queer poetry

Giovanna Cristina Vivinetto: due poesie da “Dolore minimo” (Interlinea, 2018)

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A quel tempo ogni cosa
si spiegava con parole note.
Sillabe da contare sulle dita
scandivano il ritmo dell’invisibile.

Tutto era a portata di mano,
tutto comprensibile
e immediatamente dietro l’angolo
non si annidava ancora l’inganno.

La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.

In quei tempi non c’erano disastri
da centellinare, difformità
da curare dentro abiti larghi,
padri da rifiutare e nomi
da pedinare in fondo agli stagni.

Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.

Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.

 

Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.

 

Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo, Interlinea, 2018

[è possibile leggere altre poesie di Vivinetto qui]

Seth Pennington, Gin Caldo (trad. A. Brusa)

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GIN CALDO

1
Mio nonno ha avuto un piccolo infarto, forse
nella notte, ma lo vengo a sapere solo il mattino dopo
al lavoro. È da un po’ che non lo vedo:
da dicembre, al matrimonio, quello a cui lo sposo-diciottenne
dimenticò di invitare la sua famiglia. Sono
anni che non passiamo davvero del tempo
assieme – lascio così sia questa mancanza a giustificarmi
per non averlo ancora chiamato.

2
Devo risponderti quando chiami, Bryan, e
mi dici: “Ho fatto una roba. Ho prenotato un hotel
e allungato la permanenza di una notte. Una piccola vacanza.
Scoperemo quanto ci pare, senza preoccuparci di nulla.”

3
Mio nonno mi aveva stretto la mano, “È bello vederti”
aveva detto, dopo che gli sposi ebbero intrecciato
i loro destini con quelli
di Dio e che la sposa era caduta ed era stata portata fuori
rossa di vergogna perché il suo abito aveva avuto la meglio
su di lei; gli astanti avevano cercato di coprire le risate
tossendo o tenendo le mani davanti alla bocca.

4
Ti sembra impossibile che non ci sia un secchiello
del ghiaccio e che il ghiaccio sia finito;
“Il gin caldo dovrebbe essere illegale”. Ma no,
è in questa serata che non riesci a credere,
e a come nonostante i programmi fatti
le cose siano andate così storte. Vado
in cerca della macchina del ghiaccio, pensando
che troverò sacchetti certamente e non secchielli. E invece
finisco nella lavanderia e trovo una madre che
cambia il pannolino al figlio su di una asciugatrice. (altro…)

Ilaria Grasso, “In tagli ripidi” di A. Brusa

Nella sua ultima raccolta di poesie, dal titolo In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Alessando Brusa mostra il suo panorama esistenziale forse partendo dalla lezione di Whitman secondo il quale «ogni atomo che mi appartiene è come se rappresentasse anche te.» Se così non fosse, credo comunque che Brusa sia ben consapevole del fatto che dietro ogni libro ci sia un uomo con tutto il suo personalissimo vissuto e raccontarlo vuol dire comunicare (leggi qui come cercare le cose in comune). La varia varietà che troviamo nei versi di Brusa sembra rispondere appieno a una delle funzioni cardine, secondo me, della poesia cioè conoscere. Sono presenti infatti nella raccolta molti riferimenti culturali che Brusa attinge dalla musica, dall’arte e dalla metafisica. Ma è anche la storia a insegnarci e a farci accumulare conoscenza come rileviamo nella rima «: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia.»
Se dovessi descrivere il moto produttivo del poeta immagino che Brusa si sia messo a versificare dal punto più alto di un canyon-ferita nato dall’erosione di tormente (esistenziali) così forti da creare pareti molto ripide.
Lì dov’è, Brusa trattiene il fiato non per l’aria troppo rarefatta, o per vertigine, ma per contenere la rabbia generata da quegli eventi che tanto l’hanno fatto soffrire; rabbia che avrebbe tutto il diritto di tirar fuori, ma non ci riesce e disperato implora addirittura un atto forte pur di liberarsene, come troviamo in questi versi:

mentre ti imploro di piantare
un pugno
nello spazio esatto
dove trattengo
il filo di rabbia che
non mi concedo

I versi della raccolta, tante volte asciugati, a una prima lettura mi sembrano criptici, misteriosi quasi ermetici anche per l’assenza di certezze. Le parole mi sembrano rese volontariamente ruvide e secche, dal poeta, proprio per descrivere meglio la desolazione e il senso di solitudine provato.
Leggendo, anch’io sono sul ciglio del canyon, in prossimità delle pareti ripide, in uno stato di equilibrio messo costantemente alla prova. Ho talvolta la sensazione di essere spaesata, posta su quell’estremità, in una posizione testata, nel suo assetto, continuamente. Verso dopo verso mi vengono tolti e aggiunti riferimenti spaziali e temporali; oserei dire anche narrativi, perché Brusa spezza infinite volte il senso che pure si avverte in maniera sotterranea. (altro…)