Quadri del consistere

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: quattro prose

IMG_20140422_181904

da Estate 1997

2.

Ieri sera leggiucchiavo una nota su Caravaggio.
Di fianco, in due colonne, era riportato un suo ritratto giovanile che non ho potuto fare a meno di mettere vicino a quello fotografico di Picasso.
Chissà perché vicini.
Neanche ci fosse una reale somiglianza.
L’unica cosa in comune è il genio; l’essere considerati due dei massimi personaggi della storia dell’arte di tutti i tempi.
Eppure…
Sarà che i Grandi un poco si assomigliano, dentro.
Oppure sarà invece che anche Pablo una sua certa violenza, del tutto diversa da quella del Caravaggio, la possedeva.
La violenza della libertà di stile.
L’arrivare al Cubismo attraverso uno scandalo riconosciuto.
Ovvero, il Bacchino Malato del Lombardo come qualche toro arcionato dello Spagnolo.

da Autunno 1997

1.
Non le solite nebbie d’inizio autunno.
Ancora caldo, atmosfera insana.
Scuote la terra, nel cuore dell’Italia. Ferita è Assisi.
Scuote la febbre della stolidità: caduto è oggi il governo: che ne sarà di noi?

 Studio con estrema lentezza un poco di Platone e mi accorgo che la sua Utopia mi fa paura. Mi piace soltanto l’idea che ha del saggio, del filosofo. Costui dovrebbe governare la città della repubblica ideale, inseguendo il compromesso per il rispetto di ognuno. Ma l’ammazzare i figli nati deboli, o quelli nati da rapporti non previsti, mi inquieta assai.

 È ottobre, sì.
La sera cade in fretta, quasi di soprassalto. Pare un traditore che venga a fare il proprio mestiere. Alle spalle, di soppiatto, per soffocarti.
È il terz’ultimo ottobre del secolo e anche del millennio.
Cade il governo e tira il terremoto.
Il tempo non è più lo stesso di una volta.
Trenta gradi di giorno e la gente strana, che sbanda che non sa a quale santo appellarsi.
Qual è la ricetta per una buon’esistenza?
Mi diceva mio padre che è stata scoperta una stella cento volte più grande del sole; e nella nostra Galassia, per giunta.
Qualcuno afferma che, nonostante questo, tutto sia normale.

6.

…Poi giunse a Cesena la notizia che Renato era morto sul fronte. Era il 20 luglio 1915.
Poi giunse a Trieste il dispaccio che Scipio era perito in battaglia (non mi ricordo il giorno e il mese: l’anno era lo stesso)…

 Alla stazione di Bologna tanti soldati provenienti dal sud attendevano il cambio del treno. Sarebbero partiti per Udine, alla volta del Carso. Giovani sfocati nelle fotografie collettive: chi beve al dispaccio; chi dorme in un giaciglio ricavato nell’angolo della sala d’aspetto. Capigliature corte, a spazzola. Visi allegri, altri pensosi. Giovani d’Italia: giovani come sempre. Giovani infine di tutte le generazioni del mondo. Alti, bassi, forti e arditi.

 …Poi giunse la notizia che un militare ignoto era morto sul campo, il giorno l’ora il mese di quell’anno…ma lo pianse soltanto la sua mamma: la Patria.

da Inverno 1997-’98

1.

Qui non contano i giorni, il loro avvicendarsi. È importante invece lo stato dei fatti; quell’impercettibile movimento che spesso trascende lo stupore. Si parla tanto di romanzo, in questo finire di secolo; si parla di crisi del romanzo e si fa accenno a una variante delle sue forme. La narrazione quasi sempre ha bisogno di un tempo al passato e di una certa capacità a ritenere: valori questi in forte abbattimento; tanto, che è più facile leggere testi scritti “in diretta”, in ‘tempo reale’.
Schermo visivo prevalente.
Però l’occhio non accetta una simile responsabilità; l’occhio vede ogni elemento, ma non scorge il pensiero. La sintassi allora muta le sue forme e i suoi oggetti: le forme, intese come legamenti tra un periodo e l’altro del nuovo “sistema comunicante”; e gli oggetti, perché alle parole si sono sostituiti i colori.

 I giovani oggi scrivono per ‘tinte’, in sintonia col “tempo reale”. Si può dire che per loro Proust sia morto del tutto; infatti essi non scorgono alcun valore nella codifica mnemonica; non contengono il passato: macinano il presente, ignorando il futuro.

 L’atto del vivere.
Il piglio, più dell’apparire che del “sentirsi”.
Si scrive per ‘gags’, per ‘trovate’.
Si avanza per organico difetto di direzione e si “fanno le pulci” alla logica dell’impianto.
Lo stile, infine. Esso è ruffiano/orale/molto svelto; senza fronzoli e di veloce lettura.
Ma alla fine, tutto risulta vano.
Ricordate l’adagio di Mengaldo su Govoni?

«Bello, ma chi ne ricorda un verso?»

.

.

Altre prose tratte da Quadri del consistere possono essere lette qui e qui.

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: quattro brevi prose.

.

da Inverno 1996-’97

 5.

 Ciò che mi frega è lo specchio.
 Di quando mi ci metto davanti.
Profilo; di fronte; di nuovo profilo.
Non sono mica contento.
Riprovo.
Profilo; di fronte; ah, dimenticavo: tre quarti.
Patemi del tipo La bella del reame. Ma, d’altra parte, ognuno ha le sue miserie.
Poi mi tiro su dicendomi sotto voce che in fondo ho altri problemi:

                            -che sono precario;
                            -che del domani ho tutte le incertezze.

È solo una questione di profilo.

.

 6.

 Verrebbe voglia di dare nuove definizioni della prosa. Prosa creativa, romanzo. Ma sempre ci si accorge che tale disegno risulta impervio, quasi più difficile per me che allacciarmi bene la scarpa.
Renato Serra avrebbe forse detto: Oh, intendiamoci; le lettere sono ventuno, come son sette le note. Le pa­role che un individuo può utilizzare saranno circa il dieci per cento del bagaglio lessicale della lingua alla quale appartiene. Ciononostante, un pezzo di talento è sempre solo, come isolato in cima alla montagna della bravura. E allora? Come può lo stile soltanto dare una così grande energia a quello scritto? Chissà! Sarà per­ché quello è compromesso con la pasta dell’uomo/artista, dell’uomo immaginifico, dello sciamano che vive oltre il tempo. O forse sarà perché la stoffa è in proporzione diretta con i difetti, con la mollezza dei sensi, con la porosità “a pelle”, con l’irrazionalità e il saper speculare l’intreccio. Grazia, estetica e fianco prestato alla commistione fanno del talento la più completa foggia della chiarezza. E non occorre essere onesti, in senso intellettuale. Anzi, è vero il contrario. Più s’infrange il rigore e più si spe­cula sul vincolo del creare. Soltanto i critici hanno il dovere dell’onestà. Per una specie di contraltare, che permette il giudizio scientifico del testo.

.

da Estate 1997

 1.

 Oggi pomeriggio è venuto il temporale tanto atteso.
Da una parte all’altra della città i fulmini hanno av­volto l’atmosfera, che sempre di più sapeva di ozono.
Poi il rovescio, la massa flessuosa di acqua scendere giù secondo dinamiche d’elicoide.
Venti variabili.
Temperatura in discesa; pozzanghere a forma di cri­stallo nel terrazzo del bar.
E il respiro è tornato a farsi di menta.

.

 4.

 È quando il sole fa piangere gli occhi che poi si chiude lo stomaco.
Un senso di nausea, da fotofobia.
Il sole per i campi, oltre l’autostrada, che inorgogli­sce le  piante rinsavite dall’acqua di ieri. Ecco l’esatta idea di questo luglio, qui.
Basta un temporale che l’aria si ravviva di un colore diverso da quello di soli venti giorni fa. Un settembre sembra che spii dietro le nubi ormai assottigliate. E nonostante il caldo, tornato ad avvampare, il pome­riggio riprende uno dei tanti quadri di scuola veneta, con i suoi cieli, incerti se risultare azzurri oppure  croma cobalto.
Cantano comunque gli uccelli e le cicale.
Un cane, per suo conto, ruspa la terra ancora bagna­ticcia.

.

Le prime due prose tratte da Quadri del consistere si possono leggere qui.

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: due prose.

Gianfranco Fabbri, Quadri del consistere

Da Inverno 1996-‘97

1.

. Ogni volta che mi allaccio le scarpe, al mattino ripenso a Giorgio Manganelli, il quale divideva con me l’incertezza di tale operazione. Esito quanto mai labile: reggerà o no, la stringa? E io, sottintende la domanda, terrò per tutto il santo giorno?
. L’incertezza di me, poi, si manifesta anche nel rap­porto che ho con la mia ombra; cattivo, del resto. Sento che lei mi gestisce e la cosa mi offende, mi umi­lia. Ma non posso ribellarmi, dal momento che il mio carattere sembra ravvisare tutte le tinte di quello del tipo “secondario-passivo”.
. Secondario-passivo?
. Sì, certo: secondario perché lascio agli altri, come alla sorte, il potere di prendere per primi l’iniziativa;  e pas­sivo perché sempre più spesso mi accorgo che provo delizia a farmi maleficiare -sia nel bene che nel male-.
. Maleficiare nel bene? Che cosa significa? mi chiederà qualcuno.
. Oh, sarei l’ultima persona in grado di spiegarlo. Però, se proprio debbo definire questa asserzione, dovrò in­dicare la facoltà mia nell’accettare qualcosa di esterno, di cui non conosco né la natura né il gradiente. E que­sto abbandono è esattamente quello che io intendo per “maleficio”. Nel bene, se l’evento sarà positivo.

.

13.

. Stasera invece penso ai Formalisti russi.
. Intuire la struttura del racconto in maniera così origi­nale.
. Il poliziesco, ad esempio.
. Oh, si capisce: non è farina del mio sacco. Sto infatti leggendo il bel saggio di Tzvetan Todorov intitolato “La poetica della prosa”, nel cui inizio appunto l’autore ricorda la scuola russa, la quale prevede una fabula e un intreccio, dove la prima rappresenta la vicenda evocata e il secondo è il libro stesso, ovvero il modo con cui lo scrittore ha composto il romanzo.
. Bello, mi piace.
. Uno arriva lì, nel punto nodale, e trova il cadavere della vittima, senza sapere che cosa è successo e come si sono svolti i fatti che hanno condotto all’assassinio. E questa è la fabula. Poi questo tipo decide di narrare le mosse future dei personaggi che a mano a mano giungono nella stanza, e fa nascere un intreccio, nel corso del quale si tenta, attraverso carat­teri/mos-se/piccoli particolari/alibi e confessioni, di risalire alla causa. C’è della curiosità; il lettore sarà in­dotto a se­guire gli sviluppi e infine scoprirà il volto del colpe­vole, ma non è detto che la fabula venga sco­perta. O meglio, si tenta di ricostruirla, senza l’obbligo di nar­rarla.
. Mi piace sempre più, questo problema.
. All’interno del “poliziesco” esiste poi il cosiddetto romanzo “nero”, in cui fabula e intreccio vengono fusi. Difatti, qui si parte dalla causa e si procede in di­rezione dell’effetto. Una banda di delinquenti orga­nizza una rapina, dei cui esiti il romanziere ci dirà man mano che si procede nel testo. Si crea così della suspense. Si sa chi sono i colpevoli; non si conoscono ancora gli effetti. La fabula si snoda di volta in volta, ed è anche intreccio.
. Bellissimo, procedo.
. Todorov dice che in questo caso il detective non è immune; nel corso della storia potrebbe anche morire. Mentre nel primo caso il poliziotto era protetto da ogni pericolo, giacché viveva il “dopo” davanti al ca­davere, nel tentativo di ricostruire il “prima”.
. Colui che è veramente immortale è l’autore.
. E ancor più lo sono i Formalisti russi, i quali hanno pensato bene di porsi sopra le decisioni di quello.

.

© Gianfranco Fabbri

_______________

Libri L'arcolaioPronunciare il nome Gianfranco Fabbri (senese di nascita, forlivese d’adozione) da qualche anno a questa parte significa parlare delle edizioni L’arcolaio, la sua creatura che in cinque anni ha allestito un catalogo e un’offerta tra poesia, prosa e saggistica di tutto rispetto.
Ma Gianfranco Fabbri è stato ed è un fine poeta, un fine scrittore e un fine critico (chi come me ricorda il suo blog La costruzione del verso, ricorda pure gli interessanti dibattiti sul fare poesia capaci di coinvolgere i nomi di quanti allora emergenti si sono poi affermati e consolidati).
La sua prima raccolta di poesia, I ragazzi del Settanta, uscì nel 1989 per Campanotto; seguirono: Davanzale di travertino, nel 1993 (Campanotto), le prose di Jennifer, nel 1995 (Fernandel), Album italiano, nel 2002 (Campanotto), e infine Stato di vigilanza, nel 2007 (Manni).
Dal 2008 si è interamente dedicato a L’arcolaio, apparentemente dimenticandosi di assecondare una vena creativa che comunque continuava a scorrergli. Prova ne sono queste due prose inedite tratte da Quadri del consistere, libro sospeso tra il diario intimo (l’arco temporale è chiuso dentro gli inverni 1996-1997 e 1998-1999) e uno zibaldone, non tanto leopardiano, quanto più elegantemente proustiano; prose che ricordano vagamente le Piccole prose della sinapsi, nell’eponima e conclusiva sezione di Stato di vigilanza.
La sospensione di ogni suono e la predisposizione all’ascolto pare siano i requisiti necessari per affrontare il libro che spero non rimanga al lungo ancora inedito. [f.m.]