racconti brevi

Caregiver Whisper

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer e sembra ormai a un passo dall’impossibilità di continuare una gestione “casalinga”.
Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre.
Se chiedo a Lucia «sai chi sono io?», risponde che non ne ha idea ma sa che con me si trova bene perché le ricordo suo figlio Marco. Da quando mio padre è stato operato, sono la persona che si prende cura di lei; sono il suo caregiver. (altro…)

Danilo Laccetti, La luminanza

foto gianni montieri

Danilo Laccetti, La luminanza

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Nel punto in cui si trova illumina un quadrato; decisamente angusto, a metà tra il termine, piuttosto cupo, d’una rampa sotterranea e un lungo, basso, stretto passaggio di cemento che va a morire nel buio, non sa dove; resta accesa giornate intere a volte; a volte si spegne per ore. Chiunque passi è assai raro che le rivolga lo sguardo; non è malanimo, non crede affatto voglia comunicarle disinteresse o, peggio, disprezzo: svogliatezza, solo svogliatezza. Sulle scale i passi, ora frettolosi, ora annoiati, quando affrontano la lunghezza del corridoio, li avverte nervosi, direbbe quasi spauriti. Un profondo, interminabile silenzio segue.

       Ci sono giorni in cui avverte rumori di cui ignora significato e provenienza: fruscii si prolungano, s’animano soffi, ticchettii in mezzo a rabbiosi sbuffi; interrotti accelerano e di nuovo muoiono. Certi grumi di polvere sono capaci, a un tratto, di vorticare, formare mulinelli, che via via perdono forza, vanno ad adagiarsi da un lato, restando silenziosi per del tempo, salvo all’improvviso riprendere vita per una nuova, oscura forza che li muove. Crepe camminano sulla parete di fronte, brevi, capricciose; in un angolo una screpolatura ampia s’è aperta, lasciando precipitare in terra pochi frammenti di sé. In quel punto rivela una macchia; qualcosa di poco chiaro ha iniziato a gocciolare.

       Una sera eccolo, uno straccio di carta; scarto rugoso, biancastro. Rotolava lungo le scale, cosa fosse, non si sa; uno, due passi, si fermava. Le passò sotto, piroettò; un urto contro la parete e lì è rimasto. Ancora adesso.

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Monica Dini, Fuori dal mondo

Monica Dini, Fuori dal mondo

Racconto contenuto nella raccolta Angoli acuti , Tra le righe 2017; € 14,00

 

C’è un noce secolare nel campo davanti alla casa sulla collina. Ha un grande ombrello di foglie meno verdi ai primi di settembre. È sera. Sotto il noce la ciccia di un vecchio straripa dai fili di plastica rossa di una sdraio. Ha la canottiera arrotolata macchiata di sugo. Ha i piedi gonfi e sporchi, si vedono i segni scuri lasciati dalle ciabatte. Lo chiamano Sante. C’è anche sua moglie su una sedia a dondolo. Indossa una tunica chiara. Si chiama Ancilla. Li vedete? Lei prende il tabacco da una scatola di metallo che ha in grembo, carica con sapienza la pipa. Lui si toglie di bocca il sigaro lo gira per vedere se è ben acceso, ci soffia su per ravvivarne la brace. Scorreggia a lungo alzando un po’ la gamba.
«Ah… Bene!» – esclama girandosi verso la vecchia signora.
Lei agita un attimo un ventaglio di carta gialla. Poi senza guardarlo accende la pipa con un fiammifero di legno.

«Ti sono sempre sfuggiti i piccoli piaceri della vita. – dice lui sputando fumo a singhiozzi – Questo è il tuo problema. Non avremmo tutto quello che abbiamo se io fossi stato tanto schizzinoso. Se tu avessi levato merda tutto il giorno, per tutta la vita, avresti meno seghe. È certo.» Lui aveva avuto una piccola impresa di levatura pozzi neri. Lei aveva lavorato alle Poste.
Adesso sono in pensione. Ancilla ha accanto a sé un cesto di fogli colorati. Il ventaglio è un origami. Lei è brava a creare forme con la carta. Fiori, uccelli, giochi. Le ha insegnato una signora cinese che faceva le pulizie alla posta. E anche a tenere accesa la pipa è brava. Non è banale saper fare queste cose. Il canto dei grilli è un muro buio. Sante si alza a fatica dalla sdraio, si stira, si gratta il solco tra le natiche.
«Vado a pisciare e prendo il vino – dice rivolto alla moglie – Ne vuoi? No vero?»
«Sì … grazie …»
Ancilla guarda il cielo e fuma. È una sera diversa. Aspetta di vedere la Stazione Spaziale orbitante. Ne hanno segnalato il passaggio al telegiornale. Lei l’ha vista altre volte ma questa è speciale. Dovrebbe essere molto più luminosa del solito. Una rapida stella che incide la notte. Sante torna portando la carriola della legna. Dentro ha messo la bottiglia del vino e dei
bicchieri.
«Mi sembrava comodo – dice guardando la moglie – Così abbiamo un piano d’appoggio.»
«Come mai tanti bicchieri? – chiede lei versando il vino – Aspettiamo qualcuno?»
Il vecchio si lascia cadere sulla sdraio che cigola e oscilla.
«Vengono Lino e Mario. L’ho visti in piazza stamani.»

Ex colleghi di lavoro.
La pipa diffonde un aroma di pasticcini. È un tabacco da donne. La vecchia signora sorseggia il vino. Sa di ruggine. Rovina anche il tabacco.
«Potremmo provare a prendere il vino a quella cantina che ci ha segnalato mia sorella. Per cambiare.»
«Perché? Senti che vinello. Bello leggero. Non c’è verso che tu ci capisca nulla. Tutte le volte che ti decidi a berlo c’è qualcosa. Non ti piace la bevanda in sé è inutile … rassegnati io non cambio fornitore. C’è tanta acqua …»
Si sente vociare. Arrivano gli ospiti. Bisogna riceverli.
«Benvenuti – dice Ancilla – Tutto bene? Accomodatevi. » Non le rispondono.
«Sedete, prendete un bicchiere – dice Sante – Non c’è nulla da mangiare moglie? Salatini, patatine. Qualcosa.»
«Buono Sante! Abbiamo cenato ora – risponde uno dei compari.»
La vecchia signora è preoccupata. Sa che la stazione attraverserà il cielo in un istante. Non l’aspetterà se non sarà pronta. Porta agli ospiti dei salatini. Poi trascina la sedia al centro del campo. Da lì può vedere tutto il suo cielo. La pipa fuma ancora.
«Allora cosa mi raccontate di bello?» – incalza il vecchio.
«Sempre le solite storie di merda …» E giù tutti a ridere. Sono le loro battute. Ogni volta uguali.

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Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

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Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

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Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

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Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.

Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.

Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.

Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.

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Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

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 Mi sono scordato di prendere il fumetto al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere, e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, non riesco mica come fa Sofia a ritornarci su dopo mesi e ricominciarla come se fosse passato un solo minuto. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strane, che poi non sono mai state scelte decise fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella. È vero che mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre. Usciva di notte e rientrava la notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Poi, la domenica mattina, quando mi comprava dieci bustine di figurine, io, accanto a lui lungo il viale dei platani, ridevo con le gengive tutte di fuori; mi sentivo un re con quelle bustine profumate ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio.

Ora sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i vestiti da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un altro pianeta.  Poi smetto, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare, così mi tocca lo stesso sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della porta, dopo aver attraversato come un missile l’intero salone. Il vetro comunque non si rompe mai. Oppure sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi della pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza e mi vado a mangiare i biscotti Colussi in cucina. A volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a Sofia nuda: la immagino, e mi sembra già grande come mia madre, coi seni le cosce e tutto quello che fa una donna una femmina. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare una partitella a pallone in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre Sofie nude, eppure, quando scatta la voglia della partitella, non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

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proSabato: Imre Oravecz, E dopo di te

Imre Oravecz, E dopo di te, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora 2008, traduzione di Vera Gheno

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E dopo di te andarono e vennero i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, e venni e andai anch’io, di paese in paese, di città in città, di stanza in stanza, e vennero e andarono anche le donne, le belle e le brutte, le alte e le basse, le abbondanti e le magre, le bionde e le more, le prosperose e le piatte, le pelose e le rasate, le forti e le deboli, le allegre e le tristi, le estroverse e le misteriose, le disinvolte e le impacciate, le intelligenti e le stupide, le profonde e le superficiali, le giudiziose e le sconsiderate, le sensibili e le indifferenti, le determinate e le caotiche, le bollenti e le gelide, le pudiche e le licenziose, le pure e le corrotte, le maestre del piacere e le dilettanti del godimento, le beniamine della sorte e le sventurate, e tutte hanno dato e hanno preso, hanno detto il vero e hanno mentito, mi hanno eccitato e mi hanno raffreddato, mi hanno soddisfatto e hanno lasciato un senso di vuoto, hanno risvegliato il desiderio e hanno provocato disgusto, hanno recato gioia e mi hanno straziato, mi hanno divinizzato e mi hanno maledetto, mi hanno accolto e mi hanno respinto, mi hanno liberato e mi hanno schiavizzato, mi hanno innalzato e mi hanno calpestato nel fango, mi hanno reso migliore e peggiorato, mi hanno infuso speranza e mi hanno fatto disperare, hanno giurato fedeltà e sono state infedeli, si sono messe al mio fianco e mi hanno abbandonato,e io ho fatto a loro stesso che loro hanno fatto a me, e ti ho tradito con ognuna di loro, perché ti amavo ancora, mentre cercavo di convincermi che ormai non ti amo più.

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© Imre Oravecz

proSabato: Imre Oravecz, Era un mattino ordinario

Imre Oravecz, Era un mattino ordinario, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora, 2008, traduzione di Vera Gheno

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Era un mattino ordinario, né presto né tardi, una specie di transizione tra la notte e il giorno, anche se in esso già c’era il desiderio della realizzazione delle speranze di quel giorno e la previsione del dileguamento delle speranze di quel giorno, ma poiché eri a casa, con la tua presenza addolcivi tale transizione, e questo mi mise un po’ scioccamente di buon umore, ed eccezionalmente sentivo che quando afferravo qualcosa, la maniglia, il rubinetto, la tazza, lo spazzolino, o il coltello, allora ero io a tenerlo, e non quello a tenere me, mi vestii in fretta, dovevo andare da qualche parte, sbrigare una faccenda, tu, chinata, stavi montando i pezzi del tubo dell’aspirapolvere e, precedendomi nel compiere le cose da fare, ti stavi preparando a fare le pulizie quando, all’improvviso, mi venne in mente qualcosa, anzi, non mi venne in mente qualcosa, quindi così com’ero, in mutande e canottiera, montai sulla poltrona davanti alla libreria, per cercare e tirare giù quel libro in cui controllare quel qualcosa, e mentre stavo lassù in piedi con le costole sporgenti, con la pancia incavata, al bordo superiore del tuo campo visivo, nella luce storta che entrava in casa, inaspettatamente mi guardasti da sotto e inaspettatamente vedesti quant’ero dimagrito, e come chi vede qualcosa di spaventosamente nuovo, che prima non c’era ancora, e ora invece semplicemente c’è, inorridisti, eppure non era una cosa nuova, anzi, era molto vecchia, lo stigma del mio dibattermi tra il desiderio della realizzazione delle speranze, che era comparso e divenuto visibile anche sul mio corpo, come una qualche evidente anomalia che ormai non si poteva non notare.

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© Imre Oravecz

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

dipinto di Franz Marc

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

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Elencare tutte le specie che appartengono a questa famiglia di mammiferi artiodattili (alimentazione vegetale, zoccoli e corna “alberate”, molari assai sviluppati) sarebbe un’impresa enorme; tra le più conosciute, che a loro volta comprendono varie sottospecie, vi sono l’alce, il capriolo, l’huemul, il mazama, il cervo, la renna, il daino, il muntjak.

Li si trova in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Oceania; in Africa risultano invece estinti. La renna, che spesso i fanciulli – nel loro immaginario – legano alla figura di Babbo Natale, ha un suo fascino particolare, traina la slitta del vecchio bonaccione che porta i doni e scende dal camino. L’alce, tra le specie più grandi della famiglia, assume a volte lo sguardo di un vecchio saggio mentre magari osserva il mondo che lo circonda; i caprioli sono alpinisti naturali, eretti sui monti come se poggiassero su superfici piane; il cervo ha l’occhio benevolo e quasi piangente mentre intuisce la presenza del cacciatore che dietro un albero, silenziosamente, lo fissa al fine di impallinarlo.

Esistono cervidi giganti e cervidi nani, sempre presenti da venticinque milioni di anni, ossia dall’epoca geologica dell’Oligocene; animali particolari, si guardano attorno sempre con circospezione, “fatatamente” – le specie più agili –  riescono a svanire in un batter di ciglia, quasi fossero creature misteriose venute fuori da un libro di esseri meravigliosi.

Attraggono per possanza e maestosità… e poi quelle ramificazioni, quelle corna incredibili, che sono alberi e antenne con cui si captano le stazioni universali e le lontane galassie sconosciute all’uomo. Nel detto comune della vulgata si definisce “cornuto” colui che viene tradito dal/lla proprio compagno/a; chissà cosa ne penserebbero i cervidi nell’apprendere che una parte così importante della loro fisionomia è stata utilizzata per definire sfortunati (e spesso stolti o ingenui) alcuni esseri umani. Forse riderebbero, forse proverebbero “dostoevskijana” compassione.

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© Giuseppe Ceddia

Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

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Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre. L’anno non lo ricordo. Ma in fondo che importa. Vogliamo davvero dare un senso al tempo? A chi interessa. Potrei essere morto in qualsiasi tempo e luogo. Adesso sono disteso in questa bara che nemmeno mi piace. Non è adatta alla mia fisicità. Non mi valorizza. Mi aspettavo una cassa più solenne, un legno più scuro. Non è cambiato niente in questa stanza. Gli antenati sono sempre lì penzolanti alle pareti. Mi fissano nelle loro cornici d’argento, mi giudicano, forse mi disprezzano. Mi aspettano. Per tutta la vita ho osservato quei sorrisi emblematici, quegli indici puntati, cosa cercavano di dirmi, cosa mi sussurravano la notte. E adesso dove sono. I loro volti sono così formali, si sporgono dalle intelaiature, posso scorgerne i lineamenti, i profili, i nasi aquilini, posso sentirne il respiro freddo sull’orecchio. Il colore delle stampe si sgretola, la polvere si disperde nell’aria. Mi parlano ma non riesco a comprenderli. E chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Hanno certe facce. Alcune non le ho mai viste. O forse non le ricordo. Forse non sono così importanti. Si rivolgono a me come se io avessi le risposte, come se con un cenno potessi dare un senso alle loro esistenze. Come se potessi risolvere le loro esistenze. Non ho deciso nemmeno la mia. O non lo ricordo più.

Mi guardano, qualcuno mi sfiora una guancia, mi tocca una mano. Ma prima? Mi hanno mai guardato così? Mi hanno mai toccato così? E io l’ho fatto? Posso percepire i polpastrelli che mi accarezzano, l’epidermide si squama, le cellule si dissolvono. – Tacete! Stanno dormendo tutti! – Tacete! Stanno dormendo tutti! Vorrei sapere chi ha scelto queste scarpe. Le odio. Sono scomode. Stringono sull’alluce. E chissà quanto tempo dovrò starci in queste scarpe. Ho un armadio traboccante di scarpe. Mi fanno indossare delle scarpe che detesto in una bara che nemmeno mi piace. Un uomo è immobile accanto a me. Mi scruta, muove le mani. Sta mimando qualcosa? Cosa vuole dirmi? Lo guardo attraverso le palpebre serrate. Adesso vedo tutto. Adesso vedo tutti. L’uomo non ha occhi e non ha bocca. È qualcuno che non ricordo più? È qualcuno che non voglio ricordare? È qualcuno che la mia coscienza ha strappato dalla mente? O forse sono io stesso, che mi sono perso, che non mi riconosco più, che non ricordo chi sono. Sei venuto a prendermi?, vorrei chiedergli. Sei venuto a ritrovarmi?, vorrei chiedergli.

Non sta succedendo davvero eppure è tutto vero. Il legno della bara scricchiola, si aprono le prime crepe. Un treno sfila sopra al ponte e io resto fermo a guardare le luci dal finestrino. Tutte le cose che ci siamo detti. Tutte le cose che ci siamo detti solo guardandoci. Dove sono finite. Sono morto quando ho scelto la strada in cui non c’eri tu. Anche se ho continuato a respirare, a mangiare, a dormire, ad amare. Sono morto tante volte. Continuo a morire in ogni tempo, in ogni luogo. Mi chiedo cosa resti. Di quello che facciamo, di quello che pensiamo. Io non voglio lasciare niente. Niente a nessuno. Nessun impegno, nessuna aspettativa, nessun segno. Non riesco a fermare i pensieri. Ne farei volentieri a meno. Dev’esserci un luogo in cui finiscono i pensieri. Un archivio immenso nel sottosuolo di un palazzo di periferia. Buio, umido. Gestito da qualcuno con spessi occhiali di tartaruga che usa Windows 95. Chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Piangono. Piangono. Le lacrime scavano i volti, riesco già a vederne le ossa. La pelle si scioglie, i frammenti colano sul pavimento. Cosa resta di quello che facciamo di quello che pensiamo, di quello che siamo. Dei frammenti che colano sul pavimento? Lo chiedo all’uomo senza occhi e senza bocca, lui non mi risponde, muove le mani, l’aria intorno a lui si sposta, con pesantezza, lo ingloba, io lo cerco, non lo trovo più, vedo solo le sue dita che ancora gesticolano, fino a sparire del tutto. Le cornici alle pareti si sbriciolano, gli antenati si polverizzano, le pareti stesse crollano, non c’è più niente, tutto intorno a me si dissolve, non c’è più niente, non c’è più nessuno. Apro gli occhi. Ai piedi ho delle scarpe che detesto. Sono scomode. Stringono sull’alluce. Potevano almeno lasciarmi scalzo.

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© Elisabetta Meccariello

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia