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Viola Amarelli, Cartografie

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Viola Amarelli, Cartografie 

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’esistenza e i suoi scenari si manifestano sovente come tenaci ingombri, materiali incoerenti. Dinanzi a questa constatazione, nella quale ci imbattiamo con una certa frequenza, per caso o per ricerca, la possibilità di reazione non è unica né univoca. Piuttosto diffusa appare, se si volge lo sguardo intorno, l’oscillazione tra resa dolente e mimetismo compiaciuto. Né nell’una né nell’altro ci si imbatte percorrendo le Cartografie, «mappe per solitari» di Viola Amarelli. Situazioni e tipi, voci e silenzi, la materia bizzarra e di varia natura che concorre a costruire qui la «geografia umana della solitudine», tutto questo ha un denominatore comune, una lucidità sobria ma non sbrigativa e una sicura maestria nell’immersione, il taglio preciso della consapevolezza. Il moto conoscitivo procede senza tentennamenti e si avvale di vie d’accesso e canali percettivi diversi. Diversi perché differenti tra loro, diversi perché si discostano da ciò che comunemente intendiamo per ‘normale sentire’ o lo superano tout court. Mai involontariamente: chi scrive ha salde in mano le briglie della materia narrativa ovvero, per restare nella struttura portante del volume, la penna del geografo che disegna la mappa.

La sicurezza nell’identificare e differenziare punti di vista deriva senz’altro dall’abitudine a un’osservazione dettagliata: è significativa, a questo proposito, l’immagine di copertina di Orfeo Soldati, che ritrae una figura femminile, di spalle, dinanzi alla vetrina di uno spazio espositivo. Non solo: all’osservazione attenta, che sia di uno stato d’animo, di una condizione, di un fenomeno, di un’opera d’arte, si affianca la volontà di indagare, di andare oltre le apparenze e – adopero qui intenzionalmente un verbo inattuale e deriso perché obsoleto, obsoleto perché deriso – di contestualizzare il dato sensibile. Nell’originale preludio alle Cartografie, che si presenta con il titolo nostra patria, è contenuto l’ampio ventaglio delle possibilità di punti di vista e di basi per l’indagine.

b) Così, il vortice, le luci e i tendini – la statuaria: tenebre e lampi, lanterne lumi radenti: da Caravaggio a Malta, da Roma a Siracusa, passando per Napoli dove arriva dopo – dopo, Jusepe. Corto, tracagnotto, beve ogni tratto, ogni tono e l’ombra: abbrunendo, virando al bianco nero passioni, il gran lombardo già errante, giù a Sud più a sud, già corpo sepolto salendo a un ritorno, lo Spagnoletto che s’innamora e, amando e penetrando, lì dentro i quartieri, a ripercorrere strade vichi e sguardi e morti.

[…]

b) L’ingorgo, un tornado, raggiera di misericordia: un laocoonte di moto, affollato di carne e di ombre. Non l’avrà mai – questa grazia il doppio, l’epigono,  il fascinato. Più glaciale, più fisso, più fermo, più vene, a puntasecca il pennello. Inseguendo, oltre, di là dalla fine. Più felice, di vita. E lavoro. Apparendo. Non così, non così. Merisi aveva alzato il sipario, Ribera da vicino Valencia scendendo deciso lungo un mare ad agri e vescovadi, a richiuderlo, cupo. E stracciato. Non così.

[…]

b) Entrando, alla chiesa, la poverella stesa, deposta, seppellita, una radiosità arcuata, un chiarore diffuso ad affogare, affocata come negli occhi dei ciechi, diluendo, trascolorando la luce. E la vita. Santa Lucia, a Siracusa, stretta finissima a Ortigia, dal cielo di monti a quello africano vicino, vicino, Merisi.

Varietà e precisione nella scelta del punto di vista, della sorgente di illuminazione, nella predisposizione dello sfondo, nella ricostruzione del contesto. E ancora, come è evidente già dal passaggio menzionato, padronanza di ritmo e melodia, creazione e combinazione linguistica. In un luogo centrale nelle Cartografie, sordo, ci si imbatte in un enunciato di ironica auto-delimitazione dell’io narrante:

I sensi. Mi rassicuro, o rassegno, in fin dei conti è lo stesso, come adesso che realizzo d’essere stato sempre un po’ sordo. Alla musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui tributo omaggio giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba.

Poco più avanti, tuttavia, spunta un endecasillabo perfetto: «Rock o da camera per me è lo stesso» a confermare nettezza, mancanza di sbavature, movenze alle quali la maestria conferisce una grazia non comune. Sperimentare non è pasticciare: ogni pagina è una conferma di quanto rilevato all’inizio di questa nota. Allitterazioni e assonanze non sono virtuosismi a sé stanti, ma strumenti maneggiati con abilità per costruire senso, in maniera inequivocabile. Eccone un esempio, sempre da nostra patria:

c) Clientes, cordate, clan e date, date. Da sempre l’arraffo. La vita ridotta a una riffa.

Le battute della partitura che sottende ogni tappa delle Cartografie sono brevi, talvolta brevissime, formate da una sola parola. I paragrafi de la lastra e il cristallo ne costituiscono una manifestazione particolarmente significativa. Forniscono, inoltre, indicazioni di rotta di non secondaria importanza, quanto alle regole del gioco delle relazioni interpersonali e a ciò che appare come unica certezza, la solitudine:

La differenza è solo alle regole, il gioco. Lei conosce le regole altrui. Non sono le sue. Quelle, non le conosce né vuole impararle nessuno, figuriamoci lei.

In sottofondo il bisbiglio, costante, non sai se certezza o sospetto. È piombata lì da un altro posto, ignoto, lontano, comunque diverso.

Il cristallo, la lastra, netto l’acquario tra l’iolaltro. Si vede benissimo, ogni dettaglio. Non si può toccarlo.

Nel seguire le mappe disegnate da bozze, brogliaccio e riepilogo di tagli – in parte tradotti in tedesco – affiora il ricordo di quanto Andrea Zanzotto scrisse a proposito di Paul Celan: «i suoi coltelli da pietra da sacrificio messicano»:

bozza 1

Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate.

[…]

bozza 5

Mi vedete così, sottile, spuntato, con l’elsa lucida. Esco fuori in parata, agli appelli, alle cerimonie. Noiosissimo, fremo. Uno spreco. Mi manca la punta, e l’incrocio di ferro, l’elsa dorata, il fodero da ingrassare. In mano a provetti incapaci. Con mantelli d’annata e nessuna idea. Tutti presi da mine e bazooka. Che mai vedranno. Darei qualunque cosa per essere una baionetta, una roncola, un’ascia, non questo stupido ornato, senz’arte, né parte.

[…]

riepilogo

La punta al carbonio. Taglia netta. Attenta, a margini certi. Va a fondo, risana. Materia nova che scotta, combusta. Placa. Acqua e aria.

Tagli, sì, non compiaciute resezioni. La consapevolezza preclude l’accesso al facile cinismo – e la vicenda ricostruita in da dove lo conferma compiutamente. Anche i colpi di scena sapientemente preparati – o’ svizzero ne è un esempio – non fanno concessioni a mode e correnti.

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Viola Amarelli, Cartografie, editrice ZONA, Arezzo 2013

Come leggono gli under 25 #8: Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli

L’umano familiare; magia e parola in Anna Maria Ortese

di Maddalena Lotter

Pietro Citati su Il mare non bagna Napoli (1953): “Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana…”. Effettivamente le parole di Anna Maria Ortese risultano già a una prima lettura impregnate di un senso oscuro della vita, quasi a confermare l’esistenza di una sfera magica che abita fra gli uomini in ogni loro movimento interiore e fisico, come avevano saggiamente intuito gli autori dell’antichità pagana (penso anche al senso del macabro che suscitano alcune pagine di Seneca tragico e ancor più di Lucrezio nel De Rerum Natura e Lucano nella Farsaglia); ma leggendo i racconti della Ortese con un’attenzione più sensibile al tentativo che opera l’autrice di descrivere il mondo, i colori, le persone, ci accorgiamo che questa sfera magica non è dislocata dalla quotidianità, e l’unico rituale in cui essa è manifesta è proprio quello della giornata vissuta dai protagonisti. Così la spettralità, appunto, di alcuni caratteri si rivela in tutto il suo violento realismo: “Era una donna piccola, quasi nana, con un viso da uomo, pieno di baffi. In quel momento si stava pettinando i lunghi capelli neri, che le arrivavano al ginocchio: una delle poche cose che attestassero che era anche una donna.” (Un paio di occhiali, pag. 23, Adelphi 1994)); realismo che è anche un metaforizzarsi in oggetto, in un interessante rapporto poetico fra oggetto e essere umano “…la perfetta, inalterabile bruttezza di Anastasia, quei lineamenti rigidi e privi di qualsiasi espressione, come quelli di una forchetta.” (Interno familiare, pag 48). Le figure di Anna Maria Ortese, i suoi caratteri (si pensi in questo al teatro di Cechov) ricalcano quegli aspetti più intimi della realtà umana, in particolar modo di quella femminile, che nella quotidianità ha sempre trovato il suo modo di definire il Sacro, un Sacro che nasce dai piccoli gesti in una cucina, di fronte a uno specchio, fuori dalla porta di casa, “mescolando la decadenza umana alla immutata decenza delle cose.” (Il silenzio della ragione, pag. 101).

 

ANNA MARIA ORTESE E LA SUA “NAPOLI UNIVERSALE”

di Alessandra Trevisan

Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese esce nel 1953 ed è da subito uno di quei libri ‘di pancia’ scomodi, contestatissimi, che intende senza celarsi e censurarsi affrontare il presente-storico denunciando i danni postbellici subiti dalla popolazione, è da subito una di quelle prose che s’infilano nelle pieghe d’una città povera nell’Italia del secondo dopoguerra, nelle contraddizioni, nelle difficoltà di rinascita e di crescita, molto lontane da quelle auspicate e realizzate nel Nord. Attraversare il racconto di Ortese è guardare negli occhi Napoli, quello squallore, la desolazione, il buio e la luce fortissimi degli ambienti in cui vivono ammassati ammalati, vecchi, bambini, prostitute, sovrappopolando edifici e scantinati, è entrare in un sovraffollamento di anime, anime piene di storie da dire anche nei silenzi della vergogna, della sporcizia, della morte, della bruttezza data dal deperimento (le donne di Ortese qui, son fantasmi, sono vecchie ma non anagraficamente, proprio dentro).Ed è questa l’unica chiave di lettura possibile di questi testi. Ortese descrive muovendosi lentamente negli androni dei palazzi, osserva non giudicante, ipotizza, desidera cogliere nei volti che le parlano, che incontrano il suo, il dolore della perdita, il dolore del vuoto che colpisce le classi sociali meno abbienti della città, governate soltanto da uno sfrenato tentativo di sopravvivenza quotidiano. I racconti bucano la storia, passano attraverso le epoche; fanno sentire che in certa Napoli ancora quello che accadeva allora, il brulicare di sopravviventi tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50, è vivo e attuale. Dice bene Valeria Parrella a tal proposito (da Scrittori per un anno 2012-Rai.tv): «pur non essendo napoletana è riuscita a raccontare il bene e il male di Napoli come se fosse mo’. Una volta ad un convegno di architettura un docente mi aveva invitato a leggere un pezzo qualunque di letteratura che parlasse di architettura; io scelsi un pezzo che sta nel mare non bagna napoli, in quella che si chiama ‘la città involontaria’… Già questo titolo, no? La città involontaria! Lei raccontava i granigli primo e secondo, che erano tutte delle zone a ridosso del porto, del mare, quindi lungo via Marina, nei quali tutti gli sfollati dei bombardamenti erano stati messi lì ad abitare. 1952. Io leggo questa pagina senza far vedere la copertina del libro e poi chiedo agli studenti – Di che cosa sta parlando? – e loro mi rispondono – Di Scampia -: questa è Anna Maria Ortese». Scampia o una favela, o una banlieue parigina o Tunisi oggi, poco importa in quest’abbondanza di realtà ‘universale’.

 

Venezia 2050 di Anna Toscano

Venezia 2050

I veneziani non ci sono più, andati via tutti, troppe spese, troppi costi, troppa arte, troppi turisti, troppo umido, troppa quiete, troppo chiasso, troppa pietra, troppa afa, troppo freddo, così tutti gli indigeni, con tutte le loro lamentele, se ne sono andati portando con sé anche l’ultimo souvenir di vetro che tanto “o se vende anca in teraferma”. Nulla hanno lasciato al povero foresto, che senza negozi di ninnoli non sa che farsene di questa città. Tutto chiuso, nemmeno un intimissimi per un paio di mutande. Solo e abbandonato, a nessuno oramai l’angelo d’oro del Campanile di San Marco, rutilante al sole, fa con le sue braccia aperte una promessa di gioia.

Man mano che si svuotava la città il passaparola verso la terraferma non presagiva nulla di buono, proprio nulla di buono, la iattura di bocca in bocca prendeva piede. Bastò infatti che due anziani locali finissero al pronto soccorso con una forte congiuntivite, e la forte congiuntivite unita alle cateratte portò a una quasi cecità… Bé, sapete come funziona da queste parti , per la città diventarono ciechi, ma come se ci vedevano bene fino a un momento prima, ma ciechi ciechi, forse ad avere sempre tutta questa arte attorno, che faccia male? Forse sì, tanta arte fa diventare ciechi. I veneziani se lo sentivano sulla pelle, “ciò”, che nel 2050 la città sarebbe stata un manicomio per ciechi, tanto valeva andarsene il prima possibile. Così Venezia non sarebbe più esistita agli occhi di nessuno. Lo disse molto tempo prima anche un esimio docente universitario.

E così la paura, madre di molte insensatezze, attecchì anche sui più recidivi. Solo qualche anziano locale diffidò, da vero diffidente, di tanto cianciare e rimase. Ma morì di fame perché i negozi non aprirono più, in terraferma per la spesa non ci potevano andare, i trasportatori scambiarono grosse barche con grossi camion e andarono oltr’Alpe, i gondolieri traghettano le eterne brutte copie di Stelio e Foscarina sulla Riviera del Brenta e i tassisti giurano a tutt’oggi che son tornati alle origini lavorando sul Brenta. Anche il turista più scanzonato non sa che farsene di tanta arte a cielo aperto e i musei nessuno li apre più, proprio ora che si potrebbe dormire tranquillamente in sacco a pelo in piazza san Marco e nuotare in canal Grande, proprio ora nessuno lo fa. Nessun rumore, nessuna campana che suona, solo qualche vaporetto automatico, senza la sua Zazie, sfreccia ancora incurante del vuoto che lo circonda nella laguna del nulla nel 2050. Nessun Giorgio che attende lo zio Marco per importanti rivelazioni sulla famiglia, fili invisibili, e tanto sottili, non restano a nessuna Buranella. Venezia, caro Francesco, non è più imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità. Venezia non cade più scialba sulla retina di qualcuno come su di uno schermo di lontano, e poi Robert e Caroline non sono più tornati dopo l’efferato delitto. Unico frusciare è quello dei gatti che finalmente dopo decenni di grande sterilizzazione di massa, ritornano, e ci vedono tutti benissimo. Si cibano dei buoni vecchi topi, così come ogni bella favola esige, e non più di spazzatura umana che non esiste più qui, nemmeno un sacchetto per strada, nemmeno una bottiglia galleggiante, nemmeno una cacca di cane. Corre voce che gli abitanti di questa città camminassero sull’acqua e che addirittura avessero i piedi palmati . Qualcuno avrà ereditato siffatte caratteristiche? L’acqua fa da padrona ora nel 2050 e, finalmente, può circolare liberamente nei giorni di luna piena e scirocco, invade tranquilla e pulita e se ne va, e la città si lascia piacevolmente lambire e impadronire divenendo così una grande e unica area Scarpa.

La stazione dei treni è stata smantellata, troppa bellezza anche solo dal treno fermo a Santa Lucia, e, come la santa già visse con il martirio, si rischia di restare senza occhi con tutta questa arte. Per i coraggiosi c’è solo un binario, si ferma a metà del ponte della Libertà per chi decide di fare un viaggio immaginario sull’Orient-Express verso Samarcanda.

Nulla rimane, l’esimio professore aveva ragione nel 2005 quando disse, scrutando profeticamente il cielo fuori dalla finestra, “Venezia nel 2050 non ci sarà più”, ma stava pensando a ben altre parti mancanti del discorso. Non esiste più perché nessuno ha più occhi per guardarla, ma ha occhi per guardare altro. Non esiste perché è disabitata, vuota, forse inizia a vivere solo ora, o inizierà a esistere solo quando morirà l’unica persona aggrappata a essa, innamorata di tanta bellezza, che tutte le mattine d’inverno respira l’odore estenuante delle alghe ghiacciate e ancora non cieca nonostante l’età. Sono io. È il 2050 e ho 80 anni, da compiere. E, finalmente, sono la regina della città, perché è un autunno veneziano e sarà vera e calma felicità mia.

Anna Toscano

Un ringraziamento, in ordine di comparizione, per nomi e ispirazione a Proust, Saramago, D’Annunzio, Queneau, Pasinetti, Bianca Tarozzi, Guccini, McEwan, Winterson, Carlo Scarpa, Tabucchi, Brodskij, Cardarelli.

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Nota: Racconto pubbicato nella rivista  “Venice is not sinking” numero 2

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Testo e immagine di ANNA TOSCANO

Grace Paley – Più tardi nel pomeriggio

AMORE

Prima scrissi questa poesia:

Risalgo il sentiero di pietra del parco dell’università
sotto la luna quasi piena le brune foglie di quercia
sono rosse come foglie d’acero
e io mi fermo a guardare i ragazzi
che parlano e si abbracciano
per loro ho pensato che mi sarei calata
nel ricordo dell’amore così mi sono lasciata andare
una mano sull’altra
finché coi piedi non ho toccato la terra dei giardini

di Vesey Street

Dissi a mio marito, Ho appena scritto una poesia sull’amore.
Che buona idea, disse lui.
Poi mi raccontò di Sally Johnson sul lago Winniepesaukee, che aveva dodici anni e mezzo quando lui ne aveva quattordici. Poi mi raccontò di Rosemarie Johnason sul lago Sunapee. Poi mi raccontò di Jane Marston a Concord High, e poi mi raccontò di Mary Smythe di Radcliffe, quando lui faceva il poeta ad Harvard. Poi mi raccontò di due poetesse famose, una bionda e una bruna, ora entrambe defunte, quando lui era un poeta in incognito che lavorava come impiegato in un ufficio senza finestre. Quando infine arrivò all’epoca mia – cioè a quindici anni fa più o meno – mi racconto di Dotty Wasserman.
Un momento, dissi. Che c’entra Dotty Wasserman? È il personaggio di un libro. Non è mai nemmeno esistita. Ok, disse lui. Allora perché Vesey Street ? Cos’è?
Be’ niente di speciale. Una volta ero innamorata di uno che commerciava piante, Vesey Street era il vivaio di downtown quando la città aveva magnifiche zone commerciali. Portavo i bambini a passeggio da quelle parti quando erano mezzi addormentati in carrozzina, qualche volta prendevo il traghetto per Hoboken. Anni dopo ci andavo in bicicletta la domenica, e pedalavo, pedalavo. L’ho visto due o tre volte.
Ma pensa, disse mio marito. Com’è che io non lo conosco?
Ba’ la stupidità dell’amato. Sei tu, dissi. Comunque, cosa sono queste balle di te e Dotty Wasserman?
Niente di speciale. Lei era una ragazzina svitata che ciondolava nei bar. Ma non beveva. Ci veniva per gli uomini, capisci. Neanch’io bevevo – non troppo, voglio dire. Speravo solo di scopare ogni tanto o magari di incontrare una donna e innamorarmi perdutamente.
Lui è così romantico. Talvolta mi dico, certo che amare me in questa piatta vita di mezza età con due paia di pantofole, un tipo sandalo in pelle per l’estate e l’altro foderato di pelo di pecora, deve essere una bella delusione. Lui sorvolò misericordiosamente sulle mie congetture. Disse, anni dopo, quando tutti facevamo politica e io ero sposato con Josephine, lei era anche una madre, e divertente, sempre al parco. Dotty e io eravamo delegati al famoso convegno nazionale delle assemblee cittadine a Kansas City. CNAC. Ricordi? Che donna.
Macché, dissi io, non è vero. Dotty esiste solo nella fantasia, è stata inventata alla fine degli anni Cinquanta. Oh, disse lui, allora è stato dopo. Devo averla incontrata dopo.
È cocciuto, perciò lasciai perdere e andai a fare la spesa. Alla nostra famiglia in fase di ridimensionamento occorrono più caffè, più uova, più formaggio, meno burro, meno carne, meno succo d’arancia e più succo di pompelmo. Camminando per strada, senza incontrare alcun vicino, canterellavo a bocca chiusa e continuavo a dar gomitate al tempo con l’aiuto della mia mente da buona esploratrice. Eccomi qui, a sperimentare la vecchia terra di Versey Street, inspirando e espirando nel tardo mattino con più attenzione al processo di quanto in genere accada – tutto per via dell’amore, probabilmente. Com’è interessante il modo in cui dal ricordo di ombre vere si passa all’invenzione di figure in carne ed ossa. Per Dio, pensai, chi ama è autentico.
Passai davanti alla libreria di quartiere, che faceva buoni affari con il sostegno delle Gioie del sesso. A me, sicura acquirente di libri poco reclamizzati, il proprietario rivolse un sorriso affettuoso. Era una persona di grande successo. (Non sapeva che tre anni più tardi gli avrebbero triplicato l’affitto e sarebbe andato incontro a un triste fallimento mentre il suo locatore, sentendosi un brillante imprenditore di superlativa furbizia, stella nei cieli della microeconomia, sarebbe diventato il primo uomo di successo).
A mezzo isolato di distanza vedevo già il cavolo sul banco del fruttivendolo, con i frammenti di ghiaccio che facevano scintillare le foglie scure. Il mio occhio interiore contrappose a questa un’immagine della campagna del Nord di cui era originario mio marito, la brina del tardo autunno tra il verde ricciuto. Cominciai a borbottare una nuova poesia:

Sul banco del fruttivendolo, luccica il cavolo verde
nella campagna del Nord risalta
candito di brina
scuro e ricciuto in un orto di paglia bruna
e leggera neve bianca…

Leggera neve bianca…Lo ripetei un paio di volte in tono interrogativo. All’improvviso il mio occhio esteriore vide una donna di aspetto piacevole che si chiamava Margaret e non mi rivolgeva la parola da due anni. Avevamo avuto un lungo periodo di intesa politica prima che certe questioni  relative all’Unione Sovietica ci separassero. Nei mesi furibondi durante i quali per molti versi avevamo entrambe ragione, Margaret trascinò verso le proprie posizioni politiche Louise, la mia migliore amica, mia sorella di sempre, al parco, nell’Associazione Genitori Insegnanti, e nel movimento pacifista. In una confusione di amore e rigogliose verdure vidi la faccia buona di Margaret, e prima di ricordare la nostra seria disputa, sorrisi. Nello stesso momento, lei riconosceva me e sorrideva. E’ così sciocco chi ama corrisposto che quando ci incrociammo le presi la mano, mi piegai, me la portai alla guancia, e la sfiorai con le labbra.
A cena raccontai tutto a mio marito. Be’, naturale, disse lui. Non lo sai? Il sorriso era per Margaret ma tu senti terribilmente la mancanza di Louise, e il bacio era per Louise. Entrambi dicemmo, Ah! Poi discutemmo di come il trattato Salt assomigliasse più a una partenza che non a un traguardo, leggemmo una poesia scritta da una delle sue figlie, guardammo un programma televisivo che parlava della distruzione dell’industria tessile in Europa e poi facemmo l’amore.
La mattina dopo lui disse. Sai, sei davvero un’amante fantastica, Sul serio, disse. Mi ricordi un sacco Dotty Wasserman.

 

@ Grace Paley, Più tardi nel pomeriggio, Einaudi

Vicini – Raymond Carver

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come l’impressione di essere i soli, nella loro cerchia, a essere rimasti in qualche modo fuori: Bill, perso nel suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nei suoi compiti segretariali. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller pareva che gli Stone conducessero una vita più intensa e brillante della loro. I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano per tutto il paese in occasione di impegni di lavoro di Jim.
Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di macchinari e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a Cheyenne e poi a Saint
Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e annaffiato le piante. Bill e Jim si scambiarono una stretta di mano accanto alla macchina. Harriet e Arlene si tennero a vicenda per i gomiti mentre si sfioravano le labbra con un bacio.
“Divertitevi”, Bill disse a Harriet.
“Come no”, rispose Harriet. “Anche voi, ragazzi!”
Arlene annuì.
Jim le strizzò l’occhio. “Ciao, Arlene. Mi raccomando, trattalo bene il tuo vecchio”.
“Come no”, disse Arlene.
“Divertitevi”, ripeté Bill.
“Ci puoi scommettere”, disse Jim, colpendo scherzosamente Bill sul braccio. “E grazie ancora, ragazzi”.
Gli Stone agitarono le mani in segno di saluto dalla macchina mentre si allontanavano e i Miller risposero al saluto.
“Be’, mi piacerebbe essere al posto loro”, disse Bill.
“Dio solo sa se non farebbe bene anche a noi una vacanza”, disse Arlene. Mentre risalivano nel loro appartamento, prese il braccio del marito e se lo mise attorno alla vita.
Dopo cena Arlene disse: “Non ti scordare. La prima sera Kitty deve mangiare il cibo a base di fegato”. Rimase in piedi sulla soglia della cucina a piegare la tovaglietta fatta a mano che Harriet le aveva portato da Santa Fe l’anno prima. Entrando nell’appartamento degli Stone, Bill trasse un respiro profondo. L’aria s’era già fatta pesante e vagamente dolce. L’orologio a forma di sole sopra al televisore segnava le otto e mezza.
Ricordava ancora quando Harriet aveva portato a casa quell’orologio e aveva attraversato il pianerottolo per mostrarlo ad Arlene, cullandone la cassa d’ottone tra le braccia e parlandogli attraverso la carta velina che lo avvolgeva quasi fosse un bambino.
Kitty gli si strofinò contro le pantofole e si sdraiò su un fianco, ma saltò su subito appena lui si diresse in cucina e scelse una delle scatolette allineate in bell’ordine sul piano immacolato del lavello. Lasciò la gatta a sbocconcellare il cibo e si diresse in bagno. Si guardò nello specchio, chiuse gli occhi e si guardò di nuovo. Aprì lo sportello dei medicinali. Trovò un flacone di pillole e ne lesse l’etichetta – Harriet Stone. Una compressa al giorno come da ricetta – quindi se l’infilò in tasca. Tornò in cucina, riempì la brocca d’acqua e andò in soggiorno. Finito di annaffiare le piante, poggiò la brocca sulla moquette e aprì la credenza dove erano conservati i liquori. Allungò una mano fino in fondo e ne tirò fuori la bottiglia di Chivas Regal. Prese due sorsi attaccandosi alla bottiglia, si asciugò le labbra sulla manica e ripose la bottiglia nella credenza.
Kitty s’era messa a dormire sul divano. Bill spense le luci e lentamente si tirò la porta alle spalle, controllando che fosse chiusa bene. Aveva come la sensazione di essersi scordato qualcosa.
“Come mai ci hai messo tanto?”, gli chiese Arlene. Guardava la televisione con le gambe piegate sotto di sé.
“Niente. Mi sono messo a giocare un po’ con Kitty”, rispose lui, poi andò da lei e le carezzò i seni.
“Andiamocene a letto, tesoro”, le disse.
Il giorno dopo Bill si prese solo dieci dei venti minuti di pausa previsti nel pomeriggio e staccò un quarto d’ora prima delle cinque. Parcheggiò la macchina nel posto riservato a lui proprio mentre Arlene scendeva dall’autobus. Attese che lei entrasse nell’edificio e poi corse su per le scale per sorprenderla all’uscita dall’ascensore.
“Bill! Oddio, a momenti mi fai prendere un colpo. Sei in anticipo”, disse.
Lui si strinse nelle spalle. “Non c’era niente da fare, in ufficio”, disse.
Lei gli diede la sua chiave per aprire la porta. Bill lanciò un’occhiata alla porta dell’appartamento di fronte prima di seguirla in casa.
“Andiamocene a letto”, disse lui.
“Adesso?”, Arlene fece una risatina. “Ma Bill, che t’ha preso?”
“Niente. Togliti i vestiti”. Cercò goffamente di afferrarla e lei esclamò: “Dio Santo, Bill!”
Lui si slacciò la cintura.
Dopo, ordinarono cibo cinese per telefono e quando arrivò lo mangiarono con appetito, senza parlare, e si misero ad ascoltare dei dischi.
“Non ci scordiamo di dare da mangiare a Kitty”, disse lei.
“Stavo proprio pensando la stessa cosa”, disse lui. “Vado subito”.
Scelse una scatoletta al gusto di pesce per la gatta, poi riempì la brocca e andò ad annaffiare. Quando tornò in cucina, la gatta grattava la sabbia della lettiera. Lo fissò intensamente prima di rimettersi a grattare. Aprì tutti gli sportelli e passò in rassegna le scatolette, le scatole di cereali, il cibo confezionato, i bicchieri da cocktail e da vino, tazze, bricchi, piatti, piattini, pentole e padelle. Aprì il frigo. Annusò un gambo di sedano, staccò due morsi di cheddar e mangiucchiò una mela avviandosi in camera da letto. Il letto sembrava immenso, con una sovra coperta bianca e morbida che arrivava fino a terra. Aprì un cassetto del comodino, vi trovò un pacchetto di sigarette semivuoto e se l’infilò in tasca. Si avvicinò quindi al guardaroba e stava per aprirlo quando sentì bussare alla porta d’ingresso.
Mentre andava ad aprire si fermò in bagno e tirò lo sciacquone.
“Ma come mai ci metti tanto?”, chiese Arlene. “È più di un’ora che sei qui”.
“Ah, sì?”, disse lui.
“Eh, già”.
“Sono dovuto andare in bagno”.
“Guarda che il bagno ce l’ hai anche a casa”, disse lei.
“Era urgente”, disse lui.
Quella sera fecero di nuovo l’amore.
La mattina dopo chiese ad Arlene di chiamare l’ufficio per avvertire che non sarebbe andato al lavoro. Si fece una doccia, si vestì e si preparò una colazione leggera. Provò a cominciare a leggere un libro. Uscì a fare una passeggiata e si sentì meglio. Però dopo un po’ se ne tornò a casa con le mani in tasca. Si fermò davanti alla porta degli Stone per sentire se per caso la gatta gironzolava dentro l’appartamento. Poi aprì la porta di casa sua e andò in cucina a prendere la chiave dei vicini.
Una volta all’interno gli parve che facesse più fresco qui che a casa sua; era pure più scuro. Si chiese se le piante avessero qualcosa a che fare con la temperatura dell’aria. Guardò fuori dalla finestra e poi attraversò lentamente ciascuna delle stanze esaminando qualsiasi cosa cadesse sotto il suo sguardo, con attenzione, una cosa alla volta. Guardò posacenere, mobili, utensili di cucina, l’orologio. Tutto. Alla fine entrò in camera da letto e la gatta apparve ai suoi piedi. La carezzò una volta, la portò in bagno e la chiuse dentro.
Si stese sul letto e fissò il soffitto. Rimase lì a occhi chiusi qualche minuto, poi s’infilò una mano sotto la cintura. Cercò di ricordarsi che giorno era. Cercò di ricordare quand’era che gli Stone dovevano tornare e poi si chiese se sarebbero mai tornati. Non ricordava già più che faccia avevano e neanche come si vestivano o come parlavano. Con un sospiro e qualche difficoltà rotolò sul letto per alzarsi e si appoggiò al comò per guardarsi allo specchio.
Aprì il guardaroba e scelse una camicia hawaiana. Rovistò finché non trovo un paio di bermuda, ben stirati e appesi sopra un paio di calzoni di gabardine marroni. Si tolse i vestiti che portava e s’infilò i calzoncini e la camicia. Si riguardò nello specchio.
Andò in soggiorno e si versò da bere. Tornando in camera da letto, sorseggiò dal bicchiere. Provò una camicia azzurra, un completo scuro, una cravatta bianca e blu, scarpe nere eleganti. Intanto il bicchiere s’era svuotato e andò a versarsene un altro. Tornato di nuovo in camera da letto, si sedette su una poltroncina, accavallò le gambe e sorrise, osservandosi allo specchio. Il telefono squillò un paio di volte e poi tacque. Svuotò di nuovo il bicchiere e si tolse il completo. Rovistò nei cassetti superiori finché non trovò un paio di mutandine e un reggiseno. S’infilò le mutandine e si agganciò il reggiseno, poi frugò nel guardaroba in cerca di un vestitino. Si mise una gonna a scacchi e cercò di chiudere la cerniera. Indossò una camicetta bordeaux con l’abbottonatura davanti. Esaminò le scarpe di Harriet, ma capì subito che non
gli sarebbero entrate. Passò parecchio tempo dietro le tende della finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi tornò in camera da letto e rimise a posto ogni cosa.
Non aveva appetito. Neanche lei mangiò molto, del resto. Si scambiarono uno sguardo impacciato e un sorriso. Arlene si alzò da tavola e andò a controllare che la chiave dei vicini fosse al suo posto sulla mensola, poi sparecchiò in tutta fretta.
Lui rimase in piedi sulla soglia della cucina a fumare, poi la vide prendere la chiave.
“Mettiti comodo intanto che vado di là”, disse lei. “Leggiti il giornale o qualcosa del genere”. Strinse la chiave in pugno. Aveva un’aria stanca, gli disse lei.
Lui cercò di concentrarsi sulle notizie. Lesse il giornale e accese la televisione. Alla fine andò di là anche lui. La porta era chiusa.
“Sono io. Sei ancora lì, amore?”, chiamò.
Dopo un po’ la serratura scattò e Arlene uscì e si chiuse la porta alle spalle. “Sono stata via tanto?”, chiese.
“Be’, insomma, sì”, rispose lui.
“Sul serio?”, disse lei. “Credo di avere giocato tutto il tempo con Kitty”.
Lui la scrutò, ma lei distolse lo sguardo, la mano ancora poggiata sul pomello.
“È strano, sai?”, disse lei. “Voglio dire… entrare così, in casa d’altri…”
Lui annuì, le tolse la mano dal pomello e la guidò verso la loro porta. Entrarono nel proprio appartamento.
“Infatti è strano”, disse lui.
Notò della lanugine bianca attaccata sul retro del golf di Arlene e che aveva le guance molto colorite. Cominciò a baciarle il collo e i capelli. Lei si girò e cominciò a baciarlo a sua volta.
“Oh, accidenti!”, esclamò di colpo Arlene. “Accidenti, accidenti!”, si mise a cantilenare come una bambina, battendo le mani.
“Mi sono appena ricordata di una cosa. Non ci crederai, ma mi sono dimenticata di fare quello che ero andata a fare. Non ho dato da mangiare alla gatta né ho annaffiato le piante”. Lo guardò. “Si può essere più stupidi?”
“Ma no, dai”, la rassicurò lui. “Aspetta un attimo. Prendo le sigarette e torniamo di là insieme”.
Lei attese che lui chiudesse la porta di casa loro per attaccarglisi al braccio, poco sopra al gomito, e disse: “Mi sa che è meglio che te lo dica subito. Sai, ho trovato delle foto”.
Lui si fermò in mezzo al pianerottolo. “Che genere di foto?”
“Adesso le vedrai”, disse e lo guardò negli occhi.
“Ma va!” Sorrise. “E dove?”
“In un cassetto”, disse lei.
“Ma va!”, disse lui.
E poi lei disse: “Magari non tornano più”, e rimase subito stupefatta da quello che aveva appena detto.
“Potrebbe succedere”, disse lui. “Potrebbe succedere di tutto”.
“O magari, per tornare tornano, ma…” Non finì la frase.
Attraversarono il pianerottolo tenendosi per mano e quando lui le parlò, lei quasi non lo udì.
“La chiave”, disse lui. “Dalla a me”.
“Cosa?”, chiese lei. Si mise a fissare la porta.
“La chiave”, disse lui. “Ce l’hai tu”.
“Oddio mio!”, disse lei. “L’ho lasciata dentro!”
Lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Non girava affatto. Lei era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò.
“Non ti preoccupare”, le disse all’orecchio. “Per l’amor di Dio, non ti preoccupare”.
Rimasero lì. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta, come per ripararsi dal vento, e si fecero forza.

 

@ Raymond Carver, Vuoi star zitta per favore, ed. minimum fax; traduzione di Riccardo Duranti