racconti brevi

Elisabetta Meccariello, False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

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La Donna che viveva nei muri non aveva una bella cera. Un incarnato smorto, smunto, sparuto. Eppure Lei si sentiva benissimo. – Mai stata meglio, diceva. – Eppure dovresti fare un controllo, almeno un paio di analisi del sangue, adesso puoi prenotarle on-line senza fare la fila all’ospedale, c’è solo un modulo da compilare, è facile, è veloce, le rispondevano. La Donna che viveva nei muri non sentiva ragioni. Lei si sentiva benissimo. – Il problema non è l’incarnato, è più una questione di spazi. Qui è tutto così angusto. Dovrei rinnovare almeno l’intonaco. Qui è tutto così sciupato. Qui tutto cade a pezzi. – Potresti almeno fare un minimo di attività fisica. Una passeggiata, una camminata a passo sostenuto. L’aria fresca è sempre salutare.

La Donna che viveva nei muri sorrideva. Sorrideva sempre all’idea di uscire dai muri. Aveva un sorriso quasi beffardo, ti guardava dritto negli occhi, ti indagava, ti penetrava, indovinava tutto di te e tu potevi solo abbassare lo sguardo, vergognandoti per qualcosa che forse avevi fatto o che un giorno forse avresti fatto. Lei lo sapeva già. – È il potere della malta, diceva, ci lega, inevitabilmente. E poi c’è l’acqua, quella si sa, penetra ovunque. Sorrideva e ti guardava fisso. E sapeva tutto. Ma non sarebbe mai uscita dai suoi muri. Un giorno, forse, (diceva), ma non saresti vissuto abbastanza per vederlo con i tuoi occhi. La Donna che viveva nei muri però era una persona su cui potevi sempre contare. Di quelle presenti, inamovibili. Di quelle che ti sostengono, che ti proteggono dalle intemperie. Non si tirava mai indietro. Resisteva a qualsiasi sollecitazione. Potevi chiederle qualsiasi cosa perché Lei aveva sempre una risposta. Perché Lei aveva una struttura, un peso, quello spessore che ti faceva interrogare sul tuo posto nel mondo, sul contributo che tu, nel tuo piccolo, avresti potuto dare agli altri. Eppure anche Lei aveva un punto debole, una fragilità. Una crepa invisibile, nascosta, camuffata da toppe di intonaco. Occultava perfettamente le sue mancanze, le sue insicurezze. Si armava di travi e tramezzi. Poi la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Ma la mattina, al risveglio, tutto era quieto, silenzioso. E quel rigagnolo cos’è, ti interrogavi, sarà solo un po’ di umidità. Succede nelle case vecchie. Tu non riuscivi a capirla. Mai.

Non intuivi che il suo rendersi impermeabile era soltanto una finzione. E ti faceva incazzare, eccome se ti faceva incazzare. Ti avvicinavi a Lei urlando di rabbia e angoscia. Lei ti guardava, immobile, implacabile, senza risponderti. Sembrava che nulla riuscisse a scalfirla. E con il suo sguardo ti immobilizzava, ti guardavi e il cemento era già arrivato alle ginocchia. Allora il sangue ti saliva al cervello, la bile ti iniettava gli occhi offuscandoti la vista e in quel momento, un istante, forse due, affondavi il coltello con qualche bestialità che si era rintanata sotto la vena della tempia e che adesso era esplosa sporcando tutto di amarezza. E le macchie di amarezza non se ne vanno. Puoi usare qualsiasi detersivo, qualsiasi additivo miracoloso ma restano lì per ricordarti quanto misera può essere la natura umana. Volevi solo finirla, distruggerla, rinfacciarle la sua sordità, la sua cecità, la sua mancanza di empatia. Volevi portarla via con la forza da quei muri, levarle i laterizi dai capelli, l’argilla dalla gola. E guardarla, finalmente, per quella che era. E quando credevi di avercela fatta, di averla annientata, di aver dimostrato la tua superiorità Lei prendeva i tuoi tizzoni ardenti e ci soffiava sopra, come se fossero le candeline del suo undicesimo compleanno. Tu non riuscivi a capirla. Mai. Eppure non potevi fare a meno di Lei.

La Donna che viveva nei muri era la tua fortezza. E Lei. Lei la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Una disperazione che la mattina si sarebbe rappresa, condensata, nascondendo tutte le crepe, camuffando tutti i dissapori. Ma tu non saresti vissuto abbastanza per comprenderlo.

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© Elisabetta Meccariello

 

We are all made of bread

fonte Moby.com

fonte Moby.com

L’uomo infila la chiave nella toppa dell’appartamento. Gira la chiave e entra. Si toglie il casco da astronauta e lo appoggia sul tavolo accanto all’ingresso. L’uomo è calvo. L’uomo indossa una tuta bianca anche questa da astronauta, l’uomo somiglia a Moby. L’uomo è Moby. Si butta sul divano vestito così com’è. Un musicista astronauta su un divano di pelle. Pelle non nuovissima, un divano messo maluccio, potremmo dire. In effetti, questa, non sembra una casa da ricchi, eppure lui è Moby. Moby prende il telefono e ordina una pizza con peperoni e formaggio, come nei telefilm. Moby, o chi per lui, anche se sembra proprio lui, accende il televisore, fa zapping, poi si ferma su un canale: stanno trasmettendo un vecchio film italiano, Miseria e nobiltà, sottotitolato. C’è una scena in cui il protagonista, un attore molto bravo, che riesce a far ridere anche solo con la mimica, che fa lo scrivano per strada, deve scrivere una lettera per un campagnolo che si è trasferito in città, intanto manda il figlio a ordinare una pizza, anzi due, perché la lettera si annuncia lunga. Sono poveri e molto affamati. L’attore scoprirà presto, però, che l’uomo che detta non ha soldi per pagarlo; lo caccerà in malo (ma divertentissimo) modo.

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Moby ride di gusto, poi come ridestato da un sogno pensa allo scrivano che scrive per mangiare: per il pane, come si usava dire. Come tutti. Il fornaio fa il pane per il pane. Moby si ricorda del suo forno, di quando sfornava musica. Ci credeva, era tutta una questione di magia. La magia che ti faceva infornare il pane perché sapevi farlo, perché facendolo creavi qualcosa, e poi questa cosa, che era fatta pure d’odore, la davi agli altri. Non c’è buon pane senza odore, non c’è musica senza ritmo. Si alzò dal divano e si diresse alla finestra. Su retro della tuta c’era una scritta Mike – Hamburger and Stars. Guardava fuori, era passato un secolo, un lampo, un’astronave. Quello che era accaduto non lo ricordava e, pensò, non aveva più alcuna importanza. New York di notte era ancora la cosa più bella che lui avesse visto. Si voltò verso il televisore, l’attore italiano ballava stando in piedi su un tavolo, tra le mani teneva degli spaghetti cotti, alcuni li infilava in tasca.

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© Gianni Montieri

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Racconto scritto per il “Che ‘importa la gloria” di Progetto Santiago

Peppe Stamegna, Navigare navigare

foto gianni montieri

foto gianni montieri

Navigare, navigare

Ma quale Australia, io me ne vado a Salina. Scappo per fregare tutto questo dolore, come vent’anni fa. Penso, penso e penso, ma in realtà non vorrei avere più tutti ‘sti pensieri in testa come se fossero frasi di un libro: non devo fare come Giacomo, io devo cercare di pensare con parole che conosco fino in fondo, almeno provarci.

Il porto di Napoli stasera è tutto acceso, sembra giorno. Tante persone all’imbarco e macchine, camion e quella solita agitazione dei marinai prima di salpare che contagia i viaggiatori, e anche me, stasera. Avevo paura dell’ennesimo fallimento da condividere con Giulia, lei mi ama, io la amo, ma non c’è nessuno tra di noi a dirci che l’amore non c’entra nulla quando devi prendere una decisione: LA DECISIONE. Meglio se me ne sto da solo per qualche giorno. Dicono che pioverà stanotte, e che si alzerà il mare. Che m’importa, tanto questa nave è enorme almeno quanto il palazzone dove abito a Roma: tutte le notti insonni che ci ho passato lì dentro, ora sono niente davanti a questa notte piccola piccola piena di mare e ferro.

– Un caffè lungo, per favore.

Sento le onde sotto le gambe, mi sa che il mare si sta già incazzando. Mannaggia mi sta salendo la serpe in gola. No, non ci casco stavolta. Butta giù la saliva, su che ‘mo passa e se ne va via questa bestiaccia. Mica è la prima volta, dài. Anche se non mi capitava da tanto tempo, porca miseria. Però.

– Senta, ma che forza è ora il mare?

– Non t’ preoccupa’, nun affond’ ‘sta nav’ (hahahaha).

Sto scemo di un barista. Uno mica deve affondare con tutta la nave per cacarsi sotto. Stronzo. Tutti stronzi quando ti vedono debole, ‘ché già dalle domande che fai si capisce che ti stai affidando completamente a quello o a quelli a cui le stai rivolgendo. Non lo imparerò mai. Tanto questi se ne fottono del tuo imminente crollo, questi sentono solo gli ordini dei capi e le partite alla radio: non devo perdere tempo con persone così. Esco, ché mi manca l’aria. Cazzo che freddo qua fuori: com’è bello vedere tutti quei puntini della città sparsi nel buio, che brillano. Ci fosse Giulia, resterei abbracciato a lei per tutta la notte. Che freddo c’è stasera. Oddio mi sale tutto in gola, oddio la serpe sta salendo in gola. Scappare in Australia, ma come faccio? sono un fifone sono: dico dico, poi faccio sempre le stesse cazzate e non mantengo le promesse. Napoli già non la vedo più.

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Ivan Ruccione, Partenze

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

Ivan Ruccione, Partenze

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Mamma sta togliendo i petali secchi attorno alla foto di mia sorella, sul ripiano del comò, quando bussano alla porta. Si gira verso di me e senza dire niente mi fa cenno di andare a vedere; ha i capelli così sporchi che non si muovono di un millimetro. È tutta bagnata in viso, i suoi occhi azzurri sembrano fondi di bottiglia rotti.
Lo spioncino ingrandisce la stempiatura del signor Santi e così apro. Ci scambiamo i convenevoli di rito, e poi mi allunga la busta che stringe la sua mano tremante.
Quando torno in soggiorno, mamma è ancora piantata con le sue gambe robuste davanti alla foto, guarda il soffitto. La luce dell’abat-jour fa brillare i capelli unti che aderiscono perfettamente al cranio e le lacrime che circondano i nei all’angolo della bocca. Sembra coperta di alghe e balani, come una creatura emersa dalle profondità marine dopo chilometri di apnea. Ora ha esaurito la dose di lacrime e le rimangono solo due piccoli cieli tersi nei quali vorrebbe volare.

– Chi era? – mi chiede, dopo aver asciugato il viso con un fazzoletto.
– Il padrone di casa.

Le vado incontro e le consegno la busta delle spese condominiali.

– Dai, – mi dice con un filo di voce. – Ora è meglio che tu vada.

La seguo in cucina e mi siedo sulla sedia. Sul tavolo c’è una sportina gonfia di abiti puliti. Mamma chiude col coperchio un contenitore pieno di polpette al sugo e gli dà un giro di pellicola.

– Sarà contento, papà, – le dico.
– C’è anche l’insalata di pasta.

Apre il mobile sotto il lavandino e prende dalla scatola un’altra sporta che ha piegato fino a farla diventare un triangolo. Dopo averla spiegata ci infila dentro il contenitore delle polpette e quello della pasta.

– Un’altra cosa, – dice, mentre annoda i manici.

Esce dalla cucina e torna dopo un attimo.

– Dagli anche questo, – mi raccomanda.
– Ma non ce l’ha già?
– L’ha perso.

Afferro il tagliaunghie e me lo ficco in tasca. Indico gli abiti puliti dentro la sporta e le dico:

– Me li dai sempre ma alla fine tiene addosso gli stessi.
– Se non li vuole riportali indietro, – dice. – Glieli fanno sparire.

Mamma mi dà le spalle per andare ai fornelli. Toglie il mestolo dal bordo della pentola e lo appoggia nell’acquaio del lavandino. Mi alzo e raccolgo nella mano destra i manici delle sporte.

– Aspetta, – dice mamma.

Con un tozzo di pane pulisce il fondo della pentola dal sughetto e me lo avvicina alla bocca.

– Grazie, – dico, prima di farmi imboccare.

Mamma prende dieci euro nascosti sotto il cesto della frutta e me li infila nella tasca dove ho messo il tagliaunghie.

– Dagli anche questi, – dice. – Non voglio che si metta a fumare le cicche trovate in giro.
– Buonissimo, – dico, con la bocca ancora piena. – Buonissimo questo sughetto.
– Ora vai, – mi fa mamma, accarezzandomi una guancia. – E torna subito.

Mi accompagna alla porta e mi dà un bacio dopo averla aperta.

– Salutamelo, – dice. – Digli che passerò presto.

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Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi #1: Bob Kaufman

berlino foto di gianni montieri

berlino foto di gianni montieri

BOB KAUFMAN

(poeta)

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La filosofia orientale ha conquistato il mondo. È come alle conferenze internazionali su qualcosa: mandano avanti i Presidenti, freschi di manicure, e dietro le unghie sudicie bisticciano virgole, parametri e ripicche. Hanno mandato avanti lo Zen (e l’arte di manutenere qualunque patacca occidentale) e intanto facevano scendere da bilici silenziosi sciami di auto compatte di gusto giappo a basso costo di produzione. Hanno vinto loro.  Vedi gente che va ai corsi di campana tibetana su piccole automobili sgraziate che Buddha avrebbe considerato ostacoli insormontabili verso il Nirvana.

Non era così a North Beach, San Francisco, anni cinquanta. Le auto erano monumenti rombanti e contenevano sogni, non individui. Bob Kaufman non sapeva guidare, ma era amico di Kerouack e di Nail Cassady: come non essere mai stato in un posto, ma avere due amici madrelingua.

Se vincete un buono omaggio per una increspatura dello spazio-tempo, fate un salto nella New Orleans degli anni venti. Lì è successa una cosa senza uguali nella storia del mondo: la congiunzione carnale (e sentimentale) tra una ragazza cattolica di colore della Martinica e un tedesco ebreo ortodosso. Non potevano nascere che quattordici figli da una trama così visionaria. Uno lo chiamarono Bob, nero come la mamma.

A tredici anni Bob esaurisce il desiderio di intimità famigliare. Intravede nel mare un’oasi di tranquillità e si imbarca con la Marina Mercantile. Sopravvive a quattro naufragi e a migliaia di burrasche. E’ lì che, per la prima volta, si accorge di poter isolare una musica in mezzo alla tempesta. La chiama poesia, e la cosa gli piace tantissimo. Sviluppa anche una grande passione per il blues – che separa il mare dei suoni inquinati –  e per il jazz – che vola verso sacche di suono nello spazio. Comincia a scagliare dalla bocca tocchi di anima  cruda, mischiati a biscotti di avena.

Non scriveva. Come il Cafi di Lessico famigliare pensava che i posteri non contassero nulla. Voglio essere anonimo, diceva, la mia ambizione è di essere dimenticato.

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Racconti Matti (verso il Festival) #4 Silvia Tebaldi, Scrivere nei tempi morti

parigi foto gm

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Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il quarto racconto è di Silvia Tebaldi e si intitola Scrivere nei tempi morti

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Scrivere nei tempi morti

 

Qui in questa casa persa tra i campi e in quello che ci diciamo c’è un segreto, sì, però più del segreto contano le strade per arrivarci; che sono poi linee invisibili tra i campi, pensieri che non si vedono, momenti come di stupore – di affetto per il cuore che batte, come ha detto qualcuno che ora non so.

Qui la mia gente è vissuta per chissà quanto tempo, prima di andarsene per via della piena, verso il mantovano, e ci chiamavano i Rugìr. E io son tornata qui l’anno del terremoto, quello che nessuno se lo aspettava; e dei posti e lavori ne ho girati, e gente conosciuta; ma ora che è maggio, che il grano ha già la spiga, mi sembra di esser sempre stata qui.

E guardo i campi e gli argini, l’aperto che puoi vedere anche tu, ora e sempre – basta che chiudi gli occhi – e sto dietro a custodire le cose che son vecchie, che le ha fatte una persona, non una macchina: ceste, pezze di tela e sedie, roncole col manico tarlato, attrezzi da campagna e fogli scritti. Cioè le cose che a uno di oggi gli fan pensare alla malattia del tempo, a quella che più nessuno si azzarda a nominare, ma io invece sì e la chiamo per nome, che poi è tutto e niente come ogni nome e lei è la morte come io sono l’Anita ad Rugìr, cioè i Ruggeri nel parlare nostro.

E anche la vita chiamo. E le dico Bada, che son cresciuta al tempo del vapore, io: e dunque non ingannarmi con false immagini, che da qui vedo la bassa fino all’orizzonte e le valli dove l’acqua e la terra si confondono, come al principio del mondo, e strade e fossi e capannoni e rovine. Che la sbronza di soldi e poi la crisi li han coperti di una polvere grigia che uno di oggi forse non ci bada, ecco.

E’ che quelli di oggi van di corsa, di fretta; eppure li vedi sempre a scrivere su quei cosi elettronici appena c’è un momento – a scrivere poi chissà che cosa, a scrivere il tempo che passa. E io uguale, fino a ieri, ecco.

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I me medesimi n. 25: Antonio Cerantola

parigi foto gm

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Si presenta elegante, per uno che dorme al parco Sempione. Con quel maglioncino da donna nero indossato al rovescio sul petto nudo. Oggi dev’essere passato da qualche bagno perché è tutto bello pettinato e sbarbato. Non lo vedi arrivare perché non è uno di quelli che si trascinano da un cestino a un altro. No, lui va in giro senza borse, con il suo maglioncino da donna al contrario. Una camminata piratesca, da vascello.

Ti arriva davanti e ti dice: guardi che io non ho mica fame sa? Cosa gli vuoi rispondere a uno così? Ha forse sete? gli chiedi. Ti sorride come uno che ha trovato finalmente qualcuno con cui intendersi. Se ha gentilmente un euro mi prendo un bicchiere di vino, e indica il baracchino lì a tre metri. Tu sei seduto ad aspettare che ti facciano il panino, lo guardi e non ti passa neanche per l’anticamera di fare la solita sceneggiata del no no no.

Non ti vuol vendere niente, non ti chiede neanche l’elemosina. A lui, che ti arriva lì davanti, con la sete dei santi bevitori, e te lo dice pure, voglio dire: un bicchiere di vino glielo offri senza fiatare. Sull’unghia. L’euro scivola, animato di vita propria, dalla tua tasca alla sua mano. È un compare che cerca compari. Non gli vuoi essere compare? La stagione è bella e lui s’è fatto il bagno. Stare all’aperto a bersi un bicchiere. C’è di meglio?

Grazie, dice lui. Poi si fanno due parole di cortesia e lui si scusa ma adesso andrebbe a prendersi il suo bicchiere. Va verso il baracchino. Ma torno, assicura. Poi aggiunge: se posso. Ma certo, gli dici, la aspetto. Hai visto che era un compare? Solo i pirati camminano così. Ci si dà del lei certo: siamo gentiluomini, anche se di fortuna. Lei aspetta il panino? Ti grida. Gli fai sì con la testa. Aspetti che vedo a che punto siamo.

Poi torna con il bicchiere. Mi scusi, continua a dire. Prego, gli rispondi sempre. Tutti e due tic. Oggi sembra in forma. Bella giornata, continua a dire e si scusa se si ripete. Ha un accento milanese forte radicato nel naso, con le parole che sgocciolano agli angoli della bocca, in fondo alle mandibole. Ha sessantatre anni e da dieci dorme al parco Sempione, se piove: al Teatro Strehler. Conosco tutti gli attori e i registi, quando escono all’una alle due, io sono lì.

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I me medesimi n. 24: Serpenta

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Poverina, dice il collega, quello intelligente: è prigioniera. Di chi? Chiedono le altre, quelle che la chiamano bradipa o sfinge: quelle stronze. Di se stessa, risponde l’intelligente, guardatela: sembra il dipinto sul proprio sarcofago, avete presente?

Certo che anche lui, deve sempre fare l’intelligentone per ‘sti due libri che ha letto. L’ha detta giusta la collega anziana, la vecchia segretaria, quando l’ha chiamata: la serpenta. Oltre al fatto che è lunga e dritta, mica magra: solo senza forma, e bianchiccia, con una pelle che non sai che età darle, ha la faccia come se trattenesse in bocca un uovo. Così dice la vecchia, di quella generazione che ancora un po’ di campagna se la ricorda.

La serpenta le è rimasto. Non è mica schiva lei, anzi te la trovi sempre tra i piedi. Arrivi in mensa ed è lì seduta con gli altri. Inviti tre colleghe a bere il caffè e quando sei al bancone che ordini ti accorgi che c’è anche lei. Non è neanche vero che non parla, perché se le parli risponde e poi a volte ti punta quegli occhietti da serpente addosso e ti fa le domande. Quando le rispondi ti sorride, ma sembra sempre una cosa dipinta. La faccia non si muove.

Ogni giorno va tre volte in bagno e ci resta un quarto d’ora. Quindici minuti precisi ogni volta, qualcuno li ha misurati. Cosa ci fa in quei tre quarti d’ora? Le teorie si sprecano, figurarsi. Qualcuno ha provato a fare delle insinuazioni zozze, ma la serpenta che fa cose zozze non se la immagina nessuno. Allora prende psicofarmaci, forse è stitica, forse piange. Poi una delle colleghe stronze l’ha seguita, è rimasta fuori dalla porta e ha origliato. La serpenta si chiude in bagno a telefonare.

Altro giro di teorie allora. Non è che si sappia bene con chi viva la serpenta, per esempio. Qualcuno dice la madre, ma forse è solo facile immaginare che una così sia una zitellona. A parte che si fatica anche a darle un’età. Con quella pelle bianca e tesa, lievemente avvizzita e floscia ma senza una ruga. Potrebbe non aver preso mai un raggio di sole. Sposata non credono, le colleghe. È che tutti parlano sempre dei fatti loro, non c’è bisogno di chiedere.
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Simone Ghelli, Sensible Soccer

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Simone Ghelli, Sensible Soccer

Quando cominciai a entrare nel giro degli help desk, alcuni anni fa, la mia postazione di lavoro constava soltanto di una scrivania con il telefono e un computer fisso, dove tra una chiamata e l’altra passavo il tempo a cercare di vincere il campionato di Sensible Soccer con un simulatore che avevo scaricato da internet – quello di cui vi sto parlando era stato in assoluto il mio gioco preferito durante l’adolescenza, all’inizio degli anni Novanta, quando andavo apposta a casa del mio amico Claudio, che aveva sostituito il vecchio Commodore 64 con l’Amiga 500, per giocare il vero campionato di serie A (per noi il vero campionato consisteva nel passare un’intera giornata preliminare, se non di più, ad aggiornare la rosa delle squadre, cambiando nome e cognome dei giocatori, così come comparivano nell’album di figurine Panini della stagione in corso).

Con il trascorrere dei mesi e il ripetersi delle telefonate, lì nella mia postazione, divenni sempre più intollerante alle procedure e ai dialetti, alle posture che attribuivo a una tonalità della voce o al modo in cui mi arrivava il respiro al di là della cornetta – non avevamo ancora le cuffie col microfono: quelle sarebbero arrivate dopo, in altri anni e altri contact center. Ben presto non sopportai più le pretese, le implorazioni, quelli che parlavano masticando, che ansimavano tra una parola e l’altra, che usavano il dialetto come se fossi stato un loro vicino di casa. Più di tutti non sopportavo quelli che dovevano informarmi del loro grado, del loro ruolo, delle loro idee sulla politica, l’economia e la vita in generale e poi degli stranieri, che indicavano come l’origine di qualsiasi problema.

In breve non sopportai insomma più niente se non Sensible Soccer, se non le sagome schiacciate dei giocatori che tagliavano il campo con lunghi lanci e che si prodigavano in eccezionali scivolate con cui atterravo gli avversari perché non sapevo come altro fermarli. In breve la mia testa fu totalmente occupata dall’assillo di dover imparare a costruire le mie azioni con corti passaggi in avanti, concentrata sulle contrazioni delle dita che dovevano dare un tocco leggero al tasto (perché non giocavo certo col mouse o con un joystick come all’età di quindici anni, ma con le frecce direzionali e i tasti con cui cambiavo anche il giocatore che comandavo).

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I me medesimi n. 23: Vittorio

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

La mano sulla testa l’aveva appena sentita che già, la testa, gliela avevano messa sotto. Nel cesso. Nel cesso del pub. Dalla sorpresa Vittorio non aveva fatto in tempo a contrarre i muscoli della schiena per resistere. Fottuti cessi senza chiave che ci entra chi vuole. Poi quelli dovevano essere almeno in due. Sicuramente.

Quando, appoggiando a malincuore le mani sulla tazza, Vittorio si tirò in piedi quelli erano spariti. Questo lo fece imbestialire. Almeno si fossero fermati, quei senza palle. Almeno si fossero fermati a vedere la reazione. Almeno avessero rischiato un minimo che Vittorio reagisse. Invece niente, avevano paura dello scontro diretto. Vittorio lo sapeva, non era di lui che avevano paura ma solo dello scontro, del confronto. Del guardarsi negli occhi e leggere la reciproca rabbia, il reciproco disprezzo, guardarsi negli occhi con la testa alta e pulsante, il cuore da tener giù, e assaporare la tensione che cresce, la violenza. Avevano paura quelli, erano gente da agguato alla cieca, dei caga sotto. Glielo aveva anche detto una sera.

Lui era da solo, mezzo ubriaco che era anche facile, volendo, buttarlo giù. Loro erano in dieci e nessuno che si facesse sotto. Erano in dieci a prendersi gli insulti di Vittorio che li insultava proprio perché sapeva che non avrebbero mosso un dito e allora ci aveva preso gusto a tirargli merda su merda. Era nata allora la questione delle birre. Era per quello che adesso qualcuno gli spingeva la testa dentro all’acqua del cesso, ne era sicuro. Erano stati loro, quei senza coglioni.

Con un balzo Vittorio era fuori dal bagno. Chi è stato, gridava. Il locale era ammutolito, persino la radio. Allora? Domandò Vittorio. Lo so che siete i soliti senza palle, gridava Vittorio. Venite fuori se siete uomini, ma non lo siete, siete insetti, urlava Vittorio aggirandosi per il locale con la testa bagnata. Dai, chi è stato? Uno contro uno, magari vinci pure… Fammi solo vedere che hai le palle per guardarmi in faccia, solo quello…
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I me medesimi n. 22: Giancarlo

 

berliino, foto gm

berlino, foto gm

Sua moglie gli ha detto al telefono: ti ho comprato un maglione color caramella. Che colore sarebbe il color caramella? Vedrai.

È rosa, ha detto Giancarlo. Non è rosa, ha risposto la moglie. Al massimo ciclamino. Mi hai preso un maglione rosa? Ha ripetuto Giancarlo. Ma guarda che sui polsini e alla vita è profilato in azzurro. Ah beh, fa Giancarlo. Tocca il maglione ed è morbido. Ma insomma ti piace o no? Gli chiede la moglie. Giancarlo capisce che sta per offenderla allora si infila il maglione in fretta e senza neanche guardarsi allo specchio dice: ma sì che mi sta bene.

La moglie ride. Te l’ho preso per mettere un po’ di colore in quel posto dove lavori. Il posto è tutto grigio, infatti. Tutti sono grigi, anche quelli che entrano solo per una mattinata diventano grigi. Giancarlo, figurarsi, lavora lì da quindici anni. Altro che ciclamino. Anche con addosso il maglione la faccia che gli è venuta mica cambia. Sembra un pesce dietro il vetro dello sportello informazioni.

Capelli grigi, occhiali grigi, persino le orecchie e la bocca hanno una piega che fa subito pensare grigio. Sopra il maglione ciclamino fanno un effetto strano, come se il maglione fosse una strisciata di evidenziatore sopra i caratteri imprecisi di un foglio fotocopiato. I colleghi lo guardano e alzano le sopracciglia. Giusto quello che tanto sono grigi pure loro e non si prendono la briga manco di sfottersi.

D’altra parte prova tu a non diventare grigio a girare tutta questa carta, a controllare le somme, le cifre, i riferimenti normativi. Poi arrivavano gli utenti in fila fin dal mattino e la fila fino fuori in strada. C’erano quelli che non sapevano niente e tu gli dovevi spiegare tutto e quelli non capivano e finivano per arrabbiarsi. C’erano i vecchietti soprattutto, tanti tantissimi vecchietti.

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I me medesimi 21: Chiara

Parigi, museo Rodin, foto gm

Parigi, museo Rodin, foto gm

Di lei ho saputo poco. Solo che si chiamava Chiara. Ci siamo incontrati una sera a un concerto. La calca della gente aveva sfregato i nostri corpi uno contro l’altro. Quando l’ho guardata in faccia mi ha sorriso. Tutto il viso le si illuminava quando sorrideva. Alla fine del concerto mi ha chiesto: tu cosa fai nella vita? Risposi: la prossima volta che ci vediamo te lo racconto. Ma io abito in un’altra città, replicò lei. Poi mi scrisse il suo numero di telefono sul braccio e se ne andò fra la folla.

Ci scrivemmo dei messaggi. Mi fece sapere che nel fine settimana sarebbe stata di nuovo dalle mie parti. Cercammo di combinare un incontro, lei mi sistemò nell’ultima mezz’ora prima di prendere il treno. Appuntamento alla stazione. Arrivai in ritardo di un quarto d’ora. Mi rimproverò ironica: ormai puoi giusto accompagnarmi al binario. Io balbettai qualche scusa e salimmo su di una scala mobile continuando a guardarci. Improvvisamente non mi veniva più in mente niente da dire. Restavo lì a guardarla sorridere, con tutto il viso che si illuminava.

Allora lei chiese: tu cosa fai nella vita? Voleva proprio sapere quella cosa lì, come l’altra volta. Sentii l’obiettivo di una cinepresa che si chiudeva su di noi. Mi parve che qualcosa nella luce scurisse. Iniziai schernendomi, poi, visto che tanto ero senza risorse, glielo dissi annoiandomi al suono delle parole che stavo pronunciando. Poi le chiesi: e tu? Non ricordo cosa rispose.

Ci trovammo di nuovo zitti, ormai davanti al vagone. Ancora non trovavo nulla da dire. Lei mi guardava sempre con quel sorriso ipnotico e gli occhi che pulsavano. Non so come mi venne l’idea di baciarla, ma così feci. Lei indietreggiò ridendo. Sei troppo in ritardo per baciarmi, disse sempre ridendo e salì sul treno. Io restai a guardarla attraverso il finestrino, lei si sedette e riprese a guardarmi come prima: luminosa e felina.

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