Puntoacapo editrice

PoEstate Silva #29: Fabrizio Bregoli, Da “Zero al quoto”

Ostello degli inguaribili

Scartocciò foglia a foglia quel granturco
come fosse la pergamena attorta
d’una profezia, lo macinò
chicco a chicco fino ad estrarne indenne
la preziosa filigrana, l’essenza
a colma maturità di quel sole.
Questa la sua sapienza, il catechismo
paziente della terra
per anni a fendere zolle, strappare
loglio e gramigne, scrutare il favore
volubile della luna, fiutare
la scia di pioggia tra le canicole.
Predò giorni, gli stessi che lo visitano
di fretta, che gli corrispondono una
carestia di mani.

Nel suo fosco iride bruciò le nuvole
di tutti i solstizi, vi rovinò
la sabbia d’insaziabili clessidre.
Oggi qui, nell’oppio della sua sera
a assecondare il pieno compimento
del male, a celebrarne la vana terapia.

Dunque non lo inquietò
l’arrestarsi del fiato. E non fu rantolo
ma uno spiccare d’erba, una vela. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #6: Tolmino Baldassari

Il gabbiano oltre il vetro. La poesia di Tolmino Baldassari

L’esordio in volume di Tolmino Baldassari (1927-2010), uno tra i massimi poeti lirici degli ultimi decenni, avviene in età avanzata con la raccolta Al progni sérbi (Le prugne secche, 1975), scritta, come i successivi volumi di versi, nella lingua madre dell’area ravegnana, precisamente nella varietà di Castiglione di Cervia, dove l’autore era nato. Baldassari approda alla poesia edita tardivamente, alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver maturato esperienze in vari ambiti culturali e lavorativi. Da autodidatta si era infatti nutrito di ampie letture di poesia europea, e aveva lavorato come meccanico, bracciante e sindacalista. Della sua formazione letteraria e delle implicazioni sociopolitiche, si avvertono echi, più segnatamente nelle prime raccolte, almeno fino a La néva, poesie 1974-1981 (1982), un’opera in parte antologica e riassuntiva della prima fase poetica, in cui l’autore sperimenta i vari registri del frammento lirico, dell’epigramma, del poemetto, o della filastrocca popolare per la quale la critica lo ha inizialmente accostato a Neruda, e in cui si segnalano i legami con la linea romagnola di Pascoli, con le due polarità della tradizione dialettale marcata dai paradigmi di Aldo Spallicci e di Olindo Guerrini, oltre alle molteplici, fruttuose ascendenze con la maggiore poesia italiana del Novecento: in particolar modo Montale e Sereni, con la modernità dolente di Leopardi, ma anche con la lirica risentita e sociale di Espriu, con la poesia civile di Lorca (con ogni probabilità l’autore più amato e più vicino ai neo-dialettali del Secondo Novecento), e con la lirica tragica di dimensione europea di Rilke e Trakl.
Le esperienze lavorative e di vita di Baldassari affiorano nei ritratti di personaggi del primo libro, una sorta di Antologia di Spoon River romagnola, con una particolare attenzione alla condizione degli ultimi, o degli umili. Esistenze che si rivelano nella loro natura di ombre, in transito o di passaggio, come quelle fulmineamente tratteggiate con le scarne parole di In fila (La campâna, 1979) che rialludono sapientemente ai versi di La colonna, e alla «tratta d’anime e di spoglie» del poeta Mario Luzi. Una attenzione ai deboli, agli indifesi, che potremmo dirla una costante, una discreta presenza disseminata in tutta l’opera a cui non sono estranee le origini, modeste e rurali, dello stesso Baldassari, che tradiscono la ‘soggezione’ di entrare in punta di piedi in casa di ‘signori’, come ci racconta in Int una ca d’sgnur (in I vìdar, I vetri, 1995). Esperienze che si ritrovano inoltre nella «tonalità gnomico-sentenziosa (specie negli epigrammi, n.d.r.) sostenuta da una appassionata carica morale e civile» (Brevini). Istanza che nelle opere successive verrà smussata nei modi e nei toni, fino al punto da risultare accantonata quasi per intera la originaria valenza ideologico-politica, per connotarsi vieppiù di una irredimibile e più connaturata pronuncia esistenziale e filosofica: di autentica pietas rerum, di comunanza di condizione, di condivisione di pene o sofferenza, umana e creaturale, estesa com’è infatti, nel pensiero dell’autore, a ogni forma di vita animale e vegetale del pianeta, e del cosmo. (altro…)

Pierangela Rossi, da ‘Avventure di un corpoanima’

Confini di te
m’attraversano
ma tu, acqua saggia,
in silenzio divori
i miei fianchi selvatici.
Un imbroglio, uno sbaglio.
Ti attendo
per lunghi rimpianti.

1976

 

*

Respiro in salita
un pomeriggio di luce
falcidiato falsato grattugiato
dalla difficile fatica
di una piccola felicità, appena
filtrata da luce e ghiere
di persiane messe lì
da chissà quale dio operaio

1981

 

* (altro…)