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Reloaded – riproposte natalizie #11: NULLA AL VER DETRAENDO (Martone, Leopardi e la Leda)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.

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Le cronache della Leda #26: Il tè, Saverio e Raboni

 

Le cronache della Leda #26: Il tè, Saverio e Raboni

2014-10-13 19.17.24

 

Starsene un pomeriggio, e poi una serata intera con le poesie di Raboni, smettere di leggere soltanto quando gli occhi non ce la fanno più e cominciano a bruciare. Ritornare indietro, aprire, uno per uno, i cassetti della memoria e lasciare che le cose tornino, sentire le voci e le paure di quando eri ragazzina. E così nei versi torna la guerra, ed era così, era terrore e speranza. Era sgomento. Ed è vero quel che scrive Raboni: “Con tutta quella morte in giro / nessuno moriva”. Noi bambini ancora meno, si giocava e quando c’era da scappare, lo si faceva ridendo. Più che paura, la nostra, era suggestione. Avevamo paura, ma era una proiezione della paura degli adulti. Per quel che ricordo, avremmo continuato a giocare anche sotto i bombardamenti. Gli stati d’animo che ci trasmettevano i nostri genitori erano un altalenarsi continuo tra paura e sicurezza. Le corse a perdifiato che faceva mio padre per andare in campagna a procurarsi da mangiare, e com’era bello vederlo spuntare dal fondo del nostro sgangherato viale; come il padre di Raboni raccontato in quella splendida poesia che è La guerra. Poesia che nella seconda parte diventa rimpianto per la lontananza dai figli, rimpianto che arriva lancinante. Ed ecco la grandezza della poesia, ecco come diventa degli altri, di chi legge. Non conta più l’origine della lontananza, conta la lontananza soltanto. Allora un figlio lontano sa comunque di rimorso, di rimpianto. Per ore ho fatto avanti e indietro tra le poesie del poeta milanese ritrovando quelle che ho più amato, e riscoprendone altre che non ricordavo o che non conoscevo, come le due meravigliose, tra le prime di Barlumi di storia:

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La mia Milano

foto di Uliano Lucas

foto di Uliano Lucas

LA MIA MILANO

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. Stavano sempre con me, certo per l’amore che per quei testi provavo, perché consideravo quei poeti veri Maestri, non ancora di scrittura; ignoravo a quei tempi che avrei provato più avanti a scrivere. Furono maestri di vita. Imparavo la Milano di Giudici. Andavo a toccare con le mani i muri delle case dei Navigli, Le case della Vetra di Raboni. Volevo sapere com’era stata Milano prima che io la conoscessi. Allora prendevo il tram e giravo a caso: il 29, il 30, il 9, il 33. Il 24 e giù verso Viale Ripamonti con La ragazza Carla. La 54 o la 61, per arrivare in fondo a viale Argonne, dove passava la E e dove stava la casa di quell’amore perduto, raccontato in quella splendida poesia di Pagliarani. Imparavo Milano così, perché volevo che Milano diventasse la mia città e perché ciò accadesse, dovevo conoscere il più possibile quello che c’era stato prima di me. La Milano del dopoguerra con quelle poche luci (Le luci di Milano poca cosa, lo so – un magistrale incipit di Giovanni Raboni). Poi c’erano i fornai, le città passano dall’odore del pane. L’odore che veniva dalle botteghe dei Prestinée era diverso da quello di Napoli o di Parigi. Pane del luogo, odore del luogo. Un odore indimenticabile come quello della nebbia mista al ferro che senti passando sotto il ponte della Ghisolfa. O quello di ruggine che arriva passando sopra il ponte di Greco. I miei poeti e le mie passeggiate mi insegnavano Milano. Poi c’erano i racconti dei vecchi, la Baggio dei miei zii, il Giambellino di Gaber. Immaginavo fumose sale da biliardo piene di gente e poi vedevo quelli che la mattina andavano in fabbrica. Le luci negli appartamenti che si accendevano alle cinque, alle sei. Flash in mezzo al buio. Donne e uomini alle fermate degli autobus, stretti nei cappotti, negli impermeabili. Pensavo che uno che esce al mattino presto con il freddo e l’umido – pensavo e lo pensavo in bianco e nero – dovesse per forza combinare qualcosa di buono. Naturalmente non è così, o meglio non è sempre così. Ma pensarlo mi piaceva, mi pareva di essere arrivato nel posto giusto. Poi c’erano gli amici. Il jazz, San Siro. Con Bruno e Walter (che adesso gioca a golf, come cambiano le cose) andavamo a sentire la musica dal vivo al  Capolinea (che ora non c’è più). Durante i concerti mi distraevo e decoloravo la sala, vestivo tutti come se fossero gli anni cinquanta o sessanta, e mi guardavo nella vecchia Milano insieme a loro, ascoltando jazz. E c’erano le canzoni e per me, più di tutte, c’è stata Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. Quel brano, scritto per “Romanzo popolare” di  Monicelli, mi ha raccontato quello che volevo sapere di Milano in pochi minuti. La fabbrica, gli operai, i padroni, il calcio, il freddo, il disagio, il lavoro. Tutto scritto e cantato in quella lingua masticata e unica di Jannacci, l’amarezza e l’ironia. La sintesi perfetta: «Zero a zero anche ieri ’sto Milan qui / ’sto Rivera che ormai non mi segna più, / che tristezza il padrone non ci ha / neanche ’sti problemi qua». Tutti loro, tutti insieme: i due Giovanni, Elio, Vittorio, Giorgio, Enzo e altri, mi hanno insegnato Milano, ognuno alla propria maniera. Un poco per volta, un sabato dopo l’altro.

© Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

La poesia verso la prosa? La scrittura di Volponi e i generi letterari (di Emanuele Zinato, Terza e ultima parte)

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III. Poesia e Romanzo

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Giovanni Raboni considerava Volponi il più grande scrittore del secondo Novecento, “fuori misura” rispetto alle capacità di accoglienza della critica letteraria attuale, e accostabile ai grandi narratori russi, come Gogol e Dostoevskij per il suo realismo fantastico e per la potenza del sottosuolo che si manifesta nei suoi romanzi. Diceva Raboni che, davanti all’odierno esaurimento o impossibilità del narrare, Volponi non sta né dalla parte di chi postmodernamente narra in falsetto, riproponendo il plot con disincanto ludico-citazionale e un po’ protervo, né dalla parte di quelli che, avanguardisticamente, hanno aderito alla crisi, riproducendola, radiografandola, esasperandola e squadernandola. Volponi, per oltrepassare quella crisi, inventa invece il romanzo-poesia così come Musil aveva inventato il romanzo-saggio, fondendo due generi letterari. Richiamandosi alla tesi espressa nel libro di Berardinelli La poesia verso la prosa, Raboni la corregge così, alla luce del tragitto volponiano:

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Uno dei grandi temi della letteratura italiana di questo ultimo mezzo secolo, dalla fine della guerra in poi, è proprio il rapporto tra prosa e poesia: rapporto intimo, necessario. E’ stato detto (…) che dal ’45 in poi alcuni dei maggiori poeti italiani, di varie generazioni, vanno verso la prosa, cioé abbandonano l’essenzialità lirica che è stata tipica della poesia italiana degli anni ’30 per andare verso una maggiore compromissione con la prosa, una ibridazione con la prosa. (…) Da questo punto di vista l’opera di Volponi è certamente sulla stessa linea di tensione, ma nello stesso tempo rappresenta qualcosa di peculiarmente diverso. (…) Non avviene (…) un’inclusione della prosa nella poesia (…); avviene in qualche modo il rovescio, ossia che la prosa, subito, dal suo nascere fino alla fine, si nutre potentemente dei succhi dell’espressività poetica. Basti pensare all’alto tasso di figuralità della sua prosa: in genere si può distinguere tra poesia e prosa proprio per un maggior tasso di figuralità, di metaforicità della prima rispetto alla seconda. In Volponi oserei dire che la prosa è quasi più figurale della poesia.
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Analogamente, secondo Fortini, « il meglio di Volponi – consiste in una – capacità di accensione e nel medesimo tempo di “scarto”, quasi surrealista, dalla d’altronde consistente struttura logica del messaggio».
Volponi ha esordito come poeta nel 1948, è poi passato negli anni Cinquanta attraverso la scuola di “Officina”, da cui ha ereditato la pasoliniana tendenza allo sliricamento e al poemetto narrativo, ha infine trapiantato in vari modi nel romanzo la propria vocazione poetica:
1)gli “irregolari” personaggi volponiani spesso si esprimono in versi. Gualtiero, il ribelle de La strada per Roma ricorda che da burdel la cosa che più lo ha commosso sono state le rime con cui Scalabrinio al circo si sottraeva alle bastonate; Albino in sanatorio pronuncia “tra labbra e denti” le rime, “dolci catene” e “litanie dei (suoi) dolori e della sua vittoria”; Anteo e Gerolamo studiano le parole, le ordinano secondo il suono.
2)Tra Le mosche e Con testo a fronte è noto come esista un fitto interscambio: a esempio in poemetto di un dirigente scritto sul verso del progetto aziendale di Saraccini e, viceversa, il poemetto Insonnia. Inverno 1971 ritrascritto interamente in prosa.
Tuttavia, tale trasfusione non annulla né altera l’autonomia del fare poetico volponiano: una volta divenuto un grande narratore, Volponi continuò a scrivere versi, e, accanto alla stesura delle due prove narrative più complesse1, è attiva un’importante officina poetica che darà risultati tali da alterare «la stessa disposizione gerarchica della nostra poesia contemporanea».2 L’avvio di questo “secondo tempo” della poesia di Volponi va individuato in La durata della nuvola e in Canzonetta con rime e rimorsi, due poemetti del 1966 aggiunti a Foglia mortale nel volume Poesie e poemetti 1946-66. Qui compaiono vistose novità strutturali: il personaggio pedagogico dell’interlocutore-bordel e il primo affiorare dei richiami fonici cantilenanti. Il proprio “primo mestiere” dirigenziale è inoltre demistificato in versi con un’ironia corrosiva e autopunitiva («il devoto dirigente») che preannuncia già la creazione della figura di Bruto Saraccini ne Le mosche del capitale.

Fra scrittura automatica e autotrascendimento razionale, si installa un corpo a corpo furibondo, motore primo del rovello mentale e stilistico di Volponi: la stessa pulsazione fonica, che qui fa il suo esordio, coabita con un veemente impulso eteronomo.
Pier Vincenzo Mengaldo, nel suo saggio sulla rima nella poesia di Volponi (nota 3), rileva come la cascata delle rime nel secondo tempo della poesia volponiana sia figura ritmica omologa all’accumulo caotico nelle prose. L’iteratività del Volponi poeta diviene monologo, prigionia, coazione a ripetere: “accavallarsi di masticazioni potenti e insieme impotenti del mondo”. In Volponi l’uso sovrabbondante della rima non è ironica, di specie crepuscolare, ma caustica e implica la convivenza drammatica di primordialità naturale e contadina e di tecnificazione capitalistica. Volponi per Mengaldo “è sempre dentro di sé”, eppure nella prosa il lirismo disaggregante, anziché polverizzare i testi, come accade nel frammentismo vociano, li ristruttura e li potenzia, quanto a coerenza narrativa. E’ questo il vero segreto della scrittura di Volponi, che dovrà essere ancora indagato. Il periodo che s’impasta vischioso, il campo metaforico della luce, la voracità sensoriale, l’animazione dell’inanimato: tutto ciò non destruttura ma potenzia la narrazione, grazie all’adozione di un punto di vista insieme cogitante e delirante e grazie alla scelta, quale oggetto del narrare, di un grumo storico e psichico non risolto: l’equivalenza fra apocalisse dell’io e trauma socialmente sostanziato, quello della repentina modernizzazione italiana, delle sue potenzialità e dei suoi esiti.

Come ha scritto perfettamente Giulio Bollati, Volponi è tra i pochissimi scrittori italiani capaci di esplorare la landa sconosciuta che si chiama modernizzazione:
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In Volponi la modernità industriale si interiorizza in un misterioso impulso all’unicità di pensiero, senso, materia.
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Davanti alla modernizzazione, Pasolini avvertiva angoscia e nostalgia, Vittorini acritica adesione, Calvino freddo disincanto. In Volponi invece convivono (e questa dualità è fondamento di tutte le altre) progetti costruttivi e pulsioni distruttive, in lui coesistono in cortocircuito utopia e annientamento. Volponi salvaguarda dunque l’ambivalenza, la contraddittorietà della letteratura, ossia la sua dignità, in un’epoca fieramente avversa alla categoria della dialettica e disposta a sfigurare la letteratura degradandola a puro intrattenimento. La sua scrittura è grande perché è irriducibile all’univocità dell’ideologia, perché dà voce a ciò che l’ideologia nasconde. E ciò, grazie alla accanita difesa – dentro e fuori dei romanzi – delle ragioni non sempre coscienti o consapevoli della poesia. In un’intervista a Filippo Bettini, pubblicata in «L’Unità» del 23 settembre 1995, Volponi, interrogato sul modo in cui viveva il rapporto tra il suo fare poetico e narrativo, infatti rispondeva:
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Per me la poesia, a differenza della prosa, non ha tempo preciso, né può caricarsi di valori di contemporaneità in senso stretto. Coglie un momento, lo svuota e lo brucia, ma non può svolgerlo nel continuum di una durata, nel più ampio respiro di una progressione lineare. Qui è la differenza dalla prosa. Quando scrivo un romanzo, intraprendo sempre l’attraversamento di un arco temporale che comprende, compone un giudizio sulla propria materia e la costruisce, la decanta, la analizza.

1 L’elaborazione di Corporale e de Le mosche del capitale richiese complessivamente un ventennio, occupando rispettivamente gli anni 1966-1974 e 1977-1989.

2 G. Gramigna, «Con testo a fronte», in «Alfabeta», n. 90, 1986.

3 Nel citato fascicolo di Istmi, pp. 371-383.

Parte prima. 

Parte seconda. 

Davide Zizza – La sottile empatia

 

La sottile empatia

 

Di questa nostra vita qualche accento

Riaffiora; e già è un lontano

Nella notte, di musica, sentire

Mi metto all’ascolto di questi versi recuperati dai miei appunti, cerco di modularmi al loro senso, me li ripasso come una piccola preghiera del cuore. Poi la spinta a ripescarli in un libro mi fa cacciatore fra gli scaffali, mentre il mio studio si riempie in ogni angolo della suite di Marianelli. Dove l’avrò messo? Lo troverò? Sicuro che non l’avrò lasciato a casa da mamma prima di sposarmi? Poi uno sguardo d’intorno e lo scovo sul secondo scaffale in alto a sinistra, in piedi, è in copertina semirigida; l’alone sul risguardo rivela un cerchio di colore marrone – non volendo vi poggiai la tazza di caffè una notte di lettura. Sembra un timbro da biblioteca comunale! Sa di vissuto, il mio. Lo annuso, lo sfoglio, voglio rileggerlo, ma prima cerco i versi che mi hanno acceso. Sono le liriche di Kavafis, e i versi sono tratti dalla poesia Voci. L’impasto della carta al tocco è un’accensione di memoria – rendo grazie a Proust e alla madeleine! – e l’incontro fra dita e pagina è fruscio, erotismo, arpeggio.

E sento che accade, proprio lì, in quel punto di vuoto nella mia mente, una reminiscenza, la stabile vertigine quando toccando un libro ristabilisco un’empatia. Lo percepisco. No, per carità, non si tratta di parlare dell’amore per i libri, più si parla di questo amore infinito e meno se ne leggono. La sottile relazione che intercorre fra l’oggetto in-animato e il contatto del lettore – quella conta! Ciò che sta fra libro e lettore.

Quando tocco un libro, accedo ad una storia universale che comincia ad appartenermi; ripetuto nel tempo, il contatto riporta in superficie e amplifica la mappa degli attimi connessi alla lettura. Il suo corredo ornamentale e pratico – la consistenza delle pagine, l’organizzazione del testo, l’odore che emana, i colori della copertina – diventa sollecitazione (o ‘solletico’ per dirla con Spinoza) ad un meccanismo di recupero personale e intellettuale. Quindi il libro non è solo un contenitore di riferimenti culturali, mi ricollega ai momenti in cui quegli stessi riferimenti culturali hanno agito in me, sul mio modo di pensare, sulla mia coscienza. L’empatia ristabilisce una continuità con il libro e con un me stesso del passato. L’oggetto spinge alla funzione memoriale, convoglia sulla percezione i flussi sotterranei della mente e i flash della riflessione. In un certo senso è come diventarne coautore senza averlo scritto. Alla lettura do’ un tocco, un sigillo personale! Come altri oggetti saturi del mio essere, mi ricorda cosa esso rappresenti tuttora e chi fossi io quando l’ho letto la prima volta. È una risonanza nel contatto; nel toccare quel libro sento e rivivo.

“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me. La bevanda l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, ma con sempre minor forza, la stessa testimonianza che io non riesco a interpretare e che vorrei almeno poterle chiedere di nuovo ritrovandola subito intatta, a mia disposizione, per un chiarimento decisivo. Poso la tazza e mi volgo verso il mio spirito.” (M.Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di G. Raboni, Mondadori, p. 56; i corsivi di questo estratto sono miei)

Trasalimento, ricerca, riconoscimento, epifania sono i momenti che caratterizzano la rivelazione, così indica Proust. In egual modo ricomporre l’empatia con un libro tramite il contatto significa avviare un percorso che riporta a se stessi, funge da viatico in un cammino di conoscenza che supera il libro stesso, ma lo lega per sempre al senso della consapevolezza. La rilettura di conseguenza rinnoverà la coscienza e produrrà quel meccanismo di riscoperta in cui confluiranno l’esperienza personale da una parte e quella culturale dall’altra.

Non credo di sbagliare nell’affermare che costruire man mano una libreria è come scrivere un romanzo o un saggio sulla lettura – una lettura progressiva – il cui argomento è la relazione di continuità con l’opera che ha scavato la propria coscienza per poi riempirla di idee, di scintille.

Davide Zizza