Quilibri

Andrea Longega – Finìo de zogàr

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Andrea Longega – Finìo de zogàr – ed. Il Ponte del sale 2012

“La soferenza xe una sola. / Nei giovani, nei vèci / nei maschi e nele fémene. / Gavemo tutti el stesso viso / in un lèto de ospeàl.” Questa poesia delicata e struggente apre la parte centrale del bel libro di Andrea Longega, intitolata “El tempo de i basi”. Cuore del libro dedicato alla memoria della madre del poeta, che racconta con una leggerezza che sa di miracolo: la malattia, il ricovero in ospedale, le ore che scorrono inesorabili dal punto di vista del figlio e della madre, l’affetto, l’abbandono, la nostalgia. La musicalità del dialetto veneziano è esaltata dalla precisione dei versi di Longega, la poesia qui accarezza e diventa corpo stesso del lettore, che non può non immedesimarsi e commuoversi. Tutto il libro è retto da un equilibrio perfetto, poesia che emoziona ma che ragiona, l’autore non è mai in eccesso, mai sopra le righe ed è proprio per questo ci tocca nel profondo. La raccolta è un viaggio tra i ricordi: “Me par come / dovesse sempre / sonar el telefono / mi tirar su / e sentir la to vòse.”, soprattutto un’esplorazione, un dentro e fuori, tra la vita interiore del poeta e il mondo che lo circonda. La laguna veneziana, Murano, sono presenti in maniera fortissima, quasi se ne sente l’odore. “El sol contro i cornizoni / sui muri alti de l’Arsenal / e soto xe l’ombra / freda de Novembre / le coverte ligàe co i spaghi / intorno ai motori / vèci de le barche.”  Le stagioni, il loro peso, una bellissima, irrinunciabile malinconia, tutto contribuisce a comporre il mosaico di Andrea Longega, un “tutto” detto a voce bassa. Vivian Lamarque nell’introduzione al libro scrive: “Vanno e vengono come le onde del mare i versi di Andrea Longega”. Si resta legati a queste pagine, presi dalla forza di una lingua universale come lo sono i dialetti, le radici, come la salsedine che ti resta addosso dopo il primo bagno a inverno appena scontato, che pizzica ma che non vorresti togliere.

©Gianni Montieri

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Da picolo no go mai scavalcà i mureti
né slargà da sóto le redi
par entrar ne i orti a rubar l’ua
o i àmoli rampegà su i alberi.
E sì che l’orto quelo più grando
lo gavevo là – de là da i véri
alti de la fornasa – ma dopo le quatro
a giugno niente me fasseva saltar
zo tra le erbe alte, restavo invense
a vardar dentro
ne i forni el fògo, a ‘scoltar
quel so bel rumor che imaginavo
dovesse far anca de nòte le stéle
e tuto intorno i scagni, i séci, le càne lustre
e nel cantón dove i se spogiava
le canotiere, le savàte nere de i operai
el straniamento par la prima volta
davanti a le copertine tacae su i muri
le pagine de i Skorpio,co le done nue.

Da piccolo non ho mai scavalcato i muretti | né slargato da sotto le reti | per entrare negli orti a rubare l’uva | o le susine arrampicato sugli alberi. | E sì che l’orto più grande | l’avevo là – di là dai vetri | alti della fornace – ma dopo le quattro | a giugno niente mi faceva saltare | giù, tra le erbe alte – restavo invece | a guardare dentro | nei forni il fuoco, ad ascoltare | quel suo bel rumore che immaginavo | dovessero fare di notte anche le stelle | e tutto intorno gli scanni, i secchi, le canne lucide | e nell’angolo dove si spogliavano | le canottiere, le ciabatte nere degli operai | lo straniamento per la prima volta | davanti alle copertine attaccate sui muri | le pagine di Skorpio,con le donne nude.

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Sédese giorni a Venessia miss Nancy
with the dollar very weak te vedo
incantàda davanti ai quadri in giro
par ciése e musei ti disi a 81 ani
sarà par l’ultima volta ma chi lo sa
ti me par cussì bela miss Nancy
in the morning having breakfast
co le man che te trema
al Floriàn.

Sedici giorni a Venezia miss Nancy | with the dollar very weak ti vedo | rapita davanti ai quadri in giro | per chiese e musei dici a 81 anni | sarà per l’ultima volta ma chissà | mi sembri così bella miss Nancy | in the morning having breakfast | con le mani che ti tremano | al Florian.

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«Dighe che ‘l vada pian

che me manca ancora un ocio»

De matina presto in batèlo
le done se dà
el truco sul viso
ingrotoìe dal fredo le briga
svelte co specéti e penèli
e mi là davanti sentà
speto che riva
el momento crucial
co le ga da tirar – contro onde
e atràchi sbagliai –
drita quela riga fina
a la base de i oci.

Di mattina presto in motoscafo | le donne si truccano | il viso | intirizzite dal freddo armeggiano | svelte con specchietti e pennelli | e io là di fronte seduto | aspetto che arrivi | il momento cruciale | quando devono tracciare | – contro onde | e attracchi sbagliati – | dritta quella linea sottile | sotto gli occhi.

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Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

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::::::::::::::::::::::::::::::::::a Diego

In fondo al campo
porsèi e cani serai insieme
da drio le rédi, più zo le galine
a rassolar tra le piere,
tra le gambe el gato rosso
co na recia scortegada e intorno la casa,
la vècia dise, le péste de la vólp
e ‘l pensier de l’orso.

Tuto un inverno
– na vita? – che xe un miracolo
fato solo de bestie
e de neve, e mi che so bon solo
a pensar e veder
che le savàte bele
de feltro ai pìe, qua fora,
a far fatùre, ghe deventa nere.

In fondo al campo d’erba | cani e maiali chiusi insieme | dietro le reti, più giù le galline | a razzolare tra le pietre, | tra le gambe il gatto rosso | con l’orecchio scorticato e intorno alla casa, | la vecchia dice, | le orme della volpe | e il pensiero dell’orso. || Tutto un inverno | – una vita? – che è un miracolo | fatto solo di bestie | e di neve, e io che riesco solo | a pensare e vedere | che le ciabatte belle | di feltro ai piedi, qui fuori | a far mestieri, le diventano nere.

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Che stupido l’ocio del poeta
che co ti te alzi dal lèto
finìo de zogàr
de ti varda i pìe bianchi
el segno
de i calzéti su le caviglie.

Che stupido l’occhio del poeta | che quando ti alzi dal letto | finito di giocare | di te guarda i piedi bianchi | il segno | dei calzini alle caviglie

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Ancora quasi a quaranta ani
fasso le scale drio de ti.
La braga che se alza ad ogni scalìn
te segna la gamba magra, gamba de chi
ga fato poco sport, e mi – diverso
anca in questo – sèro la fila,
drio de ti.

Ancora quasi a quarant’anni | salgo le scale dietro a te. Il pantalone che si alza ad ogni scalino | ti segna la gamba magra, |gamba di chi | ha fatto poco sport, ed io – diverso | anche in questo – chiudo la fila, | dietro a te

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Nota: questa recensione fu pubblicata in origine sulla rivista QuiLibri nel 2012

Alessandro Bertante – Estate crudele

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Alessandro Bertante – Estate Crudele –Rizzoli 2013 – euro 17,00 – ebook 11,99

 

L’estate del 2003 è stata una delle più calde degli ultimi anni. Per Milano fu un’estate soffocante, l’aria sembrava fosse stata trasportata da un’altra parte. Il respiro era diventato qualcosa che con il capoluogo lombardo non aveva più niente a che fare. Dentro quell’estate, in uno dei quartieri più popolari di Milano, quello a nord di Piazzale Loreto (Turro, Viale Monza, Via dei Transiti, Viale Padova, Via Crespi), Alessandro Bertante ha ambientato il suo nuovo, importante e decisivo, romanzo. Milano è una città  involuta, diventata ormai l’ombra di se stessa. La periferia non è altro che uno degli specchi di questo nulla. Bertante sceglie il caldo per raccontare il disagio, le rovine di un luogo e di un tempo. Il caldo è più funzionale della pioggia, perché il caldo fa sentire meglio la puzza. La puzza di fogna. Alessio Slaviero, il protagonista, ha studiato da antropologo, il suo spessore culturale è elevato. Slaviero spaccia droga. Consuma benzodiazepine e molto alcol. Vive qui, nelle vie dove tra casa e topaia non c’è alcuna differenza. Il quartiere una volta è stato luogo di botteghe, di artigiani, di piccole fabbriche. Zona di non trascurabile rilevanza storica. Fuori i nativi dentro i meridionali, via i meridionali dentro i sudamericani, gli arabi, gli africani, i cinesi. Nessuno è destinato a lasciare traccia, in queste stradine si consuma una disperata lotta di sopravvivenza. Ma è una sopravvivere tra morti. Il calore terribile si abbassa  denso e in quella densità cupa e putrida non c’è speranza, non c’è più alcuna ragione che giustifichi l’esistenza di qualcuno. Alessio si aggira stanco, disilluso, arrabbiato. Porta addosso un peso che è la propria vita. Si muove squallido tra personaggi squallidi. Lui lo squallore lo cerca, se lo infligge. Non scappa da nulla, è la rappresentazione dell’uomo che una volta affondato scava la sabbia per sparire ancora più giù. C’è qualcosa di vivo che torna però, uno sguardo al balcone di fronte, la debolezza di una carezza. “Il sangue, a vederlo da vicino, è sempre più scuro di quanto s’immagini.” Una frase chiave. Bertante guarda da vicino: gli uomini, il declino, sono osservati con la lente di ingrandimento. Raccontati mentre la loro fine accade. Estate Crudele è un bellissimo romanzo, di lucida potenza. La scrittura di Bertante è ricca, colta, mai banale, incisiva, brillante e devastante. Il romanzo si legge molto rapidamente ma costringe a ritornare su alcune pagine come se lasciasse addosso la voglia di cercare, il desiderio di capire di più. Alessandro Bertante ha più o meno l’età del protagonista (Slaviero è un quarantenne), chi sono questi uomini nati tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta? Quali sono gli accadimenti politici, sociali che ne hanno condizionato le esistenze e poi la scrittura. Cosa non è accaduto? Questo libro tira i fili di un inesorabile declino, quello di un tessuto urbano che fagocita tutto in un’unica voragine di indifferenza e solitudine. “Io sono solo, sconfitto, imprigionato e ingannato tutti i giorni di questa estate rovente. Non vuole finire. La finestra spalancata cerca l’aria ma nella stanza entra solo il frastuono della strada. Gente che grida coprendo il basso continuo dei tubi di scappamento, dei motorini eccitati, delle utilitarie bloccate nel traffico.” Cruel Summer è la canzone beffarda che accompagna le giornate di Alessio, ma anche in un’estate così terribile a un certo punto piove, il momento in cui la puzza diventa odore.

© Gianni Montieri

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recensione uscita per la rivista QuiLibri (numero 18 – luglio/agosto 2013)

Don De Lillo – L’angelo Esmeralda

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Don Delillo – L’Angelo Esmeralda – Einaudi 2013

 – Sono felice, – dichiara. Queste parole sono pronunciate con una irrevocabilità molto pragmatica, e questa semplice affermazione ha su di me un effetto profondo. A dire il vero mi spaventa. In che senso è felice? La felicità non è forse completamente al di fuori del nostro sistema di riferimento? Come può pensare che sia possibile essere felici qui? Vorrei dirgli: «Questa è solo una forma di convivenza, una serie di compiti più o meno di routine. Esegui i compiti che ti sono stati assegnati, fa’ i tuoi test, controlla le varie liste delle cose da fare».Vorrei dire: «Lascia stare la misura della nostra capacità visiva, la portata delle cose, la guerra stessa, la morte terribile. Lascia stare la notte che tutto copre, le stelle viste come punti statici, campi matematici. Lascia stare la solitudine cosmica, l’emergere di sbigottimento e terrore dal profondo del nostro essere«. Vorrei dire: «La felicità non rientra negli eventi della nostra esperienza, almeno non fino al punto di avere la faccia tosta di parlarne».

I due uomini che parlano stanno viaggiando nello spazio in un’epoca non molto distante dai giorni nostri. Sulla terra, la terra che osservano da lontano, si sta svolgendo una guerra, una guerra alla quale la gente si è già abituata. Questa narrativa infallibile è quella di Don DeLillo, il racconto è il secondo dei nove che compongono lo stupefacente L’angelo Esmeralda, la prima sintesi di storie brevi in tanti anni di quello che è considerato (insieme a Roth) il più grande scrittore americano vivente e non solo. Ancora una volta, l’ennesima, andiamo a lezione di scrittura da DeLillo, anche sullo spazio breve riesce a tracciare storie universali, che pur essendo ambientate in un tempo a noi prossimo, sembrano travalicarlo il tempo, anticiparlo. Per questo quando si leggono questi racconti, che ci si trovi nel Bronx o alle Barbados, la sensazione è spesso quella di fluttuare. Restiamo, di volta in volta, sospesi sopra le pagine in attesa che lo scrittore, a un capoverso, a un cambio di battuta  in un dialogo, ci prenda per mano e ci conduca dove desidera. In un mondo che va oltre la realtà perché la anticipa, cosa che DeLillo ha sempre fatto nell’arco di tutta la sua opera. C’è qualcosa di inafferrabile in queste storie, qualcosa che i protagonisti non riescono, o non vogliono più, controllare, così si muovono in una gigantesca bolla d’aria dove le cose accadono al rallentatore. Assisteremo a un miracolo:  una bambina violentata e uccisa apparirà di notte, alla luce dei fari di un treno, su un cartellone pubblicitario del Bronx. Leggeremo di uomini che intavolano discussioni quasi filosofiche in un carcere di minima sicurezza, rinchiusi per reati finanziari non usuali. Come l’uomo che non paga le tasse per semplice indolenza, perché l’atto di pagarle rappresenta un fastidio paragonabile al lavare i piatti, o rifare il letto. Poi sconosciuti che si incontrano in un museo, persone apparentemente normali ma disorientate e disorientabili, spaventate. Poli destinati ad attrarsi e respingersi. Inoltre, solitudini. Un uomo che passa la sua giornata andando al cinema dalla mattina alla sera, attività insolita all’interno della quale lui vive il suo equilibrio, che rischierà di perdere per inseguire una donna che ha la sua stessa passione o malattia? La costruzione dei racconti è perfetta, il salto rapido alla Carver, i dialoghi, i finali inevitabili ovvero apertissimi. DeLillo non sovverte lo stato delle cose, ma lo racconta o lo anticipa. Magnificamente.

© Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 16 della Rivista QuiLibri

Alberto Cellotto – Pertiche

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Alberto Cellotto – Pertiche – La Vita Felice – 2012

Due delle possibili chiavi di lettura del bel libro di Alberto Cellotto, potrebbero essere: la terra (o Luogo) e il ricordo. Presi singolarmente questi due elementi lascerebbero pensare, semplicemente, a qualcosa di molto personale e particolarmente legato alle origini del poeta e, questo,sarebbe corretto se guardassimo soltanto ai punti di partenza di Cellotto.  “Così per quanto ne sanno  / questi giocatori soli / di sera, si può chiedersi ugualmente:  / vero che è bello qui? Che stiamo  / bene e manca solo quello che manca?” I luoghi del passato (recente o distante, si veda il poemetto sulla Prima Guerra Mondiale) sono quelli del Nord-Est, i ragazzi di adesso sono i soldati di allora. Lo scatto in avanti del poeta è consentire a chi leggerà (a qualunque latitudine appartenga) di sentire la stessa appartenenza, la stessa (a volte) poca speranza, la malinconia, la rinuncia a qualcosa che mai verrà, presente in questi versi. C’è poi qualcosa in più (che è spesso la differenza tra un libro e un ottimo libro): riuscire a leggere anche tutto quello che l’autore lascia fuori dai testi. Io ho avvertito (e credo di non sbagliare) una fatica dello stare al mondo in  un certo modo, l’oscillazione, terribile e dolcissima, tra il tenere i piedi per terra e spiccare salti nell’aria. Cellotto ci  mette in mano una matita con cui unire i puntini di un “insieme” non facile da realizzare ma necessario. “a questo cerchio di mattine e sere, / a quello che tutti non abbiamo detto / per paura.”

© Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 16 della rivista QuiLibri

Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

immagine google

Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

“Cerco di scrivere ogni racconto meglio che posso senza pensare a  chi influenzerò o a che tipo di impressione farò”. Prima di mettermi a scrivere questo articolo ho riletto alcuni racconti di Raymond Carver, scelti a caso in diversi libri, pensavo che dopo tante letture riuscissi a mantenere un distacco “tecnico”, ma non è così: Leggendo Carver si prova il classico colpo al cuore. Solo che qui il romanticismo non c’entra niente. Il colpo al cuore è scatenato da una miscela di ingredienti, che proverò ad analizzare per recuperare quel distacco tecnico necessario all’oggettività. Nessun gesto è casuale. I personaggi di Carver sono disposti nella scena (che si tratti di Motel, Abitazione, Bar, Automobile, Ospedale) in maniera precisa è qualunque gesto compiano non è mai per caso. Ogni azione racconta l’azione stessa ma anche altro. Se un uomo o una donna stanno lavando posate e bicchieri, non staranno mai facendo solo quello. Le posate saranno lavate con lentezza e asciugate meticolosamente, oppure molto in fretta, sgrassate poco, appoggiate sul lavello alla rinfusa. Ampliamo la scena. Una donna torna a casa dal lavoro, suo marito è in salotto, sta seduto sul divano, guarda la Tv su un canale qualsiasi, ha in mano un bicchiere da cui ha bevuto gin o scotch, ce lo dicono il cubetto di ghiaccio rimasto sul fondo, ce lo dice la sua barba incolta, gli occhi nel vuoto. Ce lo dice la sua donna che entra e non dice “Ciao”. Questa scena potrebbe stare in una prima pagina di un racconto di Carver. I due personaggi non avrebbero ancora parlato, avremmo visto solo un quarto della casa ma sapremmo già molto, quasi tutto quello che serve al prosieguo della storia. Vediamo i protagonisti, sappiamo che qualcosa sta per accadere, prima che accada. Carver ce lo ha già detto. I dialoghi a tre o più persone. In molti racconti di Carver siamo messi di fronte a conversazioni svolte tra più persone, solo per accennarne un paio, vi rimando alle cene di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” (dalla prima raccolta dello scrittore americano quella dei famosi tagli di Gordon Lish, uscita in Italia per Minimum fax e poi nella versione senza tagli Principianti per Einaudi) e di “Penne” (il racconto che apre Cattedrale, forse il suo capolavoro). Credo che scrivere un racconto con quattro attori che dialogano seduti a tavola e, contemporaneamente, narrarci le loro vite, farci vedere tutto quello che c’è oltre quel tavolo, quella stanza, il loro passato, il presente e, addirittura, il futuro, sia una delle cose più difficili da fare. Nel primo dei due racconti, che ho citato, i personaggi conversano rapidamente, tutti e quattro, come nella realtà, mentre lo fanno riempiono e vuotano i bicchieri, la luce nella casa cambia, le voci si impastano. Le emozioni salgono, le loro commozioni, i rimpianti, i dolori, le convinzioni sovvertite diventano le nostre, stiamo dalla loro parte, siamo loro in un finale che comincia a scriversi dalla prima parola, perché il finale classico nei racconti di Carver non c’è. Tutto quello che c’era da vivere, comprendere, immaginare è già venuto fuori, prima dell’ultima pagina che non è meno importante di tutte le altre ma lo è come tutte le altre. Tutti racconti di Carver sono incipit e finale nello stesso tempo, lo scrittore americano mette sul tavolo tutti gli elementi dall’inizio, poi li dispone, li elenca ma tutto è già lì. Nessun trucco (come amava dire lui) e massima onestà verso il lettore. L’importanza delle parole. In una delle sue frasi maggiormente citate, Carver sottolineava come le parole fossero tutto quello che abbiamo e per questo bisognava usarle con la giusta cura, senza sprecarle (che non vuol dire risparmiarle). L’uso che egli fa delle parole è pressoché perfetto. I termini sono precisi, le descrizioni impeccabili, gli aggettivi usati solo se necessario. Si ha la sensazione, leggendo, che ogni singola parola non potrebbe essere in alcun caso sostituita da un’altra. Raymond Carver scriveva nei suoi manuali e raccomandava ai suoi studenti di scrittura creativa di non usare due parole laddove ne sarebbe bastata una. Questo non vuol dire essere minimalisti (minimalista era Lish, il suo editor), Carver, così come lo definì Foster Wallace, era un artista della parola. Sapeva scegliere quali usare e a quali rinunciare. Per questo era anche un bravissimo poeta. La punteggiatura e la revisione.  Una volta conclusa la prima stesura di un racconto, Carver passava molto tempo a revisionarlo. Durante questa fase accorciava (a volte anche di parecchio) le storie, per tener fede a qualcosa in cui credeva molto: L’economia della parola. Toglieva i verbi, gli aggettivi, i sostantivi superflui. Cambiava. Controllava in maniera maniacale la punteggiatura (fedele ai dettami di uno dei suoi massimi ispiratori IsaaK Babel), un punto o una virgola messi al posto giusto valevano la salvezza dell’intero periodo e di quelli successivi. Si fermava solo quando si accorgeva di aver aggiunto qualcosa cancellato in precedenza. Era un chirurgo che aveva penna e cuore. La semplicità. La lingua usata da Carver è quella del linguaggio di tutti i giorni, egli credeva molto in questo. Pensava, però, che per ottenere quella “semplicità” bisognasse lavorare molto “per farla sembrare trasparente”. Gli uomini e le donne di Carver parlano la lingua dell’America delle piccole città, dei Motel, dei Camper, dei Market in mezzo al niente, ma quella stessa lingua la usano pure i medici, gli avvocati perché è “La lingua”, il solo linguaggio possibile quello più vicino alla verità. La pietà e l’umanità. Non si percepisce mai odio nei personaggi di Carver, al massimo un accenno di risentimento per qualcosa che non c’è più o che sta finendo. Figli che vivono a migliaia di miglia di distanza dai genitori, padri alcolisti, madri che non sanno prendersi cura dei propri figli, amori perduti e ritrovati, gli operai, i falegnami, i disoccupati. Questi sono i cittadini dei paesi di Raymond Carver, per le loro vite (per le vite di tutti loro) proveremo una sorta di compassione collettiva, a loro guarderemo con tenerezza. Perché è così che li guarda chi li ha inventati, senza cinismo, con umana pietà; con lo sguardo di chi sa che la vita può girare per il verso giusto o per il verso sbagliato da un momento all’altro, per molto poco. Per questo nessuno ha saputo raccontare gli Stati Uniti D’America degli anni settanta/ottanta come ha fatto Carver. L’America fuori dalle grandi città, quella dove accade poco del Sogno Americano, ma quel poco è un mondo fatto di anime che provano a stare in piedi come meglio possono, a volte si attaccano a una bottiglia altre a una stretta di mano, a volte a qualcuno che se ne è andato. Tutti presi a vivere il presente, un presente che è anche domani. Vi ricordate il pasticcere di “Una cosa piccola ma buona”? Come sembra bastardo e come cambia quando sa del bambino? Dopo gli vogliamo quasi bene. «Non sono un uomo cattivo, almeno non credo. Non sono cattivo come ha detto al telefono. Dovete cercare di capire che in fin dei conti il problema è che non so più come comportarmi, a quanto pare» […] «permettetemi di chiedervi se ve la sentite  in cuor vostro di perdonarmi». E lo perdonano, nel racconto non c’è scritto ma lo fanno. Un ultimo aspetto che mi preme segnalare, importante per noi italiani è la traduzione. Il traduttore italiano di Carver da sempre è Riccardo Duranti, a lui dovrebbero andare i ringraziamenti di tutti noi per aver reso quella lingua la nostra, per essere entrato, ancor prima che nelle storie, dentro il cuore dello scrittore. Mettendo insieme tutti gli aspetti della prosa che ho provato a spiegare qui (senza contare quelli rimasti fuori) si può forse comprendere “il colpo al cuore” di cui scrivevo all’inizio. Carver è così, ti toglie il respiro e ti commuove fino alle lacrime, attraverso un perfetto meccanismo di scrittura, una classe e un talento senza eguali, mediante l’onestà. Per questo dire di lui “Minimalista” è come dire niente. 

© Gianni Montieri

 

[questo articolo è stato già pubblicato nel numero 15 della rivista QuiLibri]

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Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio (pensando alla Città della Scienza)

Foto di Livesicilia.it

Foto di Livesicilia.it

XVI da (sud) in caso di morte

La morte a noi ci è sempre stata intorno
sepolta a tradimento sotto casa
aggiunta lentamente al nostro cibo
sui nostri pochi alberi, le panchine
le vecchie linee dei tram interrotte
binari arrugginiti, treni troppo lenti.

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Ieri notte un incendio ha distrutto la Città della Scienza di Bagnoli (Napoli). Non è ancora ufficiale ma l’incendio sembrerebbe di natura dolosa, sei i punti d’innesco. L’ennesimo passo avanti per la distruzione pianificata di Napoli. Guardando le immagini e leggendo i primi articoli mi è tornato in mente il libro di Ruggero Cappuccio “Fuoco su Napoli” di cui scrissi per la rivista QuiLibri un paio d’anni fa. Con gli altri redattori abbiamo pensato di pubblicare qui oggi quella recensione, perché fantasia e realtà, a volte si somigliano così tanto che distinguerle appare difficilissimo. Sono sovrapposte.

Nota: Per contribuire alla ricostruzione di Città della Scienza è disponibile il conto corrente, intestato a Fondazione Idis Città della Scienza – IBAN IT41X0101003497100000003256 – causale Ricostruire Città della Scienza – questo è l’unico conto corrente dove esprimere il vostro sostegno.

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Ruggero Cappuccio – Fuoco su Napoli – Feltrinelli 2010

“Al massimo tra cinque mesi Napoli finirà di esistere. Al massimo tra cinque mesi Napoli non ci sarà più”. Questo è l’incipit di “Fuoco su Napoli” il bel romanzo di Ruggero Cappuccio. È un incipit inquietante e bellissimo, l’autore ci fa entrare a Napoli dalla porta principale. Quella dell’eterno contrasto fra bellezza e disfacimento. La linea della sospensione perenne. La storia ci ha insegnato che a Napoli si vive così, in attesa che qualcuno ci salvi prima che qualcosa ci distrugga. La frase che apre il libro, se ci pensiamo un momento, è applicabile alla realtà in maniera critica. Nel senso che sono molte le questioni sociali che contribuiscono a rinchiudere Napoli in una gabbia costruita col malaffare, l’incuria, il lasciar perdere. Una gabbia pronta a esplodere. Cappuccio usa la realtà, la porta all’estremo, e inventa un romanzo duro e illuminante. Diego Ventre, il protagonista principale, racchiude in sé le due anime della città. Quella affascinante dell’arte, della bellezza, della cultura, dell’intelligenza vivace, è racchiusa nel Ventre avvocato ricco e brillante. Quella cupa, violenta, che controlla interessi economici, che delira per il potere, è rappresentata, stavolta, dal Diego Ventre avvocato (sempre) ma di camorristi, dal Diego che diventa lui stesso capo occulto di uno dei due clan camorristici maggiori. Nulla si muove in questa Napoli se Diego Ventre non vuole. Esercita un controllo politico/economico pressoché totale. In città sta per accadere qualcosa, i Campi Flegrei erutteranno e Napoli verrà pressoché cancellata. Naturalmente Ventre questo lo sa per tempo, e tenta di estendere il suo controllo sulla calamità che arriverà. Si organizza, muove i fili della più grossa compravendita immobiliare che sia mai stata concepita e progetta – a livello internazionale – la Ricostruzione della città. Il delirio di onnipotenza, il suo primo errore. Il secondo: l’innamorarsi, qui saranno un classico come la gelosia e di nuovo la voglia di controllo assoluto, la sete di vendetta, il dolore, a portarlo in basso. Tra gente viscida, uomini di potere, rispetto e guapparia, amore, una donna bellissima, una che lo è stata, nobili decaduti, Napoli fa la sua parte, aspetta la sua fine. “Cazzo. Bordello. Caffè. Ho fatto uno studio. Veramente. E’ una cosa seria. Sono le tre parole più usate a Napoli. Che cazzo stai dicendo, addò cazzo vai, nnun ce scassà  ‘o cazzo, ma che cazzo, ma chi cazzo se crede d’essere. È succiesso ‘nu burdello, abbiamo fatto ‘nu burdello, ma che è stu burdello […]. Pigliate ‘nu cafè, pigliammoce ‘o cafè,[…] è cosa ‘e cafè.[…] Poi, riflettete sulla parola sfaccimma: per dire che uno è un uomo da niente si dice che è uomo di sfaccimma. per dire che un uomo è dotato di straordinaria intelligenza si dice che è uno sfaccimma. Stessa parola per concetti opposti. Il regno dell’ambiguità. Voi mi dovete dire come deve funzionare una città dove le parole d’ordine sono queste da secoli e secoli”. Frasi pronunciate da un vecchio camorrista con tono da filosofo. Frasi che ben descrivono un certo modo di fare, di vivere, dei napoletani e di Napoli. Cappuccio governa una scrittura secca, veloce. Il linguaggio è curato, preciso. I personaggi sono riusciti, ben tratteggiati, dai protagonisti fino a quelli minori. Un romanzo scritto da chi conosce bene le dinamiche della città e dei suoi abitanti. Una storia inventata che cattura e regge fino alla fine. Quando saranno passati i cinque mesi cosa resterà di Napoli? Chi si salverà fra i protagonisti? Chi ha amato di più o chi non lo ha fatto per nulla?

Gianni Montieri

Mary Barbara Tolusso – Il freddo e il crudele

il freddo e il crudele cover

Mary Barbara Tolusso – il freddo e il crudele – Ed. Stampa 2012

Il freddo e il crudele sono, con ogni probabilità, due modi di rapportarsi alle cose. Dove freddo è lo sguardo, crudele sarà l’analisi. Due accezioni nel caso di Mary Barbara Tolusso, totalmente positive. Guardare alle cose dalla giusta distanza, regolamentarne il distacco attraverso un rigore intellettuale assai poco comune, permette alla poetessa di metterle in versi per quello che sono. Cose che vengono, ci attraversano, contaminano  e poi se ne vanno. A volte penso che l’amore assomiglia a quelle cose / che deve assomigliare a qualcosa che muore. La crudeltà è lucidità (spesso ironica) messa in versi. Lucidità che sa usare il corpo (come nota M. Cucchi in prefazione) in maniera totale, quasi ossessiva, per arrivare a disfarsene. Si ha una piacevole sensazione di “impersonalità” dell’autrice, solo empatica però. Perché per restituire impersonalità, bisogna essere bravissimi e molto ispirati. Bisogna aver “visto” la vita e averla vissuta. Il freddo e il crudele è uno splendido percorso in versi, a più trame. Un libro sicuramente di questo tempo senza l’ossessione di doverne narrare i mali. Una perfetta miscela tra citazioni colte (Proust, Raboni) e linguaggio quotidiano. Da leggere.

Gianni Montieri

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Di nulla possiamo lamentarci.
Ci siamo fatti largo nell’angusto
passaggio verso la feritoia
per decidere, infine, un attivo
controllo della respirazione.
È una quiete distesa dove
ognuno conduce, senza volerlo,
questo leggero movimento del corpo
con silenziosa, commossa
partecipazione dal terzo pianeta del sole.

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Del resto, e per una quantità di ragioni
nessun periodo del passato ci è tanto
ignoto quanto i due o tre decenni
che dividono i nostri vent’anni
da quelli di nostro padre. Perciò
può essere utile ricordare che nei tempi
cattivi si fanno orribili abiti e pessime
poesie seguendo gli stessi principi
dei tempi buoni; e che ogni giovane
uomo si impegna a distruggere i buoni
risultati di un’epoca nella convinzione
di migliorarli. Sempre, invece, hanno
adorato il sole, la salute e il culto
degli eroi non è mai stato chiamato
«sottouomo». Ma stavolta, diciamolo,
le cose si mettono al meglio,
c’è uno spirito di riforma e di felice
coscienza. I tempi non sono più
quelli del babbo, uno sboccio,
un’aurora, una piccola resurrezione.
Non si sentono cani ululare, né si vedono
palizzate sulle strade. Oltre la siepe
un’orma stanca risale, brilla sola.

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Esame di coscienza

Molte cose sono davvero stupide.
Per esempio quando ti incontro per caso
sentire le palpitazioni come fosse la prima
volta e anche baciare i tuoi pullover, dopo
tutti questi anni, non è una cosa proprio
seria. Sarebbe molto più semplice
non averti mai incontrato, quindi cambio
prospettiva e ti osservo dal bordo
del desiderio e dal bavero del disappunto,
ma la situazione non cambia.
C’è da chiedersi, in una situazione come
questa, che senso abbia scrivere poesie.

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Case a ringhiera

Penso alla semplicità dei giorni
al sorriso degli architetti

I

Ora le comprano gli ingegneri le botteghe
umide di una febbre da piccioni. Pareti
che di notte ti portano da uno che preme
un interruttore, dall’altro che fa cadere
una chiave. Ma puoi vedere le rovine
del mercato, di notte, riscattarti dal sonno,
spiare quello con la scopa in mano, che guarda
a terra, per cancellare i rifiuti.

II

Sono indebitata fino al collo. Sì, succede
spesso. Sì, è sempre stato così. Sogno
con fatica di morire, ma questa
morte qui, con i corpi protesi e scomodi
e l’agente immobiliare, è una versione
migliore, una fine che gode
di naturali precedenze. L’altra
non s’intende di scherzi. Non manca
di guastarci o far cadere un moscerino
in volo. La cosa più astuta, si capisce,
è valutare un prestito come fosse una cosa
seria e la scritta «Vendesi bilocale»
un’epigrafe pazza, adeguata.

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Nota: questa breve recensione è già stata pubblicata sulla rivista QuiLibri nel numero novembre/dicembre 2012

Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Roberto-Bolaño

Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa, forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). Roberto Bolaño, con i suoi occhialini, il suo sorriso gentile, il suo zainetto, i mille mestieri fatti prima di cominciare a guadagnarsi da vivere vincendo premi letterari, con la sua creatività, non può essere inserito in nessuno schema predefinito eccetto quello dei grandissimi, che sono tali perché diversi da ogni altro. Ma com’è la scrittura di Bolaño? Qual è lo stile di questo genio che sognava di diventare detective della polizia? Forse per rispondere in maniera adeguata si può provare a viaggiare attraverso le cinque parti in cui è diviso 2666. La parte dei critici: la prima parte, è quella che è maggiormente collegata a I detective selvaggi (Sellerio editore 2009), infatti, i quattro protagonisti (la Norton, Pellettier, Espinoza e Morini) ossessionati dal misterioso scrittore Benno Von Arcimboldi, ricordano per certi versi, Lima e Belano che cercano irrazionalmente la loro scrittrice preferita Cesárea Tinajero, ne I detective selvaggi, appunto. I quattro critici (che eccetto Morini, sono preda di  un triangolo amoroso) si muovono, facendo fatica a distinguere tra realtà e letteratura (forse una cosa sola?), sulle tracce di Arcimboldi. Qui la scrittura di Bolaño è molto vicina alla scrittura classica europea. La cura di certi dialoghi tra i quattro amici, certi gesti, ansie, un delicato non detto, oltre al profondo (ma mai presuntuoso) dispiego di cultura personale, fa sentire il sapore dei grandi romanzi europei (soprattutto francesi e tedeschi). Ma è qui che da una semplice frase, ancora una volta, ricaviamo il genio dello scrittore cileno: «I venti minuti iniziali ebbero un tono tragico in cui la parola destino fu usata dieci volte e la parola amicizia ventiquattro. Il nome di Liz Norton venne pronunciato cinquanta volte, nove delle quali invano. La parola Parigi risuonò in sette occasioni. Madrid, in otto. La parola amore fu pronunciata due volte, una ciascuno. La parola orrore venne pronunciata in sei occasioni e la parola felicità in una (la usò Espinoza). La parola decisione risuonò in dodici occasioni. La parola solipsismo in sette. La parola eufemismo in dieci. La parola categoria, al singolare e al plurale, in nove. La parola strutturalismo in una (Pelletier). Il termine letteratura nordamericana in tre. Le parole cena e cenare e colazione e sandwich in diciannove. Le parole occhi e mani e capelli in quattordici» (da 2666 edizioni Adelphi 2007/2009). Ovvero come innamorarsi di una storia dal suo inizio. La parte di Amalfitano: qui Bolaño introduce nel racconto uno dei personaggi più belli e controversi della storia della letteratura, il professor Amalfitano. La sua vita è, forse, un omaggio alla letteratura e alla storia latino americana (quella dei colpi di stato, dei conflitti più dolorosi, degli esili). Il traduttore di Arcimboldi resterà indimenticabile non solo ai lettori ma allo scrittore stesso che ce lo farà ritrovare (negli anni precedenti alle storie di 2666 nel romanzo postumo: I dispiaceri del vero poliziotto). Amalfitano, colto e romantico, perduto, controverso e meraviglioso. La parte di Fate: è il mirabolante racconto delle derive, miserie e disgrazie, della vita intorno alla frontiera Messico – Nordamericana. Entra nel romanzo Oscar Fate, giornalista, altra figura chiave del romanzo, che è inviato a Santa Teresa, in qualità di cronista sportivo, per seguire un incontro di Boxe e, invece, (ironia della sorte e dello scrittore) si troverà invischiato nella sanguinosa serie dei delitti che avvengono nella città messicana. Qui la cronaca vera (da cui prende spunto Bolaño) diventa invenzione letteraria pura, fusa, mischiata, strappata in mille pezzi e ricomposta come solo un grande scrittore sa fare. La parte dei delitti: questa è, con ogni probabilità, la parte più difficile da masticare e digerire del libro. Il poliziotto (o chirurgo) Roberto, ossessivamente elenca le ragazze uccise dal (o dai) serial killer di Santa Teresa, descrive in maniera agghiacciante i particolari, mette il lettore davanti ai cadaveri. Non è morbosità ma necessità perché non potrebbe fare diversamente, perché raccontandoci i cadaveri ci mostra le storie di povertà, di miseria, di condizioni di lavoro terribili, di abbandono, in cui queste ragazze vivono. E muoiono. A differenza di altri scrittori latino americani, Bolaño non avrebbe mai speso venti pagine sulla descrizione di un albero, ma cinque a descrivere un cadavere sì, se in quel corpo c’è anche la storia di una vita. La parte di Arcimboldi: qui troviamo la serie dei capitoli che ricongiunge le altre parti del libro tra esse, chiude il cerchio con l’inizio della storia e, in un certo senso, con l’intera opera di Bolaño, con la sua vita stessa. In tutte e cinque parti del romanzo (così come in tutta la produzione) non mancheranno mai: l’ironia tagliente, l’invenzione letteraria, il piacere e il talento di saper fondere quest’ultima con la cronaca, la storia bellissima e terribile dell’America Latina, la capacità di far innamorare il lettore dei personaggi, di detestarne altri, di descrivere minuziosamente le scene e di lasciarne immaginare altre della stessa importanza, di farti viaggiare da Torino a Parigi, da Parigi a Madrid, da Madrid a Santa Teresa, nell’arco di un solo paragrafo. Forse è questa la letteratura di Bolaño, un grande viaggio tra la vita e la morte, un’infinita Commedia umana, dove la morte reale non è scissa da quella inventata, dove la morte del presente è collegata alla morte del passato, dove la vita e la morte si fondono e confondono come l’andata e il ritorno. In un’intervista (su youtube), il premio Nobel Mario Vargas Llosa, parlando di Bolaño dice (tra le altre cose) che la grande popolarità, l’immensa influenza della sua scrittura, probabilmente, siano dovute (oltre che alla bravura) al fatto che lo scrittore cileno sia stato mitizzato. Credo, piuttosto, che il grande talento e la bellezza dei libri di Bolaño insieme alla purezza del suo pensiero l’abbiano reso un mito, non il contrario. Lo scrittore cileno ci ha lasciato pagine di inestimabile valore letterario nel periodo storico in cui, in maggior misura, si è avvertita l’assenza dei “grandi romanzi” ed è per questo e per mille altri motivi dovremmo ringraziarlo. Chiudo con la risposta che diede Bolaño alla Maristain, circa il peso che aveva avuto nella sua vita il fatto di essere nato dislessico. «No. Mi ha creato problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012).

Gianni Montieri

Articolo letto e commentato da gianni montieri 

Nota: articolo già pubblicato sul numero 13 della rivista QuiLibri

Michele Mari – Fantasmagonia

fantasmagonia

Michele Mari – Fantasmagonia – Einaudi 2012

 

Il personaggio, il protagonista reale di tutti i racconti di Fantasmagonia è: la letteratura. Letteratura con cui Michele Mari gioca e reinventa. Un percorso in cui il lettore sarà, di pagina in pagina, sfidato, in bilico tra il buio e il chiarore, l’affetto e le paure, gli incubi e i sogni. L’invenzione, appunto, e la realtà. Capiterà, in queste meravigliose storie, di imbattersi nel terzo fratello Grimm, in Borges e Omero (ciechi) che assistono alla finale dei mondiali di calcio Grecia – Argentina (il dialogo tra i due, che Mari crea, vale da solo il prezzo del libro), nell’intreccio tra Kafka e Pinocchio, il maestro balbuziente di Alice. Caprapelada e, poi, tre geniali riscritture de Il cielo in una stanza. «“Mi sembra un organo”, disse il padre mentre si avvicina commosso alla Thomaskirche di Lipsia. “No, è solo un’armonica”, lo si disillude spietatamente il figlio guardando un mendicante.» La nota nella quarta di copertina recita (tra le altre cose): «Michele Mari chiama a raccolta tutte le sue ossessioni: l’infanzia, i mostri, le nevrosi numerologiche, eccetera». Questi racconti, però, mostrano pure le nostre ossessioni, le nostre paure, i nostri fantasmi. L’intro dell’ultimo racconto (che chiude l’incubo cominciato col mostro della prima storia) è questo: «Per fare un fantasma occorrono, una vita, un male, un luogo. Il luogo e il male devono segnare la vita, fino a renderla inimmaginabile senza di essi. Il luogo dev’essere circoscritto, con confini precisi; più che un luogo, una porzione chiusa di luogo: preferibilmente una casa». Queste frasi racchiudono bene il senso di tutto il libro e il punto in cui vuole condurci lo scrittore: stanare i suoi e i nostri fantasmi. Ognuno di noi ha i propri fantasmi e se li porta dietro da sempre, che questi siano letterari o meno. Le storie di Michele Mari sono bellissime, colte e avvincenti. Quando la fantasia si fonde con la conoscenza, con la passione, con la semplicità e ricchezza di linguaggio, ci si trova davanti alla grande letteratura, qualcosa che resterà. Non è facile trovare libri che si ha voglia di rileggere, quasi subito e più volte, Fantasmagonia è uno di questi. Mari si concede il privilegio di scherzare con la letteratura, di usarla a suo piacimento, di riscriverla. Di scriverla. Michele Mari è scrittore unico e prezioso, qualcuno da ringraziare di tanto in tanto. Si entra e si esce da un racconto all’altro e si sta sospesi, proprio come quando da bambini i nostri genitori ci leggevano le fiabe o i nonni ci raccontavano le storie, in attesa della prossima parola. Quella indispensabile, l’ultima, quella prima della buonanotte. Solo che alla fine di questi racconti non si ha voglia di dormire ma voglia di leggere, di scavare ancora, in cerca del prossimo fantasma, che sia Rimbaud o Isotta, della prossima storia. «Non aprite quella porta. E io la apro. Non varcare quella soglia. E io la varco. Non nuotare nel mare di Amity. E io ci nuoto. Non andare ad Amityville. E io ci vado. Non accogliere l’husky nella base artica. E io lo accolgo. […] Non andare in ostello in Slovacchia. E io ci vado. Non cercare le case dalle finestre che ridono. E io le cerco. Non andare nel bosco della strega di Blair. E io ci vado. Non aprire l’armadio dell’uomo nero. E io lo apro. Non guardare la cassetta di the ring. E io la guardo. Non salire al castello del conte Dracula. E io ci salgo…»

© Gianni Montieri

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articolo uscito sul numero 12 della rivista QuiLibri

David Foster Wallace – Il re pallido

DAVID FOSTER WALLACE – IL RE PALLIDO – EINAUDI STILE LIBERO 2011

«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…». La bellezza di queste poche righe (pag. 184) giustificherebbe da sola la lettura de Il re pallido il romanzo postumo di David Foster Wallace (morto suicida il dodici settembre del  2008), senza dubbio lo scrittore più amato della sua generazione. Un genio assoluto della letteratura. Righe che sembrano quasi un presagio. Pur rilevando i  contrasti, che sempre suscita un lavoro incompleto di uno scrittore, chi ha amato DFW e suoi libri precedenti (Infinite jest su tutti) non potrà fare a meno di amare questo libro. Una buona metà del romanzo è totalmente scritta e revisionata dall’autore stesso, la seconda è stata assemblata, con gli appunti e parziali scritture di Foster Wallace, dal suo amico e storico editor Michael Pietsch, che ne ha curato la stesura definitiva e pubblicazione. La storia racconta l’anno in cui DFW lavorò effettivamente per l’Agenzia delle entrate dell’Illinois. Semplificando potremmo dire che questo libro è la perfetta trasposizione narrativa della Noia, la dimostrazione che il talento per l’invenzione letteraria può tirare fuori miracoli anche dai più (apparentemente) soporiferi lavori del mondo. Nel romanzo troveremo: digressioni, finte prefazioni, introduzioni a storia già cominciata da un pezzo, personaggi surreali, a volte comici, a volte addirittura solenni, altre commoventi. La storia ambisce a restituire alla noia una sua dignità, una certa empatia e ci riesce. DFW ci concede pagine intere di scrittura memorabili, frasi che mozzano il fiato. Non ci si separa facilmente da questo libro così come non ci si è separati facilmente dal suo scrittore. “Siccome respiriamo tutti, tutto il tempo, è sbalorditivo quando qualcuno ti indica come e quando devi respirare. E con quale chiarezza uno totalmente privo di immaginazione veda una certa cosa se gli dicono che ce l’ha davanti, corredata di ringhiera e guide di gomma, che curva a destra sul fondo inoltrandosi in un’oscurità che si ritrae davanti a te. Non è come dormire. Né la sua voce si modifica o sembra ritirarsi. Lei è lì, parla con calma, e anche tu.” La malinconia che attraversa questa narrazione, in alcuni passaggi, è talmente intensa che sembra quasi si possa toccare con mano. Fa quasi male. Restano quando si arriva alla fine alcuni dubbi, si sta sospesi tra la meraviglia e le domande. Come sarebbe stato questo libro se a portarlo avanti fosse stato il solo DFW? Quali altre pagine memorabili avremmo letto se il lavoro di cucitura e riduzione l’avesse fatto lui? Pietsch stesso, nell’introduzione, spiega d’aver cercato di toccare il meno possibile, addirittura di non aver tolto, nelle parti da lui lavorate, le molte ripetizioni che DFW avrebbe eliminato sicuramente. La differenza, però, si sente, forse quest’opera a metà tra romanzo e saggio avrebbe meritato un’edizione diversa, magari critica. Difficile darsi una risposta. Quello che conta è che questo libro adesso è qui e almeno per la straordinaria bellezza (inarrivabile) di molte pagine merita di essere letto. David Foster Wallace è uno scrittore che ringrazieremo e rimpiangeremo per sempre.

Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 11 (maggio/giugno) della rivista QuiLibri

Stelvio Di Spigno – La nudita

Stelvio di Spigno – La nudità – ed. PeQuod 2010

“mentre scrivere di un cesto è diventato / soltanto nominare ciò che esiste”. Si guarda da fuori Stelvio Di Spigno. Lo fa per gran parte di questa bella raccolta di poesie, divisa in sette sezioni. Il poeta si assenta da sé come se dicesse “aspettami me stesso, vado un attimo di là”. Di là, nell’altra stanza, l’autore come da dietro una telecamera guarda il mondo e dentro il mondo si guarda. Racconta del disagio di non saperlo assaporare. O di assaporarlo male, di sbieco. Troppo lento quando ci sarebbe da correre. Con addosso la voglia di scappare quando, invece, il Di Spigno che osserva avrebbe voluto fermarsi ancora un po’. Con  un ulteriore scarto in avanti l’autore si scruta dal futuro, come da un retrovisore, un futuro prossimo che non lo contempla. Quello che proviamo a fare è un gioco forse azzardato ma lo tentiamo per comprendere. Per capire ci andiamo a sedere nella stanza da dove l’autore si osserva, da dove si guarda scrivere. Questo è un libro di dolorosa profondità, poesie che scorticano. Di Spigno ha fatto  un grande sforzo, unendo le parole del nostro linguaggio quotidiano alla sua intenzione di poesia né comune, né semplice, raggiungendo una splendida armonia. I versi sono belli, bellissimi e non risparmiano il lettore, non lo rilassano e come potrebbero? Le persone, gli amici, i posti, il buio, dove l’autore ci conduce hanno lasciato ferite, a volte necessarie. Spiagge dal difficile approdo, ma che quando ci arrivi ti pare che il mare sia soltanto tuo. Il male e la voglia di vivere si scontrano, a volte vanno a braccetto e mai si risolvono; come quando ci pare difficile scegliere di uscire per dividere un caffè o starcene su un divano con la testa fra le mani. La nudita: duro, intenso. Molto bello. “Non mettiamo davanti agli occhi cose spoglie, / è solo una parte di noi che ci distoglie / da quante vite ci sono senza pace e se solo / la notte fosse eterna, in questo venerdì, / vedremmo che il mondo non tornerà lo stesso, / non ci assomiglia più, si è ritirato in noi.” (pag. 56)

Gianni Montieri

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Nota: recensione pubblicata sul numero 8 della rivista QuiLibri

Italo Testa – La divisione della gioia – Ed. transeuropa

Italo Testa – La divisione della gioia – Transeuropa, Massa – 2010

Partendo dal titolo, che è la traduzione letterale del nome della band Joy Division (molto amata da Testa), potremmo azzardare che la divisione della gioia, di cui parla l’autore nel poemetto centrale del libro, è il riconoscere che la fine di una passione, sia già scritta nel suo apice, nel punto più alto della sua eplosione. Le stanze centrali di questo libro, nella loro lirica bellissima, si dispiegano in un ritmo serrato, incalzante e musicale. In un continuo gioco di sponda i due attori del poemetto: si cercano, si trovano, si abbandonano, si perdono, si guardano proiettati in un “senza l’altro”, si ritrovano.  “Come il giorno che stesa sul letto / ti sei girata, tranquilla, e hai visto / le grate che spartivano il vetro, / e alzandoti di scatto hai detto / che non sarebbe successo niente, / che tutto era ancora intatto / e mentre ti guardavo in silenzio / sei sparita nell’angolo cieco: /. I posti di Italo Testa  sono urbani: stanze da letto, finestre, luci, vetrine, panchine: ‎”ma forse anche noi abitiamo / luminose stanze esposte al sole, / forse questo è testimonianza / di ciò che accadendo rimane / come il tuo corpo magro, eretto, / non ha pudore di essere qui / nell’abbraccio di un mattino a caso,/.  Oppure le architetture surreali di Marghera (nella prima sezione: Cantieri) che nel racconto del poeta diventano magiche e, nei loro colori metallici, splendide. “La luce più di tutto, e le cisterne / bianche allineate al mattino // come un gregge disperso all’azzurro // e poi le gru che girano l’ombra / sul muro e lustre emergono dall’acqua / a colmare i vuoti tra le nuvole: /.  Andando avanti nella lettura pare davvero, in sottofondo, di sentire la musica dei Joy Division, o di passare attraverso la luce dei quadri di Hopper, quest’ultimo citato dall’autore in esergo. La divisione della gioia, è un libro acclamato, fin dalla sua uscita, nell’autunno dello scorso anno, leggendolo ci accostiamo, come raramente accade, alla Poesia, quella che ci tocca e resta dentro di noi. Italo Testa è anche saggista e traduttore, ha poco meno di quarant’anni, questo ci fa sperare e affermare che la poesia c’è, qui e adesso. La lezione dei grandi maestri dell’ottocento e del novecento è lì in bella mostra, ma la poesia non finisce con loro, continua grazie a poeti dei nostri tempi. Poeti come Italo testa. “non lasciare, così mi hai detto / che io sia solo mia e mai d’un altro, / che il tuo volere mi allontani / da quanto un giorno mi hai promesso: / .

Gianni Montieri

Recensione, precedentemente pubblicata nel numero 5 della rivista QUILIBRI