loro stramaledetta paura che i comunisti mangiassero i bambini.

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Lo stile di Giulia

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

Lo stile di Giulia

di Peppe Stamegna

*

Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, con tutte quelle cime pelose che pendono e puzzano solo a guardarle, così come quel chioschetto infimo laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata: i proprietari devono ringraziare i quattro pescatori puzzolenti se riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.

A Maria l’avevo detto: resto un paio d’anni, giusto il tempo di far innamorare bene bene Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, o chissà dove

Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con vestitini sgargianti e sorrisi generosi, si beveva birra e si rideva uno dentro la faccia dell’altro. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e un po’ strambe: questa scena della terrazza rappresenta bene come sognavo da ragazza la mia vita futura. Così desideravo immaginarmi da grande. Ma sognavo nel sogno. Ora eccomi qui sopra a questa terrazza maiolicata di blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia e gli occhi neri di matita che intimidiscono sempre un po’ gli uomini. Uso scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria; a lei sto raccontando i miei tormenti penosi di femmina. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Provano ogni giorno a sedurmi con racconti di vite mai vissute interamente da loro, o con quei loro slanci fatti di battute e sguardi per conquistarmi: cercando invano di scacciare la mia vecchia alleata apatia sociale. Tanto alla fine i loro poveri sogni di gloria si vanno sempre a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi provano a smarcarsi, almeno nei sogni, da mamme gigantesche: donne poco truccate, con il Tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina salata e senza futuro, solo per l’ultima speranza di rivedere Guido e la sua pittura divina. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, femmina da conquistare, secondo l’opinione di questi zoticoni di mare. Nei miei occhi neri invece lascio entrare volentieri i pescherecci che nel pomeriggio arrivano con le loro reti umide appese e piene di fravaglia, come i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, e quindi senza commercio; un po’ come io vedo i miei colleghi camerieri: valgono poco davanti all’eleganza di Guido, figuriamoci davanti alla sua pittura. Lui sa esprimersi con uno stile asciutto ma espressivo, così si distingue senza spocchia dalla moltitudine di pittoretti che sono in circolazione in questi anni barbarici. Così diceva quel critico di Firenze sul catalogo un po’ informale della sua ultima mostra. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, per prendermi il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare ogni santo giorno come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né tanto meno il sapore vero, crudo e terribile della realtà che si appiccica ai nostri corpi. Niente, non capisco proprio niente, sarà la tara di famiglia.

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Il barista di John Lennon

Il barista di John Lennon

di Raffaele Calvanese

*

Mio nonno era di Mondragone, come me. Anche io sono di Mondragone. Mio nonno come me aveva questi capelli crespi e indomabili. Negli anni 60 mio nonno Walter d’estate andava a lavorare a Baia Domizia, faceva la stagione perché quello era un posto alla moda e le mance volavano, solo con gli extra poteva guadagnare quasi un secondo stipendio. Faceva il barista a Baia Domizia da giugno a settembre. Non era sempre stato barista, aveva cominciato facendo quello che capitava. In quegli anni il litorale domizio era in forte espansione, erano arrivati una serie di imprenditori veneti e avevano visto tra quelle pinete un possibile  luna park per turisti, lì avevano cominciato a costruire case e alberghi così che a Baia ci si lavorava tutto l’anno. D’inverno sui cantieri e d’estate negli stabilimenti per turisti, in pratica mio nonno Walter era stato adottato da quel posto nonostante ci fosse il mare anche dov’è nato lui. Conosceva Baia come le sue tasche. Il simbolo della B e della D incrociati lo aveva progettato un famoso artista, mio nonno me lo diceva sempre anche se non ha mai saputo dirmi il suo nome. Diceva soltanto “lo ha fatto un famoso artista”, e io restavo a bocca aperta quando ero bambino. Mi facevo raccontare le storie estive che aveva vissuto a Baia in quegli anni. Fu una primavera multiculturale che durò una decina di anni più o meno.

Cynthia frequentava il liceo d’arte a Liverpool negli anni ’50, lì aveva conosciuto quel ragazzo che stava formando un gruppo musicale. Si erano conosciuti nel ’57 e pochi anni dopo avevano già avuto un figlio. Intanto quella relazione non poteva essere pubblicizzata perché la popolarità del marito era esplosa, alcuni l’avevano chiamate “beatlesmania” forse ne avete sentito parlare.

John e Cynthia si erano conosciuti a scuola e avevano cominciato a frequentarsi, i loro caratteri erano diametralmente opposti, eppure come nei migliori proverbi, si attraevano. Probabilmente se non avessero scoperto di aver concepito un bambino non sarebbero mai arrivati a sposarsi.

Mio nonno Walter con i primi soldi guadagnati si era comprato un giradischi. Lo aveva piazzato nella sua stanza e, quando non lavorava, molto del suo tempo lo passava a consumare vinili. I dischi li andava a comprare a Caserta, da Jukebox. Era l’unico posto dove si trovavano gli album stranieri. Ci voleva quasi un’ora con la corriera fino a Caserta, infatti Walter ci andava spesso il sabato, d’inverno specialmente, una volta ogni mese, mese e mezzo, a seconda dei soldi che racimolava, a seconda dei lavori che trovava. Non la solita roba di Sanremo, lì trovavi il rock, specie quello inglese. In quel periodo con alcuni amici di Mondragone Walter aveva anche cominciato a strimpellare la chitarra e a mettere su una band. Niente di eccezionale, ma ogni tanto riuscivano a rimediare qualche serata a una festa di paese o una festa da ballo di qualche liceo della zona. Si chiamavano “Piccola orchestra per prestazioni occasionali” come occasionali erano le serate che facevano. Una volta con il suo gruppo parteciparono pure ad un concorso a Caserta. Le band si esibivano in piazza Vanvitelli, al vincitore sarebbe andato un piccolo contratto discografico con un’etichetta napoletana per l’incisione di un 45 giri. Il gruppo di mio nonno arrivò terzo e non vinse nulla, ma quella sera mio nonno Walter per catturare l’attenzione era salito sul palco con un cappello a punta, simile a quello che portano gli alpini, era di feltro verde. Fu da quel momento che qualcuno guardandolo disse che assomigliava ad un elfo, forse anche per via dei suoi capelli stranissimi. Da quel momento il suo nomignolo rimase quello: “l’elfo”.

Un po’ per via della chitarra un po’ per la sua passione per i dischi inglesi mio nonno cominciò pure a imparare a suonare le canzoni che andavano forte a quell’epoca. Aveva imparato il riff di “Satisfaction”, e conosceva pure il testo, lo aveva imparato a memoria dopo aver comprato l’album su cui c’erano tutti i testi delle canzoni. Sapeva anche “House of the rising sun” ma più di tutte le altre conosceva le canzoni dei Beatles. Amava “Yesterday” e “Blackbird” anche se spesso non capiva il significato delle canzoni, le sapeva anche cantare, ma in quegli anni non era così facile avere confidenza con l’inglese e con il suo significato. Senza contare che McCartney e soci avevano anche scritto brani che si prestavano e si prestano ancora a mille dietrologie e leggende metropolitane. Forse era anche per questo che quel nome gli era rimasto addosso: l’elfo che parla una lingua tutta strana.

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Nightswimming

amsterdam, foto gm

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Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

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Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

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Gli undici addii #11 – “Ultima campanella”

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foto trinitynews

 

di Gianluca Wayne Palazzo

Sono trascorse le ultime ore di quest’anno, gli esami sono lontani e non sono più nemmeno scuola, non c’è più nemmeno lo stesso rapporto con le facce che ti hanno scrutato ogni giorno di ogni settimana per un anno intero, quando non c’era più bisogno di simulare di essere componenti diverse della razza umana e si arrivava a comprendersi, almeno in parte, almeno per qualche porzione di ora, al di là dei voti, dei giudizi, della cattedra. Con gli esami tornerà tutto come prima, come fosse il primo giorno, la Grande Recita della scuola, docente e discente, i ruoli, il catalogo delle perversioni e delle mansioni, e poi la rupe immonda da cui vi tufferete tutti (eccetto qualche facinoroso talebano dei vecchi tempi), appena chiusi i conti con promozioni e bocciature: i social network – quando sarete tutti amici e li vedrai crescere, i tuoi alunni, come fossero esseri umani normali.
Ma perché?
Hai pensato a questo negli ultimi dieci minuti, seduto alla sedia della tua cattedra, della tua terza G, quando li hai guardati uscire dall’aula nella catarsi finale dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola – un’ora di educazione fisica! – prima dell’ultima campanella, l’ultimo orgasmo gridato, la transumanza degli gnu, il guado sanguinario di quel fiume da documentario che divide il Serengeti dal Masai Mara, il bagno di sangue di zebre e bufali offerti in pasto ad alligatori affamati, che senza sapere sanno che quel giorno potranno finalmente mangiare…
Che stai dicendo? Perché non sei tornato a casa, la tua ultima giornata di lavoro non è finita? È perché la classe ti ha stupito, ultimamente, diciamo dal ritorno da Venezia, li hai trovati come… come cementati gli uni agli altri, capaci di cavarsela anche da soli, anche senza di te?
Ma no. È stata la sua firma, tastata sotto un pollice liscio da intellettuale (questo ti dicono che sei) quando volevi essere un uomo d’avventura, e dell’avventura non hai che l’impulsività che ti caccia nei guai di infinite gaffes. La firma curata di lei, così minuta, così ricercata, quell’unica firma sul registro della tua classe, in occasione di qualche sostituzione, forse di uno sciopero a cui hai aderito, e lei no.
Ti sei forse innamorato di quella firma, di quei capelli rossi, di quella nuca? Forse l’hai fatto, ma sai che non ti sei innamorato di lei, perché così hai deciso con esattezza irrevocabile il giorno in cui, semplicemente ignorandoti, ti ha spezzato il cuore. (altro…)

Opera al verde

opera al verde

foto Giovanna Amato

La madre è seduta al margine della sedia. Penna e taccuino mangiano spazio alla tazzina del caffè, mentre il libro da cui prende appunti è disteso, aperto, sulle sue ginocchia. Ha provato a tenerlo dritto contro il tavolo sostenendolo con le mani, ma il libro è così pesante da averle indolenzito il polso. Ed è strano, pensa, se è vero che da un mese quel tendine è allenato a reggere un essere umano.
Così la madre sta, tranquilla, china. Lo sguardo a volte corre alla bambina; se potesse spiegare il movimento con cui suggerisce all’occhio di spostarsi, la madre direbbe che somiglia alla gittata con cui i serpenti sibilano la lingua. Ma la verità è che non è lei a dettare legge all’occhio. L’occhio sibila verso quel viso piccolo quanto una mano, quel naso minimo ma già definito e le ciglia lunghe, perfettamente umane, e non c’è niente che lei possa fare per impedirgli questa discreta, sibilante sorveglianza. Le avevano detto che una volta che avesse avuto un figlio il suo corpo, ogni molecola dentro il suo corpo, non avrebbe avuto altra occupazione che custodire il suo bene: e allora lei aveva immaginato quel bene come un panetto da stringere contro il vestito, e se stessa brancolante contro minacce temibili e improvvise. Nessuno l’aveva avvisata che invece ogni minuto si sarebbe riversato nell’altro, ciascuno completamente dotato di senso se lei avesse fatto il gesto giusto, se avesse ascoltato un impulso di sopravvivenza dieci volte più potente a quello cui era stata abituata dovendo preservare la sua sola vita. Nessuno le aveva detto che la sua mente si sarebbe gonfiata fino a inglobare la tenera, scapestrata autoconservazione e l’istinto superbo di tenere inchiodato al mondo quello che fino a un mese prima era stato parte del suo corpo. Il senso di colpa la assorda dalle due direzioni del tempo (avrà fatto? potrà fare?) come una ventata sbalestra il tragitto di un’ape operaia, e lei scende a patti con quella convivenza ogni centimetro che sua figlia conquista, ogni sutura del cranio che si prepara a saldarsi. Ora legge, mentre niente può distrarla, nemmeno la semplice verità del fatto che i suoi occhi a volte guardano altrove. Il suo corpo è un radar, un soldato lungimirante e addestrato. Sa che quello su cui poggia i piedi è un terreno, come sa che il lastricato sveglierà la bimba quando vi passerà con la carrozzina; quei giganti castani attorno a lei sono dei platani, e già si chiede se lei, cresciuta, apparterrà a quel popolo buffo che starnutisce a primavera; l’eco lontana di un pallone definisce il tracciato da evitare al rientro; la sua guancia misura l’intensità del vento per calcolare l’opportunità del ritorno. (altro…)