puntoacapo

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo. Antologia poetica 1970-2014. Prefazione di Vincenzo Guarracino. Postfazione di Antonio Devicienti, puntoacapo Editrice, 2016

Già dalla lettura delle prime pagine di Nell’intimo del mondo di Lucetta Frisa è stata una parola ad affacciarsi gentile alla mente, tenera eppure tenace: “inclinazione”. L’ho salutata come un’amica, il saldo legame con la quale non teme gli anni dormienti e la durata del distacco; grande, pertanto, è stata la gioia nel vedere ricompensata un’attesa, nel veder coronate le aspettative man mano che procedevo nell’itinerario tra i componimenti raccolti nella Antologia poetica 1970-2014 . Chi sfoglia le pagine di una antologia che abbraccia nove lustri, quasi mezzo secolo, ritrova e riconosce quel filo e ponte e tela e imbarcazione, che Lucetta Frisa non vuole e non può smentire; filo e ponte e tela e imbarcazione dei quali da sempre ricerca, e trova nel suo canzoniere che si va arricchendo negli anni,  la misura, complessa e ardita anche nella veste che appare più semplice e diretta.
L’inclinazione al bello e al vero diventa arte se è assecondata, se è coltivata, se è approfondita, anche quando la fedeltà ad essa costa fatica, sacrificio del sé volubile,  sofferenza, anche quando la percezione del dolore, con tutti i sensi e con le antenne più recondite del pensiero, si fa peso tremendo, lacerazione, strappo acuto. Anche per questo la poesia di Lucetta Frisa è arte, per questo suo assecondare l’inclinazione, per questo suo tenace moto in tre tempi, percepire, riflettere, creare, per quella – lei stessa sembra suggerircene il nome – esplorazione dell’intimo del mondo.
Già nella prima raccolta tra quelle riportate qui in ordine cronologico, con una scelta di testi significativi per ciascuna, emerge chiara la consapevolezza del rischio e dell’azzardo del compito intrapreso. Leggiamo così da I miti, le leggende (Rebellato, Padova 1970): «Ogni occasione, respiro, incontro, ora hanno scadenze/ come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto/ del pendolo e il mio cuore è bianco aperto/ a ogni ritmo e ritorno» e ancora: «Solo chi sale conosce il precipizio solo/ chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo./ Ad ogni cosa mi portano segreti canali/ quando le torri delle parole si rovesciano/ in pozzi.».
Ne La passione, poesia apparsa in La costruzione del freddo (Ripostes, Salerno 1990) è proprio la parola «inclinazioni» il nucleo del manifesto poetico che si configura come esortazione: «Della passione le inclinazioni/ segui quella che ti assomiglia -/ ma che sia generosa./ Il cuore delle cose è fiamma/ fiamma il tuo cuore se si spalanca/ allo spazio e accende le corrispondenze/ in eloquente calore.». Nella stessa raccolta, la poesia L’inadeguatezza evidenzia la temerarietà del viaggio che sceglie le inclinazioni come possenti, ora soavi, ora tumultuosi, nocchieri: «Dell’inadeguatezza le inclinazioni/ conducono lontano dal tuo corpo,/ l’alto desiderio innalza rupi/ e più sali, più la strada scende./ Con la freccia spuntata miri al leone/ coi piedi scalzi attraversi bufere/ leggi parole che scompaiono -/ sbagliano l’occhio o il libro?» (altro…)

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

mastropirro-cop-fronte-212x300

 

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)

Emilia Barbato, Capogatto

barbato

Emilia Barbato, Capogatto, Puntoacapo 2016, € 12,00

*

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::[bambini.

*

Making room

Lo spazio, il suo principio,
l’espansione originaria della parola
che dimentica la sua condizione
di nucleo primordiale, la sua fragilità.
Questa entità o relazione di entità
se preferisci, questa cosa
che è lo spazio
di una dimensione dove abbiamo respiro.
Questa sua origine di vuoto
che lentamente si occupa
che è lo spazio di una stanza
dove noi iniziamo.

*

Registro

Pensa a quanto controllo si renda
necessario per uno solo
dei gesti mancati, la mano
coerente, la mano trema,
quanto desiderio ignori la popolazione
elementare dell’immagine,
il più piccolo dei suoi dot,
la mano sfiora, la mano vuole,
quantifica ti prego
la voce che sacrifico
nell’apnea della ragione
la mano anticipa, la mano preme.

*

(altro…)

Poesia civile e familiare nei «Sesti/Gesti» di Fabio Franzin.

franzin

Poesia civile e familiare nei «Sesti / Gesti» di Fabio Franzin
di Paolo Steffan

L’ultima raccolta di Franzin, a quindici anni dal suo esordio poetico, ospita temi e stili che riassumono, in un grande coerente quadro, qualità e versatilità del suo lungo percorso.
«Sii fina e popolare», dice Franzin alla poesia, dichiarandolo con versi altrui, ancor prima che con i propri: con un esergo tratto da Giorgio Caproni. Oltre che per la varietà particolare ― quella opitergino-mottense ― del suo dialetto, la poesia di Franzin si riconosce alla prima lettura per questi due caratteri: “finezza” delle immagini, che sanno suonare acute nelle corde del lettore, e “popolarità” del linguaggio, con un uso eclettico del dialetto, volto a restituire mille aspetti di una micro-quotidianità semplice, ma con punte sapienziali che sta a noi riconoscere e raccogliere. Sono già questi, i sesti, gestualità minime che illuminano la complessità dell’umano vivere.

Parole e atti vissuti e visti da un poeta-operaio che, senza mai abbandonare la tuta da artigiano-marangón, dà dignità con la poesia al lavoro e con il lavoro («sudhór e segadhùra») alla poesia. Ma quello di cui ci parla Franzin è un lavoro che spesso muta in disoccupazione, in perdita di senso; e ce lo dice con una famigliarità senza filtri cui la scelta del dialetto ben si adatta, come avveniva, nella stessa area linguistica, con poeti apparentemente semplici come Giacomo Noventa.

Delle sei sezioni di Sesti / Gesti, incorniciate da un testo introduttivo e da un congedo, la terza in particolare ci consente una riflessione specifica sui sesti, essendo ― credo ― quella che ha causato la scelta del titolo complessivo. Sotto il titolo I sesti roti / I gesti spezzati, sono riunite 11 poesie. Affilato come una lama va a segno il primo testo: siamo tra l’«erba alta» del «luogo passato», dentro i ruderi di un modello economico che al poeta viene istintivo bollare come archeologia industriale. Tra quell’erba egli vede spuntare i segni perduti di chi ha dato la vita sul lavoro, come Denis Silvestrin, trentaquattrenne precario schiacciato da una pressa a Orsago (in provincia di Treviso) nel 2013, cui poche pagine dopo dedica un testo nel quale si figura i suoi ultimi minuti (e che sono qui lieto di ricordare, e con lui tutte le morti bianche che tendiamo, muti, a dimenticare): «O forse stavi pensando alla tua vita | da precario, un mese qua, due là, | quando va bene, quando il telefono squilla, a come | sia possibile costruirsi un futuro, | così… […] | Poi le piastre li hanno schiacciati, quei | pensieri, insieme a tutte le cazzate | dette da ministri, padroni, sindacalisti».

(altro…)

Antonio Spagnuolo, L’ultimo tocco

Spagnuolo_cop_Ultimo_tocco

 

Antonio Spagnuolo, Ultimo tocco, puntoacapo 2015

Una scelta di poesie con una nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Sbaglia chi ritiene che sul tema del compianto e del rimpianto sia stato già scritto tutto, in special modo in poesia. Il ‘lungo addio’ che Antonio Spagnuolo va articolando all’amata moglie morta raggiunge ne L’ultimo tocco completezza, sicurezza espressiva e singolare coerenza. Fa bene Mauro Ferrari, nella postfazione, a sottolinearne la coesione.
Alla solidità dell’architettura della raccolta – due sezioni, Ultimo tocco e Memoria, composte rispettivamente di undici e quarantasette poesie, numerate con lettere dell’alfabeto le une e con numeri romani le altre – si affianca la compiutezza di ciascun testo.
A trattenere l’attenzione del lettore sono sia l’andamento, sia l’effetto di ogni singolo componimento, il quale, a sua volta, si inserisce coerentemente e come tassello indispensabile nella raccolta. Andamento ed effetto sono il risultato di un equilibrio dinamico tra familiarità con metri (in grande varietà, giacché quinari, novenari, endecasillabi si alternano a versi lunghi) così come con topoi della tradizione letteraria, dal mito in avanti (sempre in quella che Ferrari indica come “assoluta concentrazione tematica”) e originalità nelle soluzioni che interpretano’il’ tema e che lanciano e lasciano, insieme alla testimonianza del proprio dolore, insieme alle visioni angosciate, spunti per riflessioni, lucide immagini alle quali non è estranea la professione di medico del poeta Spagnuolo, approdi per sostare e ripartire poi in successivi viaggi di ricognizione del sé e del reale.
Chi legge, dunque, porta con sé non solo il dono di una potente e veritiera esplorazione del dolore, ma anche le indicazioni per comprenderlo come parte ineliminabile della condizione umana, muro, limite nella morte, ingrediente di base della vita.  Ci troviamo dinanzi a un ‘libro d’ore’ dell’amore terreno, perduto, pianto e sempre, sempre, cercato, così come dinanzi alle’istruzioni per la vita e per la poesia’ scritte, per così dire, da un Orfeo che sa irridere se stesso e da un Ulisse consapevole degli scogli contro i quali può infrangersi il suo perenne spronare.

© Anna Maria Curci

***

Dalla sezione Ultimo tocco

 

C

 

Palpando l’antiquato pentagramma
indifesa memoria spigoli ombre
al di là della porta.
Una mitrale incespica ai contorni
stacca granulociti
cerca vertigini
per coprire l’orlato
e la clessidra come scenari incontro al giorno.
Parlami ancora di te, dei tuoi singhiozzi,
delle incertezze incredule che non hanno senso,
perché un certo infinito gioca a beffare
il turbinio dell’incoscienza.
Il segno, forse restaurato, grida vendetta
nella profonda gola di un flauto,
strano connubio di percorsi nel canto.
Increspano le note in cerca dell’attesa
nell’aroma del pube,
strapiombo degli anni senza rupe.
Vesti finzioni in lontananza
sempre più nette,
quasi armonie senza licenze,
e catturi il torace sussurrando appena:
stranito in pause che non fanno storia
sprofondo in sopraccigli
alla scommessa del sesso
dissociando l’ennesima ischemia.

(altro…)

Fabio Franzin Sesti/Gesti

franzin

Fabio Franzin, Sesti/Gesti, puntoacapo editrice, 2015, € 16,00

*

Le poesie di Fabio Franzin arrivano da molte direzioni, da tutte le direzioni azzarderei. Fanno il giro lungo, fanno il giro breve, ti scavano un solco intorno, ti risucchiano e poi ti riportano indietro, sporco di terra, pieno di qualcosa, qualcosa che ti resterà addosso, dentro, qualcosa che è come quando si comprende, come quando si trova conforto, come quando qualcuno ti abbraccia, ti mette una mano sulla spalla, ti asciuga le lacrime. Queste cose possono farle le parole, le parole pensate, messe in fila assecondando il senso e il suono, a maggior ragione sanno farlo quei versi che sono scritti in una lingua ‘altra’, nel caso di Fabio Franzin nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense. Un dialetto che si parla in un territorio piccolo, cito Franzin: “[…] si individua geograficamente nella zona compresa fra i comuni di Oderzo […] e Motta di Livenza e si estende fra le acque dei fiumi di Livenza e Monticano, nel Trevigiano su-orientale”. Continua, poi, Franzin, poco a nord-est con la provincia di Pordenone e a est con quella di Venezia. Mi interessa una contraddizione, ho scritto piccolo, parliamo di un territorio non molto esteso. Eppure quelle terre così a est, così vicine ai confini sono letteralmente e letterariamente senza fine. Credo che nessun dialetto, pur radicato e parlato in un determinato luogo, possa essere limitato a quel luogo. Ce lo dicono anche i fiumi che Franzin cita, i fiumi allargano il campo, portano via tutto e portano via le parole, così come i detriti che si accumulano sulle sponde, come i rami trascinati a valle, le poesie di Fabio Frazin ci arrivano, non c’è modo di impedirlo, chi si nasconde dietro la difficoltà di non conoscere quel dialetto non ha mai letto Franzin, non l’ha mai ascoltato mentre legge i suoi testi. Il dialetto parte già con un carico di storia e con quel carico sulle spalle il poeta scrive i suoi versi, da sempre, fino a questi di Sesti/Gesti.

(altro…)

I poeti della domenica #21: Fabio Franzin, Cavàr erba

Fabio Franzin, fonte notturnidiversi.it

Fabio Franzin, fonte notturnidiversi.it

 

Cavàr erba

Cavàrla via l’erba, co’e man,
bricàrlo tut intièro ‘l ciuff, l’é
vardàrse, l’é trar fòra daa tèra

vene e nervi, rame de siénzhi
sutii che core zo, là tel scuro,
in zherca de l’acqua, dea vose

che li ‘à persi, un dì, drio l’aria.
Cavàr erba, cuzhàdhi, l’é mistièr
che ne mostra come che sen fati

dentro, fra ‘e zhope dea carne.
I dhenòci che se maca tii sassi:
un fià castigo, un fià preghiera.

*

Estirpare

Estirpare erba, con le mani,
afferrarlo tutto intiero il cespo, è
guardarsi, è estrarre dalla terra

vene e nervi, esili ramificazioni
di silenzi penetrati lì, nell’oscurità,
in cerca dell’acqua, della voce

che li ha persi, un giorno, lungo l’aria.
Estirpare erba, accucciati, è mestiere
che ci mostra come siamo fatti

dentro, fra le zolle della carne.
Le ginocchia ammaccate dai sassi:
un po’ espiazione, un po’ preghiera.

 

***

© da Fabio Franzin, Sesti/Gesti, Puntoacapo, 2015

Da “La Notte Oscura” di Giulio Marchetti

Immagine 002

Titolo: La notte oscura

Autore: Giulio Marchetti

Editore: Puntoacapo, 2012

Di guardia

Il labirinto anestetico dell’aria
guida i passi attraverso l’inganno
fugace del vento.
L’aspetto circolare della fuga
conduce immancabilmente ogni sforzo
al punto di partenza,
se di vera partenza si era trattato.

Troppo vicino

I muri sono confini preposti
a giudicare l’azzardo del passo,
comunque pronti a ripagare
l’offesa con l’urto.
Io credo mi giovi questo stare di lato
con le scarpe dure di fango
e i capelli pieni di cielo
a catturare qualche nota
di stonata verità
dall’armonia imperfetta
del silenzio.

Finora

Ho penetrato l’assenza fino all’oblio,
poi mi sono offerto al vuoto.
Ho posseduto ciò che non è
e sono stato ciò che non ho.

Cieli immensi

Ho smesso di credere ai colori
ma le azzurre profondità dei tuoi occhi
sono l’unica ragione per cui credo
che esistano due cieli.

Ossigeno

Nella perdita continua scopriremo
la nuova centralità dell’essere.
I nostri cuori busseranno al petto
per chiederci asilo.
L’errore è stato credersi vivi
per tutto l’ossigeno
che abbiamo respirato.
Ci diranno che non era possibile.

Enfasi muta

Quaranta secondi di enfasi muta,
senza chiedere un attimo in più
al tuo respiro,
silenzi in forma di vita,
tutte le consonanti della tua bocca.
Vorrei avere l’impressione
di cadere verso l’alto,
perché arrendersi diventa
un atto di forza,
l’unico varco di questa
impercepibile densità.

Ombra

La crescita attraversa lo spazio
senza occuparlo.
Fisicità strumentale di chi
ha radici sospese.
Ormai siamo così poco
E dobbiamo inventarci l’immenso.

La fine

La ciclicità delle parole si inscrive in quella del suono.
Così osservo lo scrupolo del silenzio
per non svegliare la fine.
Questa sete di futuro ci sfila i giorni dal petto.
La ferita esposta al sale dell’attesa.

 L’ultimo passo sulla terra

Mentre l’alba dischiude meno di un sorriso
ci si affida intimamente al desiderio
che la luce penetrata a stento dai vetri
possa restituire un aspetto alle gambe
anche solo per compiere in silenzio
l’ultimo passo sulla terra.

La notte oscura

Giacché la nitida assenza
ne è lo stato naturale,
torno a decedere ogni volta,
un attimo prima della felicità.
Ogni pensiero oscuro è cittadino
della mia terra
e le lacrime antiche
sono l’unico inchiostro
per scrivere
le paure di domani.

Nota Biografica
Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al Premio Carver e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio Laurentum. Nel 2010 ha pubblicato la raccolta Energia del vuoto (Puntoacapo editrice). Della sua poesia si sono occupati, fra gli altri, Sebastiano Aglieco, Gabriele La Porta, Paolo Ruffilli e la Fondazione Mario Luzi. La raccolta La notte oscura contiene la poesia Cieli immensi, vincitrice del Premio Laurentum 2011 sezione sms.